Econometica
Assisi – XVI Meeting “L’Oriente incontra l’Occidente sul sentiero francescano”
Inizio, anziché dall’inizio, dalla fine e cioè dall’invito a cercare un’altra vita. Anche perché la situazione nella quale ci troviamo oggi a vivere è caratterizzata anche da mutamenti e cambiamenti economici epocali ai quali, se non reagiamo con strategie, comportamenti e scelte, andremo a fondo anche noi.
Assistiamo, infatti, alla scomparsa del ceto medio, alla cinesizzazione e proletarizzazione della Val Padana, a forti e continue oscillazioni del mercato, a una pressione fiscale ormai insostenibile da parte di governi che hanno utilizzato la leva fiscale per politiche keynesiane solo di nome e, in realtà, utilizzata per pagare inefficienze, sprechi e ruberie. Mentre tutti si sono scordati che migliaia di rapaci incapaci sono solo intesi a saccheggiare la cosa pubblica.
Di fronte al verificarsi della profezia marxista della crisi degli sbocchi per cui i piazzali delle industrie automobilistiche sono rigurgitanti di automobili invendute, assistiamo all’ultimo dato relativo alla disoccupazione giovanile che arriva oramai in Italia al 40%.
A livello macroeconomico, di fronte a questa insanabile contraddizione di sistema, tra l’enorme abbondanza di ricchezza e l’inaccettabile povertà, la soluzione, rispondente a un’esigenza anche economica, oltre che etica, sarebbe la redistribuzione della ricchezza.
Poiché sono abbastanza sfiduciato sulla possibilità della nostra misera classe politica di impostare reali politiche di giustizia sociale, in un momento in cui l’Italia diviene sempre più periferia rispetto ai paesi emergenti, per tentare di realizzare quel progetto di liberazione dell’uomo dalla fatica, dalle preoccupazioni materiali, perseguito pervicacemente pressoché dall’era della caverna a oggi, credo che si debba agire a livello microeconomico e individuale per tentare perlomeno di avvicinarsi a questo risultato.
Strategie Individuali: Low Cost e Decrescita
Orbene, in questa ottica, particolarmente interessanti sono due fenomeni che sono anche parziale e momentanea soluzione al cupo quadro come sopra delineato. Faccio riferimento al fenomeno del low cost e della decrescita, che in Italia è stata chiamata da taluni, decrescita felice.
In effetti, i fenomeni appena richiamati sono i due binari che, come tali, in quanto paralleli, possono avvicinare un po’ di più il consumatore verso la creatività, l’arte, la cura del corpo, l’amicizia e la convivialità, che sono attività che possono essere maggiormente curate nel momento in cui non si spreca il proprio tempo a lavorare alla ricerca di appagamento di bisogni superflui.
I fautori della decrescita o della nuova frugalità sostengono come sia necessario rivedere il PIL come indice per valutare la ricchezza di una nazione. Sono stati fatti a questo proposito diversi esempi calzanti tra i quali quello relativo all’incidente automobilistico nel quale il malcapitato automobilista, per ipotesi, subisca, quale tragica conseguenza, l’amputazione di una gamba. In questa situazione, paradossalmente il PIL aumenta in quanto l’ambulanza si deve muovere, con consumo di benzina, sono stipendiati gli infermieri e il medico, allo stesso modo viene retribuita l’equipe chirurgica che effettua l’operazione e il laboratorio che fabbrica la protesi.
Ma in questa situazione, nonostante il PIL sia indubbiamente aumentato, con un poveraccio con una gamba in meno, è veramente aumentata la ricchezza? Allo stesso modo, una casa male isolata, comportando un maggior consumo di combustibile per riscaldarsi, fa aumentare il PIL anche se, in realtà, come nel caso precedente, l’aumento è dovuto solo a uno spreco, addirittura a un impoverimento e non a una ricchezza.
Proseguendo su questo discorso, ci sono attività che determinano certamente un aumento della ricchezza spirituale, come la coltivazione di un orto o l’andare in bicicletta, eppure non determinano statisticamente un aumento della ricchezza. Il PIL, infatti, rimane fermo se uno gode di buona salute e non si ammala.
