Assisi 7/9 sett.2004 Meeting”L’Oriente incontra l’Occidente sul sentiero francescano”promosso dal Mandir della Pace-Sezione Eticonomia-Relazione di Giovanni Tartara
Leggo nel libro di Mosè (Gn 26, 12.sgg), non un apologo, ma un fatto storico che esprime l’essenza, il valore del lavoro umano. Ne è paradigma:
‘Isacco fece una semina in quel paese, e raccolse in quell’anno una misura centuplicata: Dio lo benedisse tantissimo e quest’uomo diventò grande e continuò a crescere. Venne a possedere greggi di pecore e armenti di buoi e numerosa servitù.
I Filistei cominciarono ad invidiarlo, turarono e riempirono di terra tutti i pozzi che avevano scavato i servi del padre Abramo. Abìmelec, addirittura disse ad Isacco: ‘Vattene via da noi, perché sei troppo più potente di noi’
Isacco se n’andò, ripristinò i pozzi che i Filistei avevano turato, li denominò con gli stessi nomi con cui li chiamò suo padre.
I pastori di Gerar vennero a contesa con i pastori di Isacco, ‘Quest’acqua é nostra’, dicevano. I servi d’Isacco scavarono più a valle, e trovarono un altro pozzo d’acqua viva, ma quelli vennero a contesa anche per questo.
Isacco si mosse di là e scavò un altro pozzo, per questo non vennero più a contesa. Disse allora: il Signore ci ha dato spazio libero, ora possiamo prosperare nel paese.
Di là salì poi a Beèr Shèba. I servi scavarono un pozzo e trovarono altra acqua.
Vivo in un mondo e in una cultura assai diversa. Tuttavia qui trovo già in filigrana i problemi del lavoro che ogni civiltà affronta. Nella venache dà acqua viva, è facile intuire l’occulta fecondità del lavoro che produce ricchezza, per alcuni di più, per altri meno, ma sempre. Le braccia dell’uomo, che rincorrono la vena dell’acqua sfidando con sicurezza l’aridità del deserto, possono fare un pozzo, coprirlo, nasconderlo, rubarlo; ma la sorgente dura in perennità. L’invidia, che nel mondo degli affari, in segreto o di soppiatto, trama sempre inganni e frode, raggira insaziabile il lavoro altrui, senza poter scoraggiare chi ama il lavoro, né ridurne la tensione. La forza vincente dell’uomo interiore, l’intelligenza, non si ferma al pozzo, apparenza del bene, ma insegue l’invisibile vena che porta ricchezza, il misterioso ‘essere’ del lavoro concesso alla scoperta solo per l’uomo. Con il lavoro ogni uomo fa del proprio ambiente un mondo, sicuro di poterlo mantenere e governare.
Dicono che il lavoro ebbe inizio il giorno della disobbedienza, come castigo. A me non pare. Ogni animale chiede a Dio il suo cibo, senza aver disobbedito; l’uomo lavora senza sosta, è occupato nell’attività quotidiana prevista dal suo programma di vita, la mette in prova al principio di ogni giorno, senza pena, tranne forse il gemito del parto (Rm 8, 22), se lo traduco in esperienza umana.
– prove di risposta
Certamente non tutti lavorano allo stesso modo, non tutti con gli stessi strumenti, non tutti con la stessa finalità, né con la perspicacia di cambiare lavoro e, quando sono stanchi, farne un altro. Per gli animali il lavoro è una sequenza, dove il cambiamento avviene per cicli a sé stanti, non predeterminati, ripetuti senza urgenza, tutti importanti. C’è nella natura un’ampia coniugazione del verbo ‘fare’, che prende energia e lascia fatica, che chiede sudore in cambio di pane quotidiano.
La prova è richiesta agli esseri che ornano le acque, la terra e il cielo;
ai fiori che segnano puntuali le stagioni, celebrando nell’unico abito, da lavoro, da festa e da lutto, la loro breve giornata di gloria. La formica, modello di laboriosità, risponde facendo sempre lo stesso lavoro. La cicala canta, ed è sempre lo stesso spossante frinire, anche senza frutto, secondo l’apologo di scuola. Pure le api, passato l’inverno, lavorano lo stesso favo, anche se, dopo ogni esperienza, s’industriano a suggerire le varianti d’itinerario nella raccolta, danzando con aperture angolari intelligenti che segnalano, con giuste virate, il nuovo indirizzo dei pollini di stagione. Altrettanto gli uccelli: sempre lo stesso nido tra le frasche di un albero o tra i cespugli, sempre il sacco pendulo dai rami, sempre il nido ai rondinini sotto il portico, protetti da pioggia, sole e predatori.
Questo lavoro non ha pensiero creativo, ha solo istinto, fedelmente rispettato. Il premio di fedeltà copre una strumentazione potenziata che manca all’uomo, con prestazioni fisiche anche superiori. L’animale ha forza muscolare notevole, vista acuta, odorato finissimo, perfetto senso dell’orientamento, facoltà di volare, correre e saltare, intuito prontissimo sulle tracce e sulle orme, costanza irriducibile di battere e ribattere le piste per costruirsi un percorso sicuro. Molti animali, come le api, le termiti, gli uccelli migratori fanno anche un lavoro collettivo e, collaborando, producono capolavori come il favo, grazioso problema di minimassimo posto dalla natura al genio delle api per creare un incastro di cellule che a parità di volume risparmia al massimo la cera.
L’uomo ‘fa’, ‘lavora’, dà una diversa prova di risposta. È superiore nel pensiero, più ricco nei sentimenti, più creativo nell’attività. Si fabbrica strumenti e utensili per facilitarsi il lavoro, sfrutta e corregge l’ambiente. L’accesso al mondo gli consente una dominazione creatrice. L’uomo è ‘faber’. Come formatore e forgiatore, mette la sua firma su queste opere; insoddisfatto della nudità delle cose, crea una sua civiltà, rende la terra densa di presenza, garantita dalle molte doti, nutrite dalla fertile interiorità. Ha pure la libertà di ripetere la sua opera, di cambiare lavoro nello spazio e nel tempo. Nella creta modella il vaso di fiori ed anche le statuine del presepe; con i colori dipinge una parete o trascina i pensieri in un quadro; con un martello abbatte un ostacolo o anima il Mosé traendolo dal marmo. Stanco dell’attività psichica e mentale, passa all’attività fisica; può anche iniziare un’attività spirituale. Creativo come la mano di DIO, lavorando ad ogni livello, prende e trasforma ogni cosa che tocca, ogni cosa cui pensa e medita creando.
A differenza degli animali l’uomo, lavorando da solo o con altri, (per fare insieme cose che da solo mai avrebbe potuto), sente in più la responsabilità. Nella coscienza vive la ‘consapevolezza’, vive ‘con sé’, il risultato del lavoro che grava su di lui. Ho sensi di colpa se non metto
a frutto i miei talenti, se nego la collaborazione; senza di essi l’opera non vede il suo giorno.
Con la mano, guidata da un pensiero, rendo ogni cosa nuova e se coordino la mia con le mani degli altri, sviluppo un lavoro più ampio, più complesso, più ricco, denso di responsabilità. Mi trovo collocato di fronte a me stesso, diviso fra due ‘io’: il primo io che si limita al fare, lavorando come passero solitario, oppure orientato a fare il lavoro insieme con altri, unito come in una comunità, congiunto, membro di una famiglia; l’altro io che sorveglia l’utilità del prodotto e lo guida al bene comune. Quando il lavoro è ‘compiuto’, al singolare o al plurale, posso dire, con la gioia di Dio in cuore, è bello, è buono; posso anche dire lo dono, celebro un offertorio, uno scambio. Nella libertà posso anche riposarmi. Come Dio che nella sua trinità pensa, fa, e dona, e poi si riposa, e fa il suo sabato; mai smesso.
Se il lavoro degli animali si arrende all’inesplicabile, all’irriducibile, il lavoro dell’uomo, esteso alla realizzazione della vita totale, attrae per il suo carattere illimitato. Il sapere della coscienza avverte il sapere dell’io che il lavoro dà una dimensione nuova. La vita laboriosa è lotta che interviene nel vivo delle cose con l’intento di vincerle adattandole al mio disegno. Combatto quindi la mia lotta, non certo nel senso di collisione come intendevano i greci e gli gnostici, ma di confronto e vittoria pacifica come ancora intendono i persiani che a questa lotta danno il nome di lavoro. Ciò professa l’ottimista operaio di Persia, fedele discepolo di Zoroastro, secondo il quale il mondo va alla sua perdizione se l’uomo perde il combattimento del lavoro.
– una copiosa fertilità
In aggiunta alle risorse naturali, vistose e inesauribili, quali l’ossigeno, l’aria, la luce, il sole e le foreste, il lavoro dell’uomo sollecita opportunità latenti, come un canapo sommerso cui si attaccano col tempo colonie di fossili. A scoprire energie nascoste venne anche Adam Smith: nella divisione del lavoro trovò la Ricchezza delle nazioni (1775). Fu la premessa alla Rivoluzione Industriale, definita epoca dal punto di vista storico, forma culturale dal lato sociologico, combinazione di forze dal lato tecnologico, moltiplicatore di ricchezza dal lato economico. Questo il volto con cui me la presentò l’amico F. Brambilla. In questa civiltà fui calato a vivere.
Uscito da una famiglia artigiana, entrai nel mondo della scuola, e dopo un decennio lasciai l’insegnamento per il mondo dell’impresa. La Rivoluzione Industriale mi sedusse; mi dava l’opportunità di lasciare un mondo dove gli allievi cambiavano ad ogni ciclo ed io invece ripetevo per cicli le stesse cose. Avevo l’ambizione di crescere, crescere sempre.
Il mondo dell’impresa me lo consentiva ed io potevo impegnarmi negli Uffici Studi a conoscere il mercato della tecnologia, della finanza, del consumo. Conobbi così la Rivoluzione che moltiplica le opportunità d’impiego, anima il centauro uomo-macchina, inventa la specializzazione dei reparti, realizza la catena del valore e, tra l’altro, sviluppa la capacità di lavorare insieme, dando in premio tempo libero e ricchezza. Applicandomi alla Ricerca Scientifica trovai risposte utili ai problemi dell’industria ed entrai nella società del benessere. Un mondo dove il venti per cento delle persone assorbe l’ottanta per cento delle risorse e dei benefici. Di questo sistema furono acclamati tre aspetti: l’essenza tecnologica, l’essenza organizzativa, l’essenza sociale. Ne ho avvertito un altro, vistosamente disatteso, l’essenza etica, la cui valenza è stata molto sfumata nell’implicazione di distribuire ricchezza, condividere il pane, garantire benessere.
