Kashmir: Gesù visse in India?
Un’indagine sui legami perduti tra Cristianesimo e Oriente
4° di copertina. Perché il Cristianesimo ha scelto di ignorare i legami con le religioni dell’Oriente e di respingere ripetutamente i numerosi indizi che indicano che Gesù passò gran parte della Sua vita in India? Questo libro coinvolgente presenta prove inoppugnabili che Gesù ha vissuto veramente in India, dove è morto in tarda età. Jesus lived in India è il risultato di molti anni di indagini e ricerche e porta il lettore in tutti i luoghi storicamente collegati con Gesù in Israele, nel Medio Oriente, in Afghanistan e in India. Dopo avere rivelato antichi legami fra gli Israeliti e l’Oriente, le evidenze trovate dal teologo Holger Kersten portano alle seguenti sorprendenti conclusioni: In giovane età Gesù ha seguito l’antica Via della Seta fino all’India, dove ha studiato il Buddhismo, ne ha adottato le dottrine ed è divenuto un Maestro spirituale. Gesù è sopravvissuto alla crocifissione. Dopo la “resurrezione” Gesù è ritornato in India, dove è morto in età avanzata. Gesù è stato sepolto a Srinagar, la capitale del Kashmir, dove ha continuato ad essere riverito come un uomo santo. La tomba di Gesù esiste tuttora in Kashmir.
1 – La vita sconosciuta di Gesù
Verso la fine del 1887, lo storico e studioso Nicolai Notovitch raggiunse lo stato Himalayano del Kashmir, nell’India settentrionale, durante uno dei suoi molti viaggi in Oriente. Partendo da Srinagar, capitale del Kashmir, Notovitch arrivò ad un monastero Buddhista dove gli fu riservata un’accoglienza molto più cordiale di quella che si sarebbe potuto aspettare qualunque asiatico mussulmano. Egli chiese ad un lama il motivo di questa accoglienza così favorevole; gli fu risposto che gli Europei potevano essere considerati seguaci del Buddha, in quanto seguivano i precetti del Santo Issa, un essere perfetto fra tutti gli eletti. Notovitch restò assai stupito quando si accorse che il profeta Issa, il suo insegnamento, il suo martirio ricordavano molto la figura di Gesù Cristo.
Più tardi egli arrivò a Leh, la capitale del Ladakh, da cui proseguì per Hemis “uno dei più notevoli monasteri della regione”, dove apprese che c’erano davvero scritture che trattavano del misterioso profeta Issa, la cui vita sembrava avere tali sorprendenti somiglianze con la storia di Gesù, ma per trovare quei libri fra le molte migliaia che c’erano occorreva un tempo considerevole.
Ritornato a Leh, Notovitch mandò al capo del monastero di Hemis alcuni doni di pregio nella speranza di poter tornare là assai presto e così forse dare finalmente un’occhiata ai preziosi manoscritti. Il caso volle che, poco tempo dopo, mentre stava cavalcando, cadde da cavallo così malamente che si ruppe una gamba e fu costretto ad affidarsi alle cure dei monaci di Hemis. Mentre era costretto a letto, gli furono finalmente portati, dietro sua accorata richiesta, due grossi pacchi di fogli legati insieme e ingialliti dal tempo. Lo stesso abate ebbe cura di leggere a voce alta lo straordinario documento, Notovitch prese nota accuratamente delle traduzioni dell’interprete e più tardi, dopo la fine della sua spedizione, riuscì a mettere insieme i vari testi in modo da avere una narrazione continua: Una sezione introduttiva precede un racconto dell’antica storia del popolo di Israele e della vita di Mosè. Segue una descrizione di come lo Spirito eterno decide di prendere forma umana “in modo da poter dimostrare con l’esempio come si possa raggiungere la purezza morale e raggiungere il grado di perfezione richiesto per entrare nel regno dei Cieli, che è immutabile e fonte di felicità eterna”. E così è nato un divino bambino nella lontana terra di Israele, al quale è stato dato il nome di Issa.
In un tempo imprecisato durante il suo quattordicesimo anno di vita, il ragazzo arriva nella regione del Sind (il fiume Indo) in compagnia di alcuni mercanti, “e si stabilì fra gli Ariani, in una terra benedetta da Dio, con l’intenzione di perfezionare le sue conoscenze ed apprendere le dottrine del grande Buddha”. Il giovane Issa viaggia attraverso la terra dei cinque fiumi (il Punjab), resta per un breve tempo con i “Giaina erranti”, e poi prosegue fino a Jagganath, “dove i bianchi sacerdoti di Brahma lo accolsero con onore”. A Jagganath Issa/Gesù impara a leggere e comprendere i Veda.
Ma poichè dà insegnamenti ai Sudra delle caste più basse, provoca l’irritazione dei Brahmini, che si vedono minacciati nel loro potere e nei loro privilegi. Dopo aver trascorso sei anni a Jagganath, Rajagriha, Benares ed altre città sante, è costretto a fuggire dai Brahmini sempre più irritati perchè continuava ad insegnare che il valore degli esseri umani non doveva essere giudicato dalla loro casta.
C’è una somiglianza straordinaria fra le descrizioni dei testi trovati da Notovitch e quelle dei Vangeli, c’è una correlazione che può fare maggiormente luce sulla vera personalità di Issa, che si oppone al sistema delle caste e alla lettera della legge. Egli consola i deboli e, sfidando l’autorità dei sacerdoti, rende la sua posizione molto chiara: “Fintanto che la gente non aveva sacerdoti, tutti erano governati dalla legge di natura e conservavano l’innocenza delle loro anime, che erano alla presenza di Dio, e per comunicare con il Padre non avevano bisogno di mediazioni.” Issa prosegue il suo viaggio fra le montagne Himalayane, fino al Nepal, dove rimane sei anni e si dedica allo studio delle scritture Buddhiste. In seguito si mette in viaggio verso la sua terra natale e raggiunge la Palestina, dove i saggi gli chiedono: “Chi sei tu, e da quale terra vieni?” “Io sono un Israelita” risponde Issa “e nel giorno della mia nascita ho visto le mura di Gerusalemme. Da bambino ho lasciato la casa dei miei genitori per vivere presso altri popoli.” Tornato in Europa, Notovitch tentò di mettersi in contatto con parecchi dignitari di alto rango della Chiesa per raccontare loro della sua sorprendente scoperta. Il Metropolita di Kiev gli raccomandò nei termini più decisi di non rendere pubblico ciò che aveva scoperto, rifiutandosi di fornire alcuna spiegazione. A Parigi, il Cardinale Rotelli gli spiegò che la pubblicazione dei testi avrebbe soltanto fornito argomenti a coloro che odiavano, disprezzavano o non comprendevano gli insegnamenti del Vangelo. In Vaticano, uno stretto collaboratore del Papa lo sconsigliò vivamente di pubblicare il manoscritto, e gli offrì del denaro per compensarlo del suo lavoro.
Chi era Notovitch? Nicolai Alexandrovic Notovitch nacque il 25 agosto 1858 a Kerch, in Crimea, come secondo figlio di un rabbino. Da giovinetto, ebbe evidentemente un’istruzione scolastica sufficiente per andare all’Università di San Pietroburgo. Egli ammise pubblicamente la sua adesione alla religione Russo- Ortodossa sul giornale francese La Paix. Pubblicò diverse opere e intraprese diversi viaggi attraverso i Balcani, il Caucaso, l’Asia Centrale e la Persia. Il periodo della sua permanenza in Kashmir e Ladakh si può fissare circa fra ottobre e novembre 1887.
Poco tempo dopo la comparsa della sua opera La Vie Inconnue de Jésus Christ, verso la fine del 1895, Notovitch fu arrestato e imprigionato, mentre si trovava in visita a San Pietroburgo. Accusato di attività letteraria “pericolosa per lo Stato e la società”, fu esiliato senza processo in Siberia, fino al 1897. Il 2 giugno 1899 fu accolto nella famosa Société d’Histoire Diplomatique, i cui membri erano diplomatici d’alto rango e storici di fama, e comprendevano componenti della famiglia Rotschild. Dal 1903 al 1906 risulta che Notovitch abbia soggiornato in un appartamento di Londra, almeno in modo intermittente. Poi probabilmente ritornò in Russia. A partire dal 1906 risulta un contratto, con ampio mandato, fra lui e lo Scià di Persia per la descrizione dettagliata di strade ed oleodotti in Iran. Nel 1910 comparve un’edizione russa della storia buddhista della vita di Gesù, La vita del Santo Issa. Fino all’anno 1916, Notovitch figura in un catalogo russo di giornalismo come editore e pubblicista a San Pietroburgo. Dopo di allora, non si trova più in nessuna fonte neppure una traccia di Notovitch. Forse ha mantenuto un basso profilo, per ripararsi dai numerosi attacchi messi in opera contro di lui dai suoi oppositori. Si può anche pensare che, come attivista e agitatore, sia stato una volta per tutte tolto dalla circolazione.
Si scatenarono ben presto i detrattori di Notovitch, come il tedesco Max Muller, che non andò mai in India e tentò di presentare la scoperta di Notovitch come una frode; inoltre un certo Douglas affermò di non avere trovato tracce di Notovitch in Ladakh, anche se fu costretto a riconoscere alcuni dettagli che lo smentiscono. Invece, ci sono stati altri testimoni, prima e dopo Notovitch, che hanno visto con i propri occhi le contestate scritture di Hemis: una certa signora Harvey, il monaco indiano Abhedananda, l’archeologo russo Nicolas Roerich. Tutti riportarono nei loro libri di avere visto i manoscritti di Hemis e avere udito dai monaci il racconto del profeta Issa. Successivamente, Lady Henrietta Merrick confermò l’esistenza delle scritture di Hemis in un suo libro; Madame Caspari, nel 1939, ebbe occasione di vedere i manoscritti che parlavano di Issa/Gesù. Poi non furono più trovati. I testi sono stati evidentemente portati via dal monastero qualche tempo dopo. In ogni caso, è veramente impossibile provare che Gesù non è mai stato in India. Non c’è nessuna fonte storica attendibile, nè c’è alcuna indicazione nei Vangeli, che ci dia qualche informazione su gran parte della sua vita, all’incirca fra i dodici e i trenta anni di età. E’ quasi come se la vita di Gesù fosse realmente iniziata nel suo trentesimo anno di età, quando fu battezzato da Giovanni. Solo nel Vangelo di Luca si trova una frase brevissima: “E Gesù cresceva in saggezza e in statura, col favore di Dio e degli uomini”. (Luca, 2,52).
2. – Chi era Gesù?
Per millecinquecento anni le uniche descrizioni della personalità di Gesù sono state quelle che mostravano Gesù il Salvatore secondo le linee della teologia ecclesiastica ufficiale, e che sono state scritte con lo specifico scopo di alimentare la fede dei Cristiani contemporanei, o di convertire altra gente al Cristianesimo. Solo durante il Rinascimento emersero i primi pensatori critici, e solo nei secoli diciassettesimo e diciottesimo furono pubblicati i primi studi. I risultati delle ricerche sul Gesù storico sono disarmanti. Chi era Gesù Cristo? Quando è nato? Che immagine ha avuto? Quando è stato crocifisso? Quando, come e dove è morto? I libri scritti nei primi due secoli della nostra éra contengono troppo poche indicazioni per darci una qualche informazione reale sulla Sua persona. L’infanzia e l’adolescenza di Gesù sono quasi completamente ignorate nei Vangeli ufficiali, sebbene i primi anni di vita siano essenziali nella formazione del carattere. Anche nei resoconti del breve periodo in cui svolse l’attività pubblica troviamo soltanto scarne informazioni sulla sua vita. Gli storici del tempo sembrano non aver mai sentito parlare di Gesù.
Tacito (circa 55-120 d.C.), Plinio il Giovane e Svetonio citano la setta dei Cristiani, ma non dicono quasi niente sulla persona di Gesù Cristo. Lo storico ebreo Giuseppe Flavio (circa 37-100 d.C.), divenuto cittadino romano, pubblicò un’opera imponente intitolata Antichità Giudaiche: fornisce un resoconto dettagliato della politica e della società al tempo di Gesù, con riferimenti anche a Giovanni Battista, Erode e Ponzio Pilato, ma fa soltanto una breve menzione del nome di Gesù Cristo. Lo scrittore Justus di Tiberiade, contemporaneo di Giuseppe Flavio, viveva presso Cafarnao: scrisse una storia assai estesa che cominciava con Mosè e proseguiva fino ai suoi tempi, ma non ha fatto menzione neppure una volta di Gesù. Il grande studioso Filone di Alessandria è uno specialista di scritture bibliche e di sétte ebraiche, ma non dice una sola parola di Gesù. La sola fonte reale di ricerca storica sembra perciò essere la raccolta di scritti che viene chiamata il Nuovo Testamento.
Il Nuovo Testamento contiene quattro Vangeli, che rappresentano una selezione dai moltissimi Vangeli che erano in uso fra le varie comunità del primo Cristianesimo. Resta impossibile stabilire esattamente quando e come questi quattro Vangeli siano venuti in essere perchè non abbiamo nessun testo originale. Nel testo di Marco c’è un evidente desiderio di tenere lo stato messianico di Gesù il più segreto possibile. Nel Vangelo di Matteo, Gesù è rappresentato come il compimento della religione di Mosè, come il Messia annunciato dai profeti: non si tratta certamente di una biografia. Chi ha scritto il Vangelo di Luca ha compreso un certo numero di eventi storici distinti nel suo racconto, ma non ne emerge la storia continua di una vita. Perfino in questo stadio iniziale, la figura storica di Gesù era già stata molto allontanata verso una specie di sfondo in favore della sua immagine religiosa. Nel Vangelo di Giovanni ci sono autentici dettagli della vita di Gesù, ma sono completamente incorporati in una matrice di filosofia religiosa. Il teologo critico Bultmann afferma che “la personalità di Gesù, una chiara definizione di lui e della sua vita, sono svanite al di là di ogni possibilità di recupero”.
I primi documenti che riguardano Gesù sono gli scritti di Paolo. Paolo proveniva da una famiglia di stretta osservanza ebraica, ed aveva acquisito la cittadinanza romana attraverso suo padre, che aveva pagato una somma notevole per averla. Ricevette un’istruzione estesa e completa, raggiunse un’eccellente conoscenza della lingua greca ed ottenne una vasta cultura nella poesia e nella filosofia. All’età di circa vent’anni, andò a Gerusalemme e si dedicò ad intensi studi teologici: divenne un fanatico zelota, intransigente, di mentalità ristretta, fervente oppositore delle prime sétte cristiane. Poi, presso Damasco, fu improvversamente sopraffatto dalla potente aura di Gesù, colpito anche dall’idea della realizzazione del potenziale fornito dalla sua posizione.
Ciò che viene oggi chiamato Cristianesimo è in gran parte l’insegnamento dei precetti artificialmente creati da Paolo, e si dovrebbe più correttamente chiamare Paolinesimo. Il Cristianesimo della Chiesa organizzata, con la sua dottrina centrale della salvezza tramite la morte sacrificale vicaria di Gesù, si basa su un’interpretazione errata. Paolo ha posto ben poca enfasi sulle vere parole e sugli insegnamenti di Gesù, ma si è preoccupato soprattutto delle sue idee personali: ha messo Gesù su un piedistallo e ha costruito una figura che Gesù non ha mai voluto essere. Ma è possibile che senza Paolo e i fanatici zeloti suoi compagni, non ci sarebbe stata tramandata alcuna conoscenza di Gesù.
Le fonti come quella della documentazione scoperta da Nicolai Notovitch in Ladakh può quindi riempire un vuoto estremamente importante in quello che si sa sulla vita di Cristo, non esistendo altrimenti alcuna fonte storica. Questa scoperta va vista nel contesto degli ultimi risultati forniti dalla più obiettiva ed estesa ricerca, libera da qualunque dogmatismo istituzionale. Forse soltanto oggi è possibile apprendere chi era Gesù, studiando la tradizione che ha ispirato, i risultati dei suoi insegnamenti, la sua elevata condotta morale e la sua profonda natura etica e spirituale.