Ecologia, Trasporti e Schizofrenia Urbana
In quest’ottica, è possibile perseguire il conseguimento dell’obiettivo prioritario di un diverso equilibrio ecologico tra l’uomo e la natura nonché anche un aiuto nell’ottica di una maggiore equità sociale. Sono pertanto da contestare decisamente i modelli dominanti che assumono quasi l’aspetto di assoluto, come, a esempio, l’utilizzo del mezzo privato come mezzo di locomozione.
Nel nostro sfortunato paese abbiamo assistito, dal dopoguerra in poi, allo smantellamento sistematico della rete ferroviaria e del trasporto pubblico locale. Ambedue servizi per i quali non è possibile addirittura in modo ontologico perseguire un utile in quanto, come servizi pubblici e universali, necessariamente serventi la collettività, devono essere erogati anche in perdita. Magari si può pensare al taxi, di notte, anziché al bus, ma questa è efficienza, intelligenza e decrescita felice.
In questo smantellamento, stato indotto dagli interessi di vergognoso guadagno della famiglia Agnelli, il risultato finale è che Roma ha il record mondiale come numero di macchine rispetto alla popolazione col sinistro rapporto 1000 a 1000 rispetto ai 400 o 600 di Londra. La situazione paradossale è che la velocità di circolazione di un’automobile è, oramai, di 6 km/h ossia praticamente la stessa di un pedone che cammini con passo molto veloce e inferiore a quella di un ciclista.
Sul punto, osservo come personalmente siano oramai nove anni che mi reco in tribunale in bicicletta impiegandoci poco meno di 40 minuti rispetto ai 25 che impiegherei andando in moto. I tempi di percorrenza e del successivo parcheggio in automobile non li conosco. Bene, per me, farmi la mattina questa pedalata è un autentico piacere, costeggiando il Tevere e la natura che si rinviene in ambito urbano, in completo relax.
Vi è, dunque e a ben vedere, una totale schizofrenia in quei soggetti imbottigliati in auto e che potrebbero, invece, recarsi al lavoro in bicicletta e che poi la sera, rinchiusi all’interno di garage trasformati in palestre, con aria condizionata e alienanti luci al neon, corrono sopra tapis roulant o pedalano su cyclette per fare quell’attività fisica che potrebbero fare, invece, la mattina a costo zero e con miglioramento dell’umano in conseguenza dell’autonoma produzione di stupefacenti naturali, quali endorfine e adrenalina.
Buone Pratiche: Orti, Germogli e Consumo Critico
Non solo nello spostamento, però, è possibile rinvenire buone pratiche ma anche in altri settori quali, per esempio, nei gruppi di acquisto, nel consumo critico, nella scelta del cohousing e, seppure comportante solo all’apparenza un maggior costo, nella scelta dell’agricoltura biologica. Anche la scelta di coltivare un orto biologico rientra, di pieno diritto, nell’ottica della decrescita. Vi è, ultimamente, un completo rifiorire di orti, con le benemerite esperienze degli orti urbani.
Personale è da un po’ di tempo che, avendo superato i problemi karmici che mi derivavano dalle sembianze dei poveri virgulti, mangio germogli. I germogli sono incredibili. Hanno un quantitativo di vitamine non rinvenibile in alcun altro alimento in circolazione. Hanno, inoltre, un costo ridicolo. Mezzo chilo di lenticchie costa € 1,50; acquistando un prodotto di estrema qualità, quali per esempio quelle di Castelluccio o quelle di Norcia, si possono spendere tre euro al massimo per mangiare praticamente una settimana. Un germogliatore di vetro si può acquistare su eBay anche a otto euro. Non conosco il prezzo della carne però sono sicuro che nessun altro alimento costi poco come i germogli. Soprattutto non costi successivamente in termini di perdita della salute, visti i risultati deleteri sia per il corpo che per l’ambiente, della produzione di carne.