Vattene via da noi, perché sei troppo più potente di noi
(Gn 26, 16)
ESSENZA TECNOLOGICA
è il valore normalmente espresso dalla dimensione energetica messa a disposizione degli uomini.. La storia elenca: la zappa, il badile, la ruota, le armi per la caccia e la guerra… duecento invenzioni nei secoli che precedono l’avvento di Cristo. Un mondo praticamente fermo dalle origini fino al presepe di Dio, fermo anche dopo, per altri dieci secoli, sino alla fine del Medio Evo.
Infatti la storia del pensiero scientifico è scandita da tre grandi rivoluzioni:
– la scoperta dell’uomo, passato dal Tempio alla Biblioteca: vanto del pensiero greco. “ è l’intelligenza che vede e ode, tutto il resto è sordo e cieco ” (Epicarmo).
– la scoperta della ragione, scissione tra scienza e religione; il nuovo senso della storia e della vita dell’uomo; nel periodo dell’Umanesimo e del Rinascimento
– la scoperta della scienza, contro la tentazione della metafisica come scienza dei limiti della ragione e della morale, pensiero debole di uguaglianza tra gli uomini.
Tre grandi periodi tra i quali si sono verificati lunghi momenti di stasi nella tecnologia e nel circuito della conoscenza che, per la prima volta tra due guerre mondiali, entra in scena ad opera del circolo positivistico di Vienna. L’incontro efficace tra i popoli, legato all’intraprendenza delle città marinare, alla circolazione delle idee, alle grandi traduzioni del pensiero antico, ai progressi tecnici: dal pio bove e dal focoso cavallo, alla meccanizzazione dell’aratro per un solco profondo; dalla zattera alla nave, dall’astrolabio alla bussola, dalla caldaia vapore al motore a scoppio, dai falò alla radio. Tanti trasformatori delle tante energie, a disposizione dell’uomo, compresa la nucleare.
Se penso che l’Europa si costruì con la polifonia dell’ascesi spirituale e con le polemiche delle guerre, cioè nei monasteri e nei duri campi di battaglia, perché i palazzi, (il Papato e l’Imperatore), condizionarono in maniera esclusiva le due esperienze, trovo ovvio che l’uomo si dimostrasse avido di un risveglio, di un rinascimento. Ambiva una cultura che comprendesse anche la coltivazione della sensibilità e dei sentimenti come la scienza e le arti; mirasse alla scoperta di un ‘mondo migliore’, fatto di cose che offrivano la risposta a questo appello di sensibilità, per lungo tempo inesplorata, pozzo rubato e abbandonato. Quell’immagine di ‘mondo migliore’ si colorò di un particolare stile di vita per un certo contenuto di speranza fatta rinascere, rifluire dall’esperienza di altre civiltà. La forma di ‘vita migliore’, categoria di una vita in pura nostalgia, serve tra l’altro per individuare in ciascun momento storico le mancanze originali, per ridisegnare ciò che in esse è depositato come essenza di un’epoca. Nacque la ‘rivoluzione tecnologica’. Al circuito delle energie spirituali, la ragione e la sensibilità contrapposero energie fisiche, psichiche, mentali.
Si manifestarono energie imprenditoriali con effetti economici, energie di scambio presiedute dalla mobilitazione di capitali, energie libere delle arti per la sete del conoscere universale. L’energia, latente nel pensiero scientifico e nella ricerca, si contrappose al passato in cui il progresso tecnologico era frutto d’intuizioni artigiane, prive d’ogni supporto scientifico.
Leonardo da Vinci fu l’epigono sublime di questo antico processo individuale. Galileo e Newton furono i pionieri della scienza moderna che sfida la natura, in condizioni razionalmente preordinate, a produrre e moltiplicare conoscenza, attraverso processi e tecnologie continuamente rinnovati.
Prese corpo l’energia espressa dalle informazioni, fisicamente
manifestate dall’orologio, dal telegrafo, dal telefono, dal tubo catodico, dalla televisione, dal calcolatore, dal ‘telefonino’, dai prodotti robotizzati, se voglio restare sui trasformatori più vistosi. L’accelerazione del processo tecnologico, inarrestabile, e sempre più veloce, cambiò anche la rapidità nel ritmo della vita, stimolando il fascino della novità. L’intervallo fra l’invenzione e l’applicazione industriale, negli ultimi due secoli scarsi, è passato dai 112 anni per la fotografia (1727 l’idea, 1839 la realizzazione), ai 3 anni per i circuiti integrati (1958-1961), è giunto al milione di brevetti/anno all’inizio del nuovo millennio. Il film ‘Tempi moderni’, denuncia del Taylorismo spietato, èla mia eredità, nonché la preoccupazione e il rifiuto.
– il nuovo mondo
Di fronte a questo rivolgimento epocale si affacciano alla ribalta nuove istanze che hanno l’etichetta della socialità. Sono interpretate da due voci che, in luoghi diversi e con ispirazioni diverse, con le ‘stesse date’ ma con indirizzi variati, aprono ad una nuova società. Il contratto sociale di Jean J. Rousseau (Francia,1762), (l’unione attraverso il lavoro) ; La ricchezza delle Nazioni di Adam Smith (Inghilterra, 1775), (il progresso attraverso la divisione del lavoro, esasperato da F.W.Taylor).
* J.J. Rousseau dice: ciò che costituisce la realtà di un popolo è soltanto l’unione dei suoi membri; lo Stato li distingue dalla plebe amorfa e ne fa un corpo politico. Sorgente inesauribile di questo contratto è la libertà di stipularlo. La libertà, valore intrinseco della persona umana, non si oppone alle leggi naturali, esse stesse asseriscono l’esistenza della libertà; qualsiasi schiavitù è sempre artificiosa negazione di questa sua prerogativa originale. Perciò un patto in cui i singoli abdicassero alla propria libertà per darsi a un padrone, anche di coscienze, impostosi con la forza, non avrebbe alcun valore giuridico, non costituirebbe un popolo ma un gregge. Qualche proiettile che percosse la Bastiglia, e poi Porta Pia, come dice G. Carducci, fu certamente calcato nei cannoni con uno stralcio del Contratto sociale. La forte intuizione, seme per interpretare la socialità, è certamente quella che la libertà cerca l’unione; questa poi crea un corpo, come l’attrazione dei corpi celesti crea l’universo e la coesione degli elettroni crea l’atomo.
* A.Smith dice: non più la natura ma il lavoro è la sorgente da cui una nazione trae in quantità maggiore i prodotti di cui ha bisogno. La maggior produttività del lavoro dipende dalla tecnologia della divisione.
Consiste nella divisione del processo produttivo in diverse fasi, con operazioni a tempi minuscoli, assegnate a singoli operai. L’applicazione di tale tecnologia porta a formare isole di lavoratori specializzati che in un ciclo produttivo realizzano una notevole quantità di prodotti finiti, prima impossibile perché si privilegiava il lavoro in sequenza anziché in parallelo. L’Opera di Smith intuisce che la ricchezza è prodotta dalla divisione del lavoro, che non significa soltanto scomposizione ma ripartizione dell’opera da realizzare. Principio rivoluzionario.
L’essenza energetica della parcellizzazione è apparsa in tutta la sua potenza, quando l’uomo riuscì a rompere quella coesione che dà alle cose il loro aspetto naturale: l’impulso elettrico tradotto in codice fu convertito in informazione; la coesione degli elettroni, rotta dai bombardamenti in laboratorio, fu trasformata in energia atomica, utile e micidiale. I due pensatori di fine secolo hanno sollevato il problema dell’energia, leggendola sia come forza di coesione delle componenti che manifestano i corpi fisici e sociali, sia come forza dirompente nella divisione delle componenti che restituiscono l’energia latente del compattamento, fino al ‘quanto’, vuoto magnetico, il soffio di Dio. Ambedue le forme determinarono nel cammino dell’umanità, indirizzi di sublimazione: la socialità che tende a stimolare il benessere attraverso la ‘solidarietà’ di gruppo, la spiritualità che mira a rendere cosciente l’uomo della sua ‘potenza interiore’ e a manifestarla in mobilitazione e nobilitazione della sue forze fisiche.
– ‘Deus ex machina’
Il regno di Dio diventa il regno dell’uomo. Il progresso della storia, lo sviluppo delle scienze e della tecnica, la rivoluzione sociale, la modernità diventano la contraffazione della novità annunciata all’uomo come salvezza. ‘La bella novità che allieta il mondo’ (Lc 2, 10) e il messaggio apocalittico: ‘Faccio nuove tutte le cose’ (Ap 21, 5), diventaronol’irresistibile tentazione di imitare la salvezza divina con strumenti soltanto umani.
Il mondo moderno sedotto dal fascino della tecnologia contraffà l’annuncio della novità salvifica cristiana, confonde le lingue procedendo per sofismi. La tecnologia applicata da Gesù fu di prendere su di sé il peccato e, morendo sulla croce, come scrive Paolo, cancellarlo. Dunque non c’è più peccato e, con lo svuotamento magico della colpa, non è più possibile prendere sul serio il male. L’uomo di oggi che vuol vivere la novità, tutta nel presente, senza scrupoli, anche con l’accelerazione che la tecnologia imprime, torna a ripetere che la salvezza viene dalla macchina.
Sui banchi del Liceo, imparai che nella tragedia greca, quando l’azione drammatica s’impigliava nella macchinosa complessità della psiche umana, l’autore chiamava dall’alto il Dio onnipotente a dipanare la matassa. Allora regista e coreografo lo facevano scendere sul palcoscenico con un congegno chiamato ’machina’ (μηχανή). Era l’intervento decisivo di una tecnologia superiore, riassunta nella formula: ‘Deus ex machina’. Fuori di metafora, per l’uomo nuovo, la salvezza viene dalle macchine, dalla tecnologia, capace di operare miracoli. Il battesimo non ha più ragione d’esistere perché la colpa è cancellata, invece la tecnica sì, deve esistere, perché è miracolosa. Porta le vaccinazioni che aumentano le difese immunitarie, l’automobile che rimedia la fatica del trasporto, il telefono che abolisce le distanze, la televisione che dà l’istantanea sui fatti nel mondo, il processo industriale che scopre nel lavoro energie latenti che moltiplicano i beni.
