R I A S S U N T O del libro”Jesus lived in India” di Holger Kestern

4° di copertina
Perché il Cristianesimo ha scelto di ignorare i legami con le religioni dell’Oriente e di respingere
ripetutamente i numerosi indizi che indicano che Gesù passò gran parte della Sua vita in India?
Questo libro coinvolgente presenta prove inoppugnabili che Gesù ha vissuto veramente in India,
dove è morto in tarda età. Jesus lived in India è il risultato di molti anni di indagini e ricerche e
porta il lettore in tutti i luoghi storicamente collegati con Gesù in Israele, nel Medio Oriente, in
Afghanistan e in India. Dopo avere rivelato antichi legami fra gli Israeliti e l’Oriente, le evidenze
trovate dal teologo Holger Kersten portano alle seguenti sorprendenti conclusioni:
In giovane età Gesù ha seguito l’antica Via della Seta fino all’India, dove ha studiato il
Buddhismo, ne ha adottato le dottrine ed è divenuto un Maestro spirituale.
Gesù è sopravvissuto alla crocifissione.
Dopo la “resurrezione” Gesù è ritornato in India, dove è morto in età avanzata.
Gesù è stato sepolto a Srinagar, la capitale del Kashmir, dove ha continuato ad essere riverito
come un uomo santo.
La tomba di Gesù esiste tuttora in Kashmir.

1 – La vita sconosciuta di Gesù.
Verso la fine del 1887, lo storico e studioso Nicolai Notovitch raggiunse lo stato
Himalayano del Kashmir, nell’India settentrionale, durante uno dei suoi molti viaggi
in Oriente. Partendo da Srinagar, capitale del Kashmir, Notovitch arrivò ad un
monastero Buddhista dove gli fu riservata un’accoglienza molto più cordiale di quella
che si sarebbe potuto aspettare qualunque asiatico mussulmano. Egli chiese ad un
lama il motivo di questa accoglienza così favorevole; gli fu risposto che gli Europei
potevano essere considerati seguaci del Buddha, in quanto seguivano i precetti del
Santo Issa, un essere perfetto fra tutti gli eletti. Notovitch restò assai stupito quando si
accorse che il profeta Issa, il suo insegnamento, il suo martirio ricordavano molto la
figura di Gesù Cristo.
Più tardi egli arrivò a Leh, la capitale del Ladakh, da cui proseguì per Hemis “uno
dei più notevoli monasteri della regione”, dove apprese che c’erano davvero scritture
che trattavano del misterioso profeta Issa, la cui vita sembrava avere tali sorprendenti
somiglianze con la storia di Gesù, ma per trovare quei libri fra le molte migliaia che
c’erano occorreva un tempo considerevole.
Ritornato a Leh, Notovitch mandò al capo del monastero di Hemis alcuni doni di
pregio nella speranza di poter tornare là assai presto e così forse dare finalmente
un’occhiata ai preziosi manoscritti. Il caso volle che, poco tempo dopo, mentre stava
cavalcando, cadde da cavallo così malamente che si ruppe una gamba e fu costretto
ad affidarsi alle cure dei monaci di Hemis. Mentre era costretto a letto, gli furono
finalmente portati, dietro sua accorata richiesta, due grossi pacchi di fogli legati
insieme e ingialliti dal tempo. Lo stesso abate ebbe cura di leggere a voce alta lo
straordinario documento, Notovitch prese nota accuratamente delle traduzioni
dell’interprete e più tardi, dopo la fine della sua spedizione, riuscì a mettere insieme i
vari testi in modo da avere una narrazione continua:
Una sezione introduttiva precede un racconto dell’antica storia del popolo di Israele
e della vita di Mosè. Segue una descrizione di come lo Spirito eterno decide di
prendere forma umana “in modo da poter dimostrare con l’esempio come si possa
raggiungere la purezza morale e raggiungere il grado di perfezione richiesto per
entrare nel regno dei Cieli, che è immutabile e fonte di felicità eterna”. E così è nato
un divino bambino nella lontana terra di Israele, al quale è stato dato il nome di Issa.
In un tempo imprecisato durante il suo quattordicesimo anno di vita, il ragazzo arriva
nella regione del Sind (il fiume Indo) in compagnia di alcuni mercanti, “e si stabilì fra
gli Ariani, in una terra benedetta da Dio, con l’intenzione di perfezionare le sue
conoscenze ed apprendere le dottrine del grande Buddha”. Il giovane Issa viaggia
attraverso la terra dei cinque fiumi (il Punjab), resta per un breve tempo con i “Giaina
erranti”, e poi prosegue fino a Jagganath, “dove i bianchi sacerdoti di Brahma lo
accolsero con onore”. A Jagganath Issa/Gesù impara a leggere e comprendere i Veda.
Ma poichè dà insegnamenti ai Sudra delle caste più basse, provoca l’irritazione dei
Brahmini, che si vedono minacciati nel loro potere e nei loro privilegi. Dopo aver
trascorso sei anni a Jagganath, Rajagriha, Benares ed altre città sante, è costretto a
fuggire dai Brahmini sempre più irritati perchè continuava ad insegnare che il valore
degli esseri umani non doveva essere giudicato dalla loro casta.
C’è una somiglianza straordinaria fra le descrizioni dei testi trovati da Notovitch e
quelle dei Vangeli, c’è una correlazione che può fare maggiormente luce sulla vera
personalità di Issa, che si oppone al sistema delle caste e alla lettera della legge. Egli
consola i deboli e, sfidando l’autorità dei sacerdoti, rende la sua posizione molto
chiara: “Fintanto che la gente non aveva sacerdoti, tutti erano governati dalla legge di
natura e conservavano l’innocenza delle loro anime, che erano alla presenza di Dio, e
per comunicare con il Padre non avevano bisogno di mediazioni.” Issa prosegue il
suo viaggio fra le montagne Himalayane, fino al Nepal, dove rimane sei anni e si
dedica allo studio delle scritture Buddhiste. In seguito si mette in viaggio verso la sua
terra natale e raggiunge la Palestina, dove i saggi gli chiedono: “Chi sei tu, e da quale
terra vieni?” “Io sono un Israelita” risponde Issa “e nel giorno della mia nascita ho
visto le mura di Gerusalemme. Da bambino ho lasciato la casa dei miei genitori per
vivere presso altri popoli.”
Tornato in Europa, Notovitch tentò di mettersi in contatto con parecchi dignitari di
alto rango della Chiesa per raccontare loro della sua sorprendente scoperta. Il
Metropolita di Kiev gli raccomandò nei termini più decisi di non rendere pubblico ciò
che aveva scoperto, rifiutandosi di fornire alcuna spiegazione. A Parigi, il Cardinale
Rotelli gli spiegò che la pubblicazione dei testi avrebbe soltanto fornito argomenti a
coloro che odiavano, disprezzavano o non comprendevano gli insegnamenti del
Vangelo. In Vaticano, uno stretto collaboratore del Papa lo sconsigliò vivamente di
pubblicare il manoscritto, e gli offrì del denaro per compensarlo del suo lavoro.
Chi era Notovitch? Nicolai Alexandrovic Notovitch nacque il 25 agosto 1858 a
Kerch, in Crimea, come secondo figlio di un rabbino. Da giovinetto, ebbe
evidentemente un’istruzione scolastica sufficiente per andare all’Università di San
Pietroburgo. Egli ammise pubblicamente la sua adesione alla religione Russo-
Ortodossa sul giornale francese La Paix. Pubblicò diverse opere e intraprese diversi
viaggi attraverso i Balcani, il Caucaso, l’Asia Centrale e la Persia. Il periodo della sua
permanenza in Kashmir e Ladakh si può fissare circa fra ottobre e novembre 1887.
Poco tempo dopo la comparsa della sua opera La Vie Inconnue de Jésus Christ, verso
la fine del 1895, Notovitch fu arrestato e imprigionato, mentre si trovava in visita a
San Pietroburgo. Accusato di attività letteraria “pericolosa per lo Stato e la società”,
fu esiliato senza processo in Siberia, fino al 1897. Il 2 giugno 1899 fu accolto nella
famosa Société d’Histoire Diplomatique, i cui membri erano diplomatici d’alto rango
e storici di fama, e comprendevano componenti della famiglia Rotschild. Dal 1903 al
1906 risulta che Notovitch abbia soggiornato in un appartamento di Londra, almeno
in modo intermittente. Poi probabilmente ritornò in Russia. A partire dal 1906 risulta
un contratto, con ampio mandato, fra lui e lo Scià di Persia per la descrizione
dettagliata di strade ed oleodotti in Iran. Nel 1910 comparve un’edizione russa della
storia buddhista della vita di Gesù, La vita del Santo Issa. Fino all’anno 1916,
Notovitch figura in un catalogo russo di giornalismo come editore e pubblicista a San
Pietroburgo. Dopo di allora, non si trova più in nessuna fonte neppure una traccia di
Notovitch. Forse ha mantenuto un basso profilo, per ripararsi dai numerosi attacchi
messi in opera contro di lui dai suoi oppositori. Si può anche pensare che, come
attivista e agitatore, sia stato una volta per tutte tolto dalla circolazione.
Si scatenarono ben presto i detrattori di Notovitch, come il tedesco Max Muller,
che non andò mai in India e tentò di presentare la scoperta di Notovitch come una
frode; inoltre un certo Douglas affermò di non avere trovato tracce di Notovitch in
Ladakh, anche se fu costretto a riconoscere alcuni dettagli che lo smentiscono.
Invece, ci sono stati altri testimoni, prima e dopo Notovitch, che hanno visto con i
propri occhi le contestate scritture di Hemis: una certa signora Harvey, il monaco
indiano Abhedananda, l’archeologo russo Nicolas Roerich. Tutti riportarono nei loro
libri di avere visto i manoscritti di Hemis e avere udito dai monaci il racconto del
profeta Issa. Successivamente, Lady Henrietta Merrick confermò l’esistenza delle
scritture di Hemis in un suo libro; Madame Caspari, nel 1939, ebbe occasione di
vedere i manoscritti che parlavano di Issa/Gesù. Poi non furono più trovati.
I testi sono stati evidentemente portati via dal monastero qualche tempo dopo.
In ogni caso, è veramente impossibile provare che Gesù non è mai stato in India.
Non c’è nessuna fonte storica attendibile, nè c’è alcuna indicazione nei Vangeli, che
ci dia qualche informazione su gran parte della sua vita, all’incirca fra i dodici e i
trenta anni di età. E’ quasi come se la vita di Gesù fosse realmente iniziata nel suo
trentesimo anno di età, quando fu battezzato da Giovanni. Solo nel Vangelo di Luca
si trova una frase brevissima: “E Gesù cresceva in saggezza e in statura, col favore di
Dio e degli uomini”. (Luca, 2,52).
2. – Chi era Gesù?
Per millecinquecento anni le uniche descrizioni della personalità di Gesù sono state
quelle che mostravano Gesù il Salvatore secondo le linee della teologia ecclesiastica
ufficiale, e che sono state scritte con lo specifico scopo di alimentare la fede dei
Cristiani contemporanei, o di convertire altra gente al Cristianesimo. Solo durante il
Rinascimento emersero i primi pensatori critici, e solo nei secoli diciassettesimo e
diciottesimo furono pubblicati i primi studi. I risultati delle ricerche sul Gesù storico
sono disarmanti. Chi era Gesù Cristo? Quando è nato? Che immagine ha avuto?
Quando è stato crocifisso? Quando, come e dove è morto? I libri scritti nei primi due
secoli della nostra éra contengono troppo poche indicazioni per darci una qualche
informazione reale sulla Sua persona. L’infanzia e l’adolescenza di Gesù sono quasi
completamente ignorate nei Vangeli ufficiali, sebbene i primi anni di vita siano
essenziali nella formazione del carattere. Anche nei resoconti del breve periodo in cui
svolse l’attività pubblica troviamo soltanto scarne informazioni sulla sua vita. Gli
storici del tempo sembrano non aver mai sentito parlare di Gesù.
Tacito (circa 55-120 d.C.), Plinio il Giovane e Svetonio citano la setta dei Cristiani,
ma non dicono quasi niente sulla persona di Gesù Cristo. Lo storico ebreo Giuseppe
Flavio (circa 37-100 d.C.), divenuto cittadino romano, pubblicò un’opera imponente
intitolata Antichità Giudaiche: fornisce un resoconto dettagliato della politica e della
società al tempo di Gesù, con riferimenti anche a Giovanni Battista, Erode e Ponzio
Pilato, ma fa soltanto una breve menzione del nome di Gesù Cristo. Lo scrittore
Justus di Tiberiade, contemporaneo di Giuseppe Flavio, viveva presso Cafarnao:
scrisse una storia assai estesa che cominciava con Mosè e proseguiva fino ai suoi
tempi, ma non ha fatto menzione neppure una volta di Gesù. Il grande studioso Filone
di Alessandria è uno specialista di scritture bibliche e di sétte ebraiche, ma non dice
una sola parola di Gesù. La sola fonte reale di ricerca storica sembra perciò essere la
raccolta di scritti che viene chiamata il Nuovo Testamento.
Il Nuovo Testamento contiene quattro Vangeli, che rappresentano una selezione dai
moltissimi Vangeli che erano in uso fra le varie comunità del primo Cristianesimo.
Resta impossibile stabilire esattamente quando e come questi quattro Vangeli siano
venuti in essere perchè non abbiamo nessun testo originale. Nel testo di Marco c’è un
evidente desiderio di tenere lo stato messianico di Gesù il più segreto possibile. Nel
Vangelo di Matteo, Gesù è rappresentato come il compimento della religione di
Mosè, come il Messia annunciato dai profeti: non si tratta certamente di una
biografia. Chi ha scritto il Vangelo di Luca ha compreso un certo numero di eventi
storici distinti nel suo racconto, ma non ne emerge la storia continua di una vita.
Perfino in questo stadio iniziale, la figura storica di Gesù era già stata molto
allontanata verso una specie di sfondo in favore della sua immagine religiosa. Nel
Vangelo di Giovanni ci sono autentici dettagli della vita di Gesù, ma sono
completamente incorporati in una matrice di filosofia religiosa.
Il teologo critico Bultmann afferma che “la personalità di Gesù, una chiara
definizione di lui e della sua vita, sono svanite al di là di ogni possibilità di recupero”.
I primi documenti che riguardano Gesù sono gli scritti di Paolo. Paolo proveniva da
una famiglia di stretta osservanza ebraica, ed aveva acquisito la cittadinanza romana
attraverso suo padre, che aveva pagato una somma notevole per averla. Ricevette
un’istruzione estesa e completa, raggiunse un’eccellente conoscenza della lingua
greca ed ottenne una vasta cultura nella poesia e nella filosofia. All’età di circa
vent’anni, andò a Gerusalemme e si dedicò ad intensi studi teologici: divenne un
fanatico zelota, intransigente, di mentalità ristretta, fervente oppositore delle prime
sétte cristiane. Poi, presso Damasco, fu improvvisamente sopraffatto dalla potente
aura di Gesù, colpito anche dall’idea della realizzazione del potenziale fornito dalla
sua posizione.
