Androginia e ambivalenza divina in India-Note sulla paradossalità del sacro

✦ Filosofia e Tradizione

Questo saggio esplora la natura paradossale del sacro attraverso il concetto di androginia e ambivalenza divina, analizzando come le tradizioni indiane e il pensiero di studiosi come Rudolf Otto, Mircea Eliade ed Ernesto de Martino abbiano interpretato la trascendenza delle dualità.

“L’unione dei contrari rappresenta la struttura più profonda della divinità, la quale può mostrarsi, alternativamente o simultaneamente, benefica o terrifica, creatrice o distruttrice.”

Relazione di Gianluca Reddavide

I concetti di androginia e ambivalenza divina sono profondamente intrecciati in molte tradizioni religiose e mitologiche del mondo. Essi rappresentano tentativi di descrivere la natura della divinità come una totalità che trascende le limitazioni e le dualità umane, come il genere maschile e femminile, il bene e il male, o la creazione e la distruzione.

Punti chiave della paradossalità del sacro:
Androginia come Totalità: Simbolo della coincidentia oppositorum (coincidenza degli opposti).
Ambivalenza Divina: La divinità racchiude nature duali (creatore/distruttore).
Trascendenza: Il sacro opera al di fuori delle categorie logiche umane.

1. Dei e demoni

Nel suo celebre saggio del 1917, Il Sacro (Das Heilige), Rudolf Otto evidenziava come alla base di ogni religione ci fosse un sentimento di terrore e nello stesso tempo di fascinazione (mysterium tremendum et fascinans). L’ambiguità del sentimento religioso trova il suo analogo nella paradossalità che caratterizza la ierofania nei racconti mitici.

Nei miti indiani gli dei si rivelano a volte benevoli a volte terribili. Varuna, ad esempio, è una divinità che attrae e al contempo impaurisce, assimilato talvolta al drago Vrtra. Parimenti, il dio-sole Agni è chiamato “serpente furioso”, a indicare una consustanziale identità con le tenebre sotterranee prima della manifestazione luminosa.

Nei testi vedici i Deva (potenze della luce) e gli Asura (potenze delle tenebre) sono consustanziali nel tempo prima della creazione, diventando avversari inconciliabili solo nella realtà scaturita dalla manifestazione.

2. Il gioco divino

Un altro aspetto paradossale è il Lila, il gioco divino. Dio crea senza ragione, scherzando. Krsna, nella Bhagavadgita, si propone come modello di apparente paradossalità: agire senza desiderio (Kama), equanime verso tutti gli esseri.

Siva e Parvati giocano ai dadi nel loro paradiso himalayano, decidendo la sorte del mondo in un momento di intimità amorosa. Questa idea si dispiega anche nella danza: Siva Natarajan danza sui mondi che ha appena distrutto, mentre Krsna danza sul serpente vinto, unendo erotismo e potenza cosmica.

3. La paradossalità sessuale: la Dea e la bisessualità divina

La Dea (Devi) è l’aspetto femminile del Purusa supremo. Come sposa di Siva, assume nomi che ne sottolineano i paradossali attributi: Sati (sposa), Uma (madre), ma anche Durga (inaccessibile) e Kali (nera/terribile).

Nello saktismo e nel tantrismo, la realtà ultima è la coppia Siva-Sakti unita in un perenne amplesso. La nascita del cosmo proviene dallo scioglimento di questa unità. Attraverso il Kundalini-yoga, l’adepto cerca di riprodurre in sé l’unità pre-cosmogonica, conducendo l’energia (serpente) dalla base della colonna fino alla sommità del capo.

4. Totalità e androginia

Secondo Mircea Eliade, l’androginia divina è la struttura più profonda della divinità. Poiché l’Essere primordiale è un’unità-totalità, la coincidentia oppositorum si manifesta in ogni contesto. L’androginia diviene così un paradosso necessario per descrivere l’Assoluto che contiene tutto ciò che esiste.

L’Androgino Primordiale:
Oltre a Siva Ardhanarisvara, ritroviamo l’antenato androgino in molte culture: l’Adamo bisessuato dei Midrashim, Tuisto dei Germani, o la coppia di gemelli Yama e Yami in India.

5. Riti di reintegrazione

L’androginia è stata riattualizzata simbolicamente nei riti. Attraverso la ripetizione rituale, il cosmo è periodicamente rigenerato. Orge rituali e travestimenti intersessuali non sono semplici eccessi, ma mezzi per restaurare il Caos primordiale, l’unità indifferenziata anteriore alla creazione, permettendo all’uomo di tornare al divenire rigenerato.

6. Il peso della storia

Qui emerge la divergenza tra Eliade ed Ernesto de Martino. Se per Eliade il rito è fuga dalla storia per ritrovare l’Indistinto, per de Martino è una “finzione” necessaria per proteggere la presenza dai rischi del divenire. Il rito sottrae il momento critico all’iniziativa umana, trasponendolo su un piano metastorico dove fu risolto dai numi.

L’angoscia, per de Martino, non è nostalgia dell’unità, ma timore di perdere la capacità di “agire su” il mondo, di essere sopraffatti dalla natura. Il sacro serve a concentrare l’angoscia e a risolverla ritualmente, restituendo la presenza integra alla storicità.

7. Fascinans e Tremendum

Il sacro è ambivalente perché è esperienza del “tutt’altro”. È tremendum (respinge come natura caotica) ma è anche fascinans (attrae perché in esso la presenza smarrita può essere riconquistata attraverso il rito). L’ambivalenza del sacro è dinamica: è un movimento costante verso la reintegrazione.

Bibliografia di riferimento:
Bhagavad-Gita (Senart)
• M. Eliade, Il mito dell’eterno ritorno
• E. de Martino, La fine del mondo
• R. Otto, Il Sacro
Veda, Inni del Rig-Veda

Vedi Biografia e Impegno per la Pace

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