L’avanzamento tecnologico è dunque quello che ci salva. Cessa di essere cattivo, proprio perché rappresenta l’unica salvezza in cui si possa ancora, e con ragionevolezza, sperare. La tecnica è intrinsecamente buona perché ci aiuta. È dunque, e finalmente, il ritorno tanto auspicato del Salvatore, mai arrivato, e mal interpretato nei suoi ripetuti annunci, perché letti con ignoranza degli eventi nella miopia del tempo.
– la confusione delle lingue
Devo riconoscere che il Deus ex machina oggi fa un’altra incursione: invade la tecnologia dell’informazione, rendendo la vita complicata, confusa e ambigua. Consuma e distrugge la parola. Questo svuotamento fa sì che la parola non riesca più ad esprimere né a comunicare. La sua inconsistenza è derivata da strumenti mediatici al di sopra di ogni principio e fuori da ogni autorità. La tecnologia ha ‘virulizzato’ la parola. Questo scempio ha portato al suicidio il poeta ebreo Paul Celan che si è gettato nella Senna perché, dopo Auschwitz, le parole più non significavano; la loro ambiguità e la loro falsificabilità erano infinite. (S.Quinzio La sconfitta di Dio, Adelphi 1992, pag. 83). Se la tecnologia della ‘parola’, fame dello spirito e suo nutrimento pieno ed insaziabile, la sterilizza, chiude le sorgenti divine da cui le parole antiche traggono qualità di vita.
La tecnologia della comunicazione, che tormenta l’anima, è una comunicazione fatta di silenzi nella parola e nelle opere. Quella viene dal silenzio di Internet che parla a gruppi elitari, e sollecita domande di curiosità (Dove? Quando? Come? Ancora?). Questa nasce invece dall’uomo ‘diverso’ che parla con forme inquietanti: nasce dall’uomo che tende la mano paralizzata, in un giorno proibito
anche alla guarigione (Mr 3); dal cieco di Bartimeo che chiede elemosina ai margini della strada, sgridato dalla folla perché sfiatava la sua disgrazia (Mc 10); dalla donna curva, con la schiena a pezzi, nei giorni in cui si deve lavorare (Lc 13, 10); dalla vedova che dona gli spiccioli, tolti al necessario, mentre gli altri li scalano dal superfluo (Mc 12, 41); dal povero Lazzaro, ulcera per i cani, brama di briciole al tavolo del ricco Epulone (Lc 16, 19-31).
Questo linguaggio esprime fame di salute, di benessere, quasi sempre affrontata da noi con domande (Perché? Come?), che incolpano gli altri, mentre Gesù risponde in modo sconcertante con la tecnologia della carità, tecnologia insuperabile dal giorno che l’abbiamo conosciuta. Il male non esiste per essere studiato e spiegato, ma per essere visto, superato, sconfitto con la potenza dell’amore. Nasce dalla parola, con altre banche dati, con altre navigazioni, diverse da Internet sia per suoni che di percorsi. Sa di amicizia, conforto, perdono, pace; va sul dolore e rientra, come il ritorno della parola a chi l’ha creata. Come dire che la parola umana è della stessa sostanza di quella divina, oppure che la parola può uscire dalla condizione umana e accedere a quella divina, se i cuori sono chiusi nel silenzio, senza fede. È la parola che, recuperate le virtù perdute, insite nella comunicazione e nella trasmissione, può risalire alla fonte, all’origine, e ritornare col nutrimento originario.
La tecnologia del ЛОΓОΣ ha la parola che si manifesta in molti modi, tempi e luoghi diversi, e sa anche stare accanto al silenzio, per riqualificarsi, per trovare la sua potenza creatrice piena.
È pausa per tornare ad essere nutrimento. fece una semina in quel paese, raccolse, in quell’anno, cento volte di più e quest’uomo diventò grande e continuò a crescere.
(Gn 26, 12)
ESSENZA ORGANIZZATIVA
È l’energia dell’uomo grande, il valore scoperto da A. Smith nella fabbrica degli spilli (1775): un operaio sfila dalla matassa il filo di metallo, un altro lo tende, un terzo lo taglia, un quarto lo appunta, un quinto arrotonda l’estremità da cui deve ricavare la capocchia. Farne la testa richiede due o tre operazioni distinte. Pulire gli spilli è un’operazione speciale, collocarli nella scatola un’altra, ed un’altra ancora è disporre il velo di carta che li separa, chiudere la scatola… Fare tutte queste operazioni in maniera coordinata e simultanea, prende il nome di ‘organizzazione’. In quella fabbrica il processo della produzione passò da 1 a 4.000, quaranta volte quella di Isacco.
Quando l’impresa sviluppa il lavoro specializzato applicando il concetto di ‘organismo’, quando il lavoro produce ricchezza facendo le cose in modo nuovo, quando l’organizzazione moltiplica gli effetti trasformando l’energia del sistema, capisco il paradigma del lavoro ed anche l’uomo che fece la semina e, in quell’anno, raccolse cento volte di più e diventò grande e continuò a crescere.
Mi risulta chiaro il principio della società opulenta elaborata da ‘JKG’, John Kenneth Galbraith, l’alfiere del New Deal: fuori dagli schemi realizzati in precedenza sulla tradizione della disperazione, vide l’essenza della rivoluzione industriale incentrata sul concetto di organismo. Formalizzò l’azienda in un sistema coordinato di tre fattori: lavoro, capitale, organizzazione, avente come finalità la sopravvivenza, e come funzione guida il reddito.
A tutta prima mi sembrò improvvido abbandonare la figura del lavoratore in proprio, imprenditore di se stesso, attore solitario nelle decisioni politiche, strategiche e amministrative, dalle primarie a quelle di routine. Difficile, in una impresa grande, per una sola persona prendere tutte le decisioni e coordinarle, riunendo in sé diverse mansioni. Per poter massimizzare l’efficienza dell’impresa, deve tener conto delle differenti esigenze dei servizi produttivi, commerciali e amministrativi, delegando.
Successivamente prese consistenza il concetto d’azienda come organismo vivente che sceglie il suo modo di essere e di sopravvivere con adattamento euristico alla situazione e all’ambiente, che consente autonomia decisionale, e vuole informazioni corrette per essere motore di sviluppo, come il nostro corpo. La decisione funziona da acceleratore, l’imprenditore diventa il moltiplicatore dell’energia generata dal rischio; il rischio si presenta in via del tutto generale come una diversità di eventi possibili, e non come difficoltà impreviste da superare; la decisione umana si fa catalizzatore delle diverse possibilità. La considerazione più importante è che la sopravvivenza non significa restare vivi sino alla morte, secondo l’aforisma di Msr. La Palisse, ma significa saper mantenere in vita, sano e vitale, l’organismo impresa. Portarlo a morire ‘sano’.
Mi riecheggiò più volte la confessione di Quinto Ennio poeta: ‘tria corda teneo’, ‘possiedo tre anime’, perché tre erano le lingue che allora conosceva. Con queste si nutriva di tre differenti culture, e moltiplicava la sua vitalità e la sua presenza a Roma, ad Atene e a Rudi, la Francavilla di Brindisi. Così l’imprenditore della nuova generazione: sa il vocabolario tecnico, quello amministrativo, quello commerciale, sa dialogare con questi tre mondi, sa utilizzare in modo efficace i consulenti che in essi gli danno assistenza. Ho potuto cimentarmi anche in una nuova disciplina, la Cibernetica, intesa come scienza della Direzione. La problematica compariva necessariamente non solo a livello della direzione generale, ma anche a livello dei singoli settori dell’impresa. Interessò intuitivamente le grandi e le medie imprese, ma poi, per effetto del fall out, anche e assai spesso, le minori. I bimbi imitano i grandi.
– lo spirito di corpo
Con la Rivoluzione industriale mi sembrò di vivere, non tre, ma due vite di sicuro: una a ciclo biologico secondo il quale mi adatto all’ambiente e ne subisco l’evoluzione, l’altra a ciclo economico che mi assicura la sopravvivenza, collocandomi costantemente in un orizzonte più vasto, non subendo ma modificando l’ambiente, accelerando il passo. Mi confermarono questa esperienza, dopo la seconda guerra mondiale, il sociologo Wilfredo Pareto e il biologo Ludvig Von Bertalanffy. La loro Teoria Generale dei Sistemi interpretava la complessità della vita individuale che sperimentavo su di me, e che successivamente ho tradotto con efficacia nell’impresa in cui ambivo applicarla.
Questo sistema ha messo le aziende in grado di implementare efficacemente i loro piani di sviluppo. L’intreccio complesso delle concause, presenti nel sistema, configurava una realtà concreta, alla stessa maniera di un organismo, sentito come unità attraverso il sistema decisionale, legato al principio della massima solidarietà del gruppo e della massima diffusione delle informazioni. Una potenza d’anima che spiegava lo spirito di corpo, la sua forza di convincimento e penetrazione, in grado di modificare l’ambiente in senso favorevole a generare ricchezza, tempo libero e libertà.
L’organizzazione mi fece scoprire la potenza dell’anima in tutto l’organismo aziendale, come spirito in tutte le parti del corpo. Da questa concezione imparai le parole più importanti che designano il soffio; in esse è riconosciuta l’esistenza di una vita indipendente che non si ferma neppure durante il sonno, quando i palpiti, la respirazione, i movimenti sembrano realizzare una vita propria e possedere una potenzialità particolare. Riconsiderai il bacio: assumendo così spesso un significato rituale, non poteva forse essere anche l’ispiratore degli abbracci di solidarietà che i membri dell’organizzazione si scambiano in particolari momenti del successo aziendale, o di vittorie come, ad esempio quelle del Gran Premio?