Nel 1973 su uno dei maggiori settimanali tedeschi apparve un breve articolo in cui un professore indiano affermava con la massima serietà di aver trovato in India la tomba di Gesù Cristo, di cui riportava anche qualche fotografia. Il professore dichiarava che Gesù non soltanto aveva passato la sua gioventù in India, ma era sopravvissuto alla Crocifissione ed era poi ritornato in India, dove era stato un maestro itinerante fino alla sua morte avvenuta in tarda età: il suo corpo era sepolto nella capitale del Kashmir, Srinagar.
Questa era un’affermazione veramente sorprendente: il giornale che aveva osato pubblicarla fu immediatamente sommerso da migliaia di lettere piene di violente proteste; alcune però contenevano interessanti richieste da parte di persone che avevano sempre sospettato che la vecchia versione della nascita da una vergine, della resurrezione e dell’ascensione di Gesù somigliasse ad una pia favoletta.
Dopo anni di studi durante i quali i miei professori di università non erano riusciti a pervenire ad alcunchè di soddisfacente, decisi che sarei partito appena possibile per portare avanti una mia ricerca personale: all’inizio del 1979 partii in aereo per l’India, via Egitto, ed atterrai a Bombay. Di là proseguii in treno ed autobus fino ai piedi dell’Himalaya, a Dharamsala, dove risiedeva il Dalai Lama dal 1959. Gli chiesi rispettosamente una lettera di presentazione all’abate del monastero di Hemis, per avere il permesso di consultare i manoscritti di cui aveva parlato Notovitch. Con il prezioso documento, continuai il mio viaggio per strada fino al Kashmir. Quando arrivai ad Hemis, c’era una folla enorme per una festa in corso, così me ne tornai a Leh, dove lasciai passare tre settimane. Tornato a Hemis, fui cortesemente ospitato presso il monastero: la mattina del quarto giorno un giovane monaco venne alla mia cella e mi condusse per ripidi gradini di legno nelle parti alte dell’edificio, dove un monaco di mezza età si rivolse a me in un inglese quasi impeccabile. Era Nawang- Tsering, il segretario ed interprete dell’abbazia, che spiegò che Sua Santità, Dugsey Rinpoche, desiderava parlarmi.
Mentre ero in attesa dell’udienza, appresi da Nawang-Tsering che il precedente abate di Hemis era stato forzatamente trattenuto in Tibet dalle autorità della Cina comunista. Dopo quindici anni era iniziata la ricerca di un sostituto sotto forma di una giovane reincarnazione: così un bambino che viveva presso Darjeeling venne consacrato ritualmente come Drug pa Rinpoche nel 1975, all’età di dodici anni. I dieci anni fra il ritrovamento e la consacrazione furono impiegati in intensi studi, sotto la guida di Dugsey Rimpoche.
Fra i monaci c’era un uomo alto di circa trent’anni di età, con le fattezze di un occidentale: era un australiano che viveva al monastero di Hemis già da parecchi anni e parlava correntemente il tibetano. Quando fui convocato per l’udienza, mi accompagnò per farmi da interprete presso il Santo, che parlava solo tibetano. Gli mostrai la mia lettera di presentazione e tentai di fargli comprendere quanto fossero importanti quei testi per tutta la Cristianità. Con un sorriso di comprensione, mi informò che quelle scritture erano già state cercate, ma non si erano trovate. Con tristezza e dispiacere mi apprestai a congedarmi, ma più tardi riuscii a scoprire che esisteva un vecchio diario risalente al diciannovesimo secolo situato presso la Missione della Chiesa di Moravia a Leh: in esso il missionario e studioso di tibetano Dr. Karl Marx aveva citato il soggiorno di Notovitch presso il monastero di Hemis.
Al mio rientro a Leh mi misi immediatamente a cercare la Missione di Moravia, fondata da un ordine tedesco nel 1885. Zelanti missionari cristiani erano venuti in Tibet molto tempo prima di allora. Alcuni monaci Cappuccini avevano visitato ripetutamente Lhasa fin dal quattordicesimo secolo, nella speranza di convertire i Tibetani al Cristianesimo. Quando i missionari cristiani avevano detto che Cristo si era sacrificato sulla Croce per la redenzione dell’umanità ed era poi risorto alla vita, i Tibetani avevano accettato l’intera storia come qualcosa che già sapevano. I fedeli buddhisti erano convinti che Cristo fosse un’incarnazione di Padmasambhava.
Padre Razu, il direttore della missione cristiana, tibetano di nascita, mi ricevette cordialmente e, mentre prendevamo un thè, mi raccontò la storia della Missione. Ma non poteva mostrarmi il prezioso diario che era la vera ragione della mia visita, perchè era misteriosamente scomparso tre o quattro anni prima, quando aveva soggiornato a Leh una delegazione di Zurigo della Chiesa di Moravia. Il sacerdote non aveva alcuna spiegazione per la scomparsa del libro, ma si ricordava che un certo Professor Hassnain di Srinagar aveva preso fotografie delle pagine più notevoli molti anni prima. Allora decisi di ritornare nella capitale del Kashmir, dove trovai vitto e alloggio su un vecchio ma pittoresco battello, che mi servì da casa per tutta la stagione. Dalla mia barca potevo raggiungere a piedi la moderna Università del Kashmir dove insegnava il Professor Hassnain, studioso di fama internazionale, autore di parecchi libri, visiting professor in Giappone e negli Stati Uniti, Direttore del Centro di Ricerche per gli studi Buddhisti e membro della Conferenza Internazionale per la Ricerca Antropologica di Chicago. Quando gli ebbi spiegato le mie speranze e i miei programmi, cominciò con grande entusiasmo a parlarmi delle sue personali ricerche. Durante il seguito dei nostri incontri, appresi quello che aveva fatto negli ultimi venticinque anni per scoprire tutto il possibile sulla permanenza di Gesù in India. Gli indizi che aveva trovato andavano visti alla luce delle più recenti ricerche sulla vita di Gesù, dopo avere chiarito le vere origini e la sostanza dei Suoi insegnamenti. Solo così si possono affrontare le tre questioni più importanti: – E’ possibile che Gesù abbia veramente viaggiato in India nella sua giovinezza? – E’ possibile che sia sopravvissuto alla Crocifissione? – E’ possibile che sia veramente tornato in India e morto in tarda età a Srinagar? Senza questa ricerca preliminare, chiunque sia stato allevato nella tradizione cristiana può essere scusato se respinge la storia della vita di Gesù in India con un sorrisetto: è veramente difficile liberarsi di convenzioni profondamente radicate da tanto tempo. Ma il fatto che una storia sia stata raccontata per duemila anni non significa che sia vera.
3 – Mosè e i figli di Dio
La ricerca moderna pensa che Abramo sia nato nel diciottesimo secolo avanti Cristo. La sua prima residenza era nella zona di Haran, nel bassopiano mesopotamico; esiste una cittadina con lo stesso nome pochi kilometri a nord di Srinagar. E’ probabile che le famiglie nomadi guidate da Abramo abbiano dato lo stesso nome della loro terra di origine al luogo nella Mesopotamia dove si erano temporaneamente stabiliti. Da Haran il gruppo avanzò verso Canaan, dove Abramo diede origine al figlio Isacco, che a sua volta fu il padre di Giacobbe ed Esaù. Giacobbe ebbe dodici figli, che sarebbero divenuti i patriarchi delle tribù di Israele. Giuseppe, il penultimo dei dodici figli, fu venduto dai suoi fratelli gelosi come schiavo in Egitto, dove raggiunse una posizione di grande potere. Poco dopo, mentre Canaan era afflitta da una carestia, gli undici fratelli di Giuseppe sentirono dire che “c’era frumento in Egitto” e partirono per quella terra. Giuseppe aprì le porte ai suoi fratelli e si fece raggiungere dagli altri Ebrei, che si stabilirono nella parte nord-orientale del delta del Nilo.
Attorno al 1200 a.C. alcune delle tribù semitiche lasciarono l’Egitto sotto la guida di Mosè, in cerca della terra di latte e miele che era stata promessa da Yahweh. Non è possibile formare un quadro consistente della persona storica di Mosè, che non era l’autore dei cosiddetti “cinque libri”. Possiamo ritenere che sia cresciuto nella corte reale, che sia stato educato dai sacerdoti, e che abbia raggiunto un così elevato livello di istruzione da divenire influente in tutti i dipartimenti dello stato. La sua intenzione era soprattutto di proclamare l’esistenza di un Unico Dio, il Dio di Israele: egli fu costretto a ricorrere a “miracoli” per dare importanza al volere di Dio, coincidente con il suo proprio volere. L’atteggiamento ufficiale della Chiesa è stato quello di accogliere in toto le affermazioni attribuite a Mosè, per quanto possa essere difficile accettare che il Dio vendicativo descritto come un fuoco divoratore sia lo stesso Dio del Nuovo Testamento. Chiunque si opponeva a Mosè nella sua ricerca del potere veniva distrutto. Il fuoco era il metodo usato per queste eliminazioni, e venne usato frequentemente anche per dimostrare potere, poiché Mosè aveva una notevole varietà di trucchi magici a sua disposizione. I sacerdoti egizi erano in grado di produrre polvere da sparo e di usarla in effetti spettacolari o scoppi primitivi fin da seimila anni orsono. Mosè venne a sapere della produzione di polvere da sparo durante il suo addestramento sacerdotale: la composizione di detta polvere era tecnicamente abbastanza semplice. Se i suoi “sudditi” si rifiutavano di dare ascolto alle sue parole egli poteva evocare un “fuoco divoratore” che avrebbe avuto certamente l’effetto desiderato. Come rappresentante del suo Dio incendiario, Mosè poteva dare ordini per qualunque cosa, e se qualcuno si mostrava riluttante a corrispondere alle sue richieste, una dimostrazione spettacolare del suo potere era sufficiente a ristabilire la pace.
Forse l’episodio più conosciuto della storia ebraica è l’emigrazione delle tribù d’Israele dall’Egitto sotto la guida di Mosè, alla ricerca di un’altra terra in cui stabilirsi come nuova nazione indipendente. La terra di Goshen, in cui gli Israeliti erano vissuti in precedenza, non è stata ancora localizzata con certezza, ma deve essersi trovata in qualche posto nella zona orientale del delta del Nilo. Nel terzo mese dell’Esodo, erano arrivati al massiccio del Sinai: sulla montagna ora conosciuta come Gebel Musa ebbe luogo la più notevole dimostrazione di fuoco del Dio Yahweh. Secondo la tradizione biblica, gli Israeliti rimasero là per otto mesi prima di intraprendere di nuovo il viaggio verso la Terra Promessa; tuttavia il loro primo tentativo fallì e il popolo d’Israele dovette vagabondare in quelle zone selvagge per altri quaranta anni. Quando stava raggiungendo la valle del fiume Giordano, Mosè sentì che non gli restava molto da vivere, allora salì sul Monte Nebo per vedere “la terra di latte e miele” prima di morire. Lassù incontrò la morte, ma il luogo della sua sepoltura rimase un mistero. La Bibbia nomina cinque riferimenti in relazione alla sepoltura di Mosè: i Piani di Moab, il Monte Nebo, il picco del Pisgah, Beth-peor ed Heshbon. Se è possibile trovare i luoghi menzionati nei testi, dovrebbe risultare chiara anche la vera localizzazione della Terra Promessa.
Il significato letterale di Beth-peor è “posto che si espande o si apre”, come potrebbe riferirsi ad una valle che si apre in una pianura. Il fiume Jhelum nel nord del Kashmir è chiamato Behat in lingua Farsi e la cittadina di Bandipur nel punto dove la valle dello Jhelum si apre nel vasto piano del Lago Wular si usava chiamare Behatpoor. Sembra allora che Beth-peor sia diventato dapprima Beath-poor e più tardi Bandipur nel distretto di Sopore, settanta kilometri a nord di Srinagar. Circa venti kilometri a nord-est di Bandipur si trova il piccolo villaggio di Hasba o Hasbal, che è la biblica Heshbon. Sulle pendici del Pisgah, a nord di Bandipur, da una sorgente naturale sgorga acqua con proprietà curative. La valle e i piani di Mowu corrispondono ai Piani di Moab, pascolo alpino ideale circa cinque kilometri a nordovest del Monte Nebo, che è una montagna isolata nella catena Abarim, ed è sempre menzionato in relazione con Beth-peor. I cinque punti di riferimento nominati si possono quindi localizzare tutti in modo ben preciso. Nella piccola frazione di Buth, direttamente sotto il Monte Nebo, si trova una tomba: da un lato c’è una colonna in pietra, che non attira l’attenzione ed è quasi completamente ricoperta di erba, è la pietra tombale di Mosè.
Dopo la morte di Mosè, nel tredicesimo secolo avanti Cristo, le dodici tribù di Israele assunsero gradualmente il controllo di Canaan sotto la guida di Giosuè, ma gli Israeliti avevano bisogno di un re che li governasse e di una terra stabile. Solo con il regno di Davide Israele divenne un’unica nazione unita, con capitale Gerusalemme, dove venne costruito il famoso Tempio di Salomone, che era il figlio di Davide. Alla morte di Salomone, attorno al 930 a.C., gli successe il figlio Reoboamo: era appena salito al trono quando scoppiò una rivolta guidata da Geroboamo. Le dieci tribù del nord formarono uno stato indipendente con il nome di Israele e fecero Geroboamo loro capo. Le due tribù del sud ribattezzarono il loro territorio Giuda e continuarono ad essere governate dalla Casa di Davide.
La terra così suddivisa fu sottoposta a lotte interne e a un certo numero di invasioni da parte dei più potenti stati vicini. Alla fine Israele fu occupata per tre anni dagli Assiri ed infine sopraffatta quando la sua capitale, Samaria, fu conquistata nel 722 a.C. Giuda resistè ancora cento anni come stato vassallo con il pagamento di un tributo, finchè il re babilonese Nabucodonosor prese Gerusalemme e la distrusse nel 587 a.C., ponendo fine anche allo stato di Giuda. La deportazione delle due tribù di Giuda e Beniamino, che costituivano lo stato del sud, fu inizialmente ritardata nel tempo, ma successivamente Nabucodonosor li deportò in esilio a Babilonia. Dopo più di cinquant’anni, nel 535 a.C., fu permesso a circa metà di tutti i deportati di ritornare nella loro terra natale. Le dieci tribù che gli Assiri avevano deportato circa 130 anni prima dallo stato settentrionale di Israele e che costituivano di gran lunga la maggior parte del popolo ebraico, ebbero un destino molto diverso: la maggior parte di essi partirono per l’Oriente e in Palestina non se ne sentì più parlare. E’ probabile che siano arrivate alla loro Terra Promessa, l’India settentrionale.
E il Diluvio universale? Il Diluvio in realtà rappresenta qualcosa che ha una tradizione generale, raccontato nella mitologia di quasi tutti i popoli. Il Poema Epico di Gilgamesh dei Sumeri, scoperto attorno all’inizio del ventesimo secolo racconta che Utnapishtim, il Noè dei Sumeri, è sopravvissuto a una grande inondazione provocata da un atto arbitrario degli dèi. Come nella Bibbia, un uomo costruisce una nave seguendo un consiglio divino e in questo modo sopravvive a un’inondazione, che invece distrugge tutta la vita attorno a lui. Alexander von Humboldt fa menzione che la stessa leggenda si trova fra i Peruviani e in un racconto del Diluvio che si trova in Polinesia l’eroe è persino chiamato Noa. Sono state registrate più di 250 versioni della leggenda del Diluvio in tutto il mondo. Ma qual’è il Diluvio del racconto biblico? In tutto e per tutto, il Kashmir è come un enorme Giardino dell’Eden: le sue enormi aree paludose e i grandi laghi poco profondi sono l’evidenza di una gigantesca inondazione in tempi lontani. Gli Afghani “fanno risalire la loro discendenza al re Saul di Israele e chiamano sè stessi “Ben-i-Israel”. La leggenda di Nabucodonosor conferma che gli Israeliti furono trapiantati dalla Terra Santa alla provincia nord-occidentale di Kabul, dove rimasero ebrei fino al 682 d.C., quando lo sceicco Khaled-ibn-Abdalla lì convertì all’Islam. Si sono trovate molte iscrizioni ebraiche in siti archeologici dell’India; vicino a Taxila, in Pakistan, è stata trovata una pietra che porta un’iscrizione in aramaico, la lingua parlata da Gesù. Ricerche più recenti nella parte pakistana del Kashmir hanno portato alla luce migliaia di iscrizioni e figure su roccia che risalgono ai periodi del Buddhismo iniziale e post-cristiani. Il luogo delle scoperte si trova nella valle superiore dell’Indo, dove un tempo passava la famosa Via della Seta. Fra queste iscrizioni ce ne sono alcune in ebraico, datate dai ricercatori al nono secolo dopo Cristo. Almeno trecento nomi geografici, o di città e regioni, e di tribù, clan, famiglie e individui dell’Antico Testamento possono essere linguisticamente correlati a nomi del Kashmir e dintorni.