Ciò che viene oggi chiamato Cristianesimo è in gran parte l’insegnamento dei precetti
artificialmente creati da Paolo, e si dovrebbe più correttamente chiamare
Paolinesimo. Il Cristianesimo della Chiesa organizzata, con la sua dottrina centrale
della salvezza tramite la morte sacrificale vicaria di Gesù, si basa su
un’interpretazione errata. Paolo ha posto ben poca enfasi sulle vere parole e sugli
insegnamenti di Gesù, ma si è preoccupato soprattutto delle sue idee personali: ha
messo Gesù su un piedistallo e ha costruito una figura che Gesù non ha mai voluto
essere. Ma è possibile che senza Paolo e i fanatici zeloti suoi compagni, non ci
sarebbe stata tramandata alcuna conoscenza di Gesù.
Le fonti come quella della documentazione scoperta da Nicolai Notovitch in Ladakh
può quindi riempire un vuoto estremamente importante in quello che si sa sulla vita
di Cristo, non esistendo altrimenti alcuna fonte storica. Questa scoperta va vista nel
contesto degli ultimi risultati forniti dalla più obiettiva ed estesa ricerca, libera da
qualunque dogmatismo istituzionale. Forse soltanto oggi è possibile apprendere chi
era Gesù, studiando la tradizione che ha ispirato, i risultati dei suoi insegnamenti, la
sua elevata condotta morale e la sua profonda natura etica e spirituale.
Nel 1973 su uno dei maggiori settimanali tedeschi apparve un breve articolo in cui
un professore indiano affermava con la massima serietà di aver trovato in India la
tomba di Gesù Cristo, di cui riportava anche qualche fotografia. Il professore
dichiarava che Gesù non soltanto aveva passato la sua gioventù in India, ma era
sopravvissuto alla Crocifissione ed era poi ritornato in India, dove era stato un
maestro itinerante fino alla sua morte avvenuta in tarda età: il suo corpo era sepolto
nella capitale del Kashmir, Srinagar.
Questa era un’affermazione veramente sorprendente: il giornale che aveva osato
pubblicarla fu immediatamente sommerso da migliaia di lettere piene di violente
proteste; alcune però contenevano interessanti richieste da parte di persone che
avevano sempre sospettato che la vecchia versione della nascita da una vergine, della
resurrezione e dell’ascensione di Gesù somigliasse ad una pia favoletta.
Dopo anni di studi durante i quali i miei professori di università non erano riusciti a
pervenire ad alcunchè di soddisfacente, decisi che sarei partito appena possibile per
portare avanti una mia ricerca personale: all’inizio del 1979 partii in aereo per l’India,
via Egitto, ed atterrai a Bombay. Di là proseguii in treno ed autobus fino ai piedi
dell’Himalaya, a Dharamsala, dove risiedeva il Dalai Lama dal 1959. Gli chiesi
rispettosamente una lettera di presentazione all’abate del monastero di Hemis, per
avere il permesso di consultare i manoscritti di cui aveva parlato Notovitch. Con il
prezioso documento, continuai il mio viaggio per strada fino al Kashmir. Quando
arrivai ad Hemis, c’era una folla enorme per una festa in corso, così me ne tornai a
Leh, dove lasciai passare tre settimane. Tornato a Hemis, fui cortesemente ospitato
presso il monastero: la mattina del quarto giorno un giovane monaco venne alla mia
cella e mi condusse per ripidi gradini di legno nelle parti alte dell’edificio, dove un
monaco di mezza età si rivolse a me in un inglese quasi impeccabile. Era Nawang-
Tsering, il segretario ed interprete dell’abbazia, che spiegò che Sua Santità, Dugsey
Rinpoche, desiderava parlarmi.
Mentre ero in attesa dell’udienza, appresi da Nawang-Tsering che il precedente
abate di Hemis era stato forzatamente trattenuto in Tibet dalle autorità della Cina
comunista. Dopo quindici anni era iniziata la ricerca di un sostituto sotto forma di una
giovane reincarnazione: così un bambino che viveva presso Darjeeling venne
consacrato ritualmente come Drug pa Rinpoche nel 1975, all’età di dodici anni. I
dieci anni fra il ritrovamento e la consacrazione furono impiegati in intensi studi,
sotto la guida di Dugsey Rimpoche.
Fra i monaci c’era un uomo alto di circa trent’anni di età, con le fattezze di un
occidentale: era un australiano che viveva al monastero di Hemis già da parecchi anni
e parlava correntemente il tibetano. Quando fui convocato per l’udienza, mi
accompagnò per farmi da interprete presso il Santo, che parlava solo tibetano. Gli
mostrai la mia lettera di presentazione e tentai di fargli comprendere quanto fossero
importanti quei testi per tutta la Cristianità. Con un sorriso di comprensione, mi
informò che quelle scritture erano già state cercate, ma non si erano trovate. Con
tristezza e dispiacere mi apprestai a congedarmi, ma più tardi riuscii a scoprire che
esisteva un vecchio diario risalente al diciannovesimo secolo situato presso la
Missione della Chiesa di Moravia a Leh: in esso il missionario e studioso di tibetano
Dr. Karl Marx aveva citato il soggiorno di Notovitch presso il monastero di Hemis.
Al mio rientro a Leh mi misi immediatamente a cercare la Missione di Moravia,
fondata da un ordine tedesco nel 1885. Zelanti missionari cristiani erano venuti in
Tibet molto tempo prima di allora. Alcuni monaci Cappuccini avevano visitato
ripetutamente Lhasa fin dal quattordicesimo secolo, nella speranza di convertire i
Tibetani al Cristianesimo. Quando i missionari cristiani avevano detto che Cristo si
era sacrificato sulla Croce per la redenzione dell’umanità ed era poi risorto alla vita, i
Tibetani avevano accettato l’intera storia come qualcosa che già sapevano. I fedeli
buddhisti erano convinti che Cristo fosse un’incarnazione di Padmasambhava.
Padre Razu, il direttore della missione cristiana, tibetano di nascita, mi ricevette
cordialmente e, mentre prendevamo un thè, mi raccontò la storia della Missione. Ma
non poteva mostrarmi il prezioso diario che era la vera ragione della mia visita,
perchè era misteriosamente scomparso tre o quattro anni prima, quando aveva
soggiornato a Leh una delegazione di Zurigo della Chiesa di Moravia. Il sacerdote
non aveva alcuna spiegazione per la scomparsa del libro, ma si ricordava che un certo
Professor Hassnain di Srinagar aveva preso fotografie delle pagine più notevoli molti
anni prima. Allora decisi di ritornare nella capitale del Kashmir, dove trovai vitto e
alloggio su un vecchio ma pittoresco battello, che mi servì da casa per tutta la
stagione. Dalla mia barca potevo raggiungere a piedi la moderna Università del
Kashmir dove insegnava il Professor Hassnain, studioso di fama internazionale,
autore di parecchi libri, visiting professor in Giappone e negli Stati Uniti, Direttore
del Centro di Ricerche per gli studi Buddhisti e membro della Conferenza
Internazionale per la Ricerca Antropologica di Chicago. Quando gli ebbi spiegato le
mie speranze e i miei programmi, cominciò con grande entusiasmo a parlarmi delle
sue personali ricerche. Durante il seguito dei nostri incontri, appresi quello che aveva
fatto negli ultimi venticinque anni per scoprire tutto il possibile sulla permanenza di
Gesù in India. Gli indizi che aveva trovato andavano visti alla luce delle più recenti
ricerche sulla vita di Gesù, dopo avere chiarito le vere origini e la sostanza dei Suoi
insegnamenti. Solo così si possono affrontare le tre questioni più importanti:
– E’ possibile che Gesù abbia veramente viaggiato in India nella sua giovinezza?
– E’ possibile che sia sopravvissuto alla Crocifissione?
– E’ possibile che sia veramente tornato in India e morto in tarda età a Srinagar?
Senza questa ricerca preliminare, chiunque sia stato allevato nella tradizione
cristiana può essere scusato se respinge la storia della vita di Gesù in India con un
sorrisetto: è veramente difficile liberarsi di convenzioni profondamente radicate da
tanto tempo. Ma il fatto che una storia sia stata raccontata per duemila anni non
significa che sia vera.
3 – Mosè e i figli di Dio
La ricerca moderna pensa che Abramo sia nato nel diciottesimo secolo avanti Cristo.
La sua prima residenza era nella zona di Haran, nel bassopiano mesopotamico; esiste
una cittadina con lo stesso nome pochi kilometri a nord di Srinagar. E’ probabile che
le famiglie nomadi guidate da Abramo abbiano dato lo stesso nome della loro terra di
origine al luogo nella Mesopotamia dove si erano temporaneamente stabiliti.
Da Haran il gruppo avanzò verso Canaan, dove Abramo diede origine al figlio
Isacco, che a sua volta fu il padre di Giacobbe ed Esaù. Giacobbe ebbe dodici figli,
che sarebbero divenuti i patriarchi delle tribù di Israele. Giuseppe, il penultimo dei
dodici figli, fu venduto dai suoi fratelli gelosi come schiavo in Egitto, dove raggiunse
una posizione di grande potere. Poco dopo, mentre Canaan era afflitta da una carestia,
gli undici fratelli di Giuseppe sentirono dire che “c’era frumento in Egitto” e
partirono per quella terra. Giuseppe aprì le porte ai suoi fratelli e si fece raggiungere
dagli altri Ebrei, che si stabilirono nella parte nord-orientale del delta del Nilo.
Attorno al 1200 a.C. alcune delle tribù semitiche lasciarono l’Egitto sotto la guida di
Mosè, in cerca della terra di latte e miele che era stata promessa da Yahweh.
Non è possibile formare un quadro consistente della persona storica di Mosè, che non
era l’autore dei cosiddetti “cinque libri”. Possiamo ritenere che sia cresciuto nella
corte reale, che sia stato educato dai sacerdoti, e che abbia raggiunto un così elevato
livello di istruzione da divenire influente in tutti i dipartimenti dello stato. La sua
intenzione era soprattutto di proclamare l’esistenza di un Unico Dio, il Dio di Israele:
egli fu costretto a ricorrere a “miracoli” per dare importanza al volere di Dio,
coincidente con il suo proprio volere. L’atteggiamento ufficiale della Chiesa è stato
quello di accogliere in toto le affermazioni attribuite a Mosè, per quanto possa essere
difficile accettare che il Dio vendicativo descritto come un fuoco divoratore sia lo
stesso Dio del Nuovo Testamento.
Chiunque si opponeva a Mosè nella sua ricerca del potere veniva distrutto. Il fuoco
era il metodo usato per queste eliminazioni, e venne usato frequentemente anche per
dimostrare potere, poiché Mosè aveva una notevole varietà di trucchi magici a sua
disposizione. I sacerdoti egizi erano in grado di produrre polvere da sparo e di usarla
in effetti spettacolari o scoppi primitivi fin da seimila anni orsono. Mosè venne a
sapere della produzione di polvere da sparo durante il suo addestramento sacerdotale:
la composizione di detta polvere era tecnicamente abbastanza semplice. Se i suoi
“sudditi” si rifiutavano di dare ascolto alle sue parole egli poteva evocare un “fuoco
divoratore” che avrebbe avuto certamente l’effetto desiderato. Come rappresentante
del suo Dio incendiario, Mosè poteva dare ordini per qualunque cosa, e se qualcuno
si mostrava riluttante a corrispondere alle sue richieste, una dimostrazione
spettacolare del suo potere era sufficiente a ristabilire la pace.
Forse l’episodio più conosciuto della storia ebraica è l’emigrazione delle tribù
d’Israele dall’Egitto sotto la guida di Mosè, alla ricerca di un’altra terra in cui
stabilirsi come nuova nazione indipendente. La terra di Goshen, in cui gli Israeliti
erano vissuti in precedenza, non è stata ancora localizzata con certezza, ma deve
essersi trovata in qualche posto nella zona orientale del delta del Nilo. Nel terzo mese
dell’Esodo, erano arrivati al massiccio del Sinai: sulla montagna ora conosciuta come
Gebel Musa ebbe luogo la più notevole dimostrazione di fuoco del Dio Yahweh.
Secondo la tradizione biblica, gli Israeliti rimasero là per otto mesi prima di
intraprendere di nuovo il viaggio verso la Terra Promessa; tuttavia il loro primo
tentativo fallì e il popolo d’Israele dovette vagabondare in quelle zone selvagge per
altri quaranta anni. Quando stava raggiungendo la valle del fiume Giordano, Mosè
sentì che non gli restava molto da vivere, allora salì sul Monte Nebo per vedere “la
terra di latte e miele” prima di morire. Lassù incontrò la morte, ma il luogo della sua
sepoltura rimase un mistero.
La Bibbia nomina cinque riferimenti in relazione alla sepoltura di Mosè: i Piani di
Moab, il Monte Nebo, il picco del Pisgah, Beth-peor ed Heshbon. Se è possibile
trovare i luoghi menzionati nei testi, dovrebbe risultare chiara anche la vera
localizzazione della Terra Promessa.
Il significato letterale di Beth-peor è “posto che si espande o si apre”, come
potrebbe riferirsi ad una valle che si apre in una pianura. Il fiume Jhelum nel nord del
Kashmir è chiamato Behat in lingua Farsi e la cittadina di Bandipur nel punto dove la
valle dello Jhelum si apre nel vasto piano del Lago Wular si usava chiamare Behatpoor.
Sembra allora che Beth-peor sia diventato dapprima Beath-poor e più tardi
Bandipur nel distretto di Sopore, settanta kilometri a nord di Srinagar. Circa venti
kilometri a nord-est di Bandipur si trova il piccolo villaggio di Hasba o Hasbal, che è
la biblica Heshbon. Sulle pendici del Pisgah, a nord di Bandipur, da una sorgente
naturale sgorga acqua con proprietà curative. La valle e i piani di Mowu
corrispondono ai Piani di Moab, pascolo alpino ideale circa cinque kilometri a nordovest
del Monte Nebo, che è una montagna isolata nella catena Abarim, ed è sempre
menzionato in relazione con Beth-peor. I cinque punti di riferimento nominati si
possono quindi localizzare tutti in modo ben preciso.
Nella piccola frazione di Buth, direttamente sotto il Monte Nebo, si trova una tomba:
da un lato c’è una colonna in pietra, che non attira l’attenzione ed è quasi
completamente ricoperta di erba, è la pietra tombale di Mosè.
Dopo la morte di Mosè, nel tredicesimo secolo avanti Cristo, le dodici tribù di Israele
assunsero gradualmente il controllo di Canaan sotto la guida di Giosuè, ma gli
Israeliti avevano bisogno di un re che li governasse e di una terra stabile. Solo con il
regno di Davide Israele divenne un’unica nazione unita, con capitale Gerusalemme,
dove venne costruito il famoso Tempio di Salomone, che era il figlio di Davide.
Alla morte di Salomone, attorno al 930 a.C., gli successe il figlio Reoboamo: era
appena salito al trono quando scoppiò una rivolta guidata da Geroboamo. Le dieci
tribù del nord formarono uno stato indipendente con il nome di Israele e fecero
Geroboamo loro capo. Le due tribù del sud ribattezzarono il loro territorio Giuda e
continuarono ad essere governate dalla Casa di Davide.
La terra così suddivisa fu sottoposta a lotte interne e a un certo numero di invasioni
da parte dei più potenti stati vicini. Alla fine Israele fu occupata per tre anni dagli
Assiri ed infine sopraffatta quando la sua capitale, Samaria, fu conquistata nel 722
a.C. Giuda resistè ancora cento anni come stato vassallo con il pagamento di un
tributo, finchè il re babilonese Nabucodonosor prese Gerusalemme e la distrusse nel
587 a.C., ponendo fine anche allo stato di Giuda. La deportazione delle due tribù di
Giuda e Beniamino, che costituivano lo stato del sud, fu inizialmente ritardata nel
tempo, ma successivamente Nabucodonosor li deportò in esilio a Babilonia. Dopo più
di cinquant’anni, nel 535 a.C., fu permesso a circa metà di tutti i deportati di ritornare
nella loro terra natale. Le dieci tribù che gli Assiri avevano deportato circa 130 anni
prima dallo stato settentrionale di Israele e che costituivano di gran lunga la maggior
parte del popolo ebraico, ebbero un destino molto diverso: la maggior parte di essi
partirono per l’Oriente e in Palestina non se ne sentì più parlare. E’ probabile che
siano arrivate alla loro Terra Promessa, l’India settentrionale.