Non stentai a riconoscere nell’organizzazione dell‘impresa questo afflato religioso che porta la voce di Dio fuori dai templi tradizionali e fa, del posto di lavoro, un posto di devozione e d’incontro con Dio, come nuovi templi della nuova civiltà. Una volta, richiamando dai campi e dalla casa, era il tempio a riunire tutti nelle stesse mura per gli stessi canti di gioia e di lutto, e manifestava la comunità. Ora è l’impresa. L’impresa, parte integrante dell’ambiente e nuova forza di salvazione sociale ed economica, soprattutto di giustizia e di sicurezza, ha un’anima collettiva la cui potenzialità si mostra nei suoi membri, anche se diversi, mentre trasformano l’energia di Dio lavorando.
Nel tempio, come nelle aziende, (spazi sacri abitati dalla stessa energia), lo spirito attende una comune disposizione d’animo per dispensare la sua potenza creatrice a tutti, attraverso ognuno, uniti in un solo spirito di corpo. Estinguendo le barriere fra un uomo e l’altro, lo spirito manifesta un corpo ed un’anima, un nuovo composto di persone, una riaggregazione, non un miscuglio di individui; usa le stesse parole di preghiera per il pane quotidiano, per la pace, la giustizia, la fecondità dei pozzi e delle spighe, come già un tempo si usava e, nel tempo, ancora manifesta. C’è una trasfigurazione. L’immagine degli uomini, come in generale quella delle cose, è l’espressione della loro potenza e manifesta l’anima plurale, soffio di un solo spirito in tutta la comunità. Può risuonare, ora come allora, nelle chiese, prima, come ora nelle aziende, l’invocazione ‘Vieni, spirito creatore…’ e porta tutti alla responsabilità del creare. Sua è l’energia che influenza questa o quella attività; la sento per via di certe connessioni ad esperienze vissute con gli operai nelle vetrerie di Altare in quel di Savona, nelle notti natalizie alla fine degli anni quaranta. Mi confermano che questa essenza d’anima, ha senso e vita. Bisogna solo organizzarla.
Mi chiedo se sia possibile. Mi risponde Domenico De Masi, Ordinario
di Sociologia del Lavoro (Università degli Studi “La Sapienza”, Roma): “Io sono convinto che bisogna farlo presto e bene. Occorre recuperare l’anima dell’impresa perché vivere in un contesto dotato di anima è gratificante, coinvolgente, caldo. Occorre recuperare l’emulazione e l’emotività, la soggettività e la solidarietà, l’etica e l’estetica, l’amicizia e la convivialità. Un’impresa fatta da persone divorate dal demone dell’attivismo, assillate dal lavoro come categoria onnivora, compiaciute dei loro ritmi stressanti, tese fino allo spasimo verso l’eliminazione del concorrente, nemiche a tutte le altre e, in fondo, anche a se stesse, è un’impresa senza anima, senza gioco e senza felicità.”
– Il pane per noi !
Il miracolo della rivoluzione si afferma nella tecnologia del moltiplicare i beni. Una energia sacrale che sembra dare la risposta alla nostra domanda quotidiana del pane per ‘noi’; il miracolo atteso dall’umanità, quello di condividerne i benefici in proporzione alla fame di tutti. Il pane che chiediamo nella preghiera quotidiana è costituito da cibo, casa, sicurezza, civiltà; procurato da un fragile equilibrio biologico e psicologico; è fatto anche di tanti affetti e sentimenti di cui si nutre il nostro animo. Questo orizzonte sconfinato di fame fin dove si estende? Quel ‘noi’ dove finisce? Il pane è l’idea di una necessità; dov’è esiliata quella degli altri? Fin dove ci organizza la tecnologia? Certo è che di quella preghiera non posso accettare la risposta, rivolta a me, prima che Dio non abbia ascoltato la domanda di chi ha più fame di me. Il pane che chiediamo non è per noi che abbiamo ‘tante forme di pane’, tanta sazietà con dentro un pezzo di Amazzonia, di Africa, di Kenya, di Hong Kong, ma è il pane per loro che ci hanno dato tutto di loro, e adesso ci restituiscono la fame. Nasce dal loro deserto dove non c’è nulla, e in più il silenzio. Neanche i sassi, se non ridotti a sabbia. Neanche il rumore, se non del vento. Neanche il suono, se non la iena che ride le urla di morte. Neanche la carne, se non le ‘quaglie di passaggio’. Neanche il pane, se non la ‘manna’, l’incerto, il misterioso ‘non so che cosa’ (Man hou?)’, giusta per un giorno (Es. 16, 15).
Nasce dal deserto che noi abbiamo fatto, dal cimitero dove l’Abbè Pierre sul volto dei morti vedeva la fame che ride.
Fatto cimitero, l’abbiamo chiamato pace come Tacito quando commentava l’esito delle guerre romane. Rimane deserto con l’enigma della Sfinge che solleva la questione dell’identità umana in luoghi dove la fame di molti trasforma in alleanza un popolo che non ha e si rivolta contro chi ha, messo sull’altra sponda. Là, dove la moltitudine ha “le marmitte piene di carne…”, dove mangia “pane a sazietà…”,
provocando nella popolazione su quest’altra sponda gridi di oppressione che portano in alto i gemiti della povertà sofferente.
L’organizzazione dell’impresa riformula la petizione della preghiera che punta sul ‘pane di ogni giorno, per tutti’. L’attributivo ‘nostro’ lo spande su tutto il mondo. L’organizzazione industriale che si ritira dall’impegno, mette in gioco due fattori, la produzione della ricchezza e la distribuzione, fattori ortogonali secondo la scienza, cioè indipendenti. Invece i fattori sono obliqui, cioè dipendenti, secondo l’esigenza dell’ominità, sostenuta dalla organizzazione resa viva dal cuore. Produzione e ricchezza ci obbligano a scoprire e organizzare un sistema di valori e di principi morali che costringano a tornare normali nel fare e nel dare. La distribuzione della ricchezza chiama in gioco le dimensioni della fame di tutti e di tutto, ad ogni ora del giorno perché l’uomo vive di pane, di parola, di sicurezza, di libertà, di giustizia, di lavoro; perché l’uomo, in tutte le pagine della storia, lavora per il pane, ha fame e sete di giustizia, ha la passione per la libertà e la sicurezza.
Questa sintesi organizzativa dell’impresa si basa sulla natura dei sistemi viventi, copiati sostanzialmente ed efficacemente dallo schema della vita. Il metabolismo di una cellula è costituito da una rete (forma), di reazioni chimiche (processo), nelle quali vengono prodotti i componenti della cellula (materia), insieme con reazioni che rispondono alle sollecitazioni ambientali in modo cognitivo, cioè attraverso cambiamenti strutturali autonomi (significato).
La morfologia d’impresa ha le stesse caratteristiche. La configurazione di relazioni tra i componenti dell’insieme: capitale, lavoro, organizzazione, rappresenta la parola dell’imprenditore, l’anima autogenerativa, (la forma). La scelta di una struttura che renda visibile le proprietà dei materiali messi insieme e la loro interazione è (la materia). La consegna all’ambiente del prototipo, come sistema che opera in condizioni lontane da quelle di equilibrio e aperto alle correzioni è (il processo vitale). L’adattamento all’ambiente in cui il prodotto realizza il suo destino attraverso un processo di apprendimento, è l’ermeneutica che lo connette strettamente con il modello di autopoiesi con molteplici anelli di retroazione (significato, vissuto)
Interessa notare come questo orizzonte concettuale, costituito da quattro prospettive interdipendenti sulla vita, mostri alcune somiglianze con i quattro principipostulati da Aristotelecome ‘cause’ interdipendenti di tutti i fenomeni: (cause interne: materia e forma), (cause esterne: efficiente e agente). Trovo affascinante che dopo oltre due mila anni di filosofia, si riprenda ad analizzare la realtà all’interno delle quattro prospettive.
Non potevo ignorarlo quando la rivoluzione industriale mi chiamò, mettendo alla prova i miei ricordi e il mio spirito.
scavò un altro pozzo, per questo non vennero più a contesa
(Gn 26, 22)
ESSENZA SOCIALE
La produzione scientifica, costituita da scoperte e invenzioni, ha sviluppato metodologie di programmazione e costruito trasformatori energetici che cavalcano processi di sviluppo e diffusione. Il carattere scientifico della ricerca non si esaurisce nel ‘conoscere’ che presiede in modo sistematico allo sviluppo della tecnologia e dell’economia, ma dà luogo a prodotti anche acquistabili, di cui il brevetto è uno, le informazioni un altro. Lo sviluppo industriale, attraverso la ricerca applicata, aziona un processo sociale che diffonde conoscenza, e promuove nuova cultura. Protagonisti sono gli scienziati che rubano i ‘sogni’ agli artisti per costruire la ‘realtà del domani’; protagonisti gli imprenditori dai molti profili, (innovatori, assuntori di rischio, coordinatori di decisioni e gestori di risorse), che rubano le ‘formule’ degli scienziati per trasformare, con proposte di consumo, comfort e benessere, la ‘realtà di oggi’.
La vera essenza sociale della rivoluzione resta tuttavia l’eccellenza della attività organizzativa sull’occasionalità scientifica e tecnica della ricerca; lo spicco della organizzazione trasferibile e migliorabile sull’azione artigianale e artistica della figura padronale; il volto politico e sociale del lavoro basato sui due principi della rivoluzione industriale, quello della libertà e quello della sicurezza.
La libertà di agire è la scoperta fondamentale che diventa origine primaria ed essenziale dello sviluppo; quando viene meno, non si ha né evoluzione né rivoluzione. La decisione concretizza un’azione coordinata sul mondo esterno, esprime la volontà creatrice dell’uomo e indica in modo preciso che la libertà non è fine a se stessa, ma mezzo per costruire qualcosa in cui conficcarsi secondo la filettatura prevista.
La sicurezza economica è l’altra fondamentale dimensione. Non è affatto conseguenza del miglioramento economico collegato allo sviluppo dell’impresa, ma una reale dimensione intrinseca, nuova. Si basa sul principio di assicurare ad ogni persona una possibilità di lavoro autonomo. Il momento tecnologico e quello organizzativo ne assicurano l’attuazione pratica, perché, in forme e in tempi diversi, danno a ciascuno la possibilità di esplicare un’attività decisionale secondo le proprie capacità.
I pericoli riguardano il rischio e la decisione autonoma: il rischio visto come arena su informazioni mai certe; la decisione, che le misura e metabolizza, vista come espressione e misura della libertà.