Gli abitanti del Kashmir sono diversi dagli altri popoli dell’India sotto ogni aspetto. Il loro modo di vita, il comportamento, la morale, il carattere, i vestiti, il linguaggio, gli usi e costumi e le abitudini sono tutti di un tipo che potrebbe essere descritto come tipicamente israelita. Come gli Israeliti di oggi, i Kashmiri non impiegano grasso per friggere e fare il pane: usano soltanto olio. Ai Kashmiri in generale piace il pesce bollito, chiamato fari, mangiato in ricordo del periodo precedente l’Esodo dall’Egitto. I coltelli dei macellai nel Kashmir sono fatti con la forma di mezzaluna tipica degli Israeliti, ed anche il timone delle barche ha la tipica forma a cuore. Gli uomini portano in testa cappelli con significato di distintivi. I vestiti delle donne anziane del Kashmir sono molto simili a quelli delle donne ebraiche. Come le giovani ragazze ebree, le ragazze del Kashmir danzano in due file contrapposte con le braccia unite, muovendosi insieme avanti e indietro seguendo il ritmo. Molte delle tombe più antiche del Kashmir sono allineate con orientamento est-ovest, mentre le tombe islamiche sono normalmente orientate in direzione nord-sud.
4.- L’infanzia di Gesù
Nel corso dell’anno 7 a.C., la congiunzione di Saturno e Giove nella costellazione dei Pesci capitò non meno di tre volte. Chiunque l’abbia vista deve essere rimasto impressionato per mesi dallo spettacolo dei due pianeti che appaiono così vicini nel cielo notturno da sembrare una stella doppia di grande splendore. Man mano che il sole tramontava a occidente, i pianeti sorgevano ad oriente, e quando a loro volta sparivano sotto l’orizzonte all’ovest, il sole all’alba riappariva ad est. Ogni notte di quell’anno Giove e Saturno rimasero visibili: i tre Magi potevano aver seguito il fenomeno celeste da oriente a occidente. Quando i Magi arrivarono a Gerusalemme, la congiunzione fra Giove e Saturno doveva essere decisamente nel suo secondo anno, e Gesù, nato probabilmente nel 7 a.C., doveva avere quasi due anni. Che cosa spinse questi misteriosi saggi d’Oriente ad affrontare le fatiche di un viaggio che durava molti mesi, forse anche due anni per la sola andata? Da dove venivano, e perchè cercavano con tanta insistenza un bambinetto? La teologia tradizionale non fornisce alcuna risposta alla questione di chi fossero realmente i “tre saggi” o magi. La storia dell’arrivo di una stella che si è fermata proprio sopra la stalla di una locanda rustica, in cui giaceva un bambino nato solo da poche ore, è soltanto un mito religioso. E’ molto più verosimile che il bambino, che aveva allora quasi due anni di età, venisse cercato e visitato a casa da persone ben consapevoli.
A questa distanza di tempo è pressochè impossibile avere alcuna prova che i Magi venissero dalla Persia oppure dall’India. E’ comunque veramente sorprendente notare quanto la storia dei tre Magi corrisponda ai racconti dei metodi con i quali vengono localizzate ancora oggi in Tibet le reincarnazioni dei grandi lama Buddhisti dopo la morte. Il modo con cui è condotta una simile ricerca è descritto nei resoconti della “scoperta” dell’attuale Dalai Lama come bambino. Poco tempo prima della sua morte nel 1933, il tredicesimo Dalai Lama diede alcune indicazioni sul luogo e sul tempo della sua successiva reincarnazione. Ogni giorno il suo corpo stava nella stessa posizione nel Palazzo del Potala, guardando verso sud nella tradizionale posizione del loto. Ma una mattina il suo volto fu visto girato verso est. I lama più eminenti eseguirono un rituale magico durante il quale interrogarono un monaco che si era messo in stato di trance e che doveva operare come un oracolo. Il monaco gettò una sciarpa cerimoniale bianca in una direzione attorno all’oriente: dopo giorni di meditazione preparatoria, il lama reggente ebbe la visione di un monastero di tre piani con i tetti dorati, nei cui pressi c’era una piccola fattoria cinese con sottotetto riccamente decorato e un bordo verde che ornava il tetto. Nel 1937 diverse spedizioni di lama furono inviate da Lhasa per cercare il bambino secondo i presagi celesti, nella direzione indicata. Ciascun gruppo portava con sè preziosi regali, alcuni di essi presi fra gli oggetti di proprietà del defunto, che costituivano una prova per identificare la nuova reincarnazione.
Il defunto Dalai Lama poteva teoricamente essere rinato a molte migliaia di kilometri dal luogo della sua dimora precedente. La ricerca portò ben oltre i confini del Tibet centrale, nel distretto di Amdo, che era sotto amministrazione cinese e dove c’erano molti monasteri. La spedizione trovò parecchi potenziali candidati, ma nessuno di essi corrispondeva ai dettagli della visione. Finalmente, durante l’inverno, il gruppo arrivò al monastero a tre piani di Kumbum, che corrispondeva esattamente alla visione del lama reggente; anche una casa vicina era molto simile. Vi entrarono. Due lama di alto rango si finsero servitori e un giovane monaco del gruppo fece il ruolo del loro maestro. Nella cucina della casa stavano giocando i bambini della famiglia, e non appena il Lama Rinpoche, che si fingeva servitore, si mise a sedere nel locale, un piccolo bambino di due anni corse verso di lui. Il reverendo monaco portava una collana per preghiere che era appartenuta al defunto Dalai Lama, il bambino sembrò riconoscerla e cominciò a tirarla come se volesse averla. Il lama promise al bambino di dargliela se avesse indovinato chi era il suo visitatore, e il bambino disse immediatamente “Il lama di Sera” nel dialetto locale. Il lama chiese allora al bambino come si chiamasse il loro presunto “maestro” ed egli rispose “Lobsang”, che era il nome del servitore. Non è raro per questi bambini reincarnati ricordare oggetti e persone conosciuti durante la vita precedente. Nell’isolata tranquillità del Tibet ci sono sempre state molte prove evidenti che le vite precedenti possono lasciare tracce nella vita attuale. In Occidente questo accade raramente perchè gli occidentali tendono a scartare a priori l’idea che una persona morta possa rinascere in un nuovo corpo. I quattro capi della delegazione di Lhasa procedettero poi ad eseguire le prove prescritte. Dapprima offrirono al bambino due collane da preghiera quasi identiche, una delle quali era appartenuta al tredicesimo Dalai Lama. Senza alcuna esitazione, il bambino scelse quella giusta, se la mise al collo e si mise a saltellare contento per tutta la stanza. Poi la delegazione offrì al bambino due diversi tamburi rituali, uno grande e istoriato, decorato d’oro, e uno molto più semplice che era appartenuto un tempo al defunto Dalai Lama. Il bambino prese il più semplice dei tamburi e continuò a giocare con questo, battendo un ritmo esattamente nello stesso modo con il quale questi tamburi vengono usati nelle cerimonie religiose. C’è un parallelo evidente fra una simile presentazione di oggetti preziosi che erano stati di proprietà del defunto lama e i doni di valore portati dai Magi dall’Oriente al bambino Gesù. Un bambino deve aver raggiunto un’età di almeno due anni per essere pronto alla prova. I delegati furono completamente soddisfatti di ogni dettaglio di conferma: la reincarnazione era stata trovata. Annunciando la scoperta, essi mandarono un telegramma in codice a Lhasa, e in risposta ricevettero istruzioni per organizzare la successiva operazione con la massima segretezza allo scopo di non indurre sospetti nelle autorità cinesi. Al governatore della provincia venne spiegato che il bambino doveva essere portato a Lhasa perchè era uno dei tanti possibili Dalai Lama. Il timore più grave era che, se avessero ammesso di averlo già trovato, la Cina avrebbe potuto insistere nel voler mandare truppe con lui a Lhasa “per la sua protezione”. Per motivi di sicurezza, tutta la corrispondenza fra Amdo e Lhasa venne trasportata attraverso corrieri, che richiedevano spesso diversi mesi. Così ci vollero altri due anni prima che la carovana con la delegazione, il bambino e la sua famiglia, potessero finalmente partire per Lhasa.
Torniamo in Palestina: dopo che i saggi dell’Oriente avevano individuato il bambino Gesù, suo padre Giuseppe cercò di metterlo in salvo dal pericolo di Erode, portandolo in Egitto. Quel Paese era stato per un certo tempo un rifugio per gli Ebrei, che vivevano in quelle che erano colonie complete, con sinagoghe, scuole e qualunque altra cosa per consentire a un forestiero di sentirsi a casa. Il Professor Hassnain mi disse una volta che scuole missionarie buddhiste – vihara – erano presenti ad Alessandria anche prima dell’éra cristiana. Il mio dizionario buddhista cinese definisce un vihara come un posto “che è insieme un’accademia, una scuola e un tempio e serve allo studio e alla pratica del Buddhismo”. Si può quindi facilmente pensare che Gesù sia stato introdotto alla saggezza della filosofia orientale fin dalla prima infanzia dagli studiosi Buddhisti di Alessandria. Attraverso un’istruzione accademica di questo tipo può essere spiegato il fatto che Gesù sia stato in grado di stupire i sacerdoti del Tempio di Gerusalemme quando era un ragazzo di soli dodici anni, un’età sufficiente per continuare i suoi studi nel luogo che poteva bene essere stata la terra dei suoi veri padri spirituali, l’India.
5. – Saggezza orientale in Occidente
La grande diffusione del Buddhismo può essere attribuita in gran parte all’imperatore Ashoka (273-232 a.C.), che, dopo aver conosciuto gli orrori della guerra, decise di dedicarsi agli insegnamenti di pace. Molti dei suoi decreti e delle sue leggi benevole ci sono pervenuti in forma di iscrizioni singole sulle pareti di edifici: in un decreto, l’imperatore ordinava che venisse protetto ogni essere vivente. Ashoka fece costruire molti monasteri buddhisti in India e fece realizzare ospedali per pazienti umani e animali attraverso tutto il suo impero. Fece convocare il secondo Concilio Mondiale Buddhista a Pataliputra, la sua capitale: vi presero parte migliaia di monaci. Ashoka mise in atto l’organizzazione con la quale vennero poi diffusi all’estero gli insegnamenti buddhisti. I monaci vivevano di elemosina, totalmente dipendenti dalla carità della gente comune: non possedevano niente altro che l’abito che indossavano. La loro era una vita di rinuncia, ma senza alcuna austerità ascetica. I monaci conducevano una vita completamente nomade. Il Buddha e i suoi compagni girarono lungo tutto il bacino del Gange, meditando e predicando gli insegnamenti, a volte isolatamente ma più spesso in gruppi, di città in città e di villaggio in villaggio, in modo del tutto simile a Gesù. Il Buddhismo, che era molto più flessibile e apolitico rispetto alla rigida struttura del Brahmanesimo, sembra inoltre essere stato molto più in grado di adattarsi alle numerose invasioni da parte di popoli diversi, che si sparsero nel bacino dell’Indo, nell’alto bacino del Gange e nel Deccan.
Vediamo cosa accadde in Palestina: al momento della scacciata e dispersione degli Ebrei da parte dell’imperatore romano Tito nell’anno 70 d.C., la misteriosa comunità degli Esseni nascose la sua biblioteca di manoscritti su pelli di capra e rotoli di papiro in grossi vasi di argilla in caverne sui monti che sovrastano il Mar Morto. Là essi rimasero fino al 1947, quando furono riscoperti e decifrati. I teologi cristiani rimasero meravigliati nell’apprendere che la maggior parte delle Beatitudini del Sermone della Montagna, attribuite a Gesù, erano in qualche modo presenti nel testo dei Rotoli del Mar Morto, di cui diverse parti erano state compilate molte generazioni prima del tempo di Gesù! Linee di comunicazione molteplici e complesse fra l’Oriente e l’Occidente sono esistite fin dai tempi più antichi della storia umana, e ci sono infatti molti paralleli fra l’antica India e l’antico Egitto. Mentre tutte le culture antiche del Vicino Oriente credevano in un universo solo e unico, che procede in modo lineare dalla Creazione all’Ultimo Giorno, in Egitto, come in India, si credeva che il mondo si muovesse in un ciclo senza fine di formazione e dissoluzione. Nell’anno 325 avanti Cristo, Alessandro il Grande attraversò il Khyber Pass ed invase l’India nord-occidentale. Il giovane macèdone non era solo un grande capo militare, ma anche uno studioso di Aristotele profondamente appassionato di filosofia. Per lui era importante riportare in Macedonia l’arte e la letteratura dei territori conquistati, e quanto possibile delle loro conoscenze e delle loro idee. Probabilmente Alessandro portò un certo numero di monaci buddhisti e di yogi indù nel suo nuovo centro culturale e spirituale presso la foce del Nilo, la città di Alessandria, dove erano state poste le basi per una università mondiale. E’ stato in questo modo, attraverso i saggi dell’Oriente, che sono arrivate in Egitto idee di ascetismo e di regime dietetico vegetariano, idee estranee all’area mediterranea.
Due secoli prima di Cristo, nacque un movimento mistico notevole fra gli Ebrei di Alessandria e di Palestina. In Egitto questi mistici erano noti come i Terapeuti; i loro fratelli spirituali in Palestina si facevano chiamare Esseni e Nazareni. Come i monaci Buddhisti, gli Esseni e i Terapeuti vivevano in comunità monastiche in condizione di celibato, un modo di vita che era una novità per l’area mediterranea, poichè nessuna osservanza religiosa di quel tipo si era vista prima nella zona. Gli Esseni si astenevano dai rituali che si tenevano nel Tempio di Gerusalemme perchè si opponevano decisamente ai sacrifici animali. La religione degli Esseni infatti può essere stata istituita come una forma di protesta contro questi elementi truci dell’ortodossia giudaica e contro la rigida severità della legge mosaica: uno sviluppo simile aveva avuto luogo diversi secoli prima in India, quando il Buddha protestava contro le regole e i rituali dei Brahmini.
La comunità dei Terapeuti alla periferia di Alessandria era senza dubbio influenzata dalla presenza di monaci buddhisti. Gran parte della vita del Terapeuta veniva trascorsa in silenziosa meditazione e nei rituali del culto. Gli Esseni tendevano ad occuparsi di agricoltura e di artigianato. Gli Esseni erano chiamati anche Nazareni, Nazarenos o Nazoraios. Nell’antica Israele, alcuni veggenti erano descritti come Nazariti, che venivano guardati con disprezzo dai sacerdoti ortodossi del Tempio. Il Vangelo di Giovanni dice che Pilato fece mettere una scritta sopra la Croce di Gesù, che, secondo la traduzione italiana, si legge come “Gesù di Nazareth, Re dei Giudei”. Ma in molte altre lingue è stata tradotta in modo leggermente diverso, come “Gesù il Nazareno,…” Secondo alcune ricerche, l’epiteto Nazareno non si riferiva alla città di Nazareth, che probabilmente non esisteva neppure a quel tempo. Inoltre, una delle accuse mosse contro Gesù era il fatto che Egli era un membro dei Nazareni! Se le parole dell’iscrizione sono state alterate dal bisogno di sostenere una verità diversa, non occorre molto per spiegarsi perchè Gesù era tanto detestato dal Sinedrio, i cui componenti odiavano i Nazareni. In quasi tutti i manoscritti in greco, a Gesù viene dato il titolo “il Nazareno”, quasi sempre tradotto, erroneamente, come “Gesù di Nazareth”. Così, nella maggior parte delle traduzioni della Bibbia, Paolo sente sulla strada di Damasco una voce che dice, “Io sono Gesù di Nazareth, che tu perseguiti”. In effetti i manoscritti in greco non contengono una frase come questa, e la Bibbia di Gerusalemme riporta invece la traduzione corretta: “Io sono Gesù il Nazareno, e tu mi stai perseguitando”. C’è stato forse qualche disegno deliberato dietro questa traduzione errata? Se l’intenzione è stata semplicemente quella di mettere in relazione Gesù con il suo luogo di origine, sarebbe stato sicuramente descritto come “Gesù di Betlemme”. Nazareno non si può derivare da Nazareth attraverso nessun processo etimologico standard. Non si può dire con certezza se Gesù sia appartenuto a qualcuno di questi gruppi poichè egli evidentemente rifiutava di essere categoricamente soggetto a qualsiasi legge imposta, scegliendo invece, come il Buddha, soltanto di “fare la cosa giusta al momento giusto”.
