Assisi -Meeting del Mandir della Pace-Tavola rotonda: PACE COME CO-EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA

Assisi settembre 2004-‘’La Cittadella–Meeting ‘’L’Oriente incontra l’Occidente per una Cultura di Pace’’ promosso dalla Fondazione ‘’Mandir della Pace’’
TAVOLA ROTONDA: PACE COME CO-EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA
Relatore: Prof. Ervin Laszlo – Pisa-Fondatore del Club di Budapest
Introduce :Marialuisa Grosso, Naturalista e psicologa con formazione reichiana – Pisa

Se siamo qui il nostro pensiero è di trovare qualcosa, è di cambiare qualcosa, di trovare o meglio di ritrovare modi e tempi e spazi più vitali, nel senso di più funzionali alle istanze della vita.Ma i tempi i modi e gli spazi che viviamo sono sempre più annodati e ristretti… tra tempi storici e tempi biologici c’è un gap, una frattura che sembra crescere a forbice. Fortunatamente la vita è intelligente e se, nella trappola che abbiamo costruito, il cum-petere per un territorio è sempre più distruttivo, dal suo nucleo stesso nasce qualcosa di nuovo (che in realtà nuovo non è del tutto) e che dal caos ricrea strutture ed armoniche in un processo neghentropico, cioè anti-entropico (la vita è neghentropica nel senso che si oppone al disordine e all’entropia in cui sembra che si muova l’universo).Che fare? Che fare perchè la pace sia veramente vita e non semplice “non violenza”. Occorre cambiare prospettive, modo di pensare, paradigma. Fermarsi ad ascoltare e trasformare, darsi tempo, perchè questo in fondo fa la vita in un continuo processo di riordinamento e ciclicità: c’è sempre una pulsazione, un ritmo, dalla tensione-carica alla scarica e rilassamento. Se siamo qui è la vita stessa che ci conduce, per ritrovare modi nuovi in un processo evolutivo che vede coinvolta natura e cultura, per partecipare ad un salto di qualità, un salto quantico che, pur nella crisi, anzi, proprio grazie alla crisi, ci conduce al prossimo ciclo, ma un po’ più avanti, in un processo a spirale. Nel ritmo, nel fenomeno che ripete sé stesso, c’è sempre una direzionalità un vettore che fa sì che non ci si trovi mai al punto di partenza, ma un pochino oltre nel processo evolutivo, in cui tutti gli elementi in campo nella diversità e nel confronto, mantengono relazioni funzionali alla vita stessa.Il concetto di “pace come co-evoluzione” prende radice da un paradigma basato su un codice sistemico in cui è fondamentale il concetto di interdipendenza funzionale di elementi e fenomeni.Inoltre, se la pace è uno stato dell’essere, una pienezza che porta alla gioia del cuore e della mente e non è semplice non-violenza (che rappresenta un’oppositività, un ostruzionismo e quindi paradossalmente ancora una violenza), allora è necessario trovare strategie nuove, cambiare prospettive e modo di pensare.
“La dichiarazione di Budapest: la saggezza al punto di svolta”
Prof. Ervin Laszlo – Pisa
Il Professor Laszlo, ungherese di nascita e cittadino del mondo di adozione, esperto in Scienze dei sistemi complessi e dei sistemi evolutivi, autore di numerosi libri, membro dell’International Academyof Philisophy of Science e candidato al prossimo Nobel per la Pace, è fondatore del Club di Budapest, organismo internazionale di cui fanno parte 14 paesi e di cui sono membri M. Gorbaciov, il Dalai Lama, Desmond Tutu ed altri personaggi di rilievo.Dalla “Dichiarazione di Intenti” Laszlo cita: “se vogliamo riuscire a sradicare la violenza nel mondo dobbiamo agire saggiamente, la violenza e il terrorismo non saranno sconfitti attraverso la rappresaglia, basata sul principio “occhio per occhio, dente per dente”. Le radici ultime della violenza sono più profonde della promessa dei terroristi e delle affermazioni religiose dei fondamentalisti. Uccidere un gruppo di terroristi non risolverà il problema: fintanto che le radici non verranno rimosse altri gruppi omicidi cresceranno al loro posto. Il terrore che affiora nel mondo di oggi è sintomo di frustrazione dei sentimenti e di una diffusa sensazione di ingiustizia. Sono tutti sentimenti di lunga data, eliminare il sintomo non cura la malattia. Fin quando le cause non verranno eliminate non ci sarà pace nel mondo, ma solo un incerto interludio tra atti di violenza ed ostilità su scala sempre più allargata. La gente che frustrata nutre odio e desiderio di vendetta non può interagire in spirito di pace e di cooperazione. Il Club di Budapest ritiene che la saggia risposta alla violenza e al terrorismo sia quella di aiutare i popoli ad essere in pace con se stessi e con i loro simili, vicini e lontani. Promuovere solidarietà e cooperazione nella comune causa dell’equità e della giustizia è l’unica strada possibile verso una pace duratura sulla terra. L’idea è un po’ come voler curare un cancro, si vuole solo eliminare una cellula cancerosa: normalmente non basta, perché ne ricrescono altre, bisogna curare la paziente, la paziente è l’umanità”. Dunque, prosegue il professore, pace come co-evoluzione. E, come ha introdotto M. Grosso, nella evoluzione c’è sempre un vettore che va in avanti, ha una direzionalità. Tuttavia andiamo verso tale direzionalità in maniera non lineare, molto molto non lineare. L’evoluzione di un sistema complesso è sempre attraverso delle fluttuazioni a non linearità forte, non è mai un processo lineare continuo. Fa sempre dei salti che rappresentano punti di instabilità. Sono punti critici del sistema e dopo questi punti critici c’è un passo in avanti nel prossimo livello del sistema oppure un passo verso il caos, verso la distruzione del sistema: o si ristruttura completamente oppure non esiste più. Nel sistema biologico questi sistemi di ristrutturazione sono mutazioni genetiche. Nel sistema umano sono delle mutazioni culturali, dunque, nuove strutture sociali, una nuova cultura, nuove istituzioni. Questo grande processo va sempre più avanti, in questo momento siamo su un punto critico, perché l’innovazione tecnologica cambia il rapporto tra uomo e natura, cambia anche i rapporti nella società, cambia anche il modo di gestire tali cambiamenti, il rinnovo dei valori e della cultura in senso ampio. Prima vengono i cambiamenti tecnologici e poi quelli culturali, questi cambiamenti devono essere dominati e allora abbiamo bisogno di cambiamenti culturali, istituzionali, sociali, di rinnovamento. I problemi della pace nascono perché vogliamo gestire la società con idee, istituzioni e con valori vecchi. Abbiamo a che fare con questi salti, che costituiscono un punto critico di questo momento, un punto di biforcazione. Di questi punti di biforcazione abbiamo avuto vari momenti nel passato: dal paleolitico al neolitico, dall’epoca medievale a quella moderna, classica, eccetera. Adesso siamo in un nuovo salto critico, che è molto rapido, non abbiamo più secoli a disposizione, ma dobbiamo risolvere il problema in dieci, quindici anni al massimo, probabilmente nei primi due decenni di questo secolo, trovare la maniera di andare al di là della società industriale per trovare una società basata sull’informazione, sulla democrazia (n.d.r. “Democrazia vera, tale che nasca dal cuore degli individui, non imposta da fuori”) sulla libertà, che coinvolga tutto il mondo, tutti i popoli dell’umanità. Questo punto critico può essere concepito come una scelta tra due grandi cammini, due traiettorie, una va giù, è una rotta verso il caos, verso la distruzione, verso l’anarchia globale. L’altro possilbile, è una rotta verso una trasformazione positiva nel mondo. Le due vie sono possibili. Anche un paio di anni fa era molto chiaro che ci troviamo su un punto negativo, siamo a questo punto di conflitto. Vi sono due polarità opposte, che non comunicano. Nel mondo in generale vi sono dei grandi contrasti e c’è la possibilità che questa polarizzazione converga nelle violenze, nelle guerre. Qual è la prospettiva per andare avanti? E’ uno scenario di cambiamento. E’ possibile creare dei nuovi movimenti, dei movimenti di pace e solidarietà. Come abbiamo avuto dopo l’esperienza dello Tsunami, che dimostra che la società civile è capace di grandi atti di solidarietà, però non è ancora organizzata per manifestare tale solidarietà in maniera attiva, effettiva. Il grande problema di oggi è cambiare, nei prossimi cinque anni dobbiamo trovare il modo di rinforzare questi grandi movimenti di pace, movimenti di dialogo, altrimenti sarà sempre più difficile cambiare rotta. Sono punti di irreversibilità, di non ritorno: sappiamo dove si trovano nella natura, ma non sappiamo dove si trovano nel mondo, nella società. Sicuramente ci sono nella società dei punti di irreversibiltà ed ecco che nasce il terrorismo. In mancanza di igiene viene fuori il problema della salute. Dobbiamo agire. La prima idea che viene fuori dal club di Budapest è agire di fronte a questi problemi. Infatti l’ultimo progetto che lanciamo ora nel club di Budapest sul livello internazionale è un progetto di “Solidarietà globale dopo lo Tsunami” come mobilizzare la solidarietà prima e non solo