Il coordinamento realizza e tiene sotto controllo una combinazione di risorse, chiamate fattori della produzione, che convertono i bisogni in prodotti per soddisfarli, che danno reddito per acquistarli, e lasciano tempo libero per fruirli. L’anticipazione della domanda, la scoperta dei gusti e dei bisogni, altro non sono che le più tipiche espressioni di questa qualità sociale che crea speranze all’uomo e giustifica l’impresa come strumento non induttivo di consumi ma deduttivo di beni.
La rivoluzione industriale garantisce questi risultati alla società e all’impresa se si attuano i principi della buona qualità del vivere civile.
Buona qualità delle informazioni che insidiano il rischio, sfruttamento ottimale delle risorse che chiedono impiego, ottimo adattamento all’ambiente che vuole rispetto, massima coesione del gruppo cui non è imposto di completare l’opera ma che non è più libero di sottrarsi. Emergono altri problemi della vita umana che spetta a noi rappresentare: l’arricchimento del lavoro, la soddisfazione del compito, la disoccupazione dei giovani che rischiano di farsi pensionare dai vecchi; l’indebitamento del terzo mondo tenuto lontano dalla mensa del ricco epulone.
– techne e paideia
Per i giovani e per coloro che ne mantengono lo spirito: tecnologia e formazione, come dicevano i maestri Greci; ben diverso da panem et circenses’ dei Romani che volevano sicurezza del pane e delirio nei giochi. La nostra famiglia, e l’impresa, fino agli anni settanta, memori delle ristrettezze passate, pensarono a tutto: figli e subalterni erano dipendenti, esecutori. La figura del giovane era di un ‘essere reattivo’: subiva l’influenza dell’ambiente, si sentiva bene quando era trattato bene, si poneva sulla difensiva quando era trattato male. Noi eravamo remissivi e lui, protetto da strutture di sicurezza, era sciolto dalla gestione della libertà. Oggi viene rivalutata la partecipazione attiva volta a migliorare l’organizzazione. È richiesta la gestione saggia nella famiglia e nella società. La figura auspicata è quella di un ‘essere proattivo’, libero e responsabile nel costruirsi la propria vita; imprenditore di se stesso, libero dai condizionamenti, capace di fondare la propria vita su scelte libere nel mondo del lavoro, orientato a principi di laboriosità, onestà, correttezza, sincerità. Disposto a cambiare mentalità. Amministratore consapevole di valori condivisi. Preparato alla libertà.
Il lavoro è un prodigio da amare, è fonte di energia, produce ricchezza. Si parla di Total quality, riconoscendo che ogni attività produttiva, specie nei servizi, ha valore solo se produce benefici per gli altri, clienti o consumatori, disposti a pagare il prezzo del prodotto o del servizio offerto.
Accanto c’è la Personal quality che implica l’amore per il proprio lavoro, per le attività capaci di sprigionare energie latenti, per l’interesse che suscita veramente, perché dobbiamo farlo meglio degli altri. Se l’obiettivo è solo l’attesa della fine dell’orario e del massimo guadagno si è perdenti in partenza.
Quali le prospettive più immediate?
La prima è che, divenuto temporaneo il lavoro, nessuno è più in grado di garantire un posto di lavoro stabile o a vita. Quindi lo stato d’animo di chi offre e di chi cerca lavoro deve necessariamente fare un salto culturale: programmare l’instabilità e viverla come normalità. La seconda è che il lavoro, esteso a un mondo più vasto, richiede di conoscere altre lingue e altre culture, come momento di differenziazione e condizione minima per stimolare interesse al proprio curriculum. Il lavoro richiede, in maniera indispensabile, la conoscenza di strumenti tecnologici avanzati: personal computer, software multimediali, rete Internet, perché l’ambiente di lavoro richiede il linguaggio tecnico, economico, psicologico, organizzativo, sociologico, oltre che capacità di dialogo appropriato. La terza è che il lavoro impone una mentalità di apprendimento continuo: la scuola durerà tutta la vita, perciò l’obbligo di frequentare corsi di aggiornamento tecnico, o di formazione etica e professionale, permane.
Altra prospettiva, la più grave, è il problema del terzo mondo. Senza equivoci demagogici, mi domando se la risposta è creare posti di lavoro attraverso la globalizzazione che trasporta capitali e stimola altrove la domanda. È forse aprire all’immigrazione offrendo prestazioni sui lavori marginali che rifiutiamo di fare? La formazione tecnica, professionale e morale, non è forse un nuovo contenuto da inserire nella essenza sociale per tutti i continenti? “Ho sentito parole di denuncia che hanno avuto molto peso e molto ascolto, indelebili calunnie vestite con i paramenti sacri della confessione”, dice Erri De Luca (Altre prove di risposta). E continua: “A noi spetta sopportare in silenzio, forse distinguere l’arbitrario peso che viene dato ad alcune parole rispetto ad altre? A me piace il silenzio tentato da Giona, l’unico uomo della Mikrà (l’Antico Testamento scritto in consonanti) che rifiuti di rispondere ad una domanda di Dio, invertendo per una volta, ma con effetto abbagliante, un’umanità supplicante e un Dio sordo. Il silenzio di Giona è l’ultimo riparo. Voglia il cielo di non dovervi ricorrere, di non dover scegliere l’esilio delle parole”.
Chi ha responsabilità sociale deve scegliere se vuole essere parte della soluzione o parte del problema. È parte della soluzione chi lo studia, chi si documenta sulle soluzioni adottate da altri, chi formula proposte migliorative e si muove con iniziativa. È parte del proble
chi trova sempre motivi di critica, senza proporre, chi assume comportamento di resistenza passiva sollevando solamente dubbi e perplessità. Il terzo mondo è un problema vasto come il suono di una parola gridata con il soffio profondo della sofferenza e della supplica.
– la teologia
assume lo spirito della modernità per favorire la religione in un ‘tempo’ che ne è stanco, in una società che non va più a rimorchio, ma che anticipa. La chiesa non è più lievito, fermento, profezia, come nei primi secoli. La chiesa è conclusione, parola finale sugli eventi nella direzione di una società che anticipa i temi e cerca soluzioni più veritiere rispetto a quelle ispirate dal potere temporale. Questo l’aspetto nuovo e innovativo del nostro periodo che profila chiaramente il cambiamento di paradigma nella cristianità. L’associazione del potere tra Papa e Imperatore, è tramontata come istanza regolativa di diritto internazionale. Questo principio ordinatore confessionale, del ‘compelle intrare’, iniziato dal Cattolicesimo con Costantino (Editto di Milano 313 d.C.) e nutrito di guerre di crociata e dottrina, finito con il Protestantesimo dopo altri trent’anni di guerre di religione (Pace di Westfalia 1648 d.C.), si è logorato e lascia un vuoto. L’epoca delle confessioni religiose, coordinate con vicenda alterna al potere politico, viene sostituita dall’epoca dell’assolutismo trasferito nella società. I figli di Isacco scavarono un altro pozzo, per questo non vennero più a contesa.
Il Papa siede all’Onu, in posizione di potenza internazionale come le altre, porta le proprie istanze in nome della coscienza di tutta l’umanità che si dibatte sempre in temi e problemi angosciosi. Ma sui temi della socialità, per citarne uno, si pronunciò nel 1900, quando la società lo viveva dalla fine del 1700, minacciata di eresia.
Ancora: Il 15 Maggio 1891 vedeva la luce, dopo una lunga gestazione, l’enciclica ‘Rerum novarum’. Documento di straordinaria risonanza, esaltata nei decenni seguenti dai successori di Papa Leone XIII, il papa più ardito della più recente storia papale.
Fu eletto, a sessantotto anni di età, come papa di transizione, quasi a esprimere ancora un ripensamento sulla storia passata; in realtà significò il necessario risveglio morale delle coscienze. Con questa enciclica aprì un’era nuova nella storia della Chiesa; un’era che la vede liberarsi poco alla volta da tante remore di natura temporale e riportarsi alla sua vera essenza. Questa enciclica rappresenta oggi una pietra miliare nella dottrina sociale cristiana, non soltanto perché è il primo documento, ufficiale ed esplicito, che affronta questi problemi trasversali a tutti ma perché offre ad essi un’impostazione che vuole essere duratura, allineata con le rivoluzionarie spinte innovatrici di un’altra enciclica famosa, la Populorum Progressio di Giovanni XXIII, a respiro mondiale.
Ma questo momento della religione cristiana, che evidenzia profonda sensibilità al tema sociale, è sentito a rimorchio del respiro del mondo. Dimostra che la comunità ha fame di queste parole. Meglio però se dette in anticipo. Con spirito profetico.
Senza negare in alcun modo l’esistenza di forze tendenti alla stabilità nella società, ho la convinzione che ci sono mutamenti oggi più rapidi, più complessi, più penetranti di quanto non siano mai stati in passato. Vi sono forze libere che si spingono assai più lontano dei movimenti sindacali, o del movimento giovanile o femminile, nel produrre dei mutamenti. Parlo dei movimenti spirituali che sono in atto nella coscienza di tutti ed esprimono bisogno di interiorità che il formalismo e la visibilità della chiesa sociale non riesce a coprire. Da molti anni echeggia un approccio nuovo al mondo interiore, un’attenzione nuova alle forze che sono presenti nella natura. Anche gli artisti, normalmente anticipatori dei problemi dell’uomo, prospettano nel loro lavoro una quinta dimensione, quella dello spirito. (Portavoce sono: M.C.Escher, Paul Clee). Si tratta di mettere in chiaro il risveglio della coscienza religiosa, riprendere l’origine dello stupore e del timore che ognuno sente di fronte alla ‘potenza’ maestosa che ogni cosa può contenere, disattesa oggi e inosservata in prospettiva, ma che può essere notata come l’onda quando supera l’ostacolo e dilaga sulla spiaggia.
Sappiamo che nel mondo c’è un diffuso ateismo che lascia molti, soli e ribelli, senza Dio. Il cuore non trova più appoggio, l’impegno per le scelte autonome spaventa, il dubbio trascina in uno stato di indeterminatezza, non si sa più che uccidere è male, nel cuore è spento il rimorso e, lì dentro, tutto diventa lecito, quasi che il coraggio per decidere manchi, o manchino le forze per reggere un impegno, e per riconoscere nell’altro un fratello da aiutare, sempre da amare, riconciliati, assai più che perdonati.
