RESTITUIRE IL MONDO AI BAMBINI

Per una scuola della connessione, dell’esperienza e dello stupore

Forse il problema della scuola di oggi non è che i bambini sappiano troppo poco.

Forse è che sanno molte cose senza conoscere più il mondo al quale quelle cose appartengono.

Un bambino può conoscere il nome di un alimento e non sapere da quale pianta provenga. Può vedere un’onda sullo schermo e non sapere che cosa la genera. Può studiare il Sole senza aver mai osservato davvero dove sorge e dove tramonta. Può imparare che una pianta compie la fotosintesi senza avere mai piantato un seme, toccato la terra, aspettato che qualcosa germogli.

E può persino arrivare a credere che i piselli nascano nelle scatole.

Non è una battuta sul bambino.

È una domanda rivolta a noi.

Che cosa abbiamo fatto del mondo, se abbiamo separato il bambino dalla realtà fino al punto che la rappresentazione sostituisce l’esperienza?

La realtà è stata spezzettata

Abbiamo costruito una scuola nella quale la realtà viene divisa in materie.

La matematica da una parte.

La storia dall’altra.

La letteratura.

La biologia.

La fisica.

La geografia.

L’arte.

L’educazione alimentare.

La religione.

Ogni insegnante entra nella propria ora, apre il proprio programma, trasmette i propri contenuti e poi esce.

Ma il mondo non funziona così.

Un albero non è soltanto biologia.

È chimica, fisica, matematica, geografia, storia, economia, estetica, cultura, simbolo.

Un seme contiene una domanda biologica, ma anche una domanda filosofica: come può qualcosa che ancora non vediamo contenere la possibilità di ciò che diventerà?

Il cibo non è soltanto nutrizione.

È agricoltura, territorio, economia, tecnologia, lavoro, cultura, memoria, piacere, salute, relazione.

E persino il nostro corpo non è una macchina separata dal mondo: respira l’aria del pianeta, beve l’acqua del pianeta, mangia ciò che la terra produce e restituisce continuamente materia all’ambiente.

Siamo dentro il sistema. Non siamo spettatori del sistema.

Anche il cibo racconta la nostra separazione

Pensiamo al modo in cui mangiamo.

Abbiamo costruito una società nella quale milioni di persone lavorano per gran parte della giornata e hanno sempre meno tempo per procurarsi, preparare e condividere il cibo.

La risposta della tecnologia è stata straordinaria: conservare, trasformare, refrigerare, congelare, confezionare, trasportare.

Non dobbiamo demonizzare tutto questo.

La tecnologia alimentare ha ridotto sprechi, migliorato la sicurezza e reso disponibili alimenti a popolazioni enormi.

Ma ogni tecnologia, quando viene spinta oltre una certa misura, può trasformarsi da strumento in modello.

E allora cominciamo a produrre alimenti pensando prima alla loro durata, alla loro trasportabilità, alla loro standardizzazione e alla loro commerciabilità, e solo dopo alla relazione che quell’alimento avrà con la persona che lo mangerà.

Il problema, dunque, non è soltanto l’additivo.

È la distanza crescente tra l’essere umano e ciò che mangia.

Un bambino dovrebbe poter sapere che dietro un alimento esiste una terra, una stagione, un’acqua, una pianta, un animale, un lavoro, una trasformazione, una comunità.

Dovrebbe poter vedere il percorso.

Perché quando scompare il percorso, rimane soltanto il prodotto.

E quando rimane soltanto il prodotto, diventa molto più difficile comprendere il valore di ciò che abbiamo davanti.

Una nuova educazione alimentare

Non basta insegnare al bambino che cosa è sano e che cosa non lo è.

Dobbiamo insegnargli a vedere.

Vedere da dove viene ciò che mangia.

Come nasce.

Come cresce.

Come viene raccolto.

Come viene conservato.

Perché viene trasformato.

Che cosa guadagniamo attraverso quella trasformazione e che cosa eventualmente perdiamo.

Quanto lavoro contiene un alimento.

Quanto territorio.

Quanta energia.

Quanta tecnologia.

Quanto tempo.

L’educazione alimentare potrebbe diventare così una straordinaria porta d’ingresso alla comprensione della complessità.

Un orto scolastico non sarebbe semplicemente un orto.

Sarebbe un laboratorio di biologia, chimica, fisica, matematica, geografia, storia, economia, arte e alimentazione.

E potrebbe diventare anche un laboratorio di filosofia.

Perché osservare un seme significa confrontarsi con il tempo.

Osservare una pianta significa comprendere la trasformazione.

Osservare la morte e la decomposizione significa incontrare un’altra forma della vita.

La natura non ha bisogno di essere spiegata soltanto. Ha bisogno di essere incontrata.

E la tecnologia?

Non dobbiamo tornare indietro.

Questa non è una nostalgia del passato.

Non dobbiamo togliere gli schermi ai bambini per restituire loro la realtà.

Dobbiamo fare qualcosa di molto più intelligente:

usare la tecnologia per riportarli alla realtà.