dopo le catastrofi. Attraverso internet e la televisione chiediamo alla gente di rispondere con idee costruttive. Qui, per finire, occorre un cambiamento profondo di civiltà. Nell’epoca della pietra si aveva una visione mitica del mondo, poi si sono avute le grandi civiltà in India, Cina, Egitto, Babilonia, Mesopotamia, che erano basate sulla teocrazìa. A partire dai Greci e dai Romani è sopravvenuta l’idea del logos, della razionaltà, di tentare di spiegarsi e di dominare i problemi non attraverso il mito e la teologia, ma attraverso il pensiero, la razionalità umana, che combinata con la grande visione di Galileo e di Newton ha dato luogo ad una visione meccanicistica del mondo, una visione dove si può manipolare l’enorme progresso tecnologico. Oggi tale visione meccanicistica del mondo favorisce coloro che hanno il potere, che hanno la ricchezza e gli altri soggetti presenti sul mercato non hanno la possibilità di avanzare. Occorre un’altra mentalità, l’holos, ossia una visione più sistemica dell’evoluzione, in modo che tutti i popoli possano evolvere verso una civiltà planetaria. Può essere un’utopia, ma non ci sono alternative. L’unica alternativa sarebbe una società in cui regna il caos. Dunque occorre andare avanti, scegliere la strada per andare avanti, abbiamo bisogno di una nuova etica, basata non solo sull’ambiente, sull’individuo, sull’ego, ma sull’evoluzione. L’etica co-evolutiva è un grande compito, è già tardi, ma non è troppo tardi. Tutti gli eventi come questa manifestazione sono elementi importanti. Cosa sono i sistemi farfalla? In un sistema caotico dei piccoli cambiamenti possono produrre grandi effetti. Anche piccoli gruppi possono fare dei grandi cambiamenti. Una famosa antropologa, Margaret Mead dice che non si deve mai dubitare che dei piccoli gruppi possano cambiare il mondo. L’iniziativa di tutti conta oggi per realizzare movimenti di pace e solidarietà, per la comprensione fra popoli (cambiamenti di stili di vita più dei cambiamenti nel mondo imprenditoriale). “Non possiamo aspettare gli altri, ma dobbiamo cominciare noi!”.
Biodiversità: una nuova economia
Relatori: Ferdinando Cerbone ed Alessandra Poli – Bologna
Il dott. Cerbone e la dott.ssa Poli sono psicologi cofondatori del centro “Coevoluzione” di Bologna, centro studi di ricerca clinica e formazione Reichiana. Reichiana significa secondo il pensiero di Wilhelm Reich, che fu a suo tempo allievo e collaboratore di Freud e sviluppò per primo l’idea che molti disturbi di tipo psicologico non sono collegati soltanto alla psiche, ma sono radicati nel corpo. Oggi il lavoro reichiano si caratterizza anche per lo studio della teoria della complessità, dei sistemi complessi. Non è più il lavoro reichiano di 40 anni fa, ma è qualcosa che con il tempo è cresciuto.“Pace come coevoluzione”: intendiamo la coevoluzione come passaggio storico da costruire insieme uomini e donne. Oggi assistiamo ad un impoverimento globale dell’intera comunità. Tutti i processi si stanno consumando e questo è dovuto all’insostenibilità dei modelli di sviluppo centrato sulla logica del profitto e non della condivisione dei beni materiali ed immateriali. Per noi la coevoluzione è il frutto della differenza sessuale di genere che tesse ed imbastisce i fili della comunicazione, permette di aprire la possibilità al nascere di relazioni e può ristabilire un ordine superiore. Per operare in questa direzione è necessario un passaggio storico epocale non semplice e questo invito alla riflessione è rivolto essenzialmente a noi uomini. Oggi è fondamentale riconoscere che noi dobbiamo restituire alle donne ciò che a loro appartiene. Noi uomini siamo debitori dell’amore che le donne ci hanno donato e che noi abbiamo mercificato per ottenere potere. La non sostenibilità dei processi è generato da questo conflitto interno al genere maschile, animato dalla paura del vuoto identitario. L’uomo senza potere non riconosce se stesso, non sente e per sentire e volere deve affidarsi all’opera materna che gli consegna la novità della vita generata. In un tempo lontano le donne ci hanno affidato il loro sapere e noi lo abbiamo manipolato, eppure esse non sono capaci di sentire l’odio e continuano a profondere misericordia ed amore per quel figlio che non è stato capace di trasformare il verbo amore in un processo co-evolutivo. Abbiamo eretto chiese e credi, ideologismi e dogmi, ma questo non è stato sufficiente ad arginare le nostre paure. Ancora oggi continuiamo a manipolare, imponiamo leggi e dichiarazioni, proclami, non ci sono gli occhi che possono guardare l’altro, il mondo. Siamo prigionieri nella caverna, immersi nel buio della non conoscenza. Non credo che sia un’eresia dichiarare che la donna è la vera incarnazione della Trinità, donna, madre, che genera attraverso il suo sé il nuovo mondo e non abbandona i suoi figli. La saggezza nella donna incarnata, non viene a patto con il potere maschile, perché è altro. Noi dobbiamo riconoscere che il debito contratto e non restituito sta generando conflitti che producono guerra, miseria e smarrimento. Se in questi anni abbiamo assistito, oggi è il momento di agire, ce lo dicono le donne, che non hanno mai smesso di lottare e di rivendicare la loro differenza. I processi si stanno incanalando verso l’entropia. Questa terra madre incomincia a sentire la fatica dell’opera. Stiamo sfruttando a dismisura ciò che ci viene concesso gratuitamente senza il dono della restituzione. Produrre pace significa muoversi nel corpo proprio verso l’altro, donandosi allo scambio della differenza che crea conflitti ed è questo tipo di conflitti che produce nuova energia e che fa salire la spirale della coevoluzione. Questo genere di movimento la donna lo conosce dall’interno quando vive l’esperienza della maternità.Il Dottor Cerbone, produttore del video che mostra l’intensa e semplice attività delle donne indiane nelle campagne, intervista Vandana Shiva, direttrice della “Research Foundation for Science,Technology end Ecology”, New Delhi, laurea in fisica con anni di lavoro negli Stati Uniti, un grande cuore umanitario, e soprattutto amore per la Vita.“Le donne indiane, soprattutto quelle che lavorano nei campi sono depositarie di grandi conoscenze olistiche nel campo della biologia e della biodiversità, sia perché debbono possedere queste conoscenze per poter produrre ciò che mantiene in vita gli esseri, sia perché per cultura, almeno fino ad un recente passato, esse hanno deliberatamente scelto di lavorare in completa partnership con le altre specie. Nella cultura indiana tutti gli esseri compongono un’unica famiglia, non ci sono specie inferiori a quella umana, noi non siamo qui per dominare ma per cooperare con le altre specie, essere in pace con loro, saper riconoscere i loro bisogni e al tempo stesso saper prendere il minimo per soddisfare i nostri. Le donne, come esperte di questa scienza tradizionale, hanno sempre utilizzato tecniche non violente. Il vitello ha abbastanza latte e c’è latte anche per i bambini. La foresta è abitata da una gamma di specie sufficientemente vasta e c’è anche legna per il focolare, in questo modo tutto è sostenibile, perché sempre i bisogni degli altri sono tenuti in considerazione. Dove sta quindi la peculiarità scientifica, tecnologica, economica di tutto questo? Nella relazione che le donne hanno con la biodiversità, sia a causa della divisione del lavoro che si è storicamente determinata, sia per i caratteri peculiari assunti dalla cultura pluralistica che si è sviluppata in India. Tutto ciò crea il contesto per lo sviluppo di una grande biodiversità, nonostante l’alto numero raggiunto dalla nostra popolazione e di una conoscenza gestita dalle donne, soprattutto dalle donne più anziane. A questo punto cosa succede? Arriva un gruppo di uomini arroganti che pensano: “Io posso possedere tutto questo, io posso manipolare tutto questo, occuparmi di ciò che accade a voi, ai contadini, alle altre specie, purché io possa trarne profitto per un po’”.La ragione che continuo a portare in favore di un modo di vivere più pacifico, più sostenibile, ragione che ho appreso vivendo nella mia società è che quell’altro modo è troppo violento, troppo falso ed ingannevole. Questa gente continua a proclamare di produrre di più, quando in realtà produce di meno, a pretendere di produrre scienza quando non crea che imbrogli, tutta una parte della scienza di oggi non è altro che frode ed inganno, una grande violazione dell’integrità e della verità. Io penso quel che penso e dico quel che dico, perché per me si tratta di qualcosa che riguarda il nucleo più profondo del nostro essere, non stiamo semplicemente parlando di una tecnologia oggi in uso, ma di ciò che consideriamo come la nostra verità più intima, l’essenza della nostra umanità, perché la manipolazione genetica, l’ingegneria genetica e le biotecnologie non riguardano soltanto le altre specie, per quanto anche questo implicherebbe molto rispetto, ma noi stessi, siamo noi esseri umani ad essere manipolati.