E il Diluvio universale? Il Diluvio in realtà rappresenta qualcosa che ha una
tradizione generale, raccontato nella mitologia di quasi tutti i popoli.
Il Poema Epico di Gilgamesh dei Sumeri, scoperto attorno all’inizio del ventesimo
secolo racconta che Utnapishtim, il Noè dei Sumeri, è sopravvissuto a una grande
inondazione provocata da un atto arbitrario degli dèi. Come nella Bibbia, un uomo
costruisce una nave seguendo un consiglio divino e in questo modo sopravvive a
un’inondazione, che invece distrugge tutta la vita attorno a lui.
Alexander von Humboldt fa menzione che la stessa leggenda si trova fra i Peruviani
e in un racconto del Diluvio che si trova in Polinesia l’eroe è persino chiamato Noa.
Sono state registrate più di 250 versioni della leggenda del Diluvio in tutto il mondo.
Ma qual’è il Diluvio del racconto biblico? In tutto e per tutto, il Kashmir è come un
enorme Giardino dell’Eden: le sue enormi aree paludose e i grandi laghi poco
profondi sono l’evidenza di una gigantesca inondazione in tempi lontani.
Gli Afghani “fanno risalire la loro discendenza al re Saul di Israele e chiamano sè
stessi “Ben-i-Israel”. La leggenda di Nabucodonosor conferma che gli Israeliti furono
trapiantati dalla Terra Santa alla provincia nord-occidentale di Kabul, dove rimasero
ebrei fino al 682 d.C., quando lo sceicco Khaled-ibn-Abdalla lì convertì all’Islam.
Si sono trovate molte iscrizioni ebraiche in siti archeologici dell’India; vicino a
Taxila, in Pakistan, è stata trovata una pietra che porta un’iscrizione in aramaico, la
lingua parlata da Gesù.
Ricerche più recenti nella parte pakistana del Kashmir hanno portato alla luce
migliaia di iscrizioni e figure su roccia che risalgono ai periodi del Buddhismo
iniziale e post-cristiani. Il luogo delle scoperte si trova nella valle superiore dell’Indo,
dove un tempo passava la famosa Via della Seta. Fra queste iscrizioni ce ne sono
alcune in ebraico, datate dai ricercatori al nono secolo dopo Cristo. Almeno trecento
nomi geografici, o di città e regioni, e di tribù, clan, famiglie e individui dell’Antico
Testamento possono essere linguisticamente correlati a nomi del Kashmir e dintorni.
Gli abitanti del Kashmir sono diversi dagli altri popoli dell’India sotto ogni aspetto.
Il loro modo di vita, il comportamento, la morale, il carattere, i vestiti, il linguaggio,
gli usi e costumi e le abitudini sono tutti di un tipo che potrebbe essere descritto come
tipicamente israelita. Come gli Israeliti di oggi, i Kashmiri non impiegano grasso per
friggere e fare il pane: usano soltanto olio. Ai Kashmiri in generale piace il pesce
bollito, chiamato fari, mangiato in ricordo del periodo precedente l’Esodo dall’Egitto.
I coltelli dei macellai nel Kashmir sono fatti con la forma di mezzaluna tipica degli
Israeliti, ed anche il timone delle barche ha la tipica forma a cuore.
Gli uomini portano in testa cappelli con significato di distintivi. I vestiti delle donne
anziane del Kashmir sono molto simili a quelli delle donne ebraiche. Come le giovani
ragazze ebree, le ragazze del Kashmir danzano in due file contrapposte con le braccia
unite, muovendosi insieme avanti e indietro seguendo il ritmo. Molte delle tombe più
antiche del Kashmir sono allineate con orientamento est-ovest, mentre le tombe
islamiche sono normalmente orientate in direzione nord-sud.
4.- L’infanzia di Gesù
Nel corso dell’anno 7 a.C., la congiunzione di Saturno e Giove nella costellazione dei
Pesci capitò non meno di tre volte. Chiunque l’abbia vista deve essere rimasto
impressionato per mesi dallo spettacolo dei due pianeti che appaiono così vicini nel
cielo notturno da sembrare una stella doppia di grande splendore. Man mano che il
sole tramontava a occidente, i pianeti sorgevano ad oriente, e quando a loro volta
sparivano sotto l’orizzonte all’ovest, il sole all’alba riappariva ad est. Ogni notte di
quell’anno Giove e Saturno rimasero visibili: i tre Magi potevano aver seguito il
fenomeno celeste da oriente a occidente.
Quando i Magi arrivarono a Gerusalemme, la congiunzione fra Giove e Saturno
doveva essere decisamente nel suo secondo anno, e Gesù, nato probabilmente nel 7
a.C., doveva avere quasi due anni. Che cosa spinse questi misteriosi saggi d’Oriente
ad affrontare le fatiche di un viaggio che durava molti mesi, forse anche due anni per
la sola andata? Da dove venivano, e perchè cercavano con tanta insistenza un
bambinetto? La teologia tradizionale non fornisce alcuna risposta alla questione di chi
fossero realmente i “tre saggi” o magi.
La storia dell’arrivo di una stella che si è fermata proprio sopra la stalla di una
locanda rustica, in cui giaceva un bambino nato solo da poche ore, è soltanto un mito
religioso. E’ molto più verosimile che il bambino, che aveva allora quasi due anni di
età, venisse cercato e visitato a casa da persone ben consapevoli.
A questa distanza di tempo è pressochè impossibile avere alcuna prova che i Magi
venissero dalla Persia oppure dall’India. E’ comunque veramente sorprendente notare
quanto la storia dei tre Magi corrisponda ai racconti dei metodi con i quali vengono
localizzate ancora oggi in Tibet le reincarnazioni dei grandi lama Buddhisti dopo la
morte. Il modo con cui è condotta una simile ricerca è descritto nei resoconti della
“scoperta” dell’attuale Dalai Lama come bambino.
Poco tempo prima della sua morte nel 1933, il tredicesimo Dalai Lama diede alcune
indicazioni sul luogo e sul tempo della sua successiva reincarnazione. Ogni giorno il
suo corpo stava nella stessa posizione nel Palazzo del Potala, guardando verso sud
nella tradizionale posizione del loto. Ma una mattina il suo volto fu visto girato verso
est. I lama più eminenti eseguirono un rituale magico durante il quale interrogarono
un monaco che si era messo in stato di trance e che doveva operare come un oracolo.
Il monaco gettò una sciarpa cerimoniale bianca in una direzione attorno all’oriente:
dopo giorni di meditazione preparatoria, il lama reggente ebbe la visione di un
monastero di tre piani con i tetti dorati, nei cui pressi c’era una piccola fattoria cinese
con sottotetto riccamente decorato e un bordo verde che ornava il tetto. Nel 1937
diverse spedizioni di lama furono inviate da Lhasa per cercare il bambino secondo i
presagi celesti, nella direzione indicata. Ciascun gruppo portava con sè preziosi
regali, alcuni di essi presi fra gli oggetti di proprietà del defunto, che costituivano una
prova per identificare la nuova reincarnazione.
Il defunto Dalai Lama poteva teoricamente essere rinato a molte migliaia di
kilometri dal luogo della sua dimora precedente. La ricerca portò ben oltre i confini
del Tibet centrale, nel distretto di Amdo, che era sotto amministrazione cinese e dove
c’erano molti monasteri. La spedizione trovò parecchi potenziali candidati, ma
nessuno di essi corrispondeva ai dettagli della visione. Finalmente, durante l’inverno,
il gruppo arrivò al monastero a tre piani di Kumbum, che corrispondeva esattamente
alla visione del lama reggente; anche una casa vicina era molto simile. Vi entrarono.
Due lama di alto rango si finsero servitori e un giovane monaco del gruppo fece il
ruolo del loro maestro. Nella cucina della casa stavano giocando i bambini della
famiglia, e non appena il Lama Rinpoche, che si fingeva servitore, si mise a sedere
nel locale, un piccolo bambino di due anni corse verso di lui. Il reverendo monaco
portava una collana per preghiere che era appartenuta al defunto Dalai Lama, il
bambino sembrò riconoscerla e cominciò a tirarla come se volesse averla. Il lama
promise al bambino di dargliela se avesse indovinato chi era il suo visitatore, e il
bambino disse immediatamente “Il lama di Sera” nel dialetto locale. Il lama chiese
allora al bambino come si chiamasse il loro presunto “maestro” ed egli rispose
“Lobsang”, che era il nome del servitore. Non è raro per questi bambini reincarnati
ricordare oggetti e persone conosciuti durante la vita precedente. Nell’isolata
tranquillità del Tibet ci sono sempre state molte prove evidenti che le vite precedenti
possono lasciare tracce nella vita attuale. In Occidente questo accade raramente
perchè gli occidentali tendono a scartare a priori l’idea che una persona morta possa
rinascere in un nuovo corpo.
I quattro capi della delegazione di Lhasa procedettero poi ad eseguire le prove
prescritte. Dapprima offrirono al bambino due collane da preghiera quasi identiche,
una delle quali era appartenuta al tredicesimo Dalai Lama. Senza alcuna esitazione, il
bambino scelse quella giusta, se la mise al collo e si mise a saltellare contento per
tutta la stanza. Poi la delegazione offrì al bambino due diversi tamburi rituali, uno
grande e istoriato, decorato d’oro, e uno molto più semplice che era appartenuto un
tempo al defunto Dalai Lama. Il bambino prese il più semplice dei tamburi e continuò
a giocare con questo, battendo un ritmo esattamente nello stesso modo con il quale
questi tamburi vengono usati nelle cerimonie religiose. C’è un parallelo evidente fra
una simile presentazione di oggetti preziosi che erano stati di proprietà del defunto
lama e i doni di valore portati dai Magi dall’Oriente al bambino Gesù. Un bambino
deve aver raggiunto un’età di almeno due anni per essere pronto alla prova.
I delegati furono completamente soddisfatti di ogni dettaglio di conferma: la
reincarnazione era stata trovata. Annunciando la scoperta, essi mandarono un
telegramma in codice a Lhasa, e in risposta ricevettero istruzioni per organizzare la
successiva operazione con la massima segretezza allo scopo di non indurre sospetti
nelle autorità cinesi. Al governatore della provincia venne spiegato che il bambino
doveva essere portato a Lhasa perchè era uno dei tanti possibili Dalai Lama. Il timore
più grave era che, se avessero ammesso di averlo già trovato, la Cina avrebbe potuto
insistere nel voler mandare truppe con lui a Lhasa “per la sua protezione”.
Per motivi di sicurezza, tutta la corrispondenza fra Amdo e Lhasa venne trasportata
attraverso corrieri, che richiedevano spesso diversi mesi. Così ci vollero altri due anni
prima che la carovana con la delegazione, il bambino e la sua famiglia, potessero
finalmente partire per Lhasa.
Torniamo in Palestina: dopo che i saggi dell’Oriente avevano individuato il
bambino Gesù, suo padre Giuseppe cercò di metterlo in salvo dal pericolo di Erode,
portandolo in Egitto. Quel Paese era stato per un certo tempo un rifugio per gli Ebrei,
che vivevano in quelle che erano colonie complete, con sinagoghe, scuole e
qualunque altra cosa per consentire a un forestiero di sentirsi a casa.
Il Professor Hassnain mi disse una volta che scuole missionarie buddhiste – vihara –
erano presenti ad Alessandria anche prima dell’éra cristiana. Il mio dizionario
buddhista cinese definisce un vihara come un posto “che è insieme un’accademia,
una scuola e un tempio e serve allo studio e alla pratica del Buddhismo”. Si può
quindi facilmente pensare che Gesù sia stato introdotto alla saggezza della filosofia
orientale fin dalla prima infanzia dagli studiosi Buddhisti di Alessandria. Attraverso
un’istruzione accademica di questo tipo può essere spiegato il fatto che Gesù sia stato
in grado di stupire i sacerdoti del Tempio di Gerusalemme quando era un ragazzo di
soli dodici anni, un’età sufficiente per continuare i suoi studi nel luogo che poteva
bene essere stata la terra dei suoi veri padri spirituali, l’India.
5. – Saggezza orientale in Occidente
La grande diffusione del Buddhismo può essere attribuita in gran parte
all’imperatore Ashoka (273-232 a.C.), che, dopo aver conosciuto gli orrori della
guerra, decise di dedicarsi agli insegnamenti di pace. Molti dei suoi decreti e delle
sue leggi benevole ci sono pervenuti in forma di iscrizioni singole sulle pareti di
edifici: in un decreto, l’imperatore ordinava che venisse protetto ogni essere vivente.
Ashoka fece costruire molti monasteri buddhisti in India e fece realizzare ospedali
per pazienti umani e animali attraverso tutto il suo impero. Fece convocare il secondo
Concilio Mondiale Buddhista a Pataliputra, la sua capitale: vi presero parte migliaia
di monaci. Ashoka mise in atto l’organizzazione con la quale vennero poi diffusi
all’estero gli insegnamenti buddhisti. I monaci vivevano di elemosina, totalmente
dipendenti dalla carità della gente comune: non possedevano niente altro che l’abito
che indossavano. La loro era una vita di rinuncia, ma senza alcuna austerità ascetica.
I monaci conducevano una vita completamente nomade. Il Buddha e i suoi
compagni girarono lungo tutto il bacino del Gange, meditando e predicando gli
insegnamenti, a volte isolatamente ma più spesso in gruppi, di città in città e di
villaggio in villaggio, in modo del tutto simile a Gesù.
Il Buddhismo, che era molto più flessibile e apolitico rispetto alla rigida struttura
del Brahmanesimo, sembra inoltre essere stato molto più in grado di adattarsi alle
numerose invasioni da parte di popoli diversi, che si sparsero nel bacino dell’Indo,
nell’alto bacino del Gange e nel Deccan.
Vediamo cosa accadde in Palestina: al momento della scacciata e dispersione degli
Ebrei da parte dell’imperatore romano Tito nell’anno 70 d.C., la misteriosa comunità
degli Esseni nascose la sua biblioteca di manoscritti su pelli di capra e rotoli di papiro
in grossi vasi di argilla in caverne sui monti che sovrastano il Mar Morto. Là essi
rimasero fino al 1947, quando furono riscoperti e decifrati. I teologi cristiani rimasero
meravigliati nell’apprendere che la maggior parte delle Beatitudini del Sermone della
Montagna, attribuite a Gesù, erano in qualche modo presenti nel testo dei Rotoli del
Mar Morto, di cui diverse parti erano state compilate molte generazioni prima del
tempo di Gesù! Linee di comunicazione molteplici e complesse fra l’Oriente e
l’Occidente sono esistite fin dai tempi più antichi della storia umana, e ci sono infatti
molti paralleli fra l’antica India e l’antico Egitto. Mentre tutte le culture antiche del
Vicino Oriente credevano in un universo solo e unico, che procede in modo lineare
dalla Creazione all’Ultimo Giorno, in Egitto, come in India, si credeva che il mondo
si muovesse in un ciclo senza fine di formazione e dissoluzione.