L’intelligenza artificiale può spiegare una pianta, ricostruire una civiltà, simulare un’onda, far parlare virtualmente Leopardi o Manzoni, mostrare ciò che accade sotto la superficie del terreno.

Ma dopo averlo visto sullo schermo, il bambino dovrebbe poter uscire e guardare davvero un’onda.

Dovrebbe poter toccare la terra.

Dovrebbe poter osservare il cielo.

Dovrebbe poter coltivare.

Dovrebbe poter cucinare.

Dovrebbe poter sbagliare.

Perché la realtà non è un contenuto da visualizzare.

È un’esperienza nella quale entrare.

L’intelligenza artificiale può diventare un’immensa estensione della memoria umana.

Ma proprio per questo la scuola dovrebbe smettere di preoccuparsi soltanto di riempire la memoria e cominciare a educare ciò che nessuna macchina può sostituire: la capacità di osservare, comprendere, collegare, interpretare, scegliere e attribuire significato.

La letteratura non è soltanto letteratura

Anche la letteratura dovrebbe uscire dalla gabbia della materia.

Leggere Leopardi non significa soltanto conoscere Leopardi.

Significa imparare a riconoscere il rapporto tra l’essere umano, la natura, il desiderio, il limite, la sofferenza, la bellezza, l’infinito.

La letteratura è educazione all’interpretazione.

Interpretazione delle parole, certamente.

Ma anche dei simboli, delle immagini, delle emozioni, dei silenzi, delle contraddizioni.

Un bambino che impara a interpretare un simbolo sta imparando qualcosa di fondamentale: che la realtà non coincide sempre con la sua superficie.

E questa capacità diventerà sempre più importante in un mondo nel quale sarà sommerso da immagini, messaggi, algoritmi, pubblicità e informazioni generate artificialmente.

E poi c’è ciò che ancora ci sfugge

Qui la scuola dovrebbe avere il coraggio di aprire una porta che spesso tiene chiusa.

La spiritualità.

Non la religione intesa come trasmissione di una dottrina particolare.

Non l’educazione a una fede.

Ma l’educazione al trascendente.

All’interrogazione di ciò che supera il nostro sapere.

Alla possibilità di stare davanti a una domanda senza pretendere immediatamente una risposta.

Che cos’è la coscienza?

Che cos’è il tempo?

Perché esiste qualcosa invece del nulla?

Che cosa significa essere vivi?

Che cos’è la morte?

Che cos’è la bellezza?

Che cosa rende giusta una scelta?

Esiste qualcosa che non possiamo misurare ma che possiamo incontrare nell’esperienza?

Queste domande non appartengono soltanto alla religione.

Appartengono all’essere umano.

E una scuola che non educa alla domanda rischia di produrre persone capaci di rispondere, ma incapaci di meravigliarsi.

Una scuola della connessione

Forse la vera innovazione non consiste nell’aggiungere un’altra materia.

Consiste nel togliere i muri tra le materie.

Immaginiamo un bambino che parte da un seme.

Da quel seme può arrivare alla biologia.

Dalla biologia alla chimica.

Dalla chimica alla fisica.

Dalla fisica alla matematica.

Dalla matematica alla tecnologia.

Dalla tecnologia all’economia.

Dall’economia alla storia.

Dalla storia alla letteratura.

Dalla letteratura al simbolo.

Dal simbolo all’emozione.

Dall’emozione alla coscienza.

Dalla coscienza alla domanda spirituale.

E dalla domanda spirituale può tornare alla terra.

Il viaggio è circolare.

Non esiste più una materia che comincia dove l’altra finisce.

Esiste un unico mondo che può essere osservato da prospettive differenti.

Questa potrebbe essere la vera educazione alla complessità.

Restituire il mondo

Il bambino non ha bisogno soltanto di conoscere il mondo.

Ha bisogno di sentire di appartenervi.

Deve sapere che l’aria che respira non è uno sfondo.

Che il cibo che mangia non compare sugli scaffali per magia.

Che l’acqua che beve ha una storia.

Che il suolo è un sistema vivente.

Che il corpo non è separato dall’ambiente.

Che il cielo non è uno schermo.

Che una foresta non è soltanto un insieme di alberi.

Che un alimento non è soltanto una confezione.

Che un essere umano non è soltanto un consumatore.

E che la conoscenza non è soltanto accumulo di informazioni.

Conoscere significa entrare in relazione.

Forse è questo che dobbiamo restituire alla scuola: non soltanto nuove tecnologie, nuovi programmi, nuovi strumenti.

Dobbiamo restituirle il mondo.

Un mondo non frammentato in materie.

Un mondo nel quale la terra, il cibo, il corpo, la mente, la storia, l’arte, la scienza, la coscienza e il mistero non siano più compartimenti separati, ma differenti espressioni di una stessa realtà nella quale siamo immersi.

Perché il vero salto educativo non sarà insegnare al bambino a sapere sempre di più.

Sarà insegnargli a vedere ciò che già ha davanti agli occhi.

E forse, prima ancora di insegnargli a cambiare il mondo, dovremo aiutarlo a risvegliarsi al mondo.

VALERIO SGALAMBRO


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