D: Cerbone: Di questi tempi molte persone anche negli ambienti alternativi parlano di sostenibilità, io credo che questo sia riduzionismo. Credo soltanto nella biodiversità, perché penso che la sostenibilità è soltanto una parte della biodiversità. Le ultime posizioni di Jeremy Rifkins un po’ mi preoccupano: parla della necessità di una nuova economia, che deve essere economia della sostenibilità. Io credo, invece, in una economia della biodiversità, che è una cosa diversa.
R: V. Shiva: “A mio parere, se adottiamo modi di vivere che rispettano la biodiversità ed un’economia incentrata sulla biodiversità come principio fondatore ed organizzatore, la sostenibilità ne discende come una conseguenza naturale, ma se si parte dal concetto della sostenibilità in astratto mancano le basi per definirlo. Da dove viene e che cosa significa questo concetto? Così facendo ci si muove nel miraggio della sostenibilità senza mai raggiungerla”.
D: Cerbone: “Questo è molto importante. In Italia come altrove che si sia scoperta la nuova era della sostenibilità; ma che cosa è la sostenibilità se non partiamo dalla biodiversità e dal suo rispetto, per questo dico forse la nuova rivoluzione può venire dalla biodiversità delle donne. Dobbiamo cominciare da lì. Io sono un uomo, ma so di avere una parte femminile, perché quelle sono le nostre radici”.
R: V. Shiva: “Voglio darle una nostra pubblicazione: “Donne diverse per la diversità”. Umanità significa inclusione del femminile. E’ nel momento in cui si inizia a togliere o a staccare questa parte femminile dagli uomini, ma anche dalle donne che hanno inizio il dominio, la sopraffazione, la violenza, il riduzionismo e tutto il resto. E allora queste cose cominciano a diventare il comportamento dominante non solo degli uomini, ma anche delle donne che imitano gli uomini, che hanno espulso la loro parte femminile”.
Intervento della dott.ssa A. Poli – Bologna
La dottoressa Poli è psicologa, amica e collega di F. Cerbone, cofondatrice del Centro Co-evoluzione.
“Ringrazio Ferdinando che ha inaugurato questo tentativo di uomo nuovo, di capire che cosa vuol dire oggi, come uomo, il restituire significato alla propria esperienza di essere stato messo al mondo da una donna. Ringrazio anche Marialuisa che ha avuto il coraggio di mettere vicine queste due parole “Pace” e “Co-evoluzione”, perché non sempre si riesce ad osare dei piccoli gesti che poi produrranno nel tempo, come siamo tutti d’accordo, delle grosse trasformazioni. “Co-evoluzione” nasce dall’analisi dei percorsi energetici che sottendono la sofferenza e la guarigione possibile. Esiste un’opera materna che si fa garante di un’economia relazionale di partecipazione condivisa nel tempo della necessità: un sapere della cura che le donne mettono al mondo come pratica di fare il mondo.La politica della differenza sessuale rende visibile la forza della differenza con cui le donne (e quindi gli uomini ne hanno una specificatamente da ritrovare e riconnettere con il debito vitale all’origine della loro vita), praticano dagli anni ’70 una politica che usa le parole della lingua materna, ossia le parole che parlano della realtà, quando il senso e il significato si mantengono radicati all’ordine da cui sono generati e che usano un ordine di riferimento simbolico che tiene uniti il corpo, il sentire, il desiderio e lo sguardo sul futuro ( come quando aspettiamo un bambino/a, lo stiamo già portando nel corpo e gli/le raccontiamo la realtà e il sogno che questa tenera presenza ci comunica strada facendo).Come Vandana Shiva ha detto, questo sapere si costruisce per relazioni e genealogie femminili vissute, dove il sapere della cura e sulla vita, non si basano su sostenibilità neutra o di parte, ma sulla responsabilità di rendere possibile la vita nelle sue ralezioni funzionali e primarie che intrecciano le esistenze, nello scambio libero, regolato dalla lettura amorevole della possibilità che per ognuno/a rende accettabile la vita.
Pace in questa prospettiva, significa riconoscere gli obiettivi determinati dalle differenti necessità, nello sbilanciamento, nella necessità, che è il contrario naturale della parità e dell’uguaglianza neutre; la differenza sessuale garantisce perchè ci allena a passare attraverso gli schacchi e ai conflitti. Per evolvere occorre passare attraverso agli scacchi e ai conflitti, perchè questo è nell’ordine di un percorso evolutivo. Per evolvere bisogna passare attraverso momenti di trasformazione non definiti, quindi non idealizzabili nè valutabili con la certezza di prospettive esterne, momenti in cui occorre stare nei vuoti di senso, sapendo però che la relazione imbastisce continuamente tra me e l’altro/a il possibile nuovo.Questo stare nell’abbraccio delle relazioni, anche in attesa che il significato si generi, è il procedimento che le donne garantiscono al mondo da sempre e che le rende nuove ai percorsi politici. Imparare a confliggere, in questa prospettiva, significa partire dalla vita e non dalla sua rimozione: come le “madres della Plaza de Majo” insegnano con la loro pratica. Anni e anni di presenza nella piazza per far vedere che i loro figli e figlie non sono morti – dato che sono spariti/e – e che loro rinascono dall’esperienza che questa nuova generazione stava facendo di lotta per una vera libertà dal potere.Le “madres” dicono: noi ci siamo e voi potenti fate i conti con noi e con la cultura che cresce dai nostri corpi che camminano, le nostre vite che invecchiano nelle relazioni tra noi e tra noi e il mondo che ci conosce e ci incontra.Le donne algerine, in mezzo alla barbarie degli stupri e delle violenze, hanno costruito delle relazioni di visibilità.Le guerre sono pensate e agite dagli uomini: pace significa vedere come le donne vivono la pace mentre ci sono le guerre.”“Cominciate da me!”- Consapevolezza e nascita non violenta: il principio di auto regolazione.
Relatrice Elena Cerri, ostetrica
Elena Cerri opera come ostetrica in collaborazione con il dott. Srebot presso il Presidio Ospedaliero di Pontedera. Esperta in metodiche della Medicina Tradizionale Cinese, interviene nel parto dolce con la rotazione del feto tramite l’applicazione della moxibustione.
Nota di M. Grosso: se vogliamo un mondo di pace per il nostro pianeta è necessario iniziare dal seminare generazioni nate da una nascita non violenta, cioè non alterata, naturale, e riconoscere la forza, l’amore, e la saggezza delle donne, che rappresenta una forza viva della natura)
“ll parto naturale è difficile, però il corpo della donna è predisposto a questa funzione”.