Nell’anno 325 avanti Cristo, Alessandro il Grande attraversò il Khyber Pass ed
invase l’India nord-occidentale. Il giovane macèdone non era solo un grande capo
militare, ma anche uno studioso di Aristotele profondamente appassionato di
filosofia. Per lui era importante riportare in Macedonia l’arte e la letteratura dei
territori conquistati, e quanto possibile delle loro conoscenze e delle loro idee.
Probabilmente Alessandro portò un certo numero di monaci buddhisti e di yogi indù
nel suo nuovo centro culturale e spirituale presso la foce del Nilo, la città di
Alessandria, dove erano state poste le basi per una università mondiale. E’ stato in
questo modo, attraverso i saggi dell’Oriente, che sono arrivate in Egitto idee di
ascetismo e di regime dietetico vegetariano, idee estranee all’area mediterranea.
Due secoli prima di Cristo, nacque un movimento mistico notevole fra gli Ebrei di
Alessandria e di Palestina. In Egitto questi mistici erano noti come i Terapeuti; i loro
fratelli spirituali in Palestina si facevano chiamare Esseni e Nazareni. Come i monaci
Buddhisti, gli Esseni e i Terapeuti vivevano in comunità monastiche in condizione di
celibato, un modo di vita che era una novità per l’area mediterranea, poichè nessuna
osservanza religiosa di quel tipo si era vista prima nella zona. Gli Esseni si
astenevano dai rituali che si tenevano nel Tempio di Gerusalemme perchè si
opponevano decisamente ai sacrifici animali. La religione degli Esseni infatti può
essere stata istituita come una forma di protesta contro questi elementi truci
dell’ortodossia giudaica e contro la rigida severità della legge mosaica: uno sviluppo
simile aveva avuto luogo diversi secoli prima in India, quando il Buddha protestava
contro le regole e i rituali dei Brahmini.
La comunità dei Terapeuti alla periferia di Alessandria era senza dubbio influenzata
dalla presenza di monaci buddhisti. Gran parte della vita del Terapeuta veniva
trascorsa in silenziosa meditazione e nei rituali del culto. Gli Esseni tendevano ad
occuparsi di agricoltura e di artigianato. Gli Esseni erano chiamati anche Nazareni,
Nazarenos o Nazoraios. Nell’antica Israele, alcuni veggenti erano descritti come
Nazariti, che venivano guardati con disprezzo dai sacerdoti ortodossi del Tempio. Il
Vangelo di Giovanni dice che Pilato fece mettere una scritta sopra la Croce di Gesù,
che, secondo la traduzione italiana, si legge come “Gesù di Nazareth, Re dei Giudei”.
Ma in molte altre lingue è stata tradotta in modo leggermente diverso, come “Gesù il
Nazareno,…” Secondo alcune ricerche, l’epiteto Nazareno non si riferiva alla città di
Nazareth, che probabilmente non esisteva neppure a quel tempo. Inoltre, una delle
accuse mosse contro Gesù era il fatto che Egli era un membro dei Nazareni! Se le
parole dell’iscrizione sono state alterate dal bisogno di sostenere una verità diversa,
non occorre molto per spiegarsi perchè Gesù era tanto detestato dal Sinedrio, i cui
componenti odiavano i Nazareni.
In quasi tutti i manoscritti in greco, a Gesù viene dato il titolo “il Nazareno”, quasi
sempre tradotto, erroneamente, come “Gesù di Nazareth”. Così, nella maggior parte
delle traduzioni della Bibbia, Paolo sente sulla strada di Damasco una voce che dice,
“Io sono Gesù di Nazareth, che tu perseguiti”. In effetti i manoscritti in greco non
contengono una frase come questa, e la Bibbia di Gerusalemme riporta invece la
traduzione corretta: “Io sono Gesù il Nazareno, e tu mi stai perseguitando”. C’è stato
forse qualche disegno deliberato dietro questa traduzione errata? Se l’intenzione è
stata semplicemente quella di mettere in relazione Gesù con il suo luogo di origine,
sarebbe stato sicuramente descritto come “Gesù di Betlemme”. Nazareno non si può
derivare da Nazareth attraverso nessun processo etimologico standard.
Non si può dire con certezza se Gesù sia appartenuto a qualcuno di questi gruppi
poichè egli evidentemente rifiutava di essere categoricamente soggetto a qualsiasi
legge imposta, scegliendo invece, come il Buddha, soltanto di “fare la cosa giusta al
momento giusto”.
Ci sono paralleli evidenti fra la descrizione del modo di vita degli Esseni, le regole
monastiche buddhiste e le abitudini stesse di Gesù. Proprio come i monaci buddhisti
non possedevano niente altro che il loro abito e pochi oggetti minori necessari per la
vita nomade, Gesù condusse la sua esistenza di maestro itinerante che possedeva
poco o niente. E proprio come Gesù richiedeva ai suoi discepoli di rinunciare alla
famiglia e ai beni del mondo, così la regola buddhista chiedeva ai suoi seguaci di
unirsi alla comunità lasciando tutto per entrare nell’ordine fraterno dei monaci e
girovagare senza alcun rifugio stabile. Molti monaci esseni dedicavano anni della
loro vita a pratiche ascetiche di autodisciplina e contemplazione, e raggiungevano
sorprendenti poteri di percezione extrasensoriale, come fanno gli yogi e i fachiri in
India. Il fatto che il Nuovo Testamento osservi un silenzio assoluto e totale
sull’ordine degli Esseni, una setta numericamente significativa almeno quanto i
Sadducei e i Farisei, fa pensare che l’omissione sia intenzionale.
Quando la setta di Qumran pregava in comunità, come facevano tre volte al giorno,
essi non si rivolgevano in direzione del Tempio di Gerusalemme, come fanno ancora
tutti gli Ebrei ortodossi, ma verso oriente. Il punto di attrazione della loro preghiera
era ad est, nella direzione del sole nascente.
Il sottofondo spirituale e la fonte originaria della filosofia degli Esseni sono
ulteriormente rivelate da un altro insegnamento: come i saggi indiani e i filosofi greci
essi credevano nell’immortalità, una vita dopo la morte. Gesù parlò della resurrezione
dei morti, ma senza riferirsi espressamente alla resurrezione del corpo: Egli non
parlava di una resurrezione nella carne, ma della dottrina della reincarnazione e del
continuo ciclo di rinascite fino alla fine del samsara. I Buddhisti indossavano abiti
bianchi come gli Esseni e come i primi Cristiani. Gli Ebrei celebrano il Sabbath,
mentre gli Esseni ritenevano che il giorno santo fosse la domenica, in cui iniziavano
la loro celebrazione. Durante il Sabbath, gli Ebrei portavano carne, vino e grano al
Tempio per il sacrificio, e ne veniva tenuta una parte per i preti. La ragione della forte
inimicizia dei sacerdoti verso gli Esseni è ovvia: il rifiuto della setta degli Esseni di
avere a che fare con i sacrifici di sangue rappresentava una minaccia notevole alla
dieta dei sacerdoti e alla loro principale fonte di reddito. Questa fu la causa principale
del complotto dei sacerdoti contro Gesù, che propugnava una dottrina che avrebbe
eliminato molti dei benefici e dei privilegi dei sacerdoti. Gli Esseni credevano anche
in una dottrina di causazione morale, che è l’insegnamento indiano del karma.
C’erano numerosi punti di contatto fra le idee di Gesù e quelle degli Esseni, ma
c’erano anche differenze che non dovrebbero essere trascurate. I Vangeli riferiscono
che Gesù mangiava carne e beveva vino. Egli crebbe in un ambiente influenzato dagli
Esseni locali, e la maggior parte dei suoi seguaci erano Esseni. Ma sebbene fosse
stato probabilmente un novizio in un monastero degli Esseni, egli più tardi prese le
distanze molto nettamente da tutti i precetti della setta rigidamente prescritti, perchè
era decisamente convinto, come il Buddha circa cinquecento anni prima, che una
cieca adesione a norme e regole precise non era certo una via per raggiungere la
salvezza. La differenza fra la visione di Gesù e quella degli Esseni è evidente in
particolare nell’idea di amare anche il nemico. A differenza di Gesù, gli Esseni non
sentivano alcun rimorso ad odiare i loro nemici. Egli disapprovava espressamente la
bigotteria religiosa di qualunque organizzazione o istituzione che proclamasse di
avere accesso esclusivo alla verità.
Il Dio delle tribù semitiche, se non si vogliono usare giri di parole, è una divinità
vendicativa e assetata di sangue. Yahweh-Jehovah degli Ebrei tende ad essere
raffigurato come un Signore che incute timore seduto su un trono al di sopra delle
nuvole, intento a castigare violentemente il Popolo Eletto ogni volta che trasgredisce i
suoi editti e le sue proibizioni.
La filosofia che sta dietro al Sermone della Montagna, come riferito dal Vangelo di
Matteo, è illuminata da un Dio completamente diverso. Il messaggio di Cristo è un
messaggio di amore, un messaggio gioioso di perdono e riconciliazione: ama il
prossimo tuo come te stesso; se qualcuno ti dà uno schiaffo su una guancia, porgi
l’altra guancia. E’ difficile immaginare un contrasto maggiore con le attitudini
rivelate nel Vecchio Testamento. Nessun’altra religione dell’area orientale del
Mediterraneo invita a una Grazia di amore magnanimo come fa Gesù. Dove ha
imparato Gesù i precetti che ha proclamato nel Sermone della Montagna?
Una possibile risposta a questa domanda si può trovare nelle prime scritture
buddhiste come il Lalitavistara, che mostra molti paralleli con la tradizione dei
Vangeli: le sue sezioni più antiche datano dal terzo secolo avanti Cristo.
Buddha raccomandò di reagire alla violenza con la dolcezza. Allo stesso modo, Gesù
ammaestrava i suoi discepoli: “A chiunque ti colpisce sulla guancia destra, porgi
l’altra guancia”.
In un’altra occasione, il Buddha descrisse l’elargizione delle elemosine come “un
seme seminato in una buona terra, che darà frutti in abbondanza”. Egli dichiarò anche
che “il cibo che viene mangiato non distrugge una persona….ma il togliere una vita,
rubare, mentire, commettere adulterio, e persino pensare di fare queste cose, possono
certamente portare alla distruzione di una persona”. E inoltre “Un uomo seppellisce
un tesoro in un pozzo profondo. Ma un tesoro nascosto come questo non gli è di
nessuna utilità. Ora, un tesoro di amore per il prossimo, di pietà e di moderazione,
questo è un tesoro che nessun ladro potrà mai rubare”. Tutte queste parole del
Buddha ricordano fortemente le parole di Gesù, come riportate dai Vangeli: forse
Gesù ben conosceva le parole del Lalitavistara?
Gesù si ritirò nel deserto, dove fu soggetto alle tentazioni di Satana, cinquecento
anni prima, anche il Buddha fu soggetto a una serie di tentazioni da parte di Mara, il
“signore dei piaceri dei sensi”, come narra il Lalitavistara. A Siddharta, durante il
suo digiuno e la sua meditazione, Mara offrì piatti deliziosi e offrì le ricchezze e i
piaceri del mondo, ma la concentrazione contemplativa del Buddha non ne venne in
minima parte disturbata. Gesù affrontò la stessa prova nel deserto, con lo stesso
risultato. E come Gesù, il Buddha parlava a mezzo di parabole, molte delle quali sono
assai simili a quelle dei Vangeli.
A scuola, il giovane Principe Siddharta ha già una certa familiarità con tutti i tipi di
testi religiosi. Egli esce per un suo giro solitario, sparisce, e viene poi trovato assorto
in profonda meditazione. I paralleli con Gesù, bambino di dodici anni che viene
trovato nel Tempio in dotte dissertazioni con esperti delle scritture sono evidenti.
Buddha comincia a predicare in pubblico all’età di circa trent’anni, la stessa età in
cui cominciò Cristo. Come Gesù, Buddha viaggia attraverso la sua terra con i suoi
discepoli principali in volontaria povertà, dando loro insegnamenti a mezzo di vive
immagini e parabole. Con quanta forza Gesù critica i Farisei, i fedeli ortodossi che si
attengono in modo staticamente rigido alla Legge mosaica, altrettanto Buddha critica
la casta sacerdotale dei Brahmini, la cui ortodossia si è ridotta a regole fisse e rituali
privi di significato. Proprio come Buddha respinge i sacrifici di sangue compiuti da
certi Brahmini, così Gesù condanna i sacrifici di sangue compiuti dagli Ebrei.
Malgrado tutti i tentativi volti a nascondere le vere origini dell’insegnamento di
Gesù, e malgrado che i Vangeli siano stati compressi più volte per ridurli ad una
interpretazione rigidamente conformata, si possono citare più di cento passaggi del
Nuovo Testamento che mettono in evidenza origini che si riconducono ad una
tradizione molto più antica: il Buddhismo.
Le affinità fra l’insegnamento etico di Gesù e quello del Buddha sono sorprendenti.
Entrambi proibiscono l’omicidio, il furto, la falsa testimonianza e le relazioni sessuali
illecite, e mirano a superare il male attraverso il bene: entrambi predicano l’amore
anche verso il nemico. Danno grande valore alla serenità mentale e all’intenzione
pacifica, mettono in guardia contro l’attaccamento ai futili “tesori mondani”,
raccomandano ogni compassione. I paralleli sono molti, ed alcuni testi delle due fedi
coincidono virtualmente parola per parola.
Buddha dice ai suoi discepoli “Coloro che hanno orecchie per ascoltare, ascoltino”.
Egli compie miracoli: i malati sono guariti, i ciechi possono di nuovo vedere, i sordi
possono udire e gli storpi camminano liberamente. Egli cammina sul Gange in piena,
proprio come Gesù cammina sulle acque del lago. In un’occasione Buddha capitò
sulla riva di un fiume, dalla riva opposta un discepolo che non era riuscito a trovare
una barca, cominciò a camminare sull’acqua verso di lui, proprio come Pietro quando
si avvicinò a Gesù camminando sull’acqua. E nello stesso modo in cui Pietro iniziò
ad affondare quando la sua fede cominciò a vacillare, il discepolo di Buddha
cominciò ad affondare quando la sua concentrazione meditativa sul Buddha fu
disturbata. Camminare sull’acqua è un’idea assolutamente assente nelle tradizioni
ebraiche, mentre è un tema ampiamente diffuso in India: inoltre, come Gesù, il
Buddha evitava assolutamente miracoli destinati semplicemente a stuzzicare il
desiderio del sensazionale della gente. A uno yogi che aveva passato venticinque anni
di sforzi nel provare ad acquistare la capacità di attraversare un fiume senza bagnarsi
i piedi, il Buddha disse “Hai davvero perso tanto tempo su una cosa di così poco
conto? Tutto quello di cui avevi bisogno era una piccola moneta, e il barcaiolo ti
avrebbe fatto attraversare il fiume con il suo battello”.
C’è una particolare storia che rappresenta forse il parallelo più sorprendente di tutti
fra i più antichi testi buddhisti e il Nuovo Testamento. In termini cristiani è la
parabola della monetina della vedova. Secondo la versione buddhista, si narra di
un’assemblea religiosa alla quale viene richiesto ai fedeli di fare una donazione in
denaro. I membri più ricchi della congregazione offrono con generosità e in moneta
pregiata. C’è però una povera vedova, che possiede in totale solo due monetine, ed
essa le dona generosamente entrambe, e con piacere. Il sacerdote presente si accorge
del suo nobile gesto e la elogia pubblicamente per questo, mentre non accenna affatto
alle altre donazioni. Il passaggio corrispondente del Vangelo di Marco è identico.