Ci sono paralleli evidenti fra la descrizione del modo di vita degli Esseni, le regole monastiche buddhisti e le abitudini stesse di Gesù. Proprio come i monaci buddhisti non possedevano niente altro che il loro abito e pochi oggetti minori necessari per la vita nomade, Gesù condusse la sua esistenza di maestro itinerante che possedeva poco o niente. E proprio come Gesù richiedeva ai suoi discepoli di rinunciare alla famiglia e ai beni del mondo, così la regola buddhista chiedeva ai suoi seguaci di unirsi alla comunità lasciando tutto per entrare nell’ordine fraterno dei monaci e girovagare senza alcun rifugio stabile. Molti monaci esseni dedicavano anni della loro vita a pratiche ascetiche di autodisciplina e contemplazione, e raggiungevano sorprendenti poteri di percezione extrasensoriale, come fanno gli yogi e i fachiri in India. Il fatto che il Nuovo Testamento osservi un silenzio assoluto e totale sull’ordine degli Esseni, una setta numericamente significativa almeno quanto i Sadducei e i Farisei, fa pensare che l’omissione sia intenzionale. Quando la setta di Qumran pregava in comunità, come facevano tre volte al giorno, essi non si rivolgevano in direzione del Tempio di Gerusalemme, come fanno ancora tutti gli Ebrei ortodossi, ma verso oriente. Il punto di attrazione della loro preghiera era ad est, nella direzione del sole nascente. Il sottofondo spirituale e la fonte originaria della filosofia degli Esseni sono ulteriormente rivelate da un altro insegnamento: come i saggi indiani e i filosofi greci essi credevano nell’immortalità, una vita dopo la morte. Gesù parlò della resurrezione dei morti, ma senza riferirsi espressamente alla resurrezione del corpo: Egli non parlava di una resurrezione nella carne, ma della dottrina della reincarnazione e del continuo ciclo di rinascite fino alla fine del samsara. I Buddhisti indossavano abiti bianchi come gli Esseni e come i primi Cristiani. Gli Ebrei celebrano il Sabbath, mentre gli Esseni ritenevano che il giorno santo fosse la domenica, in cui iniziavano la loro celebrazione. Durante il Sabbath, gli Ebrei portavano carne, vino e grano al Tempio per il sacrificio, e ne veniva tenuta una parte per i preti. La ragione della forte inimicizia dei sacerdoti verso gli Esseni è ovvia: il rifiuto della setta degli Esseni di avere a che fare con i sacrifici di sangue rappresentava una minaccia notevole alla dieta dei sacerdoti e alla loro principale fonte di reddito. Questa fu la causa principale del complotto dei sacerdoti contro Gesù, che propugnava una dottrina che avrebbe eliminato molti dei benefici e dei privilegi dei sacerdoti. Gli Esseni credevano anche in una dottrina di causazione morale, che è l’insegnamento indiano del karma.
C’erano numerosi punti di contatto fra le idee di Gesù e quelle degli Esseni, ma c’erano anche differenze che non dovrebbero essere trascurate. I Vangeli riferiscono che Gesù mangiava carne e beveva vino. Egli crebbe in un ambiente influenzato dagli Esseni locali, e la maggior parte dei suoi seguaci erano Esseni. Ma sebbene fosse stato probabilmente un novizio in un monastero degli Esseni, egli più tardi prese le distanze molto nettamente da tutti i precetti della setta rigidamente prescritti, perchè era decisamente convinto, come il Buddha circa cinquecento anni prima, che una cieca adesione a norme e regole precise non era certo una via per raggiungere la salvezza. La differenza fra la visione di Gesù e quella degli Esseni è evidente in particolare nell’idea di amare anche il nemico. A differenza di Gesù, gli Esseni non sentivano alcun rimorso ad odiare i loro nemici. Egli disapprovava espressamente la bigotteria religiosa di qualunque organizzazione o istituzione che proclamasse di avere accesso esclusivo alla verità. Il Dio delle tribù semitiche, se non si vogliono usare giri di parole, è una divinità vendicativa e assetata di sangue. Yahweh-Jehovah degli Ebrei tende ad essere raffigurato come un Signore che incute timore seduto su un trono al di sopra delle nuvole, intento a castigare violentemente il Popolo Eletto ogni volta che trasgredisce i suoi editti e le sue proibizioni. La filosofia che sta dietro al Sermone della Montagna, come riferito dal Vangelo di Matteo, è illuminata da un Dio completamente diverso. Il messaggio di Cristo è un messaggio di amore, un messaggio gioioso di perdono e riconciliazione: ama il prossimo tuo come te stesso; se qualcuno ti dà uno schiaffo su una guancia, porgi l’altra guancia. E’ difficile immaginare un contrasto maggiore con le attitudini rivelate nel Vecchio Testamento. Nessun’altra religione dell’area orientale del Mediterraneo invita a una Grazia di amore magnanimo come fa Gesù. Dove ha imparato Gesù i precetti che ha proclamato nel Sermone della Montagna? Una possibile risposta a questa domanda si può trovare nelle prime scritture buddhiste come il Lalitavistara, che mostra molti paralleli con la tradizione dei Vangeli: le sue sezioni più antiche datano dal terzo secolo avanti Cristo. Buddha raccomandò di reagire alla violenza con la dolcezza. Allo stesso modo, Gesù ammaestrava i suoi discepoli: “A chiunque ti colpisce sulla guancia destra, porgi l’altra guancia”. In un’altra occasione, il Buddha descrisse l’elargizione delle elemosine come “un seme seminato in una buona terra, che darà frutti in abbondanza”. Egli dichiarò anche che “il cibo che viene mangiato non distrugge una persona….ma il togliere una vita, rubare, mentire, commettere adulterio, e persino pensare di fare queste cose, possono certamente portare alla distruzione di una persona”. E inoltre “Un uomo seppellisce un tesoro in un pozzo profondo. Ma un tesoro nascosto come questo non gli è di nessuna utilità. Ora, un tesoro di amore per il prossimo, di pietà e di moderazione, questo è un tesoro che nessun ladro potrà mai rubare”. Tutte queste parole del Buddha ricordano fortemente le parole di Gesù, come riportate dai Vangeli: forse Gesù ben conosceva le parole del Lalitavistara? Gesù si ritirò nel deserto, dove fu soggetto alle tentazioni di Satana, cinquecento anni prima, anche il Buddha fu soggetto a una serie di tentazioni da parte di Mara, il “signore dei piaceri dei sensi”, come narra il Lalitavistara. A Siddharta, durante il suo digiuno e la sua meditazione, Mara offrì piatti deliziosi e offrì le ricchezze e i piaceri del mondo, ma la concentrazione contemplativa del Buddha non ne venne in minima parte disturbata. Gesù affrontò la stessa prova nel deserto, con lo stesso risultato. E come Gesù, il Buddha parlava a mezzo di parabole, molte delle quali sono assai simili a quelle dei Vangeli. A scuola, il giovane Principe Siddharta ha già una certa familiarità con tutti i tipi di testi religiosi. Egli esce per un suo giro solitario, sparisce, e viene poi trovato assorto in profonda meditazione. I paralleli con Gesù, bambino di dodici anni che viene trovato nel Tempio in dotte dissertazioni con esperti delle scritture sono evidenti. Buddha comincia a predicare in pubblico all’età di circa trent’anni, la stessa età in cui cominciò Cristo. Come Gesù, Buddha viaggia attraverso la sua terra con i suoi discepoli principali in volontaria povertà, dando loro insegnamenti a mezzo di vive immagini e parabole. Con quanta forza Gesù critica i Farisei, i fedeli ortodossi che si attengono in modo staticamente rigido alla Legge mosaica, altrettanto Buddha critica la casta sacerdotale dei Brahmini, la cui ortodossia si è ridotta a regole fisse e rituali privi di significato. Proprio come Buddha respinge i sacrifici di sangue compiuti da certi Brahmini, così Gesù condanna i sacrifici di sangue compiuti dagli Ebrei. Malgrado tutti i tentativi volti a nascondere le vere origini dell’insegnamento di Gesù, e malgrado che i Vangeli siano stati compressi più volte per ridurli ad una interpretazione rigidamente conformata, si possono citare più di cento passaggi del Nuovo Testamento che mettono in evidenza origini che si riconducono ad una tradizione molto più antica: il Buddhismo. Le affinità fra l’insegnamento etico di Gesù e quello del Buddha sono sorprendenti. Entrambi proibiscono l’omicidio, il furto, la falsa testimonianza e le relazioni sessuali illecite, e mirano a superare il male attraverso il bene: entrambi predicano l’amore anche verso il nemico. Danno grande valore alla serenità mentale e all’intenzione pacifica, mettono in guardia contro l’attaccamento ai futili “tesori mondani”, raccomandano ogni compassione. I paralleli sono molti, ed alcuni testi delle due fedi coincidono virtualmente parola per parola. Buddha dice ai suoi discepoli “Coloro che hanno orecchie per ascoltare, ascoltino”. Egli compie miracoli: i malati sono guariti, i ciechi possono di nuovo vedere, i sordi possono udire e gli storpi camminano liberamente. Egli cammina sul Gange in piena, proprio come Gesù cammina sulle acque del lago. In un’occasione Buddha capitò sulla riva di un fiume, dalla riva opposta un discepolo che non era riuscito a trovare una barca, cominciò a camminare sull’acqua verso di lui, proprio come Pietro quando si avvicinò a Gesù camminando sull’acqua. E nello stesso modo in cui Pietro iniziò ad affondare quando la sua fede cominciò a vacillare, il discepolo di Buddha cominciò ad affondare quando la sua concentrazione meditativa sul Buddha fu disturbata. Camminare sull’acqua è un’idea assolutamente assente nelle tradizioni ebraiche, mentre è un tema ampiamente diffuso in India: inoltre, come Gesù, il Buddha evitava assolutamente miracoli destinati semplicemente a stuzzicare il desiderio del sensazionale della gente. A uno yogi che aveva passato venticinque anni di sforzi nel provare ad acquistare la capacità di attraversare un fiume senza bagnarsi i piedi, il Buddha disse “Hai davvero perso tanto tempo su una cosa di così poco conto? Tutto quello di cui avevi bisogno era una piccola moneta, e il barcaiolo ti avrebbe fatto attraversare il fiume con il suo battello”. C’è una particolare storia che rappresenta forse il parallelo più sorprendente di tutti fra i più antichi testi buddhisti e il Nuovo Testamento. In termini cristiani è la parabola della monetina della vedova. Secondo la versione buddhista, si narra di un’assemblea religiosa alla quale viene richiesto ai fedeli di fare una donazione in denaro. I membri più ricchi della congregazione offrono con generosità e in moneta pregiata. C’è però una povera vedova, che possiede in totale solo due monetine, ed essa le dona generosamente entrambe, e con piacere. Il sacerdote presente si accorge del suo nobile gesto e la elogia pubblicamente per questo, mentre non accenna affatto alle altre donazioni. Il passaggio corrispondente del Vangelo di Marco è identico. In entrambe le versioni la storia riguarda una vedova. Entrambe parlano di offerte ad un’assemblea religiosa e di persone ricche presenti. In entrambe la vedova offre tutto quello che possiede, per la precisione due monete, e per questo viene lodata da qualcuno che apprezza il suo sacrificio molto di più delle donazioni dei ricchi. Le due versioni sono così uguali, che riesce difficile credere che la più recente (quella cristiana) sia stata inventata in modo del tutto indipendente dalla più antica. Nel tempo in cui Gesù viveva e predicava in Palestina, la scuola Mahayana del Buddhismo si era appena evoluta dalla scuola Hinayana, più chiusa in sè stessa. E’ stata la scuola Mahayana che ha fatto diventare il Buddhismo una religione universale, aperta ai credenti di ogni nazione e di ogni cultura. La filosofia Mahayana si focalizza sulla compassione verso tutti gli esseri, personificata nell’ideale del Bodhisattva, concezione che prese forma nel terzo secolo avanti Cristo. Il Bodhisattva è un Illuminato che rimanda la sua immersione nell’Essere Universale, che rinvia il suo ingresso nel nirvana, finchè non è riuscito a portare ogni essere alla salvezza. Tutte le qualità caratteristiche di un Bodhisattva si trovano nella persona di Gesù, che è la figura tipica del Bodhisattva ideale.
Nella lotta per il potere che si verificò fra i molti gruppi Paolinisti, Gnostici e Cristiani-Ebrei durante i primi secoli della nostra éra, fu la Chiesa di Roma, come organizzata in forma gerarchica da Paolo, che risultò infine vincitrice, a seguito della conversione al Cristianesimo dell’Imperatore Costantino nel 313 d.C. Trecento anni più tardi si trovò sotto pressione, quando una nuova religione si affacciò premendo fortemente da sud verso l’Asia Minore: l’Islam riuscì ad imporsi su molta della popolazione dell’area in un arco di tempo straordinariamente breve. Ma cosa è accaduto dei gruppi che non erano disposti a sottomettersi all’autorità del Papa di Roma e dell’Imperatore di Bisanzio, gli Esseni e i Nazareni, il nucleo principale dei Cristiani Ebrei, gli Gnostici, i Manichei e i neo-Platonici? Sono semplicemente scomparsi, assorbiti senza lasciare tracce o nella Chiesa di Roma o nella corrente principale dell’Islam? Un gran numero di differenti comunità tribali, clan e sétte esistono ancora oggi fra le montagne dell’Asia Minore, della Siria e del Kurdistan: sono considerati dai mussulmani ortodossi come eretici. Fino alla comparsa di pochi studiosi isolati nei tempi moderni, non si sapeva praticamente niente delle credenze religiose di questi gruppi; solo molto recentemente parecchie di queste comunità tribali hanno aperto la porta al mondo esterno rivelando antiche tradizioni alcune delle quali dimostrano paralleli con gli Esseni, i Nazareni e i Terapeuti e con gli ideali di vita religiosa e di pensiero dell’India. L’universo è sottoposto a un ciclo senza fine di formazione e dissoluzione, chiamato il ciclo dell’essere. Molti studiosi pensano che queste comunità tribali rappresentino i diretti discendenti degli Esseni e dei Nazareni che, dopo il tempo di Cristo, si sono fusi con i Cristiani Ebrei in opposizione al gruppo Ellenistico dominante di Paolo, e che, allo scopo di sopravvivere sotto il dominio mussulmano, hanno più tardi assunto l’aspetto esteriore di una sétta islamica. Ci sono molti altri punti a favore di questa tesi, oltre a quelli già menzionati. Ad esempio, tutti i gruppi celebrano le festività cristiane, e in particolare la Pasqua. E’ possibile che queste remote comunità che abitano in aree montagnose inaccessibili possano avere conservato la dottrina cristiana originaria in una forma molto meno alterata di quanto abbia fatto la Chiesa di Roma con tutti i suoi imperatori, papi e cardinali.
6 – Il segreto di Gesù
Non è più possibile descrivere la figura storica di Gesù Cristo per la scarsità delle fonti e la distanza di tempo; inoltre le Chiese Cristiane hanno distrutto virtualmente tutte le informazioni utili per ricostruire gli eventi della sua storia personale. Gesù come persona è coperto da un velo di mistero e di segretezza. Le nostre idee sulla natura e la personalità di Gesù Cristo sono basate non tanto su una documentata biografia e su prove storiche, quanto su una verità che trascende la storia. Lo stesso Gesù “intimò di non parlare a nessuno di lui” e mentre scendeva dalla montagna dopo la Trasfigurazione, egli “proibì di raccontare a chicchessia ciò che avevano veduto”. C’era lo stesso ordine di segretezza quando Gesù guariva la gente. Ogni volta Gesù vietava a coloro che venivano guariti di diffondere la notizia dell’evento. Il risultato fu che, dopo la guarigione di una persona che era muta e sorda, ad esempio, “ordinava loro che non lo dicessero a nessuno, ma quanto più lo comandava, tanto più loro lo divulgavano”. “E voleva che nessuno sapesse chi egli era”: l’ordine si applicava naturalmente anche ai discepoli. Sembra che ci sia stato un grande salto intellettuale fra Gesù e i suoi discepoli, che erano semplicemente incapaci di capirlo.