Quando una donna partorisce senza anestesie o interventi strumentali, capisce di essere forte e potente, impara a fidarsi di sè stessa e una volta che si realizza questa forza e questo potere avrà sicuramente un‘attitudine diversa verso il dolore, la malattia, il disagio, le situazioni difficili per il resto della vita. E’ un momento che sente legato alla sua sessualità e in cui mette in gioco il suo potere personale, tutta la sua potenza e la sua creatività.A Pontedera tutto è cominciato anni fà con l’istituzione della stanza del parto naturale, che è stata fortemente richiesta dall’utenza della Valdera. Si tratta di una comune camera matrimoniale con poche suppellettili, servizi igienici ed una vasca per il parto in acqua, se richiesto dalla gestante. E’ necessaria la certificazione di assenza di fattori di rischio. L’ostetrica consiglierà le posizioni più adatte, massaggi, doccia, immersione in vasca e via via assecondando le richieste della partoriente stessa.. Il parto avviene in posizione libera, l’esperienza ci insegna che, se una donna viene lasciata libera di scegliere, molto raramente predilige la posizione supina, ma tende ad assumere posizioni carponi, eretta, accovacciata, tutte posizioni antalgiche, sicuramente più fisiologiche per il parto. Il neonato viene accolto al seno materno con tranquillità, ancora attaccato al cordone ombelicale, che viene reciso solo dopo che ha smesso di pulsare! Scegliere il parto attivo vuol dire essere fiduciosi del proprio corpo e della capacità di partorire senza la necessità di interventi medicalizzati. E’ la condizione tale per cui la donna si sente bene, in una tana, in cui siano assicurti intimità, rispetto, protezione, libertà di movimento con il supporto di poche persone che condividono la sua scelta. Per la madre significa comprendere l’importanza di stare accanto al proprio bambino sin dai primi momenti, in una situazione in cui madre e figlio si sentano protetti, liberi di conoscersi e di poter disporre del proprio tempo. In realtà non c’è niente da perdere a lasciare che madre e figlio abbiano tutto il tempo per conoscersi.L’ostetrica che assiste ad un parto naturale è molto coinvolta emotivamente: essere di fronte a questa donna, sostenere il suo sguardo trasformato che ci cerca, la sua mano più forte della contrazione ed essere capaci di accogliere questo grido creativo pieno di dolore e di potenza e non aver paura, capaci di consolare, di accompagnare ed accettare quello che viene, accompagnare questa grande trasformazione ed accogliere questo bambino che viene. Il compito, nell’empatia, intuizione, ispirazione è in realtà un’arte, l’arte ostetrica. La filosofia del parto attivo e la stanza del parto naturale sono decollate in questi ultimi anni grazie alla nomina come Direttore del Dottor Massimo Srebot, ed il nostro ospedale è diventato un punto di riferimento.Secondo quest’ottica sono presenti in reparto elementi di medicina non convenzionale. Esiste un ambulatorio omeopatico e uno di medicina tradizionale cinese e c’è integrazione tra ospedale e territorio. Tutto ciò favorisce l’attenzione a prendersi cura disè e a risolvere quegli stati di tensione che possono dare origine ad alcune disarmonie per il mantenimento di una gravidanza fisiologica. L’attività di medicina cinese più conosciuta è lo stimolo al rivolgimento dei bambini che si presentano in posizione podalica tramite la moxibustione, metodica semplice e non invasiva e di questo mi occupo personalmente da quattro anni.Tutto questo per prevenire il taglio cesareo e quindi dare alla madre la possibilità di vivere l’esperienza del parto, con una migliore qualità della nascita per il piccolo.Fortunatamente la politica della regione toscana è quella di incoraggiare e finanziare i progetti di inserimento delle medicine non convenzionali in ambito pubblico; quindi ci auguriamo che la nostra esperienza sia un’esperienza pilota per altre realtà.A questo proposito, vorrei concludere con una frase del prof Wagner. “Mai dubitare che un piccolo gruppo di persone attente e motivate possa cambiare il mondo, infatti questo è l’unico mezzo che funziona”.
“ La simbiosi tra biosfera e noosfera: un nuovo modello per gestire I rapporti tra Umanità e Natura”
Professor Ludovico Galleni
L. Galleni è docente di Zoologia presso l’Istituto di Agraria, Università di Pisa. Autore di testi autorevoli è di impostazione cattolica ed appassionato ricercatore del dialogo tra Natura e Cultura.
“Come punto di partenza, visto che abbiamo presentato un certo numero di donne e di esperienze io volevo partire dalla morte di Doroty Stang, una suora dell’Ordine di Nostro Signore di Nour, uccisa all’ inizio della quaresima in Amazzonia, dove vi lavorava con un progetto – mi verrebbe da dire – di sostenibilità, con 400 famiglie che là vivevano senza distruggere la foresta.Oggi sembra che l’unico modo per risolvere il problema della povertà in Brasile sia quello di distruggere e recuperare ricchezza, in realtà si distrugge e si impoverisce, Doroty Stang mostrava che si poteva vivere, non sopravvivere senza distruggere la foresta. E stata uccisa e ciò che mi ha colpito, a parte gli ultimi momenti di questa figura che cerca di convincere i suoi uccisori leggendo loro dei brani della Bibbia, è che il memoriale che è stato organizzato intorno alla sua vita parte con alcune frasi di Pier Teilhard de Chardin, che è una figura che a me interessa molto e di cui appunto vorrei ricordare brevemente alcune idee… Quest’anno ne è stato ricordato il 50°della morte a New York, proprio 2 settimane fa al G.Town University; hanno partecipato alcune figure importanti per il nostro discorso: il premio nobel per la Pace la Vangani Matani e Suor Maria Teresa Mc Gillis, una domenicana che sta lavorando al progetto Genesis ( la Genesis Farm cioè un tentativo che in fondo recupera certe tradizioni del monachesimo di una struttura che si auto sostiene anche dal punto di vista ecologico) e poi la Elena Pregian che probabilmente avrete visto interpretata da Susan Saranton nel film “That man wolking”. E’ una persona che lavora con i condannati a morte ed ha dimostrato, come i condannati a morte negli Stati Uniti appartengano alle fasce più povere, segno di ingiustizia che in qualche modo va recuperato.
Ma perché queste figure si ritrovavano intorno a Teilhard? Forse i più giovani non l’ hanno mai sentito nominare forse le figure della mia età qualche ricordo possono averlo: T. era un gesuita ed ha tentato di riconciliare l’ evoluzionismo con la teologia, con alcune idee importanti. E’ stata una delle figure più impegnate nel dialogo tra la Scienza e la Fede: oggi se ne riparla tanto ma in maniera superficiale. In realtà questo dialogo non è tanto tra la Scienza e la Fede, quanto è uno strumento per il dialogo tra le religioni, perché le religioni possono essere una fonte di pace ma anche una fonte guerra; possono trovare delle ragioni per cui l’umanità può riconoscere una fraternità forte ma possono essere le ragioni per cui l’umanità trova ulteriori cause per combattersi…T. negli anni tra i venti e i quaranta del ventesimo secolo è stato uno dei primi scienziati che ha posto il problema dello studio della biosfera, quello di cui accennava prima il professor Laszlo, cioè se vogliamo capire fino in fondo i meccanismi evolutivi non possiamo più studiare questo o quel gene questa o quella specie questa o quella popolazione occorre arrivare a studiare l’ evoluzione a livello di biosfera; quindi la biosfera non è soltanto l’entità che mette insieme viventi e non viventi; questo sottile strato vivente che circonda il nostro pianeta ha anche una storia e i meccanismi di questa storia sono fondamentali per capire più in generale i meccanismi dell’ evoluzione.In Teilhard l’idea di fondo era quella che l’ evoluzione fosse un gigantesco muoversi verso…quindi era un superamento un po’ di certe letture del Darwinismo che facevano pensare all’evoluzione come un movimento adirezionale e per certi aspetti casuale, in realtà in Teilhard l’ evoluzione era un gigantesco “muoversi verso” che portava la materia ad organizzarsi in strutture sempre più complesse. In una sintesi che lui chiama “Legge di “Complessità-coscienza”, quindi, c’è un muoversi verso la complessità e la coscienza. (nota di redazione: crf. Wilhelm Reich nelle conclusioni) Ciò che è affascinante del Teilhard paleontologo di mestiere è che cerca di dimostrare (come sto facendo io nel mio piccolo) la presenza di questa legge fossile dopo fossile, ramo filetico dopo ramo filetico per dimostrare come in fondo l’evoluzione sia caratterizzata fondamentalmente da parallelismi e canalizzazioni (i parallelismi sono più importanti: sono proprio quelli che vanno, almeno negli animali, verso forme sempre più celebralizzate); quindi ci sono dei significati più profondi nell’evoluzione considerata con un approccio ampio, globale e non riduzionista, che portano a studiare la biosfera.Ecco il primo punto allora: la scienza della biosfera. C’è un altro autore e qui diventa importante anche per il dialogo tra culture, un russo, Vladimir Vernazk, che nello stesso periodo di Teilhard propone la necessità di studiare la vita a livello di biosfera.Ma tale ricerca riceve un’ulteriore importante arricchimento dal punto di vista scientifico con “l’ipotesi Gaia” di Lovelock ; ora non entriamo nei dettagli però in L. c’ è un punto importante che arricchisce la visione di T. e di V., cioè l’idea che la biosfera si comporti come un organismo: attenzione, non è un organismo ma per certi aspetti ha delle caratteristiche che ricordano un organismo perché le sue parti sono collegate con sistemi di controllo che permettono il mantenimento della stabilità nel tempo cioè uno dei grandi problemi è proprio questo: come mai le condizioni adatte per la vita si sono mantenute sulla terra per tempi anche geologicamente molto lunghi. L’idea di Loveloch è che sia la vita stessa che attivamente interagisce con la non vita per mantenere stabili certi parametri.Questo è importante perché, se mi permettete il termine, c’è uno scopo nella biosfera che è quello di mantenere stabili i parametri che permettono la sopravvivenza della vita; se volete c’è un grosso cambiamento dal punto di vista dei meccanismi evolutivi e del senso dell’evoluzione se accettiamo questa idea di L.Ma la cosa che mi interessa qui è che l’ approccio globale alla vita richiede anche un approccio globale all’umanità, che deve trovare dei modi per interagire con la biosfera. Qui ancora ricordo T. e V. in un periodo affascinante in cui si trovano ad insegnare a Parigi: T. insegna geologia all’ istituto cattolico e V. svolge alcune lezioni di geochimica alla Sorbona, insieme al filosofo Eduard de Rua: ambedue coniano un altro termine, la “noosfera” cioè la sfera degli esseri pensanti, che è l’insieme non solo degli esseri umani ma anche delle relazioni che li collegano perché il concetto di sfere non è semplicemente un concetto di singoli oggetti ma anche di relazioni dagli oggetti che il riduzionismo tende a trascurare perché il riduzionismo smonta e smontando perde le relazioni. (Importante!)