Assorbita dal ruolo interpretativo della socialità, la Chiesa sensibile deve aprire un orecchio alle invocazioni della nuova spiritualità, tanto più che il tema della socialità, momento con origine fuori dalla chiesa, è trasversale in tutte le classi e in tutte le organizzazioni. Sulla spiritualità è richiesta l’attenzione anticipatrice di lievito, un segno profetico, e non di eco. Sarebbe il momento triste dell’Ite Missa est, che lascia a se stessa la gente che se ne va sul sagrato.
ci ha dato spazio libero,
ora possiamo prosperare
(Gn 26, 22)
ESSENZA ETICA
La constatazione d’Isacco, ripresa dal Genesi, corrisponde alle promesse della Rivoluzione Industriale: spazio, tempo libero, prosperità. Riflettono la moralità degli operatori sociali pronti a confrontarsi con l’etica della comunità. Il buono, il cattivo, il desiderabile, sono valori individuali da mostrare e insegnare; da confrontare con il giusto, l’ingiusto, l’onesto, obblighi del vivere civile, da normalizzare e rispettare. Esprimono, in ogni periodo, dalla civiltà agricola alla civiltà industriale, la stretta relazione tra la potenza scatenata nel fare e la moralità voluta dalla coscienza, tra il bisogno di sottoporre le proprie azioni a un certo ordine e il bisogno di adottare, in via generale, una regola stabile in ciò che si fa per la comunità.
Libertà e benessere, sia per Isacco sia per una società più ampia e complessa come la nostra, comportano regole di attività individuali con riflessi sul bene comune, diventano un intreccio tra le virtù dell’individuo con la sua nobiltà di animo, e le regole accettate per un corretto vivere insieme. Tra Isacco e noi c’è però tanta storia.
In essa l’etica e la morale si sono via via caratterizzate da un’accentuazione del significato di bene nel senso che se ne parla anche al plurale, i beni, cioè opere storico-culturali realizzate per volontà delle istituzioni (etica), fatte secondo intenzioni e criteri soggettivi (morale). Nell’arco storico che va dal ‘pozzo’ della civiltà agricola, al ‘grattacielo’ della civiltà industriale, dal lavoro manuale alla organizzazione scientifica del lavoro e della vita collettiva, la genealogia della morale ha visto che le principali categorie, come buono e cattivo (valori), giusto e ingiusto (obblighi), sono evolute verso rapporti di forza che non agiscono solo all’interno della società ma anche nello stesso individuo. La singola persona non è più intesa come ‘centro’ ultimo della scelta e della responsabilità ma come ‘campo’ di lotte tra impulsi opposti, in categorie più vaste del tipo giustizia e verità (F.W.Nietzsce). Il singolo comportamento diventa sempre e soltanto il risultato di equilibri provvisori raggiunti da tali impulsi. La coscienza, che la morale ha sempre considerato come l’istanza suprema, è solo la maschera di questi giochi di forze che essa non determina ma si limita a registrare.
La dimensione del campo, che racchiude, nel bene e nel male, anche l’etica negli affari, fariconsiderare le ‘prescrizioni’ (sicurezza e sanità), le decisioni economiche pubbliche e private (massimo benessere e
giustizia distributiva), le decisioni politiche e strategiche (localizzazione degli impianti, globalizzazione), le decisioni amministrative (remunerazione delle risorse, corruzione), la gestione (uso corretto delle risorse)… Si tratta di etica cosmopolita che ha di mira tutta l’umanità anche se si sottomette asetticamente ai ‘doveri’, come previsto dal manuale di Epitteto e dagli scritti di Marco Tullio Cicerone. La condotta morale dell’imprenditore mostra qui anche i suoi moventi nascosti, e l’analisi getta una luce problematica sulla stessa libertà. Si afferma così nell’etica moderna un atteggiamento che, pur essendo radicalmente realistico, si propone fini di costruzione e di fondazione dell’impegno umano nel mondo, che vede aprirsi nuove possibilità con le applicazioni tecniche della scienza.
In tutti questi orientamenti l’etica è assunta come punto di riferimento critico: non si pensa più ad una dottrina degli imperativi, né ad una disciplina dei beni, né ad una filosofia della storia. Sembra configurarsi l’etica come dottrina del dialogo sociale nel quale si costruiscono e destituiscono, in un continuo processo di collaudo e di aggiustamento degli individui (tra loro e singolarmente) i valori e le regole cui si richiamano i singoli e i gruppi. In tal senso l’etica perde il suo ruolo di metro certo, e assume quello di unità di riferimento relativa e contingente. Un relativismo di base che impedisce la costruzione affidabile di qualunque sistema, compreso il sistema-impresa. Un pericoloso comportamento euristico di adattamento progressivo all’ambiente che rendendo precaria ogni soluzione esige un monitoraggio continuo e solerte tra obiettivo e risultato. L’imprenditore di oggi di fronte alle responsabilità di gestire un rapporto di opere con la società applica la disciplina della Ricerca Operativa che gli consente di monitorare in tempo reale l’effetto delle sue decisioni politiche, strategiche e amministrative. È il rispetto delle regole etiche, quando tratta il mercato, il prodotto, il prezzo, la pubblicità, la comunicazione e l’informazione, l’immagine, e le risorse umane, tecniche e finanziarie. Ma per superare la loro relatività ha bisogno di una robusta nervatura morale, sostenuta dalla sua coscienza che gli garantisce la reputazione e il good will.
Parlando di ‘mercato’, quello del capitale, del lavoro, del consumo, mi rendo conto che l’azienda è ricca non perché ha dei pozzi (come Isacco), non perché ha degli impianti (come le imprese di oggi), ma perché sa cavalcare i mercati per dare libertà e benessere. La difficoltà di penetrarli giustifica quanto siano diverse le sue forme (Baratto, Monopolio, Oligopolio, Monopsonio, Libera concorrenza), e quanto diversa, per ogni forma di mercato, sia la legge dello scambio che mette in conflitto il costo della produzione e i prezzi accettabili dal mercato. La globalizzazione ha sollevato un problema, uno dei tanti: produrre e acquistare dove costa meno, vendere dove si realizza di più. La scelta
implica un comportamento e il Marketing, filosofia di comportamento etico, lo affronta come proprio compito, mirando alla Customer satisfaction.
Parlando di ‘famiglia’: come nucleo domestico, come comunità, anche come paese e nazione, mi rendo conto quanto significhi dare ricchezza e benessere ad ogni famiglia per i suoi sogni di crescita (ti ho dato spazio libero…dice Isacco); quanto sia diverso concedere tempo libero da dedicare alla conoscenza sia delle cose sia del proprio essere per dare un senso alla vita (ora possiamo prosperare…è sempre Isacco che lo dice, ma parla al plurale), e quanto infine sia diverso, pensando al singolare, mettere la prosperità nello scoperchiare la pentola dei desideri, nel farli crescere in seno ad una società materialista, orientata allo sperpero e ad uno stile di vita negativo.
Parlando di ‘senso morale’: il mondo dell’impresa usa i mezzi di comunicazione con lo scopo prevalente, se non unico, di creare bisogni artificiali; usa la promozione e la pubblicità come motori di cultura, positiva secondo alcuni (affermata anche con orgoglio), negativa secondo altri, come strumenti induttivi di consumo, persuasori occulti, acceleratori di obsolescenze. Il mondo della famiglia, che dovrebbe porre un tetto ai desideri, sensibilizzare allo spreco del cibo, dell’energia, del tempo e del denaro, induce in tentazione l’impresa e questa crea prodotti inutili, propone ciò di cui la famiglia non ha bisogno o che addirittura nuoce alla salute. È una morale perversa che minaccia la prosperità e indirizza ad altre schiavitù, ad un materialismo pratico che si confronta con i vizi di un uomo debole, anziché con le virtù dell’uomo nobile.
– l’impresa, dentro
C’è l’imprenditore; costruttore dell’impresa in senso attivo e maieutico, come il bruco. La farfalla, invece, esce dalle sue decisioni. L’impresa esce con i suoi obiettivi, in base alle valutazioni dell’uso di risorse tecniche, umane e finanziarie. L’imprenditore costruisce questo insieme secondo criteri etici, garanti del successo, sapendo che le risorse di cui dispone, opportunamente scelte, non sono di sua proprietà: non lo è la tecnologia, non il mercato, non la forza lavoro. Anzi, promovendo la loro cooperazione, deve tenere un comportamento di profondo rispetto per goderne le prestazioni.
Corre dei rischi, è ovvio, ma è proprio dell’imprenditore assumerli, e non traslarli. Ha il dovere di calcolare la loro onerosità, ma anche di considerare che lui ha il Dharma (la vocazione) per affrontarli. Gode della libertà di scelta, ma l’etica gli suggerisce le alternative. Avrà imparato da Seneca, il quale ben conosceva questi problemi, che ‘nello
stesso prato il bue cerca l’erba, il cacciatore la lepre, il lupo le pecore, l’aquila il coniglio’. La sua scelta di mercato sarà quindi mirata, per ‘obiettivo’ e per ‘forma’.
Ho visto imprenditori preparati, li ho anche assistiti. Avevano approcci corretti e codici professionali di correttezza etica quando presidiavano la formulazione dei prezzi, la comunicazione, la commercializzazione. Sapevano che in un certo mercato vale la legge del più forte (ad esempio il baratto, come nel mercato del lavoro), che in altro vale la legge di chi controlla il prodotto da vendere o il servizio da offrire (il monopolio, come nella sanità, nella energia, e nelle ferrovie), in altro vale la legge di chi si accorda sul prezzo con un cartello tra lui e pochi altri (l’oligopolio delle banche o dell’informatica), in altro ancora la legge di chi vuole il prodotto in esclusiva, favorendo l’interesse di chi acquista a scapito di chi produce (il monopsonio delle economie locali a monocultura, come la produzione dell’auto, dei trasporti, delle armi), in altro infine vale la legge della differenza tra i prodotti, purché appetibile (come avviene nel libero mercato dei beni di largo consumo, dove i dentifrici sono basicamente uguali, ma prendono valenza diversificata secondo l’immagine pubblicitaria).