Anche le circostanze del suo ingresso pubblico finale in Gerusalemme destano alcune perplessità. Perchè questo figlio di gente comune avrebbe dovuto essere salutato come una celebrità in quella città se era stato a fare panche e finestre nella bottega da falegname di suo padre per tutta la sua vita di adulto fino al trentesimo anno? Inoltre in tal caso era ben difficile che potesse essere considerato uno straniero presso la popolazione locale. L’accoglienza entusiastica del popolo della Palestina suggerisce invece che egli fosse ritornato da un lungo viaggio dopo un’assenza prolungata, con insegnamenti nuovi e strani e con poteri soprannaturali, come la capacità di compiere miracoli e di guarire i malati.
In genere nella regione indiana si credeva in qualche forma di reincarnazione. E Gesù? La reincarnazione viene citata parecchie volte nel Nuovo Testamento, anche se questi riferimenti sono molto spesso ignorati o nascosti, probabilmente in modo intenzionale. La credenza nella reincarnazione era un fatto naturale nelle prime comunità cristiane, fino a quando divenne vittima di uno storico errore perpetrato dal Concilio Ecumenico di Costantinopoli nell’anno 533 d.C.: dichiarata eretica, è da allora rimasta bandita dalla dottrina “cristiana” fino ad oggi. L’idea della rinascita era ampiamente diffusa attraverso tutto il mondo grecoromano dell’antichità classica. Il grande filosofo e matematico greco Pitagora (570- 496 a.C.), un contemporaneo di Buddha, era un grande sostenitore della trasmigrazione delle anime, e ci sono anche alcune leggende che parlano dei suoi viaggi in India. Anche Platone (427-347 a.C.) era un seguace della reincarnazione, che ha un ruolo centrale pure nella filosofia degli Stoici. I poeti romani Virgilio e Plutarco, contemporanei di Gesù, pensavano che le anime delle persone che erano in qualche modo legate al mondo fisico della carne sarebbero rinate in un nuovo corpo quando il vecchio corpo giungeva alla morte.
I seguaci di Gesù sapevano che Egli era una reincarnazione, ma non erano ancora sicuri della sua identity e tentavano parecchi suggerimenti. Gesù stesso non dà risposta diretta, ma conferma indirettamente le idee dei discepoli incoraggiando la loro curiosità: “Ma chi dite che io sia?” Nel Nuovo Testamento ci sono anche significative descrizioni delle congetture di varie persone sul quesito di quale anima Gesù fosse la reincarnazione. Tutti questi passaggi provano in modo certo che la reincarnazione era una credenza largamente diffusa in quel tempo. Nel racconto di Gesù che guarisce un uomo cieco dalla nascita i discepoli chiedono espressamente: “Maestro, chi ha peccato, quest’uomo, o i suoi genitori, poichè è nato cieco?” L’idea che qualcuno poteva essere nato cieco a causa di peccati commessi prima comporta naturalmente una vita precedente e una conseguente rinascita. Un’ulteriore e contemporanea conseguenza della questione è l’elevato concetto di karma, per il quale le azioni compiute in una vita influiscono profondamente sulle condizioni e le circostanze della vita successiva.
Il riferimento più chiaro alla reincarnazione nel Nuovo Testamento si trova nell’Epistola di Giacomo, dove si dice che la lingua “è un intero mondo di malizia: essa contamina tutto il corpo; traendo la fiamma stessa dall’inferno, dà fuoco all’intera ruota della creazione”. La traduzione dell’ultima frase che appare nella maggior parte delle Bibbie in lingue occidentali è “il corso della natura”, “la ruota della nostra esistenza” o altre espressioni ugualmente nebulose che alterano il senso delle parole greche originali, che letteralmente significano “ciclo dell’essere” o “ruota della vita”, corrispondendo così esattamente alla dottrina indiana della ruota delle rinascite. Molti teologi interpretano questo passaggio nel testo dicendo che “mostra un’influenza gnostica”, e la dottrina sostenuta dagli Gnostici – o almeno così vorrebbero farci credere tutte le moderne Chiese Cristiane, o istituzioni, o autorità – è non soltanto non-cristiana, ma fondamentalmente opposta all’insegnamento di Gesù. Negli scritti teologici della Chiesa Cristiana iniziale e in altri documenti contemporanei, ci sono molti esempi di una relazione fra il pensiero cristiano e il pensiero indiano dei primi secoli dopo Cristo. Numerosi riferimenti che risalgono ai Padri della Chiesa del tempo possono essere oggi interpretati come affermazioni della reincarnazione, malgrado tutti i rimaneggiamenti eseguiti successivamente.
I commerci fra l’Impero Romano e l’India erano fiorenti nel primo secolo della nostra éra, e il centro di questi commerci era la città di Alessandria. Insieme con le merci e gli articoli che venivano commerciati, anche le idee e concezioni indiane trovavano la loro via verso Alessandria, permeando così il pensiero locale politico e religioso. In quel tempo il Cristianesimo non era ancora diventato quella Chiesa monolitica ed altamente stratificata che sarebbe diventato più tardi; era invece costituito da molti gruppi separati, ciascuno dei quali era affiliato a qualcuna delle varie scuole filosofiche: molti di essi erano collegati alle scuole che alla fine furono raggruppate senza troppe distinzioni sotto la denominazione di “Gnostiche”. La maggior parte delle dottrine gnostiche furono più tardi condannate come eresie dai Concili della Chiesa, ma alcune sétte sono sopravvissute fino al Medio Evo, finchè gli ultimi dei loro seguaci (i Catari, gli Albigesi e i Bogomili) furono brutalmente annientati dall’autocratica Chiesa di Roma. Elemento comune di tutti questi gruppi gnostici era una forte fede in Gesù e nella reincarnazione. Molti dotti studiosi hanno affermato che i primissimi Cristiani e gli Gnostici facevano parte in origine dello stesso movimento, e che il famoso antagonismo fra i due gruppi è stata una falsificazione della storia avvenuta in un tempo molto successivo da parte dei capi della Chiesa. Questa affermazione non è stata mai confutata in modo convincimento. Inoltre, un buon numero di commentatori pensano anche che in quel tempo ci fosse una colonia buddhista ad Alessandria. I seguaci del Buddha ad Alessandria durante i decenni prima e dopo la nascita di Gesù certamente non si davano il nome di Buddhisti. Essi devono probabilmente aver usato il nome adottato dai loro fratelli in India: i seguaci del Dharma. In greco, la parola Dharma può essere tradotta come Logos, “Parola” e coloro che aderivano a questo insegnamento potrebbero piuttosto essere stati menzionati come Logici. Infatti un gruppo di Gnostici era realmente conosciuto come i Logici. Malgrado la continua e persistente negazione di ogni collegamento fra i primi Cristiani e gli Gnostici da parte delle autorità storiche della Chiesa Cristiana, resta il fatto che un certo numero di concetti teologici che sono venuti a far parte della dottrina ortodossa della Chiesa di Roma hanno avuto origine in realtà all’interno della cultura gnostica, che aveva sede in Alessandria, dove hanno vissuto e lavorato i primi grandi teologi cristiani, fra cui Clemente.
L’allievo e successore di Clemente fu Origene, il fondatore della teologia cristiana sistematica: uno dei suoi maestri fu un individuo misterioso chiamato Ammonio il Saka. I Saka erano un popolo dell’India del nord, e i precedenti indiani di Ammonio sono al di fuori di ogni dubbio: molti esperti oggi pensano che l’epiteto Sakkas non significhi in realtà “il Saka”, ma che più probabilmente si riferisca a Sakya o Sakyamuni, cioè al fatto che Ammonio era un monaco buddhista. Se è così, allora il teologo principale del primo Cristianesimo dopo Agostino era l’allievo di un monaco buddhista dell’India, e molte delle immagini e delle metafore che usa nelle sue opere teologiche potrebbero essere viste come prese direttamente dal Buddhismo. Sfortunatamente degli scritti di Origene si sono salvati solo pochi frammenti. La maggior parte dei suoi manoscritti furono distrutti più tardi proprio perchè egli era disponibile a mostrare una grande tolleranza verso la gente con vedute diverse, e specialmente per la sua fede nella reincarnazione. Quasi tutti gli storici cristiani oggi hanno adottato il punto di vista che la dottrina della reincarnazione è stata dichiarata un’eresia con un decreto formale del Concilio di Costantinopoli nell’anno 553. Ma la dottrina della reincarnazione venne in effetti condannata da niente di più che un semplice veto personale da parte dell’Imperatore Giustiniano, e l’anatema non fu mai parte delle risoluzioni del Concilio. La moglie di Giustiniano cominciò la sua straordinaria ascesa, che alla fine la portò a diventare governatrice di un impero, come cortigiana. Per spezzare i legami con il suo ignobile passato e dare di sè un’immagine morale, ordinò la tortura e l’esecuzione di cinquecento delle sue precedenti colleghe cortigiane. Poi, in un tentativo volto ad evitare di dover soffrire le temute conseguenze di tali azioni crudeli in una vita successiva secondo le leggi del karma e della reincarnazione, cominciò ad usare tutta la sua influenza per ottenere che venisse formalmente abolita la dottrina del ciclo delle rinascite. Era evidentemente convinta che un editto promulgato per “decreto divino” dell’Imperatore l’avrebbe assolta da ogni colpevolezza. L’Imperatore Giustiniano aveva già dichiarato guerra agli insegnamenti di Origene nel 543 d.C quando li aveva condannati come eretici con un sinodo convocato per quello scopo. Dieci anni dopo, radunò un concilio a Costantinopoli, che fu poco più che una giustificazione personale per Giustiniano, che vedeva sè stesso come capo della Chiesa d’Oriente e stava tentando di consolidare il suo potere rispetto al Vescovo di Roma. I vescovi orientali (Ortodossi) che costituivano il maggior numero dei presenti erano vassalli feudali dell’Imperatore e in posizione tale da non poter assolutamente resistere alle pressioni esercitate dall’Imperatore stesso. Come era accaduto nel sinodo precedente della Chiesa d’Oriente nel 543, l’Imperatore ottenne ancora una volta la condanna dell’insegnamento di Origene sulla reincarnazione.
Gesù è l’esempio ideale del Bodhisattva, una persona che, stando sulla soglia dell’Illuminazione totale, ritorna volontariamente ad una rinascita per compassione degli esseri senzienti. Egli percepisce pienamente che l’esistenza terrena, il ciclo delle rinascite determinato dal karma, è la causa di tutte le sofferenze; ha predicato ai suoi discepoli la rinuncia alla vita del mondo ed ha mostrato loro la via verso l’Illuminazione attraverso la “retta azione” e la creazione di karma positivo. se possiamo di nuovo divenire familiari con le idee di karma, questo ci aprirà dimensioni completamente nuove per la comprensione di Gesù, mostrandoci la via anche senza una “resurrezione del corpo”. I miracoli di Gesù sembrano essere stati compiuti in gran parte sul piano della compassione: la guarigione degli infermi, dei confusi mentalmente e degli handicappati fisicamente. Ma evidentemente ha compiuto anche altri tipi di miracolo quando era necessario: ha trasformato l’acqua in vino, ha moltiplicato le quantità di cibo, si è reso invisibile, ha resuscitato i “morti” e ha camminato sull’acqua. Come per gli altri racconti su Gesù, ci sono naturalmente paralleli e precedenti letterari per gli episodi dei miracoli sia nelle tradizioni europee sia in quelle asiatiche. La storia della nascita di Krishna, della sua fanciullezza e della sua vita contiene molti paralleli con i racconti su Gesù; anche nei dettagli Krishna e Cristo sono i due più notevoli esecutori di miracoli nelle sacre scritture degli Indù e dei Cristiani. Oggi, come migliaia di anni fa, i “miracoli” restano un metodo legittimo per portare il messaggio divino più vicino ai dubbiosi e a coloro che sono confinati esclusivamente nel mondo materiale. Quasi ogni cosa riferita riguardo a Gesù ha un parallelo nelle antiche leggende indiane. Una delle ragioni per cui questa similitudine fra storie indiane e cristiane è così poco conosciuta è che pochissimi Europei sono in grado di leggere il sanscrito degli antichi testi: solo recentemente si sono cominciate ad avere traduzioni che hanno risvegliato l’interesse del mondo occidentale.
Secondo le fonti più antiche, circa 5000 anni fa il Signore Vishnù apparve in forma umana alla presenza della giovane Devaki, che era membro della casa reale. Devaki cadde in estasi e fu “pervasa” dello spirito di Dio, che venne a lei nello splendore della sua maestà divina, così che ella concepì un figlio. Ma il Re di Mathura era stato avvertito che dalla figlia di sua sorella sarebbe nato un re destinato a diventare più potente di lui. La giovane Devaki si nascose nei campi con il bambino appena nato e il bambino scampò miracolosamente ai soldati che erano stati mandati dal re ad uccidere tutti i bambini maschi neonati. Come il giovanissimo Gesù nei Vangeli apocrifi, Krishna era in grado di compiere ogni miracolo concepibile anche quando era ancora un bambinetto. Le eroiche imprese compiute dal super-ragazzo indiano erano sufficienti a riempire numerosi volumi. All’età di sedici anni, Krishna lasciò sua madre per diffondere i suoi nuovi insegnamenti attraverso tutta l’India. Egli parlava al popolo e ai principi contro la corruzione, ovunque si schierava con i deboli contro l’oppressione, e dichiarava di essere venuto sulla Terra per liberare la gente dalla sofferenza, per scacciare lo spirito del male e per riportare il governo della rettitudine. Egli superò terribili difficoltà, compì una grande varietà di miracoli, risuscitò i morti alla vita, guarì i lebbrosi, ridiede la vista ai ciechi e l’udito ai sordi e fece camminare gli storpi. Alla fine raccolse un gran numero di discepoli, che lo seguivano con zelo e che dovevano continuare il suo lavoro. Ovunque la gente veniva a lui per ascoltare i suoi insegnamenti e per stupirsi davanti ai miracoli che compiva. Egli fu onorato come un dio ed acclamato come il vero Redentore di cui parlavano le profezie dei padri. Krishna voleva rinnovare la religione e ripulirla da tutte le sue follie e i suoi abusi. I suoi insegnamenti hanno la forma di parabole poetiche, di aforismi e simili, in modo molto analogo a quanto viene riportato per le parole di Gesù. Krishna insegna ai suoi seguaci ad amare il loro prossimo; raccomanda il rispetto per l’individuo, chiamando tutti a dividere ogni avere con i poveri, a compiere azioni dettate da rettitudine e puro altruismo. Egli ci insegna a ripagare il male con il bene, ad amare i nostri nemici, e vieta la vendetta. Egli consola i deboli, condanna la tirannia e aiuta i più sfortunati.
7 – La Sindone – Un’eredità di Gesù
Erode il Grande (37-4 a.C.) ha avuto a che fare con continue sommosse interne lungo tutto il suo regno. Fra i gruppi ribelli gli Esseni avevano un posto speciale, perchè erano formalmente organizzati in un Ordine, ed avevano un “gruppo scelto” nei Nazareni. Quando il figlio di Erode, Archelao, venne deposto nell’anno 6 d.C. gli Esseni e i Nazareni ritornarono dall’esilio nella città di Alessandria e a questo punto la lotta di resistenza, condotta dai partigiani Esseni, si rese più continua. Perchè Gesù sia andato a Gerusalemme, consegnandosi ai suoi persecutori, rimane un mistero. E il suo ingresso a Gerusalemme fu particolarmente spettacolare: Gesù venne festeggiato con giubilo come il re che avrebbe stabilito il “Regno di Dio”. L’ingresso nella città di Gerusalemme, cinque giorni prima della grande festività della Pasqua, fu un atto di una provocazione senza precedenti. All’ingresso attraverso le porte della città, Gesù fu clamorosamente acclamato dalle folle. Ma sebbene Gesù cavalcasse un asino in segno di umiltà, sottomissione e intenzioni pacifiche, l’acclamazione fu più tardi tragicamente interpretata in modo errato.