C’è stata una fase della biologia che è stata importante ed è stata riduzionista però oggi non ci possiamo più permettere soltanto questo tipo di approccio; allora a questo punto ecco che emerge la teoria della noosfera e noi possiamo per un attimo cercare di trovare rapporti. La biosfera ha questo importante aspetto “la stabilità”, e sempre più stanno emergendo dei rapporti precisi tra la diversità biologica e la stabilità. Questo è uno degli aspetti affascinanti del lavoro di Vandana Shiva, cioè la dimostrazione che un ecosistema è caratterizzato dalla biodiversità, cioè da relazioni che sono sempre più alte e numerose perché sono tanti gli oggetti che compongono un ecosistema e che queste relazioni partecipano al mantenimento della stabilità. Ecco perché alla fine i due termini Biodiversità e Stabilità diventano quasi sinonimi perché non c’è poi stabilità se non si mantiene la biodiversità e (qui si apre un altro fronte) uno dei problemi grossi degli organismi geneticamente modificati dal punto di vista dell’ etica ambientale è proprio l’abbattimento della biodiversità perché si costruiscono poche forme e quelle forme si diffondono (è affascinante, sicuramente l’avrete letto: il libro di Vandana Shiva : “Le monoculture della mente: il problema del riso geneticamente modificato per l’ inserimento del gene della vitamina A”; in fondo-dice-ci avete fatto togliere la Batua che era una delle nostre piante che ci dava vitamina A, ci avete abbattuto la biodiversità, e adesso ci sostituite con questo riso manipolatoMa se la biodiversità mantiene la stabilità non basta dare il riso con la vitamina A, bisogna anche spendere per inserire la biodiversità o per recuperare la stabilità quindi si aggiunge disastro a disastro. Vandana Shiva è una delle figure chiave: stabilità – diversità – complessità, questi sono i grandi temi. Questo vale anche per la noosfera e allora cosa vuol dire la stabilità per la noosfera, quali sono i parametri? Perchè il problema, sempre, è quello di cercare di trovare un equilibrio fra la diversità; questo è un momento in cui non sempre riusciamo a capirci fino in fondo sulla diversità culturale: per esempio la battaglia sulle mutilazione dei genitali è difficile da accettare come una diversità culturale. Credo che anche qui ci sia un progetto di questo genere: l’ idea di una stabilità che è collegata a certi parametri di fondo e per la noosfera pensavo alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che nonostante tutto è un bel punto di riferimento, però poi all’ interno di questa è necessario riconoscere la ricchezza delle diversità culturali. Anche qui ci sono due strutture, mi piacerebbe fare questo parallelo tra biosfera e noosfera, cioè come gestire i rapporti tra biosfera e noosfera…Ecco quindi l’idea della simbiosi: che tra l’altro è stata proposta da una donna Lili’ Margulis. E’ una delle grandi novità, anche se se ne è sempre parlato: quando io seguivo da studente negli anni sessanta i corsi di zoologia. era uno degli esempi importanti; però io direi che la L.M. è riuscita a fare capire al modo della scienza che la simbiosi è uno dei concetti chiave dell’ evoluzione. Abbiamo per tanti anni parlato di competizione e di lotta per la sopravvivenza come motori dell’evoluzione, ma a poco a poco sta emergendo anche come motore dell’evoluzione la cooperazione e la simbiosi. Sapete bene che per L.M. il passaggio dalle cellule primitive a quelle più evolute è un problema di simbiosi: forse pochi sanno (questo è un discorso più tecnico da zoologo) che certi ambienti estremi come le sorgenti idrotermali sottomarine sono colonizzate da animali che hanno batteri simbionti nel loro citoplasma, che li fanno diventare autotrofi: quindi situazioni difficili si superano non con la competizione ma con la simbiosi. Questa è una grande novità che è difficile ancora da far capire perché per ora l’ idea di fondo è l’evoluzione per competizione che poi utilizziamo in tutti i momenti della nostra vita. Quando si va a livello di sfere è simbiosi per cosa? E allora qui ritorna l’idea della stabilità: in fondo la biosfera nell’ interpretazione di Lovelock ha questo punto di riferimento che è la stabilità: viventi e non viventi interagiscono per mantenere la stabilità che permette la sopravvivenza della vita. La noofera deve avere lo stesso scopo: perché la noosfera (e questa è una cosa che noi non riusciamo a capire fino in fondo) può evolversi e continuare ad abitare la terra solo nel rispetto dei meccanismi della biosfera. Quindi la stabilità della biosfera non è solo un problema della natura che si fa i fatti suoi: in qualche modo deve diventare un problema di gestione da parte dell’umanità che sopravvive solo se gestisce la stabilità della biosfera e la cosa più affascinante della biosfera è che con la stabilità è riuscita a fare una diversità eccezionale; stabilità non vuol dire appiattimento, non vuol dire fermarsi. Teilhard era affascinato dall’ idea del muoversi e del progresso verso, ma vuol dire andare avanti senza sfasciare tutto.Allora sono questi i tre termini che diventano temi di ricerca: la Biosfera, la Noosfera e il come la biosfera mantiene la stabilità nella diversità. Si può parlare nella noosfera di valori che devono rimanere stabili, all’interno però di una diversità culturale che è fondamentale e nello stesso tempo come individuare meglio questa relazione di simbiosi che deve in qualunque momento in qualunque modo essere il punto di riferimento per i rapporti tra biosfera e noosfera ecco… è un piccolo progetto che in qualche modo spero di portare avanti….Grazie..

Dott. M. Luisa Grosso
Noi ora stiamo seminando..guardando qui quello che siamo ora in questo momento e sentendo i progetti del professore Galleni e le proposte del professor Laszlo, mi viene da dire che siamo pochi, però è un momento in cui si creano pensieri nuovi e forme nuove e qui avevo intuito che c’è un principio universale che ci dice che tutto risuona. Quello che stiamo facendo è seminare, in seguito si crea una risonanza per cui man mano le cose nuove che stiamo cercando di tirar fuori, di far nascere, fioriranno e si svilupperanno.
Intervento del dott. Vincenzo Tallarico – Pomaia – Pisa
“Mindfulness project: la dimensione spirituale nella formazione degli operatori sanitari”
V.Tallarico è psicologo ad indirizzo transpersonale, di impostazione buddista, co-fondatore del Mindfulness Project, scuola di counseling.
“Un grande maestro zen dice: “non c’è nessuna via per la pace perché la pace è la via”. E allora dove comincia la Pace?