In entrambe le versioni la storia riguarda una vedova. Entrambe parlano di offerte ad
un’assemblea religiosa e di persone ricche presenti. In entrambe la vedova offre tutto
quello che possiede, per la precisione due monete, e per questo viene lodata da
qualcuno che apprezza il suo sacrificio molto di più delle donazioni dei ricchi. Le due
versioni sono così uguali, che riesce difficile credere che la più recente (quella
cristiana) sia stata inventata in modo del tutto indipendente dalla più antica.
Nel tempo in cui Gesù viveva e predicava in Palestina, la scuola Mahayana del
Buddhismo si era appena evoluta dalla scuola Hinayana, più chiusa in sè stessa. E’
stata la scuola Mahayana che ha fatto diventare il Buddhismo una religione
universale, aperta ai credenti di ogni nazione e di ogni cultura. La filosofia Mahayana
si focalizza sulla compassione verso tutti gli esseri, personificata nell’ideale del
Bodhisattva, concezione che prese forma nel terzo secolo avanti Cristo. Il
Bodhisattva è un Illuminato che rimanda la sua immersione nell’Essere Universale,
che rinvia il suo ingresso nel nirvana, finchè non è riuscito a portare ogni essere alla
salvezza. Tutte le qualità caratteristiche di un Bodhisattva si trovano nella persona di
Gesù, che è la figura tipica del Bodhisattva ideale.
Nella lotta per il potere che si verificò fra i molti gruppi Paolinisti, Gnostici e
Cristiani-Ebrei durante i primi secoli della nostra éra, fu la Chiesa di Roma, come
organizzata in forma gerarchica da Paolo, che risultò infine vincitrice, a seguito della
conversione al Cristianesimo dell’Imperatore Costantino nel 313 d.C. Trecento anni
più tardi si trovò sotto pressione, quando una nuova religione si affacciò premendo
fortemente da sud verso l’Asia Minore: l’Islam riuscì ad imporsi su molta della
popolazione dell’area in un arco di tempo straordinariamente breve.
Ma cosa è accaduto dei gruppi che non erano disposti a sottomettersi all’autorità del
Papa di Roma e dell’Imperatore di Bisanzio, gli Esseni e i Nazareni, il nucleo
principale dei Cristiani Ebrei, gli Gnostici, i Manichei e i neo-Platonici? Sono
semplicemente scomparsi, assorbiti senza lasciare tracce o nella Chiesa di Roma o
nella corrente principale dell’Islam?
Un gran numero di differenti comunità tribali, clan e sétte esistono ancora oggi fra
le montagne dell’Asia Minore, della Siria e del Kurdistan: sono considerati dai
mussulmani ortodossi come eretici. Fino alla comparsa di pochi studiosi isolati nei
tempi moderni, non si sapeva praticamente niente delle credenze religiose di questi
gruppi; solo molto recentemente parecchie di queste comunità tribali hanno aperto la
porta al mondo esterno rivelando antiche tradizioni alcune delle quali dimostrano
paralleli con gli Esseni, i Nazareni e i Terapeuti e con gli ideali di vita religiosa e di
pensiero dell’India. L’universo è sottoposto a un ciclo senza fine di formazione e
dissoluzione, chiamato il ciclo dell’essere.
Molti studiosi pensano che queste comunità tribali rappresentino i diretti
discendenti degli Esseni e dei Nazareni che, dopo il tempo di Cristo, si sono fusi con i
Cristiani Ebrei in opposizione al gruppo Ellenistico dominante di Paolo, e che, allo
scopo di sopravvivere sotto il dominio mussulmano, hanno più tardi assunto l’aspetto
esteriore di una sétta islamica. Ci sono molti altri punti a favore di questa tesi, oltre a
quelli già menzionati. Ad esempio, tutti i gruppi celebrano le festività cristiane, e in
particolare la Pasqua. E’ possibile che queste remote comunità che abitano in aree
montagnose inaccessibili possano avere conservato la dottrina cristiana originaria in
una forma molto meno alterata di quanto abbia fatto la Chiesa di Roma con tutti i
suoi imperatori, papi e cardinali.
6 – Il segreto di Gesù
Non è più possibile descrivere la figura storica di Gesù Cristo per la scarsità delle
fonti e la distanza di tempo; inoltre le Chiese Cristiane hanno distrutto virtualmente
tutte le informazioni utili per ricostruire gli eventi della sua storia personale.
Gesù come persona è coperto da un velo di mistero e di segretezza. Le nostre idee
sulla natura e la personalità di Gesù Cristo sono basate non tanto su una documentata
biografia e su prove storiche, quanto su una verità che trascende la storia. Lo stesso
Gesù “intimò di non parlare a nessuno di lui” e mentre scendeva dalla montagna dopo
la Trasfigurazione, egli “proibì di raccontare a chicchessia ciò che avevano veduto”.
C’era lo stesso ordine di segretezza quando Gesù guariva la gente. Ogni volta Gesù
vietava a coloro che venivano guariti di diffondere la notizia dell’evento. Il risultato
fu che, dopo la guarigione di una persona che era muta e sorda, ad esempio,
“ordinava loro che non lo dicessero a nessuno, ma quanto più lo comandava, tanto
più loro lo divulgavano”. “E voleva che nessuno sapesse chi egli era”: l’ordine si
applicava naturalmente anche ai discepoli. Sembra che ci sia stato un grande salto
intellettuale fra Gesù e i suoi discepoli, che erano semplicemente incapaci di capirlo.
Anche le circostanze del suo ingresso pubblico finale in Gerusalemme destano
alcune perplessità. Perchè questo figlio di gente comune avrebbe dovuto essere
salutato come una celebrità in quella città se era stato a fare panche e finestre nella
bottega da falegname di suo padre per tutta la sua vita di adulto fino al trentesimo
anno? Inoltre in tal caso era ben difficile che potesse essere considerato uno straniero
presso la popolazione locale. L’accoglienza entusiastica del popolo della Palestina
suggerisce invece che egli fosse ritornato da un lungo viaggio dopo un’assenza
prolungata, con insegnamenti nuovi e strani e con poteri soprannaturali, come la
capacità di compiere miracoli e di guarire i malati.
In genere nella regione indiana si credeva in qualche forma di reincarnazione. E
Gesù? La reincarnazione viene citata parecchie volte nel Nuovo Testamento, anche se
questi riferimenti sono molto spesso ignorati o nascosti, probabilmente in modo
intenzionale. La credenza nella reincarnazione era un fatto naturale nelle prime
comunità cristiane, fino a quando divenne vittima di uno storico errore perpetrato dal
Concilio Ecumenico di Costantinopoli nell’anno 533 d.C.: dichiarata eretica, è da
allora rimasta bandita dalla dottrina “cristiana” fino ad oggi.
L’idea della rinascita era ampiamente diffusa attraverso tutto il mondo grecoromano
dell’antichità classica. Il grande filosofo e matematico greco Pitagora (570-
496 a.C.), un contemporaneo di Buddha, era un grande sostenitore della
trasmigrazione delle anime, e ci sono anche alcune leggende che parlano dei suoi
viaggi in India. Anche Platone (427-347 a.C.) era un seguace della reincarnazione,
che ha un ruolo centrale pure nella filosofia degli Stoici. I poeti romani Virgilio e
Plutarco, contemporanei di Gesù, pensavano che le anime delle persone che erano in
qualche modo legate al mondo fisico della carne sarebbero rinate in un nuovo corpo
quando il vecchio corpo giungeva alla morte.
I seguaci di Gesù sapevano che Egli era una reincarnazione, ma non erano ancora
sicuri della sua identità e tentavano parecchi suggerimenti. Gesù stesso non dà
risposta diretta, ma conferma indirettamente le idee dei discepoli incoraggiando la
loro curiosità: “Ma chi dite che io sia?” Nel Nuovo Testamento ci sono anche
significative descrizioni delle congetture di varie persone sul quesito di quale anima
Gesù fosse la reincarnazione. Tutti questi passaggi provano in modo certo che la
reincarnazione era una credenza largamente diffusa in quel tempo. Nel racconto di
Gesù che guarisce un uomo cieco dalla nascita i discepoli chiedono espressamente:
“Maestro, chi ha peccato, quest’uomo, o i suoi genitori, poichè è nato cieco?” L’idea
che qualcuno poteva essere nato cieco a causa di peccati commessi prima comporta
naturalmente una vita precedente e una conseguente rinascita.
Un’ulteriore e contemporanea conseguenza della questione è l’elevato concetto di
karma, per il quale le azioni compiute in una vita influiscono profondamente sulle
condizioni e le circostanze della vita successiva.
Il riferimento più chiaro alla reincarnazione nel Nuovo Testamento si trova
nell’Epistola di Giacomo, dove si dice che la lingua “è un intero mondo di malizia:
essa contamina tutto il corpo; traendo la fiamma stessa dall’inferno, dà fuoco
all’intera ruota della creazione”. La traduzione dell’ultima frase che appare nella
maggior parte delle Bibbie in lingue occidentali è “il corso della natura”, “la ruota
della nostra esistenza” o altre espressioni ugualmente nebulose che alterano il senso
delle parole greche originali, che letteralmente significano “ciclo dell’essere” o “ruota
della vita”, corrispondendo così esattamente alla dottrina indiana della ruota delle
rinascite. Molti teologi interpretano questo passaggio nel testo dicendo che “mostra
un’influenza gnostica”, e la dottrina sostenuta dagli Gnostici – o almeno così
vorrebbero farci credere tutte le moderne Chiese Cristiane, o istituzioni, o autorità – è
non soltanto non-cristiana, ma fondamentalmente opposta all’insegnamento di Gesù.
Negli scritti teologici della Chiesa Cristiana iniziale e in altri documenti
contemporanei, ci sono molti esempi di una relazione fra il pensiero cristiano e il
pensiero indiano dei primi secoli dopo Cristo. Numerosi riferimenti che risalgono ai
Padri della Chiesa del tempo possono essere oggi interpretati come affermazioni della
reincarnazione, malgrado tutti i rimaneggiamenti eseguiti successivamente.
I commerci fra l’Impero Romano e l’India erano fiorenti nel primo secolo della
nostra éra, e il centro di questi commerci era la città di Alessandria. Insieme con le
merci e gli articoli che venivano commerciati, anche le idee e concezioni indiane
trovavano la loro via verso Alessandria, permeando così il pensiero locale politico e
religioso. In quel tempo il Cristianesimo non era ancora diventato quella Chiesa
monolitica ed altamente stratificata che sarebbe diventato più tardi; era invece
costituito da molti gruppi separati, ciascuno dei quali era affiliato a qualcuna delle
varie scuole filosofiche: molti di essi erano collegati alle scuole che alla fine furono
raggruppate senza troppe distinzioni sotto la denominazione di “Gnostiche”. La
maggior parte delle dottrine gnostiche furono più tardi condannate come eresie dai
Concili della Chiesa, ma alcune sétte sono sopravvissute fino al Medio Evo, finchè
gli ultimi dei loro seguaci (i Catari, gli Albigesi e i Bogomili) furono brutalmente
annientati dall’autocratica Chiesa di Roma. Elemento comune di tutti questi gruppi
gnostici era una forte fede in Gesù e nella reincarnazione. Molti dotti studiosi hanno
affermato che i primissimi Cristiani e gli Gnostici facevano parte in origine dello
stesso movimento, e che il famoso antagonismo fra i due gruppi è stata una
falsificazione della storia avvenuta in un tempo molto successivo da parte dei capi
della Chiesa. Questa affermazione non è stata mai confutata in modo convincente.
Inoltre, un buon numero di commentatori pensano anche che in quel tempo ci fosse
una colonia buddhista ad Alessandria.
I seguaci del Buddha ad Alessandria durante i decenni prima e dopo la nascita di
Gesù certamente non si davano il nome di Buddhisti. Essi devono probabilmente aver
usato il nome adottato dai loro fratelli in India: i seguaci del Dharma. In greco, la
parola Dharma può essere tradotta come Logos, “Parola” e coloro che aderivano a
questo insegnamento potrebbero piuttosto essere stati menzionati come Logici.
Infatti un gruppo di Gnostici era realmente conosciuto come i Logici.
Malgrado la continua e persistente negazione di ogni collegamento fra i primi
Cristiani e gli Gnostici da parte delle autorità storiche della Chiesa Cristiana, resta il
fatto che un certo numero di concetti teologici che sono venuti a far parte della
dottrina ortodossa della Chiesa di Roma hanno avuto origine in realtà all’interno della
cultura gnostica, che aveva sede in Alessandria, dove hanno vissuto e lavorato i primi
grandi teologi cristiani, fra cui Clemente.
L’allievo e successore di Clemente fu Origene, il fondatore della teologia cristiana
sistematica: uno dei suoi maestri fu un individuo misterioso chiamato Ammonio il
Saka. I Saka erano un popolo dell’India del nord, e i precedenti indiani di Ammonio
sono al di fuori di ogni dubbio: molti esperti oggi pensano che l’epiteto Sakkas non
significhi in realtà “il Saka”, ma che più probabilmente si riferisca a Sakya o
Sakyamuni, cioè al fatto che Ammonio era un monaco buddhista.
Se è così, allora il teologo principale del primo Cristianesimo dopo Agostino era
l’allievo di un monaco buddhista dell’India, e molte delle immagini e delle metafore
che usa nelle sue opere teologiche potrebbero essere viste come prese direttamente
dal Buddhismo. Sfortunatamente degli scritti di Origene si sono salvati solo pochi
frammenti. La maggior parte dei suoi manoscritti furono distrutti più tardi proprio
perchè egli era disponibile a mostrare una grande tolleranza verso la gente con vedute
diverse, e specialmente per la sua fede nella reincarnazione.
Quasi tutti gli storici cristiani oggi hanno adottato il punto di vista che la dottrina
della reincarnazione è stata dichiarata un’eresia con un decreto formale del Concilio
di Costantinopoli nell’anno 553. Ma la dottrina della reincarnazione venne in effetti
condannata da niente di più che un semplice veto personale da parte dell’Imperatore
Giustiniano, e l’anatema non fu mai parte delle risoluzioni del Concilio.
La moglie di Giustiniano cominciò la sua straordinaria ascesa, che alla fine la portò a
diventare governatrice di un impero, come cortigiana. Per spezzare i legami con il suo
ignobile passato e dare di sè un’immagine morale, ordinò la tortura e l’esecuzione di
cinquecento delle sue precedenti colleghe cortigiane. Poi, in un tentativo volto ad
evitare di dover soffrire le temute conseguenze di tali azioni crudeli in una vita
successiva secondo le leggi del karma e della reincarnazione, cominciò ad usare tutta
la sua influenza per ottenere che venisse formalmente abolita la dottrina del ciclo
delle rinascite. Era evidentemente convinta che un editto promulgato per “decreto
divino” dell’Imperatore l’avrebbe assolta da ogni colpevolezza. L’Imperatore
Giustiniano aveva già dichiarato guerra agli insegnamenti di Origene nel 543 d.C.
quando li aveva condannati come eretici con un sinodo convocato per quello scopo.