Sapevano quindi che ogni forma di mercato ha le sue leggi, e da esse erano impegnati a scelte criticamente corrette. Ponevano in essere il proprio mercato seguendo criteri di ‘utilità’, applicati dall’analisi del valore. Dividevano il prodotto nei suoi componenti materiali e immateriali, anche sfuggenti come quelli riguardanti l’immagine. Se emergeva il problema di scelte preferenziali, applicavano inconsciamente il suggerimento di Renato Cartesio: dividere le difficoltà in tante parti, quante è possibile e necessario per risolverle. Suddividendo i prodotti nei rispettivi componenti, associavano il termine ‘valore’ a funzioni che il produttore inseriva nel prodotto in vista dei consumatori che l’avrebbero accettato. Ragionavano su valore funzionale, valore di produzione, di scambio, di prestigio; tutti noti e realizzati in maniera appropriata. L’etica, riflettendo l’utilità delle prestazioni, li analizzava e li traduceva in un programma di qualità, che non è un ‘flatus vocis’, ma un vero modello, ben articolato, di qualità attesa dal mercato, qualità offerta dalla struttura aziendale, qualità percepita dal consumo, quale momento della verità.
Scegliere, vigilati dal controllo statistico di qualità, i requisiti di pura convenienza e trascurare quelli attesi, significava, (allora come ora), considerare la ‘produzione’ quale attività scarsa di contenuti nella customer satisfaction, e quindi poco efficace.
Oltre ai temi di mercato, ho collaborato, con gli imprenditori, allo sviluppo delle risorse umane. Erano consapevoli che con interventi
mirati, intensi per contenuti, la formazione libera forze creative, ottiene miglioramenti nelle capacità manageriali, arricchisce il lavoro, crea interfunzionalità, fa innovazione generando idee nuove e unendole allo sfruttamento commerciale. Sviluppa il senso di ‘responsabilità’ e la spirito di collaborazione tra le parti e nei reparti dell’impresa. Fa amare la transilienza che mira a competere con prodotti innovativi, nati dalla tecnologia, molto dalla coscienza, poco dall’ambizione.
Per contro ho pure incontrato uomini portatori di preoccupazione, diffusori di ansia, amplificatori di falsi problemi. Quel lavoro, che mira a contenuti economici difesi dal sindacato, ma anche a contenuti di sacralità sentiti nel segreto dell’uomo interiore, che del lavoro ringrazia, fa tesoro e aggiunta di valore sulla materia che tratta, era subìto e vuoto di contenuti. Non era amato, anche se l’azienda era grande e sicura. (Si ama la patria perché è nostra, non perché è grande!). Quel lavoro mancava di affetto e attaccamento. Ho trovato imprenditori che usavano la risorsa umana in modo scorretto; non mettevano il cuore nell’impresa né l’impresa nel cuore. Simili ad un ginecologo che sogna neonati quando studia e li traduce in morte nella professione.
Quando il lavoro collettivo acquisì dimensioni tecnologiche elitarie, il ‘lavorare insieme’ acquistò anche un senso politico. Tutti, a vario titolo, se ne impadronirono: la Chiesa, lo Stato, le Organizzazioni di categoria, il Sindacato; anche, ma in parte, gli Imprenditori. La mancanza di sacralità del lavoro, non sufficientemente avvalorata, esclusa anche per carenza di principi etici, ha fatto crescere un uomo vuoto, tristemente disumanizzato. Il comportamento imprenditoriale che non sente questo male sociale, (non posso dire non crede, perché è assurdo), porta l’uomo alla disoccupazione mentale, e gli lascia il peso di una solitudine distruttiva. Se lo condanna alla disoccupazione mentale prima e poi fisica, nasce una tribolazione che lo costringe nella miseria e lui riverbera con affanno sui parenti e sugli amici. La povertà materiale che ne consegue, diventa emarginazione, umiliazione saettata da disprezzo, intolleranza e sventura. È il degrado che, producendo disaffezione al lavoro, denuncia le carenze di prevenzione, formazione e assistenza, ispirate dall’etica, sganciate dalla morale.
Dall’etichetta del prodotto ho scoperto che è arrivata la globalizzazione. Made in… Neologismi, termini prestati dal paese del Marketing. Il circolo della qualità mi ha aperto gli occhi e mi sono accorto che dentro ai prodotti ci sono le mani della Cina, le pampas dell’Argentina, gli aromi del Brasile, le voci dell’Egitto, il palmo chiaroscuro degli Africani e, dall’Est, il reclamo di paesi ingannati. Il prodotto non ha più le mie mani, ha le loro, e insieme la loro fame. Parla di me per immagine; un parlare di facciata vuota di fatica mia. La facciata chiude gli altri in un sepolcro; solo aspettano la propria etichetta
per ricordarmi che il prodotto sarà tutto di loro, imparata la tecnologia. Oggi, avanti nella vita di tre generazioni, questi paesi li trovo in coda al mio. Altri si aggiungeranno e loro saranno in testa. Lo sento quando nel make or buy della mia era, la mia azienda, avrà perso il suo contenuto e dilapidato il proprio patrimonio. Ho letto in tutto questo ciclo di mondializzazione, la chiave del nuovo sviluppo fatto dalla gente che si affaccia alla modernizzazione. L’etica mi dà luce per criticarlo e mi suggerisce che la contestazione è un’assurdità. devo incoraggiare lo sviluppo, e far conoscere del mio sistema la ricchezza che fa crescere il mio paese, e il tempo libero che può contribuire alla crescita totale: economica e interiore.
– i risvegli della memoria
Il gioco mi mette sempre nella doppia situazione di vedermi prima e di controllarmi dopo. Lo specchio. Quando sono al lavoro, il prodotto che faccio mi pone a monte, quando sono acquirente mi trova a valle. Così è l’etica. Si pone tra gli atti e la coscienza. La vita quotidiana ripete il gioco: sono chiuso a metà fra il giorno e la notte; non so mai se inseguo la luce lasciandomi dietro le tenebre, o se invece fuggo per paura che la tenebra vinca e, raggiungendomi, avvolga di pena o di angoscia la mia fuga, ansiosa di luce. Il giorno mi pone sempre a metà: il buio è il passato; la luce è l’oggi che, rischiarando il cammino, mi sottrae a me stesso e mi unisce ad un mondo che verrà. Nel passato quello che ho fatto, nel futuro la speranza delle cose in cui credo, in mezzo un io narratore che insegue una memoria con una presenza più forte del sogno.
Il prodotto, specie se ho contribuito a realizzarlo, quando lo cerco sul mercato, avverto che gli occhi lo afferrano al volo, nella vetrina, sulla bancarella, dentro il negozio. Lo sento, come un richiamo. Mi restituisce il passato, mi porta la voce di tutti coloro che con me l’hanno fatto. Mi sollecita i ricordi, i mille tasselli della memoria che riassumono esperienza ed emozioni: il primo impiego, il miracolo del mio lavoro fuso con l’altro, i confronti, le liti, gli sforzi, la competenza che acquisivo, la volontà che donavo. Ora tutto è materializzato in ciò che vedo, tocco, gusto e, come consumatore, rivoglio. Scopro una conchiglia, e dentro la perla. Un passato, che nessuno vede, chiuso in una forma, preso da un’anima che lo rende unito e vivo. Non vedere una cosa non vuol dire che non ci sia; lo spirito di corpo, la collaborazione, il senso di responsabilità con cui ognuno ha messo se stesso dentro i materiali che trasformava, sono nella funzione d’uso proposta al mercato, pronta a dimostrare se il pensiero e le nostre mani hanno operato il giusto. Quell’anima è la forza di aver saputo generare un seme.
Comprendo. ‘In principio’ sono in fabbrica o in ufficio, e ‘poi’, quando scendo al mercato, mi ritrovo nel prodotto che ha dentro un po’ delle mia mente e del mio cuore, ha dentro la mia ricerca, il sudore di Carlo che lavorava ai forni, di Victor alla programmazione, di Giorgia alla contabilità e di Pier Mario alla direzione. È la morgana. Prima da me in produzione; poi di me in vetrina, davanti a me, sul mercato. Mi solleva il rammarico d’averlo fatto sotto la spinta dell’interesse, della opportunità, sempre e solo per me. Lì, il lavoro finito riporta tutto a forza morale, perché è finito. ‘Consummatum est’, tutto è compiuto, davanti a tutti, uguale per tutti. Ogni fase del lavoro, nel buio di un programma, nascondeva la crescita, aveva la forza di un seme e il segreto di un futuro. Ora, sul mercato, mette in chiaro le sue proprietà. Prima, la lavorazione, tra le mura di un’azienda, richiudeva ognuno nel proprio recinto come una parola nel vocabolario; avveniva in un territorio in cui ognuno giocava e, invano, cercava di escludere gli altri, rimbalzando il prodotto qua e là come palla nel campo sportivo. Ora il prodotto, ‘finito’ nei modi e nei tempi previsti, è sul banco di prova; qui, tutti uniti, noi che l’abbiamo fatto e gli altri per i quali l’abbiamo fatto, proponiamo l’etica da noi adottata. Aspettiamo il giudizio, desiderando fiducia e preferenza.
Trovo il mio prodotto sul mercato, insieme con altri. È la concorrenza. Prima, in fabbrica, sezionavo i suoi prodotti, come cadaveri privi vita; li confrontavo per trovare i miei punti di forza e migliorare i punti di debolezza. Ora li trovo qui con il mio, a narrare anche loro la propria storia e a dichiarare le loro intenzioni di guerra.
Tutti i prodotti, (questi e il mio), sono decisi a far vincere i propri contenuti, a dimostrare la propria competitività, a fare la concorrenza sulla base dei propri significati. Sono pronti al confronto, come momento della verità. Qui ogni prodotto conclude il suo natale, e sfida la persecuzione di Erode, lungo un percorso minato. Il mio laboratorio d’analisi era per loro un carcere, il mercato oggi è per loro il luogo della libertà, del confronto e del successo. L’etica tutelò una scelta, l’acquisto ne premia la verità.