Si è parlato in termini di “popolazioni” e di come si può operare all’interno della società e questa è una cosa incredibile, anche a livello della economia.. Personalmente mi occupo di poche persone alla volta: il mio lavoro è fare una terapia con persone che soffrono, lavorare in gruppi di evoluzione e quindi la mia attenzione non è portata alle grandi evoluzioni; mi limito alle grandi evoluzioni di singoli individui e credo che per fare questo è necessario dedicarsi a un’evoluzione interiore prima dentro di sè….Non si può gridare per la pace non si può combattere violentemente per la pace e non si possono usare parole troppo violente per la pace, forse la cosa migliore è non usare affatto parole ma visto che sono qui qualcosa devo dire.Penso che la cosa più importante sia il silenzio, silenzio interiore e nascosto, e si può ascoltare gli altri solamente se si comincia ad avere la grande pazienza di ascoltare se stessi e allora c’è la battuta di un paziente che va da un’analista e dice : < Dottore dottore c’è un grosso problema > l’analista dice: . E noi ci annoiamo tremendamente quando parliamo da soli e i pensieri vanno in avanti, vanno su vanno giù, costruiscono mondi, poi cambiano direzione e la mente concettuale è sempre per sua natura indecisa perché la mente concettuale costruisce sistemi e poi semplicemente li cambia… per questo motivo forse sono sempre stato attratto da quello che è il pensiero orientale perché il pensiero orientale, sebbene abbia strutturato sistemi logici molto avanzati e molto approfonditi dal punto di vista della logica… la logica buddista è stata studiata da eminenti studiosi come Goleman che scrive sulle intelligenze emotive… ma di tutto questo si parlava già 2500 anni fa nella valle del Gange. Lo sviluppo dell’ intelligenza emotiva che cosa vuol dire? Vuol dire che noi siamo molto intelligenti per quanto riguarda la matematica, la tecnologia, e questo va bene… tutto ciò che serve a rendere la vita più comoda… o possiamo dire un accomodamento migliore del corpo nello spazio, ma la nostra società occidentale è assolutamente ignorante dal punto di vista dello sviluppo dell’intelligenza emotiva e l’intelligenza è la capacità di risoluzione dei problemi dati dall’ambiente. Credo che il nostro amico zoologo sia d’accordo con questa definizione. Quindi gli animali sono intelligenti perché sono estremamente capaci di risolvere problemi dati dall’ ambiente e si dice che i primi maestri dell’ uomo primitivo siano stati gli animali: non sono i castori che hanno imparato a fare le dighe dagli uomini ma sono gli uomini che hanno imparato a fare le dighe dai castori…quindi i nostri primi insegnanti sono stati gli animali.Ma un progetto per lo sviluppo della consapevolezza che cosa è? Che tipo di intelligenza è? È la capacità di risolvere problemi di tipo emotivo o emozionale.In questo periodo storico la nostra società occidentale non insegna molto da questo punto di vista… sebbene ci siano dei grandi pensatori e dei grandi insegnanti e filosofi, scienziati e psicologi, psichiatri, neurobiologi, etc. lo sviluppo dell’ intelligenza emotiva nella popolazione non è molto sviluppato… infatti, dopo i farmaci antiinfartuali, la seconda quantità di farmaci che si vendono sono gli psicofarmaci, per cui sembra che la popolazione non sappia bene come sviluppare l’intelligenza emotiva; e qualcuno potrebbe dire: “dipende dallo stress della vita moderna e delle metropoli”… beh io abito in un paese sulle colline pisane e le due farmacie più vicine al mio villaggio confermano questa statistica nazionale!Allora cosa noi possiamo imparare dalla civiltà orientale? Sono stato spesse volte in India e Benares, la città più sacra dell’India, è tra le città più inquinate del mondo per cui non sembra che sacro e ambientale stiano andando insieme e il Gange, che è il fiume più sacro dell’India, è ormai del tutto inquinato. Quindi io non intendo dire che la civiltà orientale ci può insegnare tutto in tutte le cose, ma qualche cosina può insegnarcela… Ed è la capacità di sviluppare una intelligenza emotiva, che parte dalle capacità di sentire se stessi, sentire noi stessi quando siamo troppo presi dal pensiero concettuale e per pensiero concettuale intendo pensiero concettuale passivo, non il retto ragionare attraverso dei sillogismi logici e delle consequenzialità logiche. Io parlo del pensiero concettuale passivo, quello che dice: “sono qui che sto guardando il tramonto, sono qui magari con la mia fidanzata o il mio fidanzato, è un momento meraviglioso”… Non sento, se continuo a pensare a quello che sto facendo piuttosto che sentire…(N.d.r.: non è facile abbandonarsi, vivere l’emozione!) e questo non credo che abbia a che fare troppo con maschile o femminile nonostante in occidente prevalgano dei modelli culturali maschili (che vediamo anche in questi quadri dell’Aula Magna Storica). La mia insegnante di Zurigo, allieva di Jung diceva “vedo delle donne che guidano dei camion, vedo delle donne che lavorano alla betoniera, questo non è lo sviluppo del femminile, questo è le donne che copiano gli uomini e sicuramente saranno perdenti in questo c’è poco da fare”…Al contrario potrebbe esserci un periodo mitologico matrialcale in cui la deità è donna, è femmina e in cui si ripropone una ritualità matriarcale di tipo primitiva..sarebbe una regressione forse e allora il punto non è patriarcale- matriarcale ma forse il loro superamento in una dimensione di nuovo olistica… abbiamo avuto un periodo matrialcale o almeno alcuni antropologi lo definiscono tale, non ultimo un certo Backofen, poi abbiamo avuto un periodo patriarcale: Mosè scende giù e dice “ora si cambia registro queste sono le leggi”…Speriamo che adesso ci sia un periodo in cui i due estremi si vadano ad integrare in una dimensione trans generica o possiamo dire in un progetto di unità ….ma l’ unità prima, che accada nella società, è necessario accada nell’ individuo e quindi ognuno di noi è chiamato a lavorare dentro di sè. Se una persona non ha in sè una certa completezza, si sente che manca qualcosa, al contrario di una persona che ha un’ attitudine olistica già dentro di sè. Ho conosciuto il 14° dalai lama, che ho avuto come ospite nel nostro istituto già per la 4° volta ed anche qui a Pisa ha preso la cittadinanza onoraria…. Ci fa tanto bene stare in contatto con persone che hanno sviluppato questa unità interna, questo superamento del pensiero concettuale passivo, cioè di questo disco ininterrotto che va avanti dentro la nostra mente e ci muove da tutte le parti e porta con sè delle emozioni spesso disturbanti.

Ci siamo incontrati, 3 o 4 persone che si occupavano delle stesse cose, in apparenza casualmente (dal punto di vista Buddista non c’è niente di casuale) e qualcuno ha proposto di organizzare qualcosa in Italia o comunque in Occidente: un’associazione internazionale che possa stimolare le persone verso un progetto di unità interiore, di ascolto di sè, in gruppi di sviluppo e soprattutto di poter portare questo progetto verso coloro che si occupano di cura, di coloro che si occupano di altre persone perché in questa maniera la cosa si moltiplica. C’è un mio amico psicologo che lavora in Israele, un grosso lavoro sulla psicologia emergenziale, perché hanno bisogno di questo tipo di psicologia .. lavora con i medici ed io dico… “come riesci a lavorare con i medici, che ammiro, ma che sono soprattutto tecnici?” Lui dice : guarda che il punto è questo…che sono delle persone splendide, ma la loro formazione è una formazione a non ascoltare ma ad agire, a fare, ma quando cominciano ad ascoltare e ad ascoltarsi allora diventano qualcosa di super. Questo mi ha dato una certa fiducia nelle istituzioni medico- sanitarie; poi ascoltando anche questa esperienza di Pontedera…è eccezionale! anche i miei due figli sono nati in modo naturale…
Quindi c’è qualcosa da fare e il mio naturale pessimismo viene ad essere compensato ascoltando queste esperienze…Quindi per concludere, il nostro desiderio si è attuato in quanto è già un anno che lavoriamo al “Mindfulness Project”: siamo già al terzo convegno, ci sono persone che lavorano molto bene, (non come me, io molto meno)….il progetto è quello di far integrare due emisferi culturali: la psicologia orientale e quella occidentale..in un progetto ambizioso di trascendenza della psicologia e quindi di un percorso che si muove (non proprio verso la spiritualità, a me non piace tale termine), io direi, verso una spazio della mente, di accoglienza prima di se stessi e delle proprie parti diverse e, solamente dopo ciò, di accoglienza della diversità dell’altro perché può avvenire solamente in questo modo!
Intervento del Dottor Massimo Srebot – Pisa
Il dottor Srebot è medico, direttore di ostetricia e ginecologia presso il Presidio Ospedaliero di Pontedera.