Dieci anni dopo, radunò un concilio a Costantinopoli, che fu poco più che una
giustificazione personale per Giustiniano, che vedeva sè stesso come capo della
Chiesa d’Oriente e stava tentando di consolidare il suo potere rispetto al Vescovo di
Roma. I vescovi orientali (Ortodossi) che costituivano il maggior numero dei presenti
erano vassalli feudali dell’Imperatore e in posizione tale da non poter assolutamente
resistere alle pressioni esercitate dall’Imperatore stesso. Come era accaduto nel
sinodo precedente della Chiesa d’Oriente nel 543, l’Imperatore ottenne ancora una
volta la condanna dell’insegnamento di Origene sulla reincarnazione.
Gesù è l’esempio ideale del Bodhisattva, una persona che, stando sulla soglia
dell’Illuminazione totale, ritorna volontariamente ad una rinascita per compassione
degli esseri senzienti. Egli percepisce pienamente che l’esistenza terrena, il ciclo delle
rinascite determinato dal karma, è la causa di tutte le sofferenze; ha predicato ai suoi
discepoli la rinuncia alla vita del mondo ed ha mostrato loro la via verso
l’Illuminazione attraverso la “retta azione” e la creazione di karma positivo. se
possiamo di nuovo divenire familiari con le idee di karma, questo ci aprirà
dimensioni completamente nuove per la comprensione di Gesù, mostrandoci la via
anche senza una “resurrezione del corpo”.
I miracoli di Gesù sembrano essere stati compiuti in gran parte sul piano della
compassione: la guarigione degli infermi, dei confusi mentalmente e degli
handicappati fisicamente. Ma evidentemente ha compiuto anche altri tipi di miracolo
quando era necessario: ha trasformato l’acqua in vino, ha moltiplicato le quantità di
cibo, si è reso invisibile, ha resuscitato i “morti” e ha camminato sull’acqua.
Come per gli altri racconti su Gesù, ci sono naturalmente paralleli e precedenti
letterari per gli episodi dei miracoli sia nelle tradizioni europee sia in quelle asiatiche.
La storia della nascita di Krishna, della sua fanciullezza e della sua vita contiene
molti paralleli con i racconti su Gesù; anche nei dettagli Krishna e Cristo sono i due
più notevoli esecutori di miracoli nelle sacre scritture degli Indù e dei Cristiani.
Oggi, come migliaia di anni fa, i “miracoli” restano un metodo legittimo per portare
il messaggio divino più vicino ai dubbiosi e a coloro che sono confinati
esclusivamente nel mondo materiale. Quasi ogni cosa riferita riguardo a Gesù ha un
parallelo nelle antiche leggende indiane. Una delle ragioni per cui questa similitudine
fra storie indiane e cristiane è così poco conosciuta è che pochissimi Europei sono in
grado di leggere il sanscrito degli antichi testi: solo recentemente si sono cominciate
ad avere traduzioni che hanno risvegliato l’interesse del mondo occidentale.
Secondo le fonti più antiche, circa 5000 anni fa il Signore Vishnù apparve in forma
umana alla presenza della giovane Devaki, che era membro della casa reale. Devaki
cadde in estasi e fu “pervasa” dello spirito di Dio, che venne a lei nello splendore
della sua maestà divina, così che ella concepì un figlio. Ma il Re di Mathura era stato
avvertito che dalla figlia di sua sorella sarebbe nato un re destinato a diventare più
potente di lui. La giovane Devaki si nascose nei campi con il bambino appena nato e
il bambino scampò miracolosamente ai soldati che erano stati mandati dal re ad
uccidere tutti i bambini maschi neonati.
Come il giovanissimo Gesù nei Vangeli apocrifi, Krishna era in grado di compiere
ogni miracolo concepibile anche quando era ancora un bambinetto. Le eroiche
imprese compiute dal super-ragazzo indiano erano sufficienti a riempire numerosi
volumi. All’età di sedici anni, Krishna lasciò sua madre per diffondere i suoi nuovi
insegnamenti attraverso tutta l’India. Egli parlava al popolo e ai principi contro la
corruzione, ovunque si schierava con i deboli contro l’oppressione, e dichiarava di
essere venuto sulla Terra per liberare la gente dalla sofferenza, per scacciare lo spirito
del male e per riportare il governo della rettitudine. Egli superò terribili difficoltà,
compì una grande varietà di miracoli, risuscitò i morti alla vita, guarì i lebbrosi,
ridiede la vista ai ciechi e l’udito ai sordi e fece camminare gli storpi.
Alla fine raccolse un gran numero di discepoli, che lo seguivano con zelo e che
dovevano continuare il suo lavoro. Ovunque la gente veniva a lui per ascoltare i suoi
insegnamenti e per stupirsi davanti ai miracoli che compiva. Egli fu onorato come un
dio ed acclamato come il vero Redentore di cui parlavano le profezie dei padri.
Krishna voleva rinnovare la religione e ripulirla da tutte le sue follie e i suoi abusi. I
suoi insegnamenti hanno la forma di parabole poetiche, di aforismi e simili, in modo
molto analogo a quanto viene riportato per le parole di Gesù. Krishna insegna ai suoi
seguaci ad amare il loro prossimo; raccomanda il rispetto per l’individuo, chiamando
tutti a dividere ogni avere con i poveri, a compiere azioni dettate da rettitudine e puro
altruismo. Egli ci insegna a ripagare il male con il bene, ad amare i nostri nemici, e
vieta la vendetta. Egli consola i deboli, condanna la tirannia e aiuta i più sfortunati.
7 – La Sindone – Un’eredità di Gesù
Erode il Grande (37-4 a.C.) ha avuto a che fare con continue sommosse interne
lungo tutto il suo regno. Fra i gruppi ribelli gli Esseni avevano un posto speciale,
perchè erano formalmente organizzati in un Ordine, ed avevano un “gruppo scelto”
nei Nazareni. Quando il figlio di Erode, Archelao, venne deposto nell’anno 6 d.C. gli
Esseni e i Nazareni ritornarono dall’esilio nella città di Alessandria e a questo punto
la lotta di resistenza, condotta dai partigiani Esseni, si rese più continua.
Perchè Gesù sia andato a Gerusalemme, consegnandosi ai suoi persecutori, rimane
un mistero. E il suo ingresso a Gerusalemme fu particolarmente spettacolare: Gesù
venne festeggiato con giubilo come il re che avrebbe stabilito il “Regno di Dio”.
L’ingresso nella città di Gerusalemme, cinque giorni prima della grande festività
della Pasqua, fu un atto di una provocazione senza precedenti. All’ingresso attraverso
le porte della città, Gesù fu clamorosamente acclamato dalle folle. Ma sebbene Gesù
cavalcasse un asino in segno di umiltà, sottomissione e intenzioni pacifiche,
l’acclamazione fu più tardi tragicamente interpretata in modo errato. L’intera
sequenza degli avvenimenti di Gerusalemme si può elencare in questo modo:
Martedì sera: l’Ultima Cena
arresto ai Getsemani
audizione preliminare da parte di Anna
Pietro rinnega tre volte il Maestro
Mercoledì mattina: l’inizio del processo dinanzi al Sinedrio
esame delle testimonianze da parte di Caifa
Mercoledì sera: Gesù viene maltrattato nel carcere di Caifa
Giovedì: il Sinedrio si riunisce per annunciare il giudizio
Gesù viene portato da Pilato e interrogato
Gesù viene consegnato ad Erode Antipa
Venerdì: il processo politico continua davanti a Pilato
la flagellazione, l’incoronazione con la corona di spine
la sentenza e la crocifissione all’ora sesta (12 o mezzogiorno).
Il Sinedrio rappresentava la più alta autorità giudaica in tutti gli affari che potevano
avere un aspetto religioso. Fra gli anziani dell’assemblea c’era Giuseppe di Arimatea,
un ricco ed influente proprietario terriero che diede voto contrario alla decisione del
Gran Concilio di mettere a morte il Nazareno.
Dopo dettagliato esame e confronto dei testimoni, il sommo sacerdote, Caifa,
concluse ponendo la domanda cruciale: “Ti scongiuro per il Dio vivente di dirci se tu
sei il Cristo, il Figlio di Dio”. Quando Gesù rispose “Tu l’hai detto”, Caifa prese
questa risposta per un Sì e da questo non c’era possibilità di ritorno dalla pena
capitale. Pilato sembra essere stato poco contento di doversi occupare di questo caso
fin dall’inizio perchè, come disse egli stesso, non poteva trovare alcun indizio per cui
Gesù fosse colpevole. Egli provò a fare in modo che fosse liberato ma, quando vide
che non ci riusciva, con un gesto dimostrativo si lavò le mani di quel caso per
conservare la sua “innocenza”. Fallì poi anche il tentativo di Pilato di passare il
delicato caso all’etnarca ebreo locale, Erode Antipa, che era presente per la festività,
perchè Gesù non gli disse assolutamente niente. Egli fu rimandato di nuovo al
procuratore, che alla fine lo lasciò al volere della folla che era stata incitata da Caifa e
dai sacerdoti, e riconsegnò loro il Nazareno per l’esecuzione come avevano richiesto.
I problemi che nascono dalla convinzione popolare della “Resurrezione dai morti”
sono assai difficili da risolvere: le fonti letterarie disponibili non spiegano perchè
Gesù sia stato dichiarato morto solo poche ore dopo la crocifissione. Nessuno vide la
Resurrezione, così l’insegnamento della Chiesa su di un argomento di vitale
importanza deve essere considerato come una deduzione successiva all’evento,
un’interpretazione. Ma vediamo gli eventi.
S’era già fatta sera, e siccome era il Giorno della Preparazione, cioè la vigilia del
Sabato, Giuseppe d’Arimatea andò a presentarsi a Pilato e domandò il corpo di Gesù,
che fu avvolto in un lenzuolo, che è oggi conservato a Torino e costituisce un
documento autentico che ha catturato per la posterità uno dei momenti più importanti
della storia del mondo. La famosa Sindone di Torino è un lenzuolo lungo 4,36 e largo
1,10 metri e mostra con sorprendente chiarezza l’impronta di un uomo che è stato
crocifisso da poco. Al primo sguardo alla Sindone nel suo complesso, gli occhi si
posano in primo luogo su due strisce scure che corrono verticalmente per tutta la
lunghezza: si tratta di segni di bruciature che sono stati riparati con cuciture di colore
più chiaro. Questo particolare è il risultato del fatto che il lenzuolo è quasi andato
perduto in un incendio alla Cappella di Chambéry, in Francia, nel 1532, quando era
piegato in un cofanetto d’argento. Se su questo manufatto c’è veramente l’immagine
di Gesù, e l’autenticità del lenzuolo può essere provata, allora questo documento non
solo rappresenta un fatto sensazionale della massima importanza, ma può servire
come l’unica base scientifica accettabile sulla quale può essere risolta la questione: è
realmente avvenuta la Resurrezione di Gesù?
Il botanico e scienziato Dr. Max Frei, svizzero, ha fatto uso di tecniche complesse
di analisi del polline per arrivare ad alcune scoperte sensazionali: ha preso dodici
campioni, ciascuno con un’area da dieci a venti centimetri quadrati, da parti diverse
della superficie della Sindone. In un rapporto sulla sua ricerca pubblicato nel marzo
1976, Frei ha annunciato di essere stato in grado di identificare un totale di
quarantanove diversi tipi di piante dal polline che aveva trovato sulla Sindone. Molte
di queste piante crescono ancora oggi nelle regioni in cui si dice che la Sindone sia
stata tenuta nel corso della sua storia: una di queste è il cedro del Libano. Ma la
novità sensazionale è che è stato trovato anche polline di undici tipi di piante che non
crescono affatto nell’Europa Centrale, ma sono alofite che provengono dal Vicino
Oriente. La storia della Sindone fino a questo punto era stata descritta solo a partire
dal quattordicesimo secolo, ed alcuni ricercatori ne avevano perciò dedotto che la
Sindone era stata fabbricata in quel periodo e che era sempre stata tenuta entro i
confini di Francia e Italia. L’analisi del polline ha oggi fornito una prova evidente che
il lenzuolo deve essere stato in Palestina in un tempo molto antecedente. Inoltre, le
specie di polline identificate sulla Sindone si trovano in concentrazioni abbastanza
alte in quegli strati dei sedimenti del Mare di Galilea che corrispondono al tempo di
Gesù. I granelli di polline di altre otto varietà di piante erano caratteristici delle
steppe dell’Asia Minore, in particolare della zona attorno a Edessa.
Se oggi è possibile tracciare la storia della Sindone indietro fino alle sue origini, ciò
è dovuto in gran parte alle ricerche dello storico inglese Ian Wilson, che è stato in
grado di dimostrare che la Sindone corrisponde al cosiddetto Ritratto di Edessa, di cui
ci sono notizie che risalgono al primo secolo, e che è conosciuto come il Mandylion.
Il lenzuolo venne molto probabilmente conservato dai seguaci di Gesù, che avevano
fatto in modo che il corpo venisse rimosso dalla Croce e posto nella tomba. Ma non si
poteva permettere che il lenzuolo rimanesse in Palestina: la continua e disordinata
guerriglia contro le forze degli odiati romani era una minaccia troppo grande. Solo le
grosse e ben consolidate comunità cristiane del nord potevano costituire un rifugio
sicuro, cioè città come Antiochia, Corinto, Efeso ed Edessa, che si trovano molto
lontano dalle zone dove aveva predicato Gesù.
Secondo le fonti storiche è probabile che ci sia stata ad Edessa una comunità cristiana
di piccole dimensioni già da molto tempo. Giunto ad Edessa, il lenzuolo fu piegato in
modo da sembrare un ritratto su lino e venne incorniciato in oro dal capo della
comunità cristiana del posto.
La prima indicazione che la Sindone era ricomparsa si trova in un documento
scritto dallo storico Evagrio nell’anno 593. Un sermone di festività di Costantinopoli
riferisce che il ritratto fu riscoperto in Edessa nel sesto secolo, e che era lo stesso
ritratto di Cristo che un discepolo aveva portato. Il ritratto ritrovato venne portato
“alla grande chiesa”, dove fu posto in un cofanetto d’argento ben chiuso. Da allora in
poi il lenzuolo divenne noto come il Mandylion e fu considerato sempre sacro e
prezioso. Nel 639 gli Arabi conquistarono Edessa e quindi vennero in possesso della
Sindone. Un ricco cristiano, Atanasio, si fece ridare il tessuto di lino dagli Arabi e lo
nascose in una cripta in una delle tante chiese della città.
Dopo la scoperta del Ritratto di Edessa nel sesto secolo, ci fu un grande aumento di
venerazione dell’immagine nel Cristianesimo. Fino ad allora, Gesù era stato
rappresentato secondo canoni classici, come un filosofo o un imperatore, come un
maestro di verità, un buon pastore o un giovinetto senza barba. Dove si stabiliva una
venerazione per il Mandylion, là appariva improvvisamente una forma di
rappresentazione molto simile al ritratto tridimensionale del lenzuolo. Da allora in poi
Gesù è stato principalmente rappresentato in vista frontale, con occhi grandi e ben
aperti sotto sopracciglia pronunciate, lunga capigliatura ondeggiante divisa a metà,
barba a due punte, lungo naso aquilino, e di età matura.