L’intera sequenza degli avvenimenti di Gerusalemme si può elencare in questo modo: Martedì sera: l’Ultima Cena arresto ai Getsemani audizione preliminare da parte di Anna Pietro rinnega tre volte il Maestro Mercoledì mattina: l’inizio del processo dinanzi al Sinedrio esame delle testimonianze da parte di Caifa Mercoledì sera: Gesù viene maltrattato nel carcere di Caifa Giovedì: il Sinedrio si riunisce per annunciare il giudizio Gesù viene portato da Pilato e interrogato Gesù viene consegnato ad Erode Antipa Venerdì: il processo politico continua davanti a Pilato la flagellazione, l’incoronazione con la corona di spine la sentenza e la crocifissione all’ora sesta (12 o mezzogiorno).
Il Sinedrio rappresentava la più alta autorità giudaica in tutti gli affari che potevano avere un aspetto religioso. Fra gli anziani dell’assemblea c’era Giuseppe di Arimatea, un ricco ed influente proprietario terriero che diede voto contrario alla decisione del Gran Concilio di mettere a morte il Nazareno. Dopo dettagliato esame e confronto dei testimoni, il sommo sacerdote, Caifa, concluse ponendo la domanda cruciale: “Ti scongiuro per il Dio vivente di dirci se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”. Quando Gesù rispose “Tu l’hai detto”, Caifa prese questa risposta per un Sì e da questo non c’era possibilità di ritorno dalla pena capitale. Pilato sembra essere stato poco contento di doversi occupare di questo caso fin dall’inizio perchè, come disse egli stesso, non poteva trovare alcun indizio per cui Gesù fosse colpevole. Egli provò a fare in modo che fosse liberato ma, quando vide che non ci riusciva, con un gesto dimostrativo si lavò le mani di quel caso per conservare la sua “innocenza”. Fallì poi anche il tentativo di Pilato di passare il delicato caso all’etnarca ebreo locale, Erode Antipa, che era presente per la festività, perchè Gesù non gli disse assolutamente niente. Egli fu rimandato di nuovo al procuratore, che alla fine lo lasciò al volere della folla che era stata incitata da Caifa e dai sacerdoti, e riconsegnò loro il Nazareno per l’esecuzione come avevano richiesto.
I problemi che nascono dalla convinzione popolare della “Resurrezione dai morti” sono assai difficili da risolvere: le fonti letterarie disponibili non spiegano perchè Gesù sia stato dichiarato morto solo poche ore dopo la crocifissione. Nessuno vide la Resurrezione, così l’insegnamento della Chiesa su di un argomento di vitale importanza deve essere considerato come una deduzione successiva all’evento, un’interpretazione. Ma vediamo gli eventi. S’era già fatta sera, e siccome era il Giorno della Preparazione, cioè la vigilia del Sabato, Giuseppe d’Arimatea andò a presentarsi a Pilato e domandò il corpo di Gesù, che fu avvolto in un lenzuolo, che è oggi conservato a Torino e costituisce un documento autentico che ha catturato per la posterità uno dei momenti più importanti della storia del mondo. La famosa Sindone di Torino è un lenzuolo lungo 4,36 e largo 1,10 metri e mostra con sorprendente chiarezza l’impronta di un uomo che è stato crocifisso da poco. Al primo sguardo alla Sindone nel suo complesso, gli occhi si posano in primo luogo su due strisce scure che corrono verticalmente per tutta la lunghezza: si tratta di segni di bruciature che sono stati riparati con cuciture di colore più chiaro. Questo particolare è il risultato del fatto che il lenzuolo è quasi andato perduto in un incendio alla Cappella di Chambéry, in Francia, nel 1532, quando era piegato in un cofanetto d’argento. Se su questo manufatto c’è veramente l’immagine di Gesù, e l’autenticità del lenzuolo può essere provata, allora questo documento non solo rappresenta un fatto sensazionale della massima importanza, ma può servire come l’unica base scientifica accettabile sulla quale può essere risolta la questione: è realmente avvenuta la Resurrezione di Gesù?
Il botanico e scienziato Dr. Max Frei, svizzero, ha fatto uso di tecniche complesse di analisi del polline per arrivare ad alcune scoperte sensazionali: ha preso dodici campioni, ciascuno con un’area da dieci a venti centimetri quadrati, da parti diverse della superficie della Sindone. In un rapporto sulla sua ricerca pubblicato nel marzo 1976, Frei ha annunciato di essere stato in grado di identificare un totale di quarantanove diversi tipi di piante dal polline che aveva trovato sulla Sindone. Molte di queste piante crescono ancora oggi nelle regioni in cui si dice che la Sindone sia stata tenuta nel corso della sua storia: una di queste è il cedro del Libano. Ma la novità sensazionale è che è stato trovato anche polline di undici tipi di piante che non crescono affatto nell’Europa Centrale, ma sono alofite che provengono dal Vicino Oriente. La storia della Sindone fino a questo punto era stata descritta solo a partire dal quattordicesimo secolo, ed alcuni ricercatori ne avevano perciò dedotto che la Sindone era stata fabbricata in quel periodo e che era sempre stata tenuta entro i confini di Francia e Italia. L’analisi del polline ha oggi fornito una prova evidente che il lenzuolo deve essere stato in Palestina in un tempo molto antecedente. Inoltre, le specie di polline identificate sulla Sindone si trovano in concentrazioni abbastanza alte in quegli strati dei sedimenti del Mare di Galilea che corrispondono al tempo di Gesù. I granelli di polline di altre otto varietà di piante erano caratteristiche delle steppe dell’Asia Minore, in particolare della zona attorno a Edessa. Se oggi è possibile tracciare la storia della Sindone indietro fino alle sue origini, ciò è dovuto in gran parte alle ricerche dello storico inglese Ian Wilson, che è stato in grado di dimostrare che la Sindone corrisponde al cosiddetto Ritratto di Edessa, di cui ci sono notizie che risalgono al primo secolo, e che è conosciuto come il Mandylion.
Il lenzuolo venne molto probabilmente conservato dai seguaci di Gesù, che avevano fatto in modo che il corpo venisse rimosso dalla Croce e posto nella tomba. Ma non si poteva permettere che il lenzuolo rimanesse in Palestina: la continua e disordinata guerriglia contro le forze degli odiati romani era una minaccia troppo grande. Solo le grosse e ben consolidate comunità cristiane del nord potevano costituire un rifugio sicuro, cioè città come Antiochia, Corinto, Efeso ed Edessa, che si trovano molto lontano dalle zone dove aveva predicato Gesù. Secondo le fonti storiche è probabile che ci sia stata ad Edessa una comunità cristiana di piccole dimensioni già da molto tempo. Giunto ad Edessa, il lenzuolo fu piegato in modo da sembrare un ritratto su lino e venne incorniciato in oro dal capo della comunità cristiana del posto. La prima indicazione che la Sindone era ricomparsa si trova in un documento scritto dallo storico Evagrio nell’anno 593. Un sermone di festività di Costantinopoli riferisce che il ritratto fu riscoperto in Edessa nel sesto secolo, e che era lo stesso ritratto di Cristo che un discepolo aveva portato. Il ritratto ritrovato venne portato “alla grande chiesa”, dove fu posto in un cofanetto d’argento ben chiuso. Da allora in poi il lenzuolo divenne noto come il Mandylion e fu considerato sempre sacro e prezioso. Nel 639 gli Arabi conquistarono Edessa e quindi vennero in possesso della Sindone. Un ricco cristiano, Atanasio, si fece ridare il tessuto di lino dagli Arabi e lo nascose in una cripta in una delle tante chiese della città.
Dopo la scoperta del Ritratto di Edessa nel sesto secolo, ci fu un grande aumento di venerazione dell’immagine nel Cristianesimo. Fino ad allora, Gesù era stato rappresentato secondo canoni classici, come un filosofo o un imperatore, come un maestro di verità, un buon pastore o un giovinetto senza barba. Dove si stabiliva una venerazione per il Mandylion, là appariva improvvisamente una forma di rappresentazione molto simile al ritratto tridimensionale del lenzuolo. Da allora in poi Gesù è stato principalmente rappresentato in vista frontale, con occhi grandi e ben aperti sotto sopracciglia pronunciate, lunga capigliatura ondeggiante divisa a metà, barba a due punte, lungo naso aquilino, e di età matura. Nell’anno 944 la Sindone arrivò finalmente a Costantinopoli, salutata da folle esultanti, e vi rimase probabilmente per due secoli e mezzo, custodita nella chiesa di Blachernai. Durante la consegna del Mandylion o durante il viaggio a Costantinopoli, il ritratto è stato evidentemente tolto dalla sua cornice e si è così rivelato come la Sindone completa. In ogni caso, Gregorio, arcidiacono della Chiesa Grande di Costantinopoli, tenne un discorso al momento del trionfale ingresso del tessuto, in cui menzionò “…le gocce di sangue, che sono uscite dal suo costato…”, che avevano lasciato la traccia sul tessuto. E almeno in questa affermazione c’è la prova che il Mandylion di Edessa e la Sindone di Torino sono lo stesso lenzuolo. Se era visibile la ferita provocata dalla lancia del centurione, il tessuto non poteva essere semplicemente un riquadro che conteneva l’immagine di un volto. Robert de Clari era venuto a Costantinopoli come cavaliere della Quarta Crociata. Dopo un lungo assedio, i crociati presero la città nell’aprile del 1204. Essi distrussero qualunque cosa non avesse valore per loro: fra tanto tumulto la Sindone scomparve, per riapparire soltanto 150 anni dopo in Francia, in possesso dei membri della famiglia Charny. Sono state elaborate diverse teorie per spiegare come il lenzuolo sia scomparso da Costantinopoli e sia poi finito in Francia. Poichè il tessuto è sparito di colpo per più di un secolo, è stato molto probabilmente in possesso degli stessi proprietari per tutto quel periodo: i Templari. I Templari non avevano preso parte alla conquista di Costantinopoli perchè non aveva niente a che fare con i loro compiti in Terra Santa; tuttavia, immediatamente dopo la presa della città, alcuni dei loro agenti vi si recarono in missione segreta. Soltanto le aree dei palazzi Bucoleon e Blachernai non erano state preda dei saccheggi della soldataglia dei crociati, perchè i capi dei crociati avevano scelto quei palazzi come propria residenza una volta che l’attacco avesse avuto successo. Perciò i tesori e le reliquie che quei palazzi contenevano furono distribuiti a dignitari di alto rango secolari e religiosi. Nel maggio 1204, il Conte Baldovino IX delle Fiandre fu incoronato Sacro Romano Imperatore di Bisanzio. Per portare questa notizia al Papa Innocenzo II, il nuovo Imperatore scelse il Maestro della Corte dei Templari di Lombardia, un certo Fratello Baroche, che può bene aver convinto Baldovino che togliere la Sindone dalla chiesa di Blachernai e donarla al Papa gli avrebbe indubbiamente assicurato il favore del Vaticano.
Nel 1307, Filippo il Bello di Francia accusò i Templari di essere eretici e adorare una strana icona. Dopo una totale persecuzione all’Ordine, due degli ultimi capi rimasti furono bruciati sul rogo per eresia a Parigi nel marzo 1314, ma i loro persecutori non riuscirono a trovare in alcun luogo l’”icona” dei cavalieri. Alcuni anni dopo, tuttavia, il lenzuolo ricomparve ancora una volta, in possesso di Geoffroy de Charny, che, da una ricerca genealogica, poteva bene essere stato un bisnipote del cavaliere Templare che aveva pagato con la vita. E’ probabile che i capi dei Templari abbiano nascosto il lenzuolo presso un parente di Geoffroy, allo scopo di proteggerlo dalla persecuzione di Filippo. In seguito Margareta de Charny lo lasciò al Duca Luigi di Savoia e ne ricevette in cambio una ricca ricompensa per “servizi di grande valore”. Da allora in poi la storia della Sindone è ben documentata e può essere rapidamente riassunta. Nel 1502 il lenzuolo fu depositato nella cappella del Castello di Chambéry dove, nel 1532, rischiò di essere distrutto dal fuoco che lasciò le bruciature ancora oggi visibili. Nel 1578 il lenzuolo venne infine portato a Torino, dove è stato conservato come eredità di famiglia della Casa Savoia per quattro secoli, finchè Umberto II di Savoia, ex-re d’Italia, lo lasciò alla Santa Sede nel suo testamento del 18 marzo 1983, poco prima della sua morte. In occasione del cinquantesimo anniversario della costituzione dello Stato d’Italia nel 1898, la Sindone fu esposta al pubblico. Il fotografo dilettante Secondo Pia ebbe allora l’opportunità di fotografarla per la prima volta; quando ebbe sviluppato le lastre fotografiche esposte nella sua camera oscura, fece una scoperta sensazionale: il negativo sulla lastra fotografica mostrava molto bene le sembianze naturali di Gesù, come doveva essere apparso nella vita reale. Le fotografie più recenti e precise hanno portato molte nuove scoperte: il corpo che si vede nell’immagine non è vestito, proprio come erano i criminali quando venivano puniti e giustiziati secondo la legge romana. Una rappresentazione artistica di Gesù completamente nudo sarebbe stata inconcepibile, una bestemmia di proporzioni irrimediabili. L’immagine è molto evidentemente di qualcuno che è stato crocifisso perchè inchiodato a una croce. E’ stato il primo Imperatore romano cristiano, Costantino, ad abolire questo barbaro metodo di esecuzione, così che il lenzuolo deve avere avuto origine prima dell’anno 330 d.C. La barba e la capigliatura della persona rappresentata non erano consueti nell’Impero Romano, tranne che in Palestina. La lunghezza dei capelli e la discriminatura centrale sul capo ci dicono che la vittima era un membro della comunità dei Nazareni.
La Sindone mostra con grande evidenza gli avvenimenti di sei delle Stazioni della Croce descritte nei Vangeli. In primo luogo, i medici specialisti confermano la presenza di una seria contusione sotto un occhio e di altre ferite superficiali evidentemente provocate da colpi in faccia dati dai soldati. In secondo luogo, piccoli segni doppi sono chiaramente visibili lungo tutta la schiena, e in alcuni punti della parte anteriore. Ci sono complessivamente più di novanta di queste ferite, da cui è possibile dire quante frustate furono inferte. L’evidenza della terza Stazione della Croce sta nel fatto che le ferite delle frustate nella regione delle spalle sono state chiaramente aggravate dalla successiva applicazione di un forte peso. La quarta Stazione della Croce è visibile nelle macchie irregolari di sangue sulle parti anteriore e posteriore della testa: è la traccia evidente di una corona di spine. La quinta Stazione, l’inchiodatura alla croce, è visibile nelle strisce di sangue sulle mani e sui piedi. Sebbene gli artisti e gli iconografi abbiano sempre rappresentato i chiodi piantati sulle palme delle mani, le macchie di sangue sul tessuto dimostrano che i chiodi vennero in realtà infissi sui polsi. Esperimenti eseguiti dal patologo francese Barbet hanno dimostrato che le palme delle mani non potrebbero sopportare il peso di un corpo di più di quaranta kilogrammi senza lacerarsi. Quale falsario avrebbe potuto saperlo? L’ultima delle sei Stazioni della Croce è rappresentata da una ferita lunga circa 5 centimetri sul fianco destro del corpo fra la quinta e la sesta costola. Nè le cosce nè le parti inferiori delle gambe mostrano alcun segno di grossi danni, e questo conferma che gli arti non furono davvero spezzati. I punti sopra enunciati, che coincidono tutti con la descrizione del Vangelo, indicano che non può trattarsi semplicemente di una qualunque vittima di una crocifissione.