“Vorrei portare la nostra esperienza di Pontedera, che può avere il valore di una piccola tessera di un mosaico, pero è abbastanza in linea con gli altri contributi e mi sento in linea anche con la relazione introduttiva del prof. Lazlo Parlare di donne come uomo è, non dico imbarazzante, ma particolare e sono perfettamente d’accordo con alcune cose dette da Alessandra Poli relative parto. Personalmente ipotizzo una chiave un pò diversa: in fin dei conti le prime manifestazioni che ci sono nella donna incinta sono la nausea e il vomito; la stragrande maggioranza delle donne ha nausea e vomito, qualcuna in maniera esagerata, qualche altra per niente. Allora, in termini evoluzionistici, se una certa cosa che si è confrontata per decine centinaia di migliaia di anni con l’ambiente quindi è risultata favorevole in qualche modo, perché ignorare questo dato cercando farmaci, (che poi fra l’altro non esistono), per cercare di cancellarlo, per individuarlo come patologia. In fin dei conti, se fosse stato cosi sfavorevole, si sarebbe estinto: in natura si selezionano cose estremamente sofisticate, quindi perché quelle donne che non hanno nessun disturbo non sono la maggioranza? Invece la maggioranza ha questo tipo di manifestazioni. Forse (ipotesi…confrontiamoci) nelle decine di migliaia di anni le persone che riuscivano a manifestare che erano incinta (dato che il test di gravidanza in farmacia non c’era!), in qualche modo forse venivano supportate dal gruppo in maniera maggiore fin dall’inizio. In momenti di difficoltà, di confronto con l’ambiente, nella ricerca del cibo, le persone che manifestavano qualcosa di particolare potevano essere supportate meglio e allora questo si è selezionato in positivo; chi non ha dato segno di essere incinta si è selezionato in termini negativi, come se ci fosse un richiamo ad una situazione molto particolare. E’ una proposta. D’altro canto, e non voglio dare chiavi di lettura di tipo ormonale-neuroendocrino-recettoriale ma semplicemente evoluzionistico, la stragrande maggioranza delle donne partorisce attraverso un travaglio di parto faticoso, doloroso mentre una piccola parte di donne partorisce velocissimamente senza quasi accorgesene. Non credo che ci sia una punizione divina dietro questa cosa, ma una selezione… e allora puo darsi che la chiave di lettura sia questa (è una proposta): le donne che si sono rese conto in qualche modo che stava accadendo qualcosa di estremamente importante attraverso sensazioni estremamente forti, e hanno avuto il tempo di trovare la compagnia giusta e il luogo giusto, sono sopravvissute, quelle che, in mezzo alla savana o alla foresta, hanno partorito di colpo senza assistenza hanno avuto invece minor possibilità di sopravvivere. E’ come un richiamo all’ambiente…Avevo già l’ispirazione ad un certo tipo di lavoro, altrimenti, 22 anni fa, le mie figliole non sarebbero nate in casa, facendo scandalo nell’ ambiente dove lavoravo.Nell’ambiente ospedaliero l’ atteggiamento fa sì che si mettano in moto dei meccanismi naturali di rallentamento e di ostacolo al travaglio e all’ espletamento del parto, i quali vengo messi in moto, entro certi limiti, là dove la percezione inconscia è: “questo ambiente non è quello giusto e questa compagnia non è quella giusta; meglio che mi muova a trovare quella giusta, altrimenti come faccio a mettere al mondo un figliolo quaggiù”.Non sempre ci riusciamo, ma il nostro tentativo è andare in questa direzione favorendo la fiducia delle donne e promuovendo una nascita naturale…(N.d.r. evitando le resistenze inconsce).Tornando un attimino indietro alla storia recente, in fin dei conti negli anni sessanta si manifestò una falsa pretesa di assicurare la salute: sicuramente ci sono dei problemi… la patologia esiste, e su quella è giusto intervenire; è necessario perché oggi non si tollera una selezione della specie che preveda il danno o la morte nè del neonato o tanto meno della madre. Però vediamo che l’ 80% dei parti va proprio liscio come l’olio. Si è scatenato questo meccanismo: dalla richiesta di supporto da parte della donna (questa naturale richiesta della persona giusta, questo richiamo naturale che c’è dietro e che probabilmente si fonda su una selezione avvenuta decine di migliaia di anni fà), si è evoluta oggi una cultura, ahimé, maggioritaria contro la quale ci scontriamo in questo momento, perdendo, devo dire francamente. Perché se vediamo le proposte di legge sul parto, dall’analgesia in sù, c’è tutta una serie di belle cose (magari addolcite con ipotesi di parto a casa) contro le quali non ho nulla salvo un problema di costi e di gestibilità nel pubblico. Quindi, negli anni sessanta si è sviluppata questa cultura : io gestisco la tua gravidanza, gestisco il tuo parto tu mi dai un bel pò di soldini e hai la sicurezza. Questo ha significato espropriare la donna di una esperienza, a mio giudizio estremamente importante, derubarla con l’inganno vero e proprio della possibilità di dimostrare a sè e agli altri di quanto è capace di fare. Io sono un uomo, quindi se riesco a dirlo io in base alla mia esperienza di lavoro, vuol dire che sento questa cosa come estremamente forte. Io credo, al di là del salto in termini di salute, in quello che si può fare restituendo alla donna questa forza, questa percezione di quanta forza ci può essere nel superare questo tipo di passaggio. Ovviamente c’è una sicurezza, la dove c’è una patologia interveniamo, magari anche nel sospetto di una patologia per l’amor del cielo, non vogliamo incidenti che possano succedere trascurando queste cose, siamo scrupolosissimi. Ma cerchiamo di recuperare questo tipo di manifestazione forte, perché la donna che sarà consapevole di essere forte di questa esperienza, rimanifesterà la stessa cosa nei confronti del figlio, cercherà il pediatra al momento giusto e non per una consolazione che è nefanda perché poi il pediatra le darà un farmaco che al 99% farà del male e quindi si perde in salute.Fondamentalmente dietro questo mio giudizio c’è …(ecco il collegamento con la cultura di pace)….una cultura di non sopraffazione e di non soggezione alla sopraffazione, perché rifiutare di essere dipendenti da una pratica medica vuol dire rifiutare di essere dipendenti da tante altre cose, vuol dire una cultura di non sopraffazione e di non soggezione quindi di rapporto paritario di aiuto: io ti dò il giusto aiuto perché sono capace di farlo, ma se tu riesci ad andare per conto tuo meglio.E’ come se, in questo caso il professionista fosse l’adulto che con un piede da una parte e dall’altra di un fosso aiuta a far scavalcare questo fosso a dei bambini: ci sono quelli che saltano da soli ed è bene che saltino da soli, perché come si toccano vanno nell’acqua, se invece qualcuno ha bisogno semplicemente di un incoraggiamento, glielo diamo; è ovvio che se uno ha bisogno di una mano lo facciamo saltare e quello che non ce la fa lo prendiamo in collo e lo portiamo dall’ altra parte: ma attenzione, perché se il bambino che salterebbe benissimo da solo viene toccato, va nell’ acqua.Così succede con la “malpractise” che frequentemente portiamo indosso. Quindi una cultura diversa un modo, di operare diverso: sono d’accordo e queste cose non si dicono soltanto, si fanno tutti i giorni, faticosamente scontrandosi contro indirizzi diversi, che sono presenti nella stragrande maggioranza dei colleghi, sono presenti nelle richieste della maggioranza delle donne purtroppo anche a causa delle mode, perché, ad esempio, un anno e mezzo fa sono state monopolizzate da un esimio collega delle trasmissioni di domenica, in cui si diceva che il “cesareo” è il miglior modo per partorire. Ahimè, purtroppo in commissione sanitaria è passata una legge sulla partoanalgesia che è feroce da questo punto di vista e non so come le donne l’abbiano potuta far passare, veramente non so… anche se posso immaginare, ma mi scandalizzo.Penso che noi, invece possiamo partire in tanto grazie a delle ostetriche che ci mettono l’anima e che cercano di dare un contributo attivo e soprattutto dall’esperienza delle donne e dalla forza delle donne che hanno avuto la possibilità di partorire in un certo modo e poi diffondere politicamente e culturalmente un qualcosa di diverso. Perché io credo che… e torno alla piccola tessera di un mosaico grande, apparentemente scollata…penso che anche questo contributo sia nella direzione giusta !
Domande:
D. Cosa sta facendo l’Italia e l’Unione Europea per la pace mondiale? Risponde Prof. Laszlo
Sono gli italiani stessi e gli europei che possono fare qualcosa, è la gente, la società civile che dovrà agire soprattutto…Nei governi tentano, in Europa, di non aiutare: c’è questo atteggiamento di guerra, di “occhio per occho dente per dente” ed è molto pericolososo. La grande speranza è cosa fà la gente comune di tutte la parti del mondo, cosa è il movimento della pace, i movimenti anti-global o i movimenti sociali: quello è l’ importante.
D. Il professor Lazlo afferma che piccoli gruppi possano produrre grandi cambiamenti, quindi possiamo trarre dalla storia gli esempi che diano più fiducia nella riuscita di questi piccoli gruppi?