Nell’anno 944 la Sindone arrivò finalmente a Costantinopoli, salutata da folle
esultanti, e vi rimase probabilmente per due secoli e mezzo, custodita nella chiesa di
Blachernai. Durante la consegna del Mandylion o durante il viaggio a Costantinopoli,
il ritratto è stato evidentemente tolto dalla sua cornice e si è così rivelato come la
Sindone completa. In ogni caso, Gregorio, arcidiacono della Chiesa Grande di
Costantinopoli, tenne un discorso al momento del trionfale ingresso del tessuto, in cui
menzionò “…le gocce di sangue, che sono uscite dal suo costato…”, che avevano
lasciato la traccia sul tessuto. E almeno in questa affermazione c’è la prova che il
Mandylion di Edessa e la Sindone di Torino sono lo stesso lenzuolo. Se era visibile la
ferita provocata dalla lancia del centurione, il tessuto non poteva essere
semplicemente un riquadro che conteneva l’immagine di un volto.
Robert de Clari era venuto a Costantinopoli come cavaliere della Quarta Crociata.
Dopo un lungo assedio, i crociati presero la città nell’aprile del 1204. Essi distrussero
qualunque cosa non avesse valore per loro: fra tanto tumulto la Sindone scomparve,
per riapparire soltanto 150 anni dopo in Francia, in possesso dei membri della
famiglia Charny. Sono state elaborate diverse teorie per spiegare come il lenzuolo sia
scomparso da Costantinopoli e sia poi finito in Francia. Poichè il tessuto è sparito di
colpo per più di un secolo, è stato molto probabilmente in possesso degli stessi
proprietari per tutto quel periodo: i Templari.
I Templari non avevano preso parte alla conquista di Costantinopoli perchè non
aveva niente a che fare con i loro compiti in Terra Santa; tuttavia, immediatamente
dopo la presa della città, alcuni dei loro agenti vi si recarono in missione segreta.
Soltanto le aree dei palazzi Bucoleon e Blachernai non erano state preda dei
saccheggi della soldataglia dei crociati, perchè i capi dei crociati avevano scelto quei
palazzi come propria residenza una volta che l’attacco avesse avuto successo. Perciò i
tesori e le reliquie che quei palazzi contenevano furono distribuiti a dignitari di alto
rango secolari e religiosi. Nel maggio 1204, il Conte Baldovino IX delle Fiandre fu
incoronato Sacro Romano Imperatore di Bisanzio. Per portare questa notizia al Papa
Innocenzo II, il nuovo Imperatore scelse il Maestro della Corte dei Templari di
Lombardia, un certo Fratello Baroche, che può bene aver convinto Baldovino che
togliere la Sindone dalla chiesa di Blachernai e donarla al Papa gli avrebbe
indubbiamente assicurato il favore del Vaticano.
Nel 1307, Filippo il Bello di Francia accusò i Templari di essere eretici e adorare
una strana icona. Dopo una totale persecuzione all’Ordine, due degli ultimi capi
rimasti furono bruciati sul rogo per eresia a Parigi nel marzo 1314, ma i loro
persecutori non riuscirono a trovare in alcun luogo l’”icona” dei cavalieri.
Alcuni anni dopo, tuttavia, il lenzuolo ricomparve ancora una volta, in possesso di
Geoffroy de Charny, che, da una ricerca genealogica, poteva ben essere stato un
bisnipote del cavaliere Templare che aveva pagato con la vita. E’ probabile che i capi
dei Templari abbiano nascosto il lenzuolo presso un parente di Geoffroy, allo scopo
di proteggerlo dalla persecuzione di Filippo. In seguito Margareta de Charny lo lasciò
al Duca Luigi di Savoia e ne ricevette in cambio una ricca ricompensa per “servizi di
grande valore”. Da allora in poi la storia della Sindone è ben documentata e può
essere rapidamente riassunta. Nel 1502 il lenzuolo fu depositato nella cappella del
Castello di Chambéry dove, nel 1532, rischiò di essere distrutto dal fuoco che lasciò
le bruciature ancora oggi visibili. Nel 1578 il lenzuolo venne infine portato a Torino,
dove è stato conservato come eredità di famiglia della Casa Savoia per quattro secoli,
finchè Umberto II di Savoia, ex-re d’Italia, lo lasciò alla Santa Sede nel suo
testamento del 18 marzo 1983, poco prima della sua morte.
In occasione del cinquantesimo anniversario della costituzione dello Stato d’Italia
nel 1898, la Sindone fu esposta al pubblico. Il fotografo dilettante Secondo Pia ebbe
allora l’opportunità di fotografarla per la prima volta; quando ebbe sviluppato le
lastre fotografiche esposte nella sua camera oscura, fece una scoperta sensazionale: il
negativo sulla lastra fotografica mostrava molto bene le sembianze naturali di Gesù,
come doveva essere apparso nella vita reale. Le fotografie più recenti e precise hanno
portato molte nuove scoperte:
1. Il corpo che si vede nell’immagine non è vestito, proprio come erano i criminali
quando venivano puniti e giustiziati secondo la legge romana. Una rappresentazione
artistica di Gesù completamente nudo sarebbe stata inconcepibile, una bestemmia di
proporzioni irrimediabili.
2. L’immagine è molto evidentemente di qualcuno che è stato crocifisso perchè
inchiodato a una croce. E’ stato il primo Imperatore romano cristiano, Costantino, ad
abolire questo barbaro metodo di esecuzione, così che il lenzuolo deve avere avuto
origine prima dell’anno 330 d.C.
3. La barba e la capigliatura della persona rappresentata non erano consueti
nell’Impero Romano, tranne che in Palestina. La lunghezza dei capelli e la
discriminatura centrale sul capo ci dicono che la vittima era un membro della
comunità dei Nazareni.
4. La Sindone mostra con grande evidenza gli avvenimenti di sei delle Stazioni della
Croce descritte nei Vangeli. In primo luogo, i medici specialisti confermano la
presenza di una seria contusione sotto un occhio e di altre ferite superficiali
evidentemente provocate da colpi in faccia dati dai soldati.
5. In secondo luogo, piccoli segni doppi sono chiaramente visibili lungo tutta la
schiena, e in alcuni punti della parte anteriore. Ci sono complessivamente più di
novanta di queste ferite, da cui è possibile dire quante frustate furono inferte.
6. L’evidenza della terza Stazione della Croce sta nel fatto che le ferite delle frustate
nella regione delle spalle sono state chiaramente aggravate dalla successiva
applicazione di un forte peso.
7. La quarta Stazione della Croce è visibile nelle macchie irregolari di sangue sulle
parti anteriore e posteriore della testa: è la traccia evidente di una corona di spine.
8. La quinta Stazione, l’inchiodatura alla croce, è visibile nelle strisce di sangue sulle
mani e sui piedi. Sebbene gli artisti e gli iconografi abbiano sempre rappresentato i
chiodi piantati sulle palme delle mani, le macchie di sangue sul tessuto dimostrano
che i chiodi vennero in realtà infissi sui polsi. Esperimenti eseguiti dal patologo
francese Barbet hanno dimostrato che le palme delle mani non potrebbero sopportare
il peso di un corpo di più di quaranta kilogrammi senza lacerarsi. Quale falsario
avrebbe potuto saperlo?
9. L’ultima delle sei Stazioni della Croce è rappresentata da una ferita lunga circa 5
centimetri sul fianco destro del corpo fra la quinta e la sesta costola.
10. Nè le cosce nè le parti inferiori delle gambe mostrano alcun segno di grossi danni,
e questo conferma che gli arti non furono davvero spezzati.
I punti sopra enunciati, che coincidono tutti con la descrizione del Vangelo, indicano
che non può trattarsi semplicemente di una qualunque vittima di una crocifissione.
Un esame ancora più accurato, con l’impiego dei più moderni strumenti, è stato
possibile solo dopo che fu istituita una Commissione per lo studio scientifico della
Sindone. Nel 1973 l’ex-re d’Italia consentì un esame sistematico e vari test per tre
giorni, dopo di che il lenzuolo fu mostrato in televisione a milioni di persone con il
commento di Papa Paolo VI.
Fin dagli anni Cinquanta, un tedesco chiamato Hans Naber (ma che ha usato anche
i nomi di Kurt Berna e John Reban), specializzato in scritti riguardanti la Sindone,
aveva ottenuto una certa fama con la produzione di pubblicazioni sensazionali. Egli
dichiarò che la Sindone provava al di là di ogni dubbio che Gesù non poteva essere
veramente morto quando fu tolto dalla Croce, perchè un cadavere non avrebbe potuto
continuare a sanguinare nel modo che aveva evidentemente fatto il corpo che era
stato avvolto nel lino della Sindone di Torino. Naber affermò di avere avuto una
visione nel 1947 in cui Gesù gli era apparso e gli aveva chiesto di testimoniare al
mondo che l’uomo sottoposto alla Crocifissione era morto solo in apparenza. La
pubblicazione dei risultati dello studio e delle fotografie della Sindone diedero
finalmente a Naber l’opportunità di tentare di provare le sue teorie. E’ inutile dire che
le autorità dottrinali della Chiesa non avevano alcuna simpatia per l’argomento, ma
un bel giorno Naber dichiarò di avere ricevuto una lettera da un anonimo membro del
clero della Chiesa Cattolica Romana, in cui si diceva che non era possibile da un lato
insegnare che Gesù era morto sulla Croce per la salvezza dell’umanità e da un altro
venerare un sudario che non aveva mai avvolto un corpo morto. Il Vaticano si trovò
obbligato a prendere una posizione ufficiale sull’argomento e decise allo stesso
tempo che si doveva trovare una soluzione radicale e definitiva. Naber non poteva
venire ignorato, perchè era in grado di risvegliare l’interesse in tutto il mondo: ma
l’insistenza di Naber portò alla sua rovina fisica, mentale e finanziaria.
Nel 1978 due squadre di insigni scienziati eseguirono un programma di ricerche che
durò due settimane. La conclusione fu che l’immagine si era formata per contatto con
il corpo. L’esame delle fibre al microscopio elettronico ha rivelato che l’immagine
non si è prodotta a causa di particelle rilevabili di qualche sostanza, ma che le fibre
stesse della Sindone dove è visibile l’immagine sono rese più scure in superficie, a
differenza di quelle delle aree dove non c’è l’immagine.
Fin dal 1924, il biologo francese Professor Paul Vignon aveva avuto grande
successo con i suoi esperimenti in quella che fu poi definita “teoria vaporografica”.
Vignon dimostrò che un corpo che suda posto in un lino che è stato imbevuto in una
miscela di olio leggero e tintura di aloe produce la stessa colorazione che compare
sulla Sindone, perchè il sudore si decompone per formare vapori ammoniacali, che
poi provocano un processo di ossidazione che ha luogo nella cellulosa. Questa
colorazione è più forte nel punto di contatto fra il lenzuolo e il corpo e diventa più
debole quando aumenta la distanza fra il corpo e il lenzuolo. La colorazione molto
più intensa delle macchie di sangue è il risultato di una reazione chimica. Gli
esperimenti di Vignon, anche se convincenti, divennero il bersaglio di severe critiche
nel 1933, per la semplice ragione che i sali e il calore del corpo necessari per le
reazioni chimiche e l’evaporazione non potevano essere stati presenti in quantità
sufficienti in un cadavere. La prova che l’immagine sulla Sindone era di origine
vaporografica avrebbe potuto porre fine a virtualmente ogni altra speculazione, ma la
Chiesa Cristiana si oppose a questa soluzione evidente soprattutto con l’obiezione che
i cadaveri non sudano e non emettono calore corporeo. Ma se Gesù fosse stato ancora
vivo, l’alta temperatura del corpo provocata dalle ferite l’avrebbe fatto sudare in
modo più abbondante che mai!
Oggi esiste una prova semplice per determinare l’età di tutte le sostanze organiche,
tramite la misura dei livelli del radioisotopo carbonio-14. Oggi è possibile datare
anche le più minuscole quantità di un materiale: nell’aprile 1988, dopo che Umberto
II di Savoia era stato persuaso dal Papa a cedere il tessuto alla Santa Sede, il Vaticano
(spinto all’azione dalle spettacolari pubblicazioni di Naber) ordinò un esame al
radiocarbonio della Sindone di Torino, nella speranza che si riuscisse una volta per
tutte a dimostrare se la reliquia era autentica oppure no.
A tre laboratori specializzati nella datazione di materiale archeologico furono
consegnati campioni della dimensione di un francobollo del lenzuolo di Torino.
Nell’ottobre 1988 il sensazionale risultato fu reso noto al pubblico: l’esame aveva
dimostrato al di là di ogni dubbio che il tessuto aveva avuto origine nel Medio Evo
(in un periodo fra gli anni 1260 e 1390).
Questa scoperta, che contraddiceva tutti i risultati delle ricerche precedenti, mi fece
sorgere subito dei sospetti sull’accuratezza con cui era stata eseguita la datazione.
Avevo studiato la storia della Sindone per molti anni: sapevo per certe molte cose che
provavano attivamente che quel tessuto era esistito prima del Medio Evo. Dovevo
andare ad esaminare a fondo i procedimenti di prova. Fu l’inizio di tre anni di un
lavoro da detective che mi portò in tutti i luoghi in qualche modo interessati alla
datazione al radiocarbonio.
Mi risultò ben presto evidente che gli scienziati che avevano preso parte alle prove
avevano qualcosa da nascondere. Per vie traverse e con grande difficoltà, riuscii
finalmente ad ottenere fotografie fortemente ingrandite dei pezzi di tessuto che i
laboratori avevano ricevuto per eseguire la datazione. Ho fatto esaminare queste foto
da parecchi istituti specializzati in questo genere di lavori e confrontare al computer
le immagini digitalizzate con le fotografie di ciascun frammento originale prese
direttamente prima che venisse tagliato via. I risultati furono chiari e decisivi: i pezzi
di tessuto datati nei laboratori non potevano provenire dal tessuto originario!
Proseguendo le mie indagini scoprii che i campioni esaminati con la tecnica del
radiocarbonio erano stati presi da un abito tenuto fin dal 1296 nella basilica di San
Massimino nella Francia meridionale, il mantello da cerimonia di San Luigi d’Anjou.
Questo ha provato una volta per tutte che la datazione della Sindone di Torino è stata
manipolata: l’idea era di presentare il lenzuolo come una contraffazione medioevale,
e così porre fine a tutte le discussioni sulla questione se Gesù fosse o no
sopravvissuto alla Crocifissione, discussioni che avrebbero scosso la Chiesa Cristiana
fin dalle fondamenta.
La datazione al radiocarbonio del 1988 si è rivelata niente più di un cinico tentativo
di imbroglio. Certamente non prova che la Sindone ha soltanto settecento anni: in
effetti, la falsificazione intenzionale e fraudolenta dei risultati delle prove è invece
una prova aggiuntiva che la Sindone di Torino è realmente il lenzuolo in cui Gesù fu
avvolto un tempo, e che Gesù era ancora vivo quando vi fu “posto a riposare”.
8 – La “morte” e la “resurrezione”
La storia della Crocifissione è pervenuta a noi attraverso i tre Vangeli Sinottici, il
Vangelo di Giovanni e parecchi testi apocrifi. Leggendo i testi dei quattro Vangeli in
parallelo è possibile trovare una lista considerevole di punti di differenza.
Il testo di Giovanni è considerato come la più autentica di tutte quattro le
narrazioni. In esso c’è una storia che può forse rappresentare il punto chiave di tutto il
libro: il racconto della resurrezione di Lazzaro. Giovanni fornisce una dettagliata
descrizione degli usi funerari del suo tempo; una cosa che afferma con decisione è
che Lazzaro era morto davvero.