Un esame ancora più accurato, con l’impiego dei più moderni strumenti, è stato possibile solo dopo che fu istituita una Commissione per lo studio scientifico della Sindone. Nel 1973 l’ex-re d’Italia consentì un esame sistematico e vari test per tre giorni, dopo di che il lenzuolo fu mostrato in televisione a milioni di persone con il commento di Papa Paolo VI. Fin dagli anni Cinquanta, un tedesco chiamato Hans Naber (ma che ha usato anche i nomi di Kurt Berna e John Reban), specializzato in scritti riguardanti la Sindone, aveva ottenuto una certa fama con la produzione di pubblicazioni sensazionali. Egli dichiarò che la Sindone provava al di là di ogni dubbio che Gesù non poteva essere veramente morto quando fu tolto dalla Croce, perchè un cadavere non avrebbe potuto continuare a sanguinare nel modo che aveva evidentemente fatto il corpo che era stato avvolto nel lino della Sindone di Torino. Naber affermò di avere avuto una visione nel 1947 in cui Gesù gli era apparso e gli aveva chiesto di testimoniare al mondo che l’uomo sottoposto alla Crocifissione era morto solo in apparenza. La pubblicazione dei risultati dello studio e delle fotografie della Sindone diedero finalmente a Naber l’opportunità di tentare di provare le sue teorie. E’ inutile dire che le autorità dottrinali della Chiesa non avevano alcuna simpatia per l’argomento, ma un bel giorno Naber dichiarò di avere ricevuto una lettera da un anonimo membro del clero della Chiesa Cattolica Romana, in cui si diceva che non era possibile da un lato insegnare che Gesù era morto sulla Croce per la salvezza dell’umanità e da un altro venerare un sudario che non aveva mai avvolto un corpo morto. Il Vaticano si trovò obbligato a prendere una posizione ufficiale sull’argomento e decise allo stesso tempo che si doveva trovare una soluzione radicale e definitiva. Naber non poteva venire ignorato, perchè era in grado di risvegliare l’interesse in tutto il mondo: ma l’insistenza di Naber portò alla sua rovina fisica, mentale e finanziaria.
Nel 1978 due squadre di insigni scienziati eseguirono un programma di ricerche che durò due settimane. La conclusione fu che l’immagine si era formata per contatto con il corpo. L’esame delle fibre al microscopio elettronico ha rivelato che l’immagine non si è prodotta a causa di particelle rilevabili di qualche sostanza, ma che le fibre stesse della Sindone dove è visibile l’immagine sono rese più scure in superficie, a differenza di quelle delle aree dove non c’è l’immagine. Fin dal 1924, il biologo francese Professor Paul Vignon aveva avuto grande successo con i suoi esperimenti in quella che fu poi definita “teoria vaporografica”. Vignon dimostrò che un corpo che suda posto in un lino che è stato imbevuto in una miscela di olio leggero e tintura di aloe produce la stessa colorazione che compare sulla Sindone, perchè il sudore si decompone per formare vapori ammoniacali, che poi provocano un processo di ossidazione che ha luogo nella cellulosa. Questa colorazione è più forte nel punto di contatto fra il lenzuolo e il corpo e diventa più debole quando aumenta la distanza fra il corpo e il lenzuolo. La colorazione molto più intensa delle macchie di sangue è il risultato di una reazione chimica. Gli esperimenti di Vignon, anche se convincenti, divennero il bersaglio di severe critiche nel 1933, per la semplice ragione che i sali e il calore del corpo necessari per le reazioni chimiche e l’evaporazione non potevano essere stati presenti in quantità sufficienti in un cadavere. La prova che l’immagine sulla Sindone era di origine vaporografica avrebbe potuto porre fine a virtualmente ogni altra speculazione, ma la Chiesa Cristiana si oppose a questa soluzione evidente soprattutto con l’obiezione che i cadaveri non sudano e non emettono calore corporeo. Ma se Gesù fosse stato ancora vivo, l’alta temperatura del corpo provocata dalle ferite l’avrebbe fatto sudare in modo più abbondante che mai! Oggi esiste una prova semplice per determinare l’età di tutte le sostanze organiche, tramite la misura dei livelli del radioisotopo carbonio-14. Oggi è possibile datare anche le più minuscole quantità di un materiale: nell’aprile 1988, dopo che Umberto II di Savoia era stato persuaso dal Papa a cedere il tessuto alla Santa Sede, il Vaticano (spinto all’azione dalle spettacolari pubblicazioni di Naber) ordinò un esame al radiocarbonio della Sindone di Torino, nella speranza che si riuscisse una volta per tutte a dimostrare se la reliquia era autentica oppure no. A tre laboratori specializzati nella datazione di materiale archeologico furono consegnati campioni della dimensione di un francobollo del lenzuolo di Torino. Nell’ottobre 1988 il sensazionale risultato fu reso noto al pubblico: l’esame aveva dimostrato al di là di ogni dubbio che il tessuto aveva avuto origine nel Medio Evo (in un periodo fra gli anni 1260 e 1390). Questa scoperta, che contraddiceva tutti i risultati delle ricerche precedenti, mi fece sorgere subito dei sospetti sull’accuratezza con cui era stata eseguita la datazione.
Avevo studiato la storia della Sindone per molti anni: sapevo per certe molte cose che provavano attivamente che quel tessuto era esistito prima del Medio Evo. Dovevo andare ad esaminare a fondo i procedimenti di prova. Fu l’inizio di tre anni di un lavoro da detective che mi portò in tutti i luoghi in qualche modo interessati alla datazione al radiocarbonio. Mi risultò ben presto evidente che gli scienziati che avevano preso parte alle prove avevano qualcosa da nascondere. Per vie traverse e con grande difficoltà, riuscii finalmente ad ottenere fotografie fortemente ingrandite dei pezzi di tessuto che i laboratori avevano ricevuto per eseguire la datazione. Ho fatto esaminare queste foto da parecchi istituti specializzati in questo genere di lavori e confrontare al computer le immagini digitalizzate con le fotografie di ciascun frammento originale prese direttamente prima che venisse tagliato via. I risultati furono chiari e decisivi: i pezzi di tessuto datati nei laboratori non potevano provenire dal tessuto originario! Proseguendo le mie indagini scoprii che i campioni esaminati con la tecnica del radiocarbonio erano stati presi da un abito tenuto fin dal 1296 nella basilica di San Massimino nella Francia meridionale, il mantello da cerimonia di San Luigi d’Anjou. Questo ha provato una volta per tutte che la datazione della Sindone di Torino è stata manipolata: l’idea era di presentare il lenzuolo come una contraffazione medioevale, e così porre fine a tutte le discussioni sulla questione se Gesù fosse o no sopravvissuto alla Crocifissione, discussioni che avrebbero scosso la Chiesa Cristiana fin dalle fondamenta. La datazione al radiocarbonio del 1988 si è rivelata niente più di un cinico tentativo di imbroglio. Certamente non prova che la Sindone ha soltanto settecento anni: in effetti, la falsificazione intenzionale e fraudolenta dei risultati delle prove è invece una prova aggiuntiva che la Sindone di Torino è realmente il lenzuolo in cui Gesù fu avvolto un tempo, e che Gesù era ancora vivo quando vi fu “posto a riposare”.
8 – La “morte” e la “resurrezione”
La storia della Crocifissione è pervenuta a noi attraverso i tre Vangeli Sinottici, il Vangelo di Giovanni e parecchi testi apocrifi. Leggendo i testi dei quattro Vangeli in parallelo è possibile trovare una lista considerevole di punti di differenza. Il testo di Giovanni è considerato come la più autentica di tutte quattro le narrazioni. In esso c’è una storia che può forse rappresentare il punto chiave di tutto il libro: il racconto della resurrezione di Lazzaro. Giovanni fornisce una dettagliata descrizione degli usi funerari del suo tempo; una cosa che afferma con decisione è che Lazzaro era morto davvero. Giovanni usa termini diversi per descrivere il funerale di Gesù: la faccia di Gesù non era legata con un soudarion, ma vi era invece “avvolta”. Egli dice molto chiaramente che il tessuto era appoggiato sopra la testa, presumibilmente per escludere che il tessuto fosse usato per tenere chiusa la bocca. Sembra che l’autore del Vangelo di Giovanni abbia inteso fare una netta distinzione fra il funerale di Lazzaro e il funerale di Gesù, ed evidenziare così le differenze fra due eventi ben diversi. Lazzaro venne fuori avvicinandosi e la parola che viene usata implica che egli uscì fuori senza alcun aiuto: uscì dalla caverna che era stata usata come tomba e si liberò dalle sue fasce di lino. Ogni riferimento della narrazione fa ben comprendere che la sepoltura di Lazzaro è stata un funerale definitivo. Invece il funerale di Gesù è descritto in maniera molto diversa: Gesù non fu deposto in una nicchia intagliata perpendicolarmente nella parete rocciosa di una tomba, ma deposto su una superficie di pietra. La descrizione conferma la nostra ipotesi che la sepoltura di Gesù non è stata mai completata: la terminologia usata da Giovanni suggerisce che non si è trattato di una vera sepoltura.
Diversi commentatori hanno suggerito che si intendeva forse parlare di qualche specie di processo di imbalsamazione. Essi si riferiscono alle cento libbre di sostanze aromatiche procurate da Nicodemo: “E venne anche Nicodemo, quello che in precedenza era andato da Gesù di notte, portando una miscela di mirra e di aloe, circa cento libbre”. Cento libbre (quarantacinque kilogrammi) è un peso enorme di sostanze relativamente leggere! Se l’aloe e la mirra fossero state in forma secca o in polvere, la quantità necessaria a fare questo peso avrebbe occupato parecchi sacchi, e Nicodemo avrebbe avuto bisogno di un certo numero di assistenti per aiutarlo a trasportare il carico. Il trasporto sarebbe stato ancora più difficile se quelle sostanze fossero state in sospensione nel vino, nell’aceto o nell’olio. Non c’era alcun bisogno di un rito di sepoltura abbreviato e affrettato. Tuttavia, ci sono tutte le indicazioni che i seguaci di Gesù abbiano agito con la massima rapidità e la massima efficienza, seguendo un piano ben prestabilito. Allora, cosa accadde veramente nella caverna tombale? Rileggiamo allora il passo cruciale alla luce delle conclusioni cui siamo appena pervenuti: ”Essi presero, dunque, il corpo di Gesù e lo avvolsero con bende di lino insieme con gli aromi, come usano fare i Giudei per la sepoltura”. Gli aromi erano aloe e mirra, come sappiamo: la mirra non figurava nel rituale di sepoltura degli Ebrei. L’uso ebraico prescriveva che il corpo del defunto dovesse essere lavato e cosparso d’unguento, che i capelli venissero tagliati e messi in ordine e che il corpo venisse poi rivestito e il volto coperto con un lenzuolo. Il lavaggio del corpo era di tale basilare importanza che poteva venire eseguito anche nel giorno di Sabato. Tuttavia non si fa menzione di nulla di tutto questo nel Vangelo di Giovanni: non ci fu alcuna unzione del corpo. Qualunque cosa stessero facendo Giuseppe e Nicodemo, non aveva assolutamente niente a che fare con i rituali di sepoltura dei Giudei.
La cosa più strana di tutto quello che è stato descritto in relazione alla sepoltura e alla tomba è la presenza di quella quantità di erbe straordinariamente grande. Qual’era il loro scopo, poichè esse non avevano niente a che fare con una sepoltura? L’ Aloe vera è una pianta originaria della parte sud-occidentale della penisola arabica. Un gel a stick ricavato da quella pianta veniva usato nell’antichità soprattutto per curare ferite, infiammazioni locali e scottature. Il secondo tipo di spezia portato da Nicodemo era la mirra, una resina gommosa ricavata da arbusti; la fragranza aromatica della mirra aveva un ruolo importante negli antichi rituali dell’India e dell’Oriente. Era usata fin dai tempi più antichi per la medicazione delle ferite. L’aloe e la mirra erano comunemente usate nella cura di grandi porzioni di tessuto danneggiato perché potevano facilmente essere composte come unguenti e tinture. E’ evidente che queste miscele rappresentavano, al tempo di Gesù, il mezzo universalmente riconosciuto per ottenere la guarigione più efficace e più rapida delle ferite, insieme alla maggiore protezione possibile contro le infezioni. Non c’è alcun dubbio che Nicodemo si era procurato una quantità veramente sorprendente di erbe medicinali altamente specifiche con l’unico scopo di curare le ferite sul corpo di Gesù. Non c’era naturalmente nessuna intenzione di seppellire Gesù. Doveva invece essere portato in un posto sicuro dove avrebbe potuto riposare tranquillamente per guarire e rimettersi in forze. Davanti a conclusioni così radicali, è giusto considerare che possibilità ci siano per una persona di sopravvivere alla crocifissione.
Nei territori occupati dai Romani, la crocifissione era tanto un mezzo di esecuzione quanto un deterrente, che manteneva docili e sottomessi i popoli ribelli. Per gli Ebrei i mezzi legali di punizione capitale erano la lapidazione, il rogo, la decapitazione e lo strangolamento. Non era consentito che la crocifissione di un criminale violasse il Sabato, il cui inizio era considerato al tramonto del giorno precedente, il Giorno della Preparazione. Per evitare di provocare gravi disordini civili, i Romani facevano il possibile per non offendere volontariamente i sentimenti religiosi degli Ebrei. Una volta che era stata emessa la sentenza di morte ufficiale romana “andrai sulla croce”, ci si prendeva cura che l’esecuzione venisse terminata prima del Sabato. Perciò, nel caso della crocifissione di Gesù, la grande fretta era dovuta al fatto che ebbe luogo nel Giorno della Preparazione. Doveva essere terminata prima del tramonto. Ma non era facile ottenere questo, perché la particolarità della crocifissione era che l’agonizzante tortura si protraeva nel tempo. Veniva eseguita in modo tale da prolungare il dolore e la sofferenza del condannato normalmente per un periodo di alcuni giorni, fino a quando, alla fine, spirava. I Vangeli riferiscono che Gesù fu inchiodato sulla croce all’ora sesta (12: mezzogiorno) e rese lo spirito all’ora nona (circa le tre del pomeriggio). E’ strano che le sofferenze della morte delle altre vittime della crocifissione fossero tanto più lunghe che nel caso di Gesù, considerando la sua costituzione forte e ben allenata. Comunque, negli scritti di Giuseppe Flavio, che ci hanno insegnato tanto sui costumi e gli eventi della Palestina al tempo di Gesù, c’è un passaggio che riguarda un uomo crocifisso che è guarito e si è ripreso dopo essere stato tirato giù dalla croce. I due criminali crocifissi con Gesù, che avevano ricevuto prima il suo stesso trattamento, erano ancora vivi. Le loro gambe vennero spezzate, così che non poterono più sopportare a lungo il loro peso e stare dritti: perciò soffocarono dolorosamente fino alla morte nel giro di poche ore. Ma quando i soldati giunsero a Gesù e videro che era già morto, non gli spezzarono le gambe. Questo è un comportamento molto strano, se non inspiegabile: perchè questi rozzi soldati non spezzarono anche le gambe di Gesù, per essere sicuri della sua morte? Essi devono avere avuto dei dubbi sul fatto che Gesù fosse realmente morto; devono perlomeno aver guardato il suo stato di incoscienza con scetticismo. Altrimenti non si sarebbero preoccupati di dare il colpo di lancia nel costato. Ma un soldato esperto non avrebbe mai pensato di uccidere qualcuno con un colpo di lancia in un fianco: per quello scopo avrebbe colpito sul davanti, in direzione del cuore.
Pilato, sorpreso del fatto che Gesù sia già morto, fa venire il centurione, che conferma la morte: solo allora concede il corpo di Gesù. Il centurione, che ha ovviamente controllato in modo per lui idoneo la morte di Gesù, è lo stesso che, commosso dagli eventi durante la Crocifissione, loda Gesù come il vero Figlio di Dio. Chi era? Nella letteratura apocrifa che riguarda Pilato è chiamato Longino ed è rappresentato come il capitano delle guardie. Longino è diventato più tardi il vescovo della sua terra natale, la Cappadocia. Questa “conversione” può significare che egli aveva qualche conoscenza di Gesù e dei suoi seguaci prima della Crocifissione, e può anche essere stato lui stesso uno che credeva in Gesù. Molti dei problemi che si pongono a riguardo della Crocifissione si potrebbero risolvere di colpo: Giuseppe di Arimatea, Nicodemo e il centurione Longino erano fra i seguaci segreti di Gesù. Influenti come posizione e rango, essi erano informati con buon anticipo su cosa avrebbe portato l’arrivo di Gesù, considerato pubblicamente pericoloso. Giuseppe era grandemente rispettato come membro del Sinedrio, che aveva autorità su tutti gli affari di stato in cui fosse coinvolta la religione ebraica, compresa l’amministrazione della giustizia. Nicodemo, che aveva ricevuto gli insegnamenti di Gesù protetto dall’oscurità della notte, era anche un notabile giudeo. Grazie a questi incarichi, Giuseppe e Nicodemo sapevano che la crocifissione non poteva essere evitata. Ma se avessero potuto fare in modo di tirare giù Gesù dalla croce abbastanza presto e se tutto fosse andato secondo i piani, sarebbe stato possibile tenerlo in vita, in modo che avrebbe potuto probabilmente continuare la sua missione sotto altro nome. Era di vitale importanza per tutta l’operazione che gli apostoli non fossero coinvolti. Essi si erano nascosti per timore di persecuzioni. Nessuna azione sarebbe stata intrapresa contro i rispettati notabili Giuseppe e Nicodemo o contro il centurione romano.