Il terreno, dove il confronto incontra minacce e opportunità, è il fatidico posizionamento, luogo strategico scelto per essere visti e ascoltati in un mercato superaffollato, punto su cui avviare la battaglia della mente (posizionamento mnemonico), premessa vitale di successo da un nido sicuro. Fuori da questo asilo posso incontrare il fallimento di un sogno, per povertà dell’offerta o per carenza di energia vincente, ancor meno se l’etica non l’ha nutrita. Incontro il mio prodotto, lo guardo e lo sento. “Dal luogo dove sono confinato”, mi dice, “posso accusare l’infelicità dell’esposizione, anche i difetti della comunicazione; posso conoscere che si è parlato di me in modo poetico, forse astuto. La realtà
dice che il successo si è fatto più difficile, anche impossibile, se chi mi ha prodotto non m’ha riempito di novità e di vita, e non ha trovato un nido vuoto nella mente del mio prospect. Il mio successo è la differenza in quel cavo della mente, trovato libero. Se mi hai illuso di essere un gigante, e non lo fossi, sappi che l’elefante lotta, anche quando chi gli dà fastidio è una piccola formica, mordace”.
Penso ai rinforzi della pubblicità. I calcoli mi dicono che anche spendendo due o tre miliardi di promozione, bombardo il consumatore medio con meno di un centesimo, sparso in 365 giorni di calendario. In questa giungla posso sperare di essere avvertito solo se ho la traenza di un colibrì, la singolare vivacità di un uccello mosca. La mente per difendersi seleziona, rifiuta la massa delle informazioni che parlano di cose comuni. Una volta che ha ricevuto l’imprinting, diventa costosissima la sovrimpressione. Specie se il tentativo è fatto con la debole forza dei media; su questi, solo la ‘novità’ trova rimedio e successo, perché la mente non tollera cose false o vecchie.
Guardo il mio prodotto e penso che cosa, con gli altri colleghi, avremmo potuto fare, quando l’avevamo tra le mani, per dargli le vesti della giovinezza, il canto della primavera, l’energia vitale di un seme, la forza della comunicazione. Mi chiedo se, con il prodotto, abbiamo costruito la casa della speranza e sofferto la sofferenza di un parto, o se abbiamo alleggerito troppo la dose di pensiero, ridotto eccessivamente il linguaggio, semplificata la selezione dei processi, diminuita l’attenzione ai principi che potevano nutrire quella speranza. Lì, sul mercato, il prodotto ora parla di me, di noi; si fa coscienza. Riporta sul punto in cui destreggiavo le mie mani nel lavoro, insieme con i miei compagni, quando facevamo ‘corpo’, la vera macchina che aiuta nel compito di far bene l’opera del giorno. La memoria mi riporta là, dentro al semilavorato, con il ritmo delle mani, con il cuore diligente e amico, tutti uniti nel verbo ‘fare’. Mi ricorda una struttura di consonanti, in cerca di vocali per diventare parola come la Micrà, dal significato pieno; un filato in ordito, in attesa di trama e battitura. La pubblicità sa questo. Avverto che i media fanno anche dire al mio prodotto, finito ma non ancora vissuto, delle ‘non verità’ cui neanche pensavo. La comunicazione, senza risonanza, tenta d’ingannare. Credo che il pubblicitario lo possa fare per una persona, anche per cento volte, ma a ingannare cento persone per cento volte, no.
Questo personaggio conosce la verità del ‘nascere’, vuole costruire una verità da ‘vivere’, ma la cosa parlerà da sé: res ipsa loquitur, come ammoniva l’etica pratica di Cicerone e la sua voce senatoriale. La comunicazione dovrebbe impadronirsi del vissuto del prodotto, non dettarlo; cogliere le parole del ‘vivere’ spinto avanti dal bisogno che, in circostanze urgenti, vuole il prodotto e ne esige le prestazioni.
Quando invece i media tentano di tirarmi fuori l’invidia e l’aggressività, e tessono l’agguato, scopro che i desideri non sono oggetti da archivio, ma colpi che scoppiano dentro, saltano in gola all’improvviso e, complice la pubblicità, trovano fiato e voce per farsi ascoltare. Se do retta, lo stimolo dei media procede alla loro costruzione e il mio sudore si fa subito cenere. L’etica mi conduce a resipiscenza e responsabilità, mi scuote e mi riporta in carreggiata. Mi ritorna al valore dei prodotti e ai miei guadagni. Mi guida alla scelta sul mercato, all’equilibrio della vita tra la propensione al consumo e la propensione al risparmio, tra la capacità di acquisto e la forza di resistere alla persuasione occulta.
Scruto la moneta, il mezzo rapido per l’interscambio del mio prodotto. Vi scorgo la quota parte del suo valore in rappresentanza del mio sudore, e di quello degli altri, restituiti in capacità d’acquisto, potere liberatorio accettato dai creditori. Quella moneta rappresenta un ‘resto’, il residuo che l’etica dello Stato, dopo il drenaggio delle tasse, mi ha lasciato da spendere per i miei sogni. Dice quanto vale il mio desiderio di benessere, quanto il mio prodotto rappresenti del mio reddito spendibile, di quanto riduca le mie illusioni. Nella moneta che spendo riconosco tutti quelli che con me hanno lavorato, e per questo pagati. La moneta esprime il nostro salario, come il prodotto il nostro lavoro, e noi uomini il nostro bisogno. La moneta celebra l’incontro: hai quello che hai fatto. Se si tratta di cosa diversa dall’atteso, richiama la massima: non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te.
La moneta rompe la comunicazione diretta tra il fare e il dare. Si rende intermediaria del mio prodotto e interrompe il mio rapporto diretto con ciò che ho fatto. Anche chi acquista il mio prodotto scambia la moneta con un bene, si mette in relazione con me mediante una moneta che in realtà non è l’oggetto. La moneta, quindi, non rappresenta il ‘dare’ che era nello spirito del mio lavoro quando lo fabbricavo, rappresenta solo una transazione nominale.
Dare significa invece portare nell’esistenza di un altro qualche cosa di me, in modo che si stringa, stretto stretto, un rapporto, un vincolo saldo di fidelizzazione da celebrare nel possesso dei beni. Di fatto, per essere autentico, il pastore porta il suo agnello, l’agricoltore porta il grano, il poeta il suo canto, quando vogliono siglare un rapporto di socializzazione. Quel bene consegnato, ‘dato’, fa scaturire una corrente che subito, fin dall’inizio, scorre ininterrotta da chi ha dato a chi ha ricevuto.
Questo, la moneta non lo fa. Compie uno scambio secondo leggi economiche, non in base a leggi primitive che attraverso il bene fanno circolazione di affetti ed effetti sociali. Gli oggetti scambiati non hanno valore pratico ma valgono come cose preziose, sono dono e offerta, non sono come l’oro che è da considerare base di scambio, non sono veicolo di socializzazione come l’oggetto fatto con il mio lavoro.
– l’impresa, fuori
Il lavoro convertito in moneta dovrebbe essere un dono alla famiglia che ha condiviso la mia fatica. La moneta dovrebbe essere un veicolo di socialità. Mi rimprovera invece il valore venale del tempo che alla famiglia ho sottratto per fare denaro, per ‘intermediare’ i beni che volevo acquistare; portarmi fuori dall’uomo che è in me,quelloche lavora, e mettermi nell’uomo che voleva avere, quello che voleva gareggiare con gli altri, marcando assenza al vero uomo che i miei si aspettavano.
Osservo me stesso: il moltissimo che ho fatto per ottenere più reddito, più riconoscimento, più competenza professionale. Ho scoperto che le energie spese avevano sfumato altre realtà. Me ne sono accorto quand’era troppo tardi per ricuperarle con zelo. Altri hanno da me ereditato tutti gli svantaggi del benessere e hanno sofferto su di sé la mia ambizione. Posso essere stato molto attivo, superattivo, efficiente, ma ho fallito se la moneta di scambio non produceva rispetto e, mancandovi, risarcimento morale. Gli operatori mi hanno educato all’aspetto economico del lavoro, a scapito del valore etico e sociale. Anch’io, come tanti, ho inseguito l’uomo economico, a danno di istituti superiori, come la famiglia. È emerso in me l’uomo carente e piatto. L’abbondanza di beni, il flusso della ricchezza, l’aumento del tempo libero, le qualità attese dalla famiglia, le qualità offerte dal mio sistema, le qualità recepite da tutti furono appannaggio del consumo. Ho dimenticato, (non posso giustificarmi dicendo che il compito è di altri), che quando compio un lavoro con la sola speranza di trarne profitto, genero sofferenza, mi espongo ad una perdita e forse ad una punizione.
Quando ho come obiettivo del lavoro il frutto, e desidero unicamente la ricompensa, divento prigioniero di questo desiderio. Quando invece aspiro al lavoro con distacco dal profitto, divento povero di spirito e prendo, da uomo libero, la strada dei beati che possiedono la terra; divento l’uomo che Dio ama. Realizzarmi nel lavoro è un dovere tipico ed esclusivo dell’uomo; patire la mancanza del frutto, sentire la povertà come un vuoto, è una forma di attaccamento che riporta il lavoro a merce di scambio. Soffro, rimango sempre insoddisfatto per il più che potevo chiedere o per il meno che mi hanno dato. L’atto di liberarmene non è che una ribellione a questa schiavitù.
Osservo un paese com’è evoluto in tre quarti di secolo: dalla serenità e dai valori della cultura agricola e artigianale, è passato alla gioia
dell’abbondanza procurata dallo sviluppo industriale; dall’uomo sensibile ai bisogni del prossimo, è passato ad una società di servizi dove i servizi mancano e i valori sono traviati, sollevati solo da opere di solidarietà; dalla soave affettuosità delle lettere epistolari è passato al freddo elitario del mondo delle comunicazioni. È il paese di cui ho amato lo splendore; ora ne patisco la povertà interiore, ho amato il podestà, (così si chiamava l’autorità del paese), come ora soffro la disgregazione della democrazia gestita con orgoglio e vandalismo. Sta arrivando l’aristocrazia, non dei valori, ma del capitale, la plutocrazia che tenta d’amministrare anche il finanziario della famiglia, facendo l’Home banking, centrale di scambi, drenaggio dei doni.
Questo il mondo fuori dall’azienda e che l’azienda in buona parte ha contribuito a fare. Attendo che il capovolgimento finalmente avvenga: venga il tempo di ringraziare del lavoro, della ricchezze e del tempo libero, e di imparare ad amministrare il denaro e il tempo libero, consapevoli che anche il tempo, come il denaro, vanno coniugati con il verbo dare.
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