L’Era del Low Cost Intelligente
A queste pratiche, occorre aggiungere gli enormi vantaggi dati dalla possibilità di rinvenire, nell’era dell’accesso, su Internet, le migliori offerte comparando i vari prezzi anche con appositi motori di ricerca dedicati nonché i vantaggi discendenti dal low cost. Il low cost è la possibilità offerta al consumatore di avere un prodotto di buona qualità a un prezzo di molto inferiore rispetto a quello pretendibile da un prodotto di analoghe caratteristiche. Questo risultato si ottiene con una ottimale organizzazione aziendale tesa a eliminare del tutto gli sprechi e a favorire l’efficienza produttiva.
Con tale termine, dunque, non deve confondersi il cheap. Chiaramente non parliamo di prodotti ottenuti grazie allo sfruttamento di manodopera o con l’utilizzo del lavoro di bambini. Infatti, su questo punto, la certificazione etica dovrebbe essere un imperativo categorico.
I casi più emblematici di low cost, secondo Filippo Astone e Rossana Lacala (autori di “ITALIA LOW COST”, Aliberti Editore), sono Dacia, Ryanair e IKEA. Nel primo caso, la casa rumena di proprietà della Renault è riuscita a produrre modelli come la Logan, una station wagon essenziale e robusta a un prezzo di € 9.000, diventando un fatto di costume persino per la sinistra radical chic parigina.
Ryanair ha consentito a tutti noi di girare l’Europa a poco prezzo. Ci sarebbe da dire, naturalmente, che l’aereo ha un’impronta ecologica mostruosa e che, dove possibile, sarebbe sempre da preferire il treno. Tuttavia, Ryanair è riuscita a ottenere questi risultati eliminando spese inutili: i piloti tornano a casa a dormire anziché stare in albergo, si usa un solo modello di aereo per risparmiare sulla manutenzione e si acquista il biglietto solo online.
IKEA, invece, ha creato la democratizzazione dell’arredamento. Il segreto è quello di assemblarli insieme ad altri pezzi, magari d’epoca, evitando l’idea di “albergo IKEA”. Interessante è anche il fenomeno OVS dove, grazie a stilisti come Fiorucci, si creano capi economici ma di ottima qualità. Personalmente ho comparato camicie di Abercrombie & Fitch con quelle di OVS da 14 euro, e non mi sono sembrate affatto dissimili.
Certo, è una contraddizione riavvicinarci alla natura in questo modo, però, in un momento in cui i lavoratori sono sempre più poveri, penso sia giusto punire il capitalismo italiano caratterizzato da poche famiglie litigiose con rendite di posizione intollerabili. Così facendo, i lavoratori diventano un po’ più ricchi e i rappresentanti delle famiglie industriali un po’ più poveri.
Conclusione: Liberarsi dal Superfluo
I vantaggi del low cost sono una maggiore democratizzazione, l’attribuzione del giusto valore alle cose e l’acquisizione di una mentalità portata a evitare gli sprechi. La moglie di Obama che zappettava l’orto davanti alle telecamere ci ha fatto ben sperare, ma dobbiamo provvedere noi a liberarci dal superfluo e puntare sul benessere reale, non sullo sciupio.
Già Veblen aveva elaborato la teoria dello “sciupio vistoso”: il bisogno di ostentare beni per rappresentare uno status. Noi dobbiamo invece recuperare il piacere di fare le cose da soli: il pane fatto in casa, l’orto, i germogli. Dobbiamo fermarci nella ricerca del benessere prima che questo divenga accumulo e contraddizione dell’essere. Il low cost, se ben usato, può portarci più vicini al risultato finale: lavorare meno per vivere meglio.
Un’altra vita, insomma.
Avv. Vittorio Marinelli
Presidente European Consumers
📚 Letture consigliate
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La decrescita felice Maurizio Pallante · Editori Riuniti
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La scommessa della decrescita Serge Latouche · Feltrinelli
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La teoria della classe agiata Thorstein Veblen · Einaudi
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Italia Low Cost F. Astone & R. Lacala · Aliberti
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Piccolo è bello E.F. Schumacher · Fazi Editore
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