C’è poi un’altra questione importante: Perchè Gesù giunse (apparentemente) a morte subito dopo aver preso la bevanda amara? Era veramente aceto quello che gli fu dato? La bevanda di aceto è menzionata nella narrazione di Giovanni in modo tale che si possa considerare che l’aceto era stato portato sul luogo della Crocifissione per quello scopo preciso. Faceva parte dei preparativi che Giuseppe, Nicodemo e il centurione avevano messo in atto per eseguire il loro piano. Su cosa fosse realmente il liquido amaro, possiamo fare soltanto congetture. In quei tempi era disponibile un grande assortimento di sostanze analgesiche e narcotiche: in combinazione, e insieme con altre sostanze farmaceutiche, non è difficile ottenere soluzioni oppiacee tali da avere qualunque effetto specificamente richiesto. In ogni caso, la “morte” provocata è in realtà uno stato simile al coma, in cui i segni di vita, come la respirazione, il battito cardiaco e le pulsazioni, non sono più percepibili. Se Gesù fosse stato veramente prossimo a restare soffocato sulla Croce – e virtualmente tutti gli esperti di medicina legale indicano il soffocamento come causa della morte – il grido profondo emesso prima che Egli “morisse”, come menzionato specificamente dai tre evangelisti Sinottici, sarebbe stato certamente impossibile. Una persona senza respiro, che sta per soffocare, sarebbe a mala pena riuscito ad emettere un bisbiglio. Ma Gesù emise un forte grido. E Giovanni riferisce che “Quando Gesù ebbe preso l’aceto, disse: Tutto è compiuto. E, chinato il capo, rese lo spirito”. Gesù fu capace di dire queste parole quando ebbe preso la bevanda e mentre sentiva aumentare il suo effetto narcotico. Fu in grado di dirle perchè era vicino non alla morte, ma ad un profondo e indotto stato di incoscienza.
Ora confrontiamo quello che ci è stato detto nei resoconti del Vangelo con ciò che veniamo a sapere dall’immagine prodotta dal corpo sulla Sindone di Torino. Si è supposto che Gesù sia rimasto morto appeso alla croce per tre ore. Se fosse veramente accaduto così, le conseguenze si potrebbero descrivere con assoluta certezza. Secondo tutte le autorità mediche moderne, il rigor mortis avrebbe cominciato a manifestarsi in circa trenta minuti dopo la morte o giù di lì. Una volta che Gesù ebbe perso conoscenza sulla Croce, il suo corpo avrebbe dovuto curvarsi. Il suo peso, prima sostenuto soprattutto dalle gambe fissate fermamente dal chiodo attraverso i piedi, avrebbe dovuto passare al sostegno delle braccia tenute fisse dai chiodi attraverso i polsi. Le gambe sarebbero così divenute piegate ad angolo acuto all’altezza delle ginocchia. La testa avrebbe dovuto cadere in avanti, e il mento si sarebbe appoggiato sulla parte alta dello sterno. Dopo le tre o quattro ore in cui si dice che il corpo sia rimasto sulla croce, avrebbe dovuto diventare rigido in questa posizione. Ma un’attenta occhiata all’immagine della schiena sulla Sindone rivela immediatamente che l’intero corpo di Gesù è stato deposto ben in piano sul lenzuolo. E una prova ancora più convincimento è fornita dalle macchie di sangue sulla Sindone. Infatti si possono chiaramente distinguere due momenti separati di fuoriuscita del sangue. Dapprima, ci sono tracce del sangue che fluì quando Gesù fu inchiodato alla Croce. Poi, ci sono tracce del sangue fresco che fluì dal corpo quando Gesù era già deposto orizzontalmente sul lenzuolo! Tutte le tracce di sangue della Sindone corrispondono all’ipotesi che Gesù è stato posto vivo a contatto con il lenzuolo. Sulla questione della ferita nel fianco di Gesù, è stato chiesto una volta ad uno specialista di medicina legale, se il sangue potesse fluire da una ferita aperta fra la quinta e la sesta costola a circa dieci centimetri a destra della posizione mediana, da un cadavere disteso supino su una superficie piana, senza applicare alcuna pressione meccanica dall’esterno. La ferita era stata inflitta inizialmente mentre il corpo era verticale: successivamente il corpo era stato posto a giacere sulla schiena. Per assicurarsi di avere un’opinione veramente non influenzata da pregiudizi, all’esperto non venne detto quale fosse il “caso criminale” in questione. La risposta data dall’esperto di medicina legale è estremamente interessante ed esclude in modo assoluto che la fuoriuscita di sangue in due tempi come mostrata sulla Sindone possa essere avvenuta da un corpo già morto.
Stabilire lo stato di morte clinica presenta difficoltà ai medici anche oggi. L’uso di alcune sostanze moderne può provocare un coma così profondo da indurre facilmente false diagnosi. Un metodo ben noto per stabilire la morte era quello di fare una piccola incisione nel calcagno o nel polso. Se il sangue arterioso scorre, il sistema circolatorio è ancora in funzione. I cadaveri non sanguinano proprio! Nel caso di Gesù, ci furono complessivamente ventotto ferite che continuarono a sanguinare anche dopo la rimozione del corpo dalla Croce. Questo prova che non è possibile che Gesù fosse morto quando il suo corpo fu deposto nella tomba. Dal momento in cui Gesù fu visto pendere dalla Croce privo di conoscenza, Giuseppe si precipitò ad assicurarsi la consegna del corpo con la massima celerità umanamente possibile. Egli esercitò tutta la sua influenza su Pilato per ottenere un rilascio istantaneo. Uno studioso fa l’ipotesi che il ricco Giuseppe abbia corrotto qualcuno con forti somme per accelerare le cose al massimo. Questo non è certo inconcepibile: Giuseppe era pressato dal tempo e qualunque mezzo gli sarebbe sembrato giustificato per abbreviare il procedimento burocratico. Agli uomini crocifissi con Gesù erano state spezzate le gambe, ma nel caso di Gesù il centurione controllò solo con il colpo di lancia che fosse morto. Pilato rilasciò il “cadavere” e subito Giuseppe e Nicodemo tolsero Gesù dalla Croce e lo portarono nella tomba aperta nella roccia, che si trovava lì vicino.
Nel ritiro della caverna tombale, iniziarono subito i preparativi per la guarigione di Gesù sul ripiano in mezzo del pavimento. La bevanda a base di oppio lo aveva aiutato a cadere in un sonno profondo e non sentire più il dolore. Fu avvolto e trattato con quelle grandi quantità di erbe medicinali per far guarire più velocemente le ferite. Ma Giuseppe e Nicodemo sapevano che non avrebbero potuto lasciare a lungo Gesù nella tomba. I Giudei erano estremamente sospettosi ed avevano già espresso timori che i seguaci di Gesù potessero rubare il corpo e proclamare che c’era stata una resurrezione miracolosa. Dopo la sua cosiddetta “resurrezione”, si dice che Gesù sia entrato frequentemente attraverso porte chiuse e sia “apparso” con grande sorpresa dei suoi seguaci. Ma allora perchè fu fatta rotolare via la grossa pietra dall’ingresso della tomba, proprio dal posto dove si dice che sia accaduta questa miracolosa “resurrezione”? La tomba aperta è una prova del fatto che qualcuno aveva dovuto agire in gran fretta per portare Gesù fuori dalla tomba stessa. Gli amici Esseni erano ovviamente ancora presso la tomba, cioè gli uomini in abiti sfolgoranti di Luca, o il giovane vestito di candida veste di Marco. L’abito bianco candido denota certamente che erano Esseni. Gesù era probabilmente stato portato fuori appena poco tempo prima. Poichè la festività della Pasqua coincideva sempre con la luna piena, era facile viaggiare nella notte illuminata dalla luce lunare. Forse gli Esseni che stavano dietro erano ancora lì per raccogliere qualcosa e chiudere la tomba. Le donne stupite ebbero dagli Esseni chiare risposte alle loro domande: Gesù si era risvegliato e non era più lì. Maria Maddalena, che sta piangendo in piedi davanti alla tomba, chiede al giardiniere se avesse portato via il corpo. Quando colui che credeva il giardiniere le si rivolge per nome, ella si rende conto che si tratta di Gesù. E’ notevole che Maria Maddalena scambi Gesù per il giardiniere. E’ questo Colui che è risorto nella gloria, una figura non riconosciuta da nessuno dei suoi più stretti compagni e scambiata da lei per il giardiniere? Quello che probabilmente accadde è che Gesù era stato appena portato fuori dalla tomba quando arrivò Maria Maddalena. Così, per non attirare l’attenzione, lo avevano vestito con abiti semplici come quelli che poteva portare un giardiniere. A Gesù, che era debole, può anche essere stato dato un attrezzo da giardino come temporaneo sostegno per camminare. Inoltre, i giardinieri hanno la pelle molto abbronzata per il loro continuo lavorare all’aperto sotto il sole: il volto di Gesù era gonfio per i traumi subìti e la soluzione di aloe e mirra lascia una caratteristica colorazione scura. L’apocrifo Vangelo di Pietro descrive come la guardia abbia visto tre uomini uscire dalla tomba “e due di essi sostenevano l’altro”! Una persona risorta nella gloria ha bisogno di un simile sostegno? Ne ha bisogno un uomo ferito, che deve essere portato in un luogo sicuro, e che si è appena risvegliato da un coma.
Durante la notte, dopo che era stato applicato l’impacco medicinale con le erbe, Giuseppe e Nicodemo andarono a far visita ad alcuni dei seguaci di Gesù. In particolare, essi andarono da Maria Maddalena, Simon Pietro e Giovanni, che potevano essere considerati come amici intimi. Spiegarono brevemente ai tre che cosa avevano fatto, e quindi che stavano tentando di salvare Gesù dalla morte con l’aiuto degli amici Esseni. Se i loro sforzi avessero avuto successo, i tre che li ascoltavano meravigliati avrebbero ricominciato a sperare. Ma qualunque cosa fosse successa, Gesù avrebbe dovuto essere portato via al più presto possibile dall’attuale nascondiglio poco sicuro, e portato in qualche posto affidabile, lontano dagli sguardi indiscreti dei sacerdoti di Gerusalemme. Dire qualcosa di più poteva significare compromettere l’esito di tutta l’operazione. Maria Maddalena, meravigliata ed emozionata per ciò che aveva udito, non può trattenersi a lungo e si avvia verso la tomba per vedere di persona se Giuseppe ha detto la verità. Là trova la pietra rotolata via dall’ingresso e corre immediatamente indietro dagli altri due per confermare loro quello che era accaduto.
Ben poche conclusioni certe si possono trarre sugli eventi che accaddero durante il tempo successivo alla scomparsa di Gesù dalla tomba. I suoi incontri con i compagni un tempo itineranti sono presentati come “apparizioni” perchè si dice che Gesù sia entrato in mezzo a loro attraverso porte chiuse, e tuttavia viene enfatizzata allo stesso tempo la corporeità di Gesù. I discepoli erano confusi: a quasi nessuno di loro probabilmente era stato detto qualcosa dell’operazione di soccorso preparata da Giuseppe e Nicodemo, che non appartenevano al loro gruppo. L’ultima cosa che i Vangeli riportano su Gesù, poco tempo prima della sua partenza dalla Palestina, sono i suoi continui tentativi di spiegare ai discepoli una volta per tutte che era sopravvissuto alla Crocifissione ed era guarito. Ma all’inizio i discepoli avevano pensato che potesse essere un fantasma. Gesù è ansioso di dimostrare ai suoi seguaci che il suo corpo è realmente di natura materiale, proprio come lo era stato prima. Egli mette in evidenza la sua presenza fisica consentendo loro di toccarlo, e mangiando con loro. Nel Vangelo di Luca, egli chiede ai discepoli sbigottiti: “Perchè siete turbati, e perchè sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi, poichè sono proprio io. Toccatemi e guardate; poichè un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho”. Infine per dar loro un’ultima e definitiva prova, chiese se avessero qualcosa da mangiare; ed essi gli diedero un pezzo di pesce arrostito. Ed egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Nei territori controllati da Roma, i suoi nemici erano dappertutto. Nel momento in cui fosse stato chiaro che Egli non era morto, avrebbero iniziato a cercarlo. Gesù sapeva che la Palestina non era più un posto sicuro per lui e decise che doveva andarsene al più presto possibile. Molti ricercatori hanno dedotto dai vari resoconti degli eventi successivi alla “resurrezione” che Gesù sia rimasto nel suo nascondiglio per parecchi mesi. Alla fine venne il momento in cui Egli si sentì abbastanza forte per affrontare le fatiche di un lungo viaggio. Egli scelse di portare i suoi discepoli sul Monte degli Ulivi, dove diede loro le sue ultime istruzioni. Dopo di che, egli lasciò Gerusalemme, e si allontanò nella luce sfolgorante che si rifletteva sulle nubi. I discepoli non lo videro più. Essi interpretarono la sua partenza come un’ascensione al cielo. Ma da dove veniva questa luce sfolgorante? Gli Esseni portavano abiti bianchi, di un bianco così splendente da indurre la gente di quel tempo a descriverli in modo entusiastico come splendenti come la luce. E’ molto probabile che Gesù sia stato portato via dagli Esseni proprio in questo modo. E dove lo portarono? In primo luogo Egli andò a Damasco, dove visse per un certo tempo. Là avvenne il famoso incontro con Paolo. L’impatto della potente aura di Gesù e l’incontro stesso con il carismatico Maestro indussero il fanatico persecutore dei Cristiani ad una completa e totale revisione delle sue vedute religiose.
Nella parte superiore della valle dell’Indo c’è una iscrizione su roccia che risale al tempo di Gesù: l’iscrizione recita: “Il saggio Issa è venuto qui dalla Terra di Israele, con il suo bastone da pellegrino”. Esistono numerose tradizioni nell’Asia Minore e nel Vicino Oriente, che parlano di un uomo santo chiamato Yuz Asaf o Issa, che arrivò da una terra lontana. I testi antichi dicono che Issa era un principe, un saggio e un profeta, e che egli venne per insegnare la verità ai popoli della Terra e ai figli di Israele dispersi. Egli arrivò in Afghanistan con una piccola carovana e continuò il suo viaggio verso il Kashmir. Le descrizioni della vita di Yuz Asaf corrispondono in ogni dettaglio a quelle della vita di Gesù. Egli parlava in parabole, guariva i lebbrosi e i malati, e proclamava un messaggio di amore e di pace. Alla fine di un lungo viaggio durato molti anni, Gesù/Issa arrivò infine a Srinagar, nel Kashmir. Là visse in pace per molti anni e diede i suoi insegnamenti alla popolazione locale. Morì in tarda età e fu sepolto nel Rozabal, nel quartiere di Khanyar di Srinagar. La tomba, che è orientata nella direzione est-ovest tipica degli Israeliti, contiene un sarcofago coperto con un pesante panno di velluto verde. Accanto al sarcofago si trova una pietra su cui sono scolpite le impronte di due piedi: queste impronte mostrano i segni evidenti delle ferite prodotte dai chiodi della crocifissione. Da migliaia di anni la popolazione del Kashmir venera la tomba del Santo Issa/Yuz Asaf, Colui che venne dalla Terra di Israele per portare il messaggio del Dio Unico.
In questo modo si conclude il resoconto integrale degli studi e delle evidenze storiche riguardanti la vita di Gesù in India, preservando l’intera narrazione dei fatti e delle interpretazioni proposte da Holger Kersten.
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