Risponde il prof. Laszlo:
Piccoli gruppi hanno cambiato il mondo per bene o per male: purtroppo nel 20° secolo i piccoli gruppi hanno cambiato il mondo per male cominciando con il leninismo. All’ inizio Lenin era quasi solo era un piccolo gruppo che ha preso potere.Poi Hitler: per cominciare aveva un piccolo gruppo, dopo ha avuto grande potere. Mao e Castro avevano sempre piccoli gruppi…ma abbiamo avuto anche grandi pensatori che hanno cambiato il mondo con il loro pensiero e qui occorre riflettere e vedere come questi piccoli gruppi possano avere il peso politico ed economico. Probabilmente in Europa ci saranno milioni e milioni di persone, ad una prima stima è 80.000.000 di europei che hanno un’altra cultura e che chiamano culturali creativi….. in America ci sono 50.000.000 di adulti cosiddetti culturali creativi.
Risponde il Prof. Galleni:
La domanda sull’ Europa mi tocca particolarmente perchè io vivo con grande passione questo momento che è un momento molto delicato di costruzione dell’Unione Europea. Riflettevo proprio sull’ idea della noosfera, di cui parlavo prima, che si può costruire o con un centro solo che si espande e impone un pò la sua cultura a tutti, oppure con l’aggregazione di più centri. Il tentativo dell’ Europa è un pò quello di costruire una struttura sopranazionale, partendo dal basso.Viè stato un momento importante: all’ inizio degli anni 50, dopo due guerre terribili e per evitare altre guerre, si propose la “comunità del carbone e dell’acciaio”: mettiamo insieme il carbone e l’acciaio, che erano gli strumenti per fare la guerra e mettiamoli in una comunità sopranazionale e mettiamoli in comune proprio per quelle nazioni che si erano scannate in due guerre, la Germania la Francia e l’Italia. E’ stato un evento importante; ed è importante anche questo continuo riferirsi agli strumenti che abbiamo di volontà popolare: adesso siamo preoccupati per il referendum della Francia per la costituzione europea, ma questo continuo cercare di costruire una struttura sopranazionale e sempre dovendo convincere la gente e dovendo poi andare a vedere cosa accade, questo è secondo me un evento estremamente importante quindi è la costruzione dell’Europa in sè che è un segno importante.Il punto è poi quello di riuscire a sviluppare questo progetto: uno dei politici che più hanno lavorato sulle teorie di Tailhard era un africano che è stato presidente del Senegal; egli, proprio riflettendo sulla noosfera, aveva questa idea: occorre costruire per aggregazione, per aggregazione di comunità, di villaggi, di regioni,di stati, che poi a poco a poco fanno nascere più punti e alla fine si puo costruire una noosfera pluralista. Altrimenti c’è un centro unico che poi si diffonde da per tutto e alla fine non c’è più la possibilità di incidere. (N.d.r. come nei tumori!)Io cosi mi illudo: una delle speranze che mi rimangono è proprio questa Europa che si costruisce nella diversità, perche poi l’Europa è infinitamente diversa nelle sue varie componenti, ma riesce ad andare avanti in un processo di integrazione che è fondamentalmente un processo di pace.

Altro intervento del dott. Cerbone

Il professor Galleni prima parlava di punto di stabilità, mentre il dottor Srebot parlava di questa storia del vomito e di questi segnali che la donna manifestava, io credo che c’ è qualcosa che accomuna questi due momenti ed è in quello che diceva il professore Lazlo all’inizio, che io condivido pienamente: nei processi della teoria della complessità c’è un punto che si chiama biforcazione; biforcazione ha un significato: cioè in quel punto ci deve essere una rottura per trovare un nuovo punto di equilibrio; questo nella meccanica, nel pensiero meccanicistico non è considerato perchè si pensa alla prevedibilità del processo; invece nella teoria della complessità non c’è prevedibilità, noi sappiamo che un punto di rottura è un punto di biforcazione, le variabili sono tantissime. Per la donna che succede? (io non parlo come donna parlo soltanto di quello che lei esprimeva prima ) c’è un corpo che si modifica, è una struttura che deve trovare un nuovo punto di equilibrio e lì trovare una nuova stabilità e allora questi sono segni, sono segnali di questo movimento che inizia.Inoltre noi ci siamo presentati come “terapeuta reichiani”, allora noi facciamo oggi una lettura di quello che siamo applicando il concetto e la teoria della complessità, perché c’è una cosa di cui nessuno di noi ha tenuto conto ed è il tempo: i processi sono irreversibili perché il tempo è irreversibile.Inoltre io appartengo al mondo maschile con la mia specificità, ma parlare nei termini di sentirsi riconoscenti con il femminile che ci ha generato e ricercarne la forza e la creatività per superare il momento di crisi, il punto di biforcazione, significa aprire una novità e non è una novità qualsiasi, è una novità di pensiero culturale, che è in relazione con quello che diceva anche lei rispetto alla stabilità, alla noosfera e alla biosfera. Perchè è necessario che si incontrino queste due dimensioni che appartengono a due culture differenti e devono trovare il punto di incontro per andare verso una coevoluzione se no non c’è vita; e non è una questione soltanto di ascolto o non ascolto è qualcosa di altro perché io credo che anche i monaci tibetani hanno la parola: non sono fatti solo di ascolto, l’ascolto è all’interno del processo della parola e senza la parola non c’è l’ascolto. La gestualità fa parte di qualcosa di antico, la parola è il processo più evoluto tra mente e corpo perché noi siamo fatti di tre cervelli: questa è la teoria di Mac Lean: esiste un cervello “rettiliniano”, un c. limbico e la corteccia. Noi oggi possiamo incominciare a discutere e mettere tutti e 3 questi cervelli insieme perché noi siamo delle stratificazioni in co-evoluzione e il tempo stratifica e un geologo lo sa bene: quando va a vedere il terreno può guardare il tempo come ha stratificato, come è passato e sono passaggi evoluti e che creano nuove evoluzioni.
CONCLUSIONI
dott.ssa Marialuisa Grosso
In sintesi, mi sembra che attualmente l’umanità stia vivendo un particolare momento di trasformazione. Se abbiamo superato da poco un punto di biforcazione e le tendenze ci portano verso il tracollo entropico, appare evidente la necessità di una risalita e di strategie nuove per un mondo nuovo. Mi viene in mente Giordano Bruno e l’Uomo Nuovo e il concetto di Giuliana Conforto (fisico nucleare…bruniana ) della Vita come Amore, come energia elettrodebole, che permea e rende coesa ogni cosa nell’universo…E ancora il pensiero di Aurobindo, studioso e maestro della saggezza vedantina, quando dice che “la materia è coscienza addormentata: tutto è coscienza, ancorchè non consapevole di sè”.E, se la materia è uno stato dell’energia mi fa piacere soprattutto ricordare con forza Wilhelm Reich, di cui cito testualmente alcuni brani tratti da quel libro sorprendente che è “Superimposizione cosmica”: “L’uomo è, assieme a tutti gli altri esseri viventi, un frammento di energia orgonica cosmica specialmente organizzata”…. E ancora, similmente al pensiero di Teilhard de Chardin: “Poichè l’Io è un frammento di energia orgonica cosmica organizzata, questa piena consapevolezza (individuale) è un passo avanti nello sviluppo funzionale della stessa energia orgonica cosmica”…. “…Pertanto nell’autoconsapevolezza e nell’anelito alla perfezione della conoscenza e della piena integrazione delle proprie biofunzioni, l’energia cosmica diviene consapevole di sè. In questo divenire consapevole di sè, nel conoscere se stessa, nel crescere nella coscienza di sè, ciò che si chama destino umano è tolto dal campo del misticismo (n.d.r. misticismo inteso come cercare qualcosa al di fuori di sè) e della metafisica. Esso (il destino umano) diviene una realtà di dimensioni cosmiche che si fonde comprensibilmente con tutte le grandi filosofie e tutte le grandi religioni dell’uomo ed intorno all’uomo”
Per concludere
Mi pare che la domanda sottesa ad ogni argomento sia proprio quella di una nuova nascita, un rivolgersi alla saggezza e all’energia del femminino che tutto accoglie e tutto genera e rigenera: il concetto di simbiosi richiama all’idea di un nuovo concepimento, una nuova accoglienza in un “grembo materno”, una mater, materia, matrice che rigeneri e trasformi. Ritrovando le antiche radici della vita che, evolvendo, fin qui ci ha condotto, personalmente sono fiduciosa in una nuova rivoluzione umana, una rivoluzione di coscienze, siamo pronti per un risveglio, per un venire alla luce. E sono convinta che, nato da pochi individui, in un piccolo gruppo, come un diapason, il nuovo pensiero è già patrimonio di tutti. Perchè era già lì come possibilità, pronto come seme da germinare, fin dalla notte dei tempi.

shantij

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