Giovanni usa termini diversi per descrivere il funerale di Gesù: la faccia di Gesù
non era legata con un soudarion, ma vi era invece “avvolta”. Egli dice molto
chiaramente che il tessuto era appoggiato sopra la testa, presumibilmente per
escludere che il tessuto fosse usato per tenere chiusa la bocca. Sembra che l’autore
del Vangelo di Giovanni abbia inteso fare una netta distinzione fra il funerale di
Lazzaro e il funerale di Gesù, ed evidenziare così le differenze fra due eventi ben
diversi. Lazzaro venne fuori avvicinandosi e la parola che viene usata implica che
egli uscì fuori senza alcun aiuto: uscì dalla caverna che era stata usata come tomba e
si liberò dalle sue fasce di lino. Ogni riferimento della narrazione fa ben comprendere
che la sepoltura di Lazzaro è stata un funerale definitivo. Invece il funerale di Gesù è
descritto in maniera molto diversa: Gesù non fu deposto in una nicchia intagliata
perpendicolarmente nella parete rocciosa di una tomba, ma deposto su una superficie
di pietra. La descrizione conferma la nostra ipotesi che la sepoltura di Gesù non è
stata mai completata: la terminologia usata da Giovanni suggerisce che non si è
trattato di una vera sepoltura.
Diversi commentatori hanno suggerito che si intendeva forse parlare di qualche
specie di processo di imbalsamazione. Essi si riferiscono alle cento libbre di sostanze
aromatiche procurate da Nicodemo: “E venne anche Nicodemo, quello che in
precedenza era andato da Gesù di notte, portando una miscela di mirra e di aloe, circa
cento libbre”. Cento libbre (quarantacinque kilogrammi) è un peso enorme di
sostanze relativamente leggere! Se l’aloe e la mirra fossero state in forma secca o in
polvere, la quantità necessaria a fare questo peso avrebbe occupato parecchi sacchi, e
Nicodemo avrebbe avuto bisogno di un certo numero di assistenti per aiutarlo a
trasportare il carico. Il trasporto sarebbe stato ancora più difficile se quelle sostanze
fossero state in sospensione nel vino, nell’aceto o nell’olio.
Non c’era alcun bisogno di un rito di sepoltura abbreviato e affrettato. Tuttavia, ci
sono tutte le indicazioni che i seguaci di Gesù abbiano agito con la massima rapidità e
la massima efficienza, seguendo un piano ben prestabilito. Allora, cosa accadde
veramente nella caverna tombale?
Rileggiamo allora il passo cruciale alla luce delle conclusioni cui siamo appena
pervenuti: ”Essi presero, dunque, il corpo di Gesù e lo avvolsero con bende di lino
insieme con gli aromi, come usano fare i Giudei per la sepoltura”. Gli aromi erano
aloe e mirra, come sappiamo: la mirra non figurava nel rituale di sepoltura degli
Ebrei. L’uso ebraico prescriveva che il corpo del defunto dovesse essere lavato e
cosparso d’unguento, che i capelli venissero tagliati e messi in ordine e che il corpo
venisse poi rivestito e il volto coperto con un lenzuolo. Il lavaggio del corpo era di
tale basilare importanza che poteva venire eseguito anche nel giorno di Sabato.
Tuttavia non si fa menzione di nulla di tutto questo nel Vangelo di Giovanni: non ci
fu alcuna unzione del corpo. Qualunque cosa stessero facendo Giuseppe e Nicodemo,
non aveva assolutamente niente a che fare con i rituali di sepoltura dei Giudei.
La cosa più strana di tutto quello che è stato descritto in relazione alla sepoltura e alla
tomba è la presenza di quella quantità di erbe straordinariamente grande. Qual’era il
loro scopo, poichè esse non avevano niente a che fare con una sepoltura?
L’ Aloe vera è una pianta originaria della parte sud-occidentale della penisola
arabica. Un gel a stick ricavato da quella pianta veniva usato nell’antichità soprattutto
per curare ferite, infiammazioni locali e scottature.
Il secondo tipo di spezia portato da Nicodemo era la mirra, una resina gommosa
ricavata da arbusti; la fragranza aromatica della mirra aveva un ruolo importante
negli antichi rituali dell’India e dell’Oriente. Era usata fin dai tempi più antichi per la
medicazione delle ferite. L’aloe e la mirra erano comunemente usate nella cura di
grandi porzioni di tessuto danneggiato perchè potevano facilmente essere composte
come unguenti e tinture. E’ evidente che queste miscele rappresentavano, al tempo di
Gesù, il mezzo universalmente riconosciuto per ottenere la guarigione più efficace e
più rapida delle ferite, insieme alla maggiore protezione possibile contro le infezioni.
Non c’è alcun dubbio che Nicodemo si era procurato una quantità veramente
sorprendente di erbe medicinali altamente specifiche con l’unico scopo di curare le
ferite sul corpo di Gesù.
Non c’era naturalmente nessuna intenzione di seppellire Gesù. Doveva invece
essere portato in un posto sicuro dove avrebbe potuto riposare tranquillamente per
guarire e rimettersi in forze. Davanti a conclusioni così radicali, è giusto considerare
che possibilità ci siano per una persona di sopravvivere alla crocifissione.
Nei territori occupati dai Romani, la crocifissione era tanto un mezzo di esecuzione
quanto un deterrente, che manteneva docili e sottomessi i popoli ribelli. Per gli Ebrei
i mezzi legali di punizione capitale erano la lapidazione, il rogo, la decapitazione e lo
strangolamento. Non era consentito che la crocifissione di un criminale violasse il
Sabato, il cui inizio era considerato al tramonto del giorno precedente, il Giorno della
Preparazione.
Per evitare di provocare gravi disordini civili, i Romani facevano il possibile per
non offendere volontariamente i sentimenti religiosi degli Ebrei. Una volta che era
stata emessa la sentenza di morte ufficiale romana “andrai sulla croce”, ci si prendeva
cura che l’esecuzione venisse terminata prima del Sabato. Perciò, nel caso della
crocifissione di Gesù, la grande fretta era dovuta al fatto che ebbe luogo nel Giorno
della Preparazione. Doveva essere terminata prima del tramonto. Ma non era facile
ottenere questo, perchè la particolarità della crocifissione era che l’agonizzante
tortura si protraeva nel tempo. Veniva eseguita in modo tale da prolungare il dolore e
la sofferenza del condannato normalmente per un periodo di alcuni giorni, fino a
quando, alla fine, spirava.
I Vangeli riferiscono che Gesù fu inchiodato sulla croce all’ora sesta (12:
mezzogiorno) e rese lo spirito all’ora nona (circa le tre del pomeriggio). E’ strano che
le sofferenze della morte delle altre vittime della crocifissione fossero tanto più
lunghe che nel caso di Gesù, considerando la sua costituzione forte e ben allenata.
Comunque, negli scritti di Giuseppe Flavio, che ci hanno insegnato tanto sui costumi
e gli eventi della Palestina al tempo di Gesù, c’è un passaggio che riguarda un uomo
crocifisso che è guarito e si è ripreso dopo essere stato tirato giù dalla croce.
I due criminali crocifissi con Gesù, che avevano ricevuto prima il suo stesso
trattamento, erano ancora vivi. Le loro gambe vennero spezzate, così che non
poterono più sopportare a lungo il loro peso e stare dritti: perciò soffocarono
dolorosamente fino alla morte nel giro di poche ore.
Ma quando i soldati giunsero a Gesù e videro che era già morto, non gli spezzarono
le gambe. Questo è un comportamento molto strano, se non inspiegabile: perchè
questi rozzi soldati non spezzarono anche le gambe di Gesù, per essere sicuri della
sua morte? Essi devono avere avuto dei dubbi sul fatto che Gesù fosse realmente
morto; devono perlomeno aver guardato il suo stato di incoscienza con scetticismo.
Altrimenti non si sarebbero preoccupati di dare il colpo di lancia nel costato. Ma un
soldato esperto non avrebbe mai pensato di uccidere qualcuno con un colpo di lancia
in un fianco: per quello scopo avrebbe colpito sul davanti, in direzione del cuore.
Pilato, sorpreso del fatto che Gesù sia già morto, fa venire il centurione, che
conferma la morte: solo allora concede il corpo di Gesù. Il centurione, che ha
ovviamente controllato in modo per lui idoneo la morte di Gesù, è lo stesso che,
commosso dagli eventi durante la Crocifissione, loda Gesù come il vero Figlio di
Dio. Chi era? Nella letteratura apocrifa che riguarda Pilato è chiamato Longino ed è
rappresentato come il capitano delle guardie. Longino è diventato più tardi il vescovo
della sua terra natale, la Cappadocia. Questa “conversione” può significare che egli
aveva qualche conoscenza di Gesù e dei suoi seguaci prima della Crocifissione, e può
anche essere stato lui stesso uno che credeva in Gesù.
Molti dei problemi che si pongono a riguardo della Crocifissione si potrebbero
risolvere di colpo: Giuseppe di Arimatea, Nicodemo e il centurione Longino erano fra
i seguaci segreti di Gesù. Influenti come posizione e rango, essi erano informati con
buon anticipo su cosa avrebbe portato l’arrivo di Gesù, considerato pubblicamente
pericoloso. Giuseppe era grandemente rispettato come membro del Sinedrio, che
aveva autorità su tutti gli affari di stato in cui fosse coinvolta la religione ebraica,
compresa l’amministrazione della giustizia. Nicodemo, che aveva ricevuto gli
insegnamenti di Gesù protetto dall’oscurità della notte, era anche un notabile giudeo.
Grazie a questi incarichi, Giuseppe e Nicodemo sapevano che la crocifissione non
poteva essere evitata. Ma se avessero potuto fare in modo di tirare giù Gesù dalla
croce abbastanza presto e se tutto fosse andato secondo i piani, sarebbe stato possibile
tenerlo in vita, in modo che avrebbe potuto probabilmente continuare la sua missione
sotto altro nome. Era di vitale importanza per tutta l’operazione che gli apostoli non
fossero coinvolti. Essi si erano nascosti per timore di persecuzioni. Nessuna azione
sarebbe stata intrapresa contro i rispettati notabili Giuseppe e Nicodemo o contro il
centurione romano.
C’è poi un’altra questione importante:
Perchè Gesù giunse (apparentemente) a morte subito dopo aver preso la bevanda
amara? Era veramente aceto quello che gli fu dato? La bevanda di aceto è menzionata
nella narrazione di Giovanni in modo tale che si possa considerare che l’aceto era
stato portato sul luogo della Crocifissione per quello scopo preciso. Faceva parte dei
preparativi che Giuseppe, Nicodemo e il centurione avevano messo in atto per
eseguire il loro piano. Su cosa fosse realmente il liquido amaro, possiamo fare
soltanto congetture. In quei tempi era disponibile un grande assortimento di sostanze
analgesiche e narcotiche: in combinazione, e insieme con altre sostanze
farmaceutiche, non è difficile ottenere soluzioni oppiacee tali da avere qualunque
effetto specificamente richiesto. In ogni caso, la “morte” provocata è in realtà uno
stato simile al coma, in cui i segni di vita, come la respirazione, il battito cardiaco e le
pulsazioni, non sono più percepibili.
Se Gesù fosse stato veramente prossimo a restare soffocato sulla Croce – e
virtualmente tutti gli esperti di medicina legale indicano il soffocamento come causa
della morte – il grido profondo emesso prima che Egli “morisse”, come menzionato
specificamente dai tre evangelisti Sinottici, sarebbe stato certamente impossibile. Una
persona senza respiro, che sta per soffocare, sarebbe a mala pena riuscito ad emettere
un bisbiglio. Ma Gesù emise un forte grido. E Giovanni riferisce che “Quando Gesù
ebbe preso l’aceto, disse: Tutto è compiuto. E, chinato il capo, rese lo spirito”. Gesù
fu capace di dire queste parole quando ebbe preso la bevanda e mentre sentiva
aumentare il suo effetto narcotico. Fu in grado di dirle perchè era vicino non alla
morte, ma ad un profondo e indotto stato di incoscienza.
Ora confrontiamo quello che ci è stato detto nei resoconti del Vangelo con ciò che
veniamo a sapere dall’immagine prodotta dal corpo sulla Sindone di Torino. Si è
supposto che Gesù sia rimasto morto appeso alla croce per tre ore. Se fosse
veramente accaduto così, le conseguenze si potrebbero descrivere con assoluta
certezza. Secondo tutte le autorità mediche moderne, il rigor mortis avrebbe
cominciato a manifestarsi in circa trenta minuti dopo la morte o giù di lì. Una volta
che Gesù ebbe perso conoscenza sulla Croce, il suo corpo avrebbe dovuto curvarsi. Il
suo peso, prima sostenuto soprattutto dalle gambe fissate fermamente dal chiodo
attraverso i piedi, avrebbe dovuto passare al sostegno delle braccia tenute fisse dai
chiodi attraverso i polsi. Le gambe sarebbero così divenute piegate ad angolo acuto
all’altezza delle ginocchia. La testa avrebbe dovuto cadere in avanti, e il mento si
sarebbe appoggiato sulla parte alta dello sterno. Dopo le tre o quattro ore in cui si
dice che il corpo sia rimasto sulla croce, avrebbe dovuto diventare rigido in questa
posizione. Ma un’attenta occhiata all’immagine della schiena sulla Sindone rivela
immediatamente che l’intero corpo di Gesù è stato deposto ben in piano sul lenzuolo.
E una prova ancora più convincente è fornita dalle macchie di sangue sulla Sindone.
Infatti si possono chiaramente distinguere due momenti separati di fuoriuscita del
sangue. Dapprima, ci sono tracce del sangue che fluì quando Gesù fu inchiodato alla
Croce. Poi, ci sono tracce del sangue fresco che fluì dal corpo quando Gesù era già
deposto orizzontalmente sul lenzuolo! Tutte le tracce di sangue della Sindone
corrispondono all’ipotesi che Gesù è stato posto vivo a contatto con il lenzuolo.
Sulla questione della ferita nel fianco di Gesù, è stato chiesto una volta ad uno
specialista di medicina legale, se il sangue potesse fluire da una ferita aperta fra la
quinta e la sesta costola a circa dieci centimetri a destra della posizione mediana, da
un cadavere disteso supino su una superficie piana, senza applicare alcuna pressione
meccanica dall’esterno. La ferita era stata inflitta inizialmente mentre il corpo era
verticale: successivamente il corpo era stato posto a giacere sulla schiena. Per
assicurarsi di avere un’opinione veramente non influenzata da pregiudizi, all’esperto
non venne detto quale fosse il “caso criminale” in questione. La risposta data
dall’esperto di medicina legale è estremamente interessante ed esclude in modo
assoluto che la fuoriuscita di sangue in due tempi come mostrata sulla Sindone possa
essere avvenuta da un corpo già morto.
Stabilire lo stato di morte clinica presenta difficoltà ai medici anche oggi. L’uso di
alcune sostanze moderne può provocare un coma così profondo da indurre facilmente
false diagnosi. Un metodo ben noto per stabilire la morte era quello di fare una
piccola incisione nel calcagno o nel polso. Se il sangue arterioso scorre, il sistema
circolatorio è ancora in funzione. I cadaveri non sanguinano proprio!
Nel caso di Gesù, ci furono complessivamente ventotto ferite che continuarono a
sanguinare anche dopo la rimozione del corpo dalla Croce. Questo prova che non è
possibile che Gesù fosse morto quando il suo corpo fu deposto nella tomba.
Dal momento in cui Gesù fu visto pendere dalla Croce privo di conoscenza,
Giuseppe si precipitò ad assicurarsi la consegna del corpo con la massima celerità
umanamente possibile. Egli esercitò tutta la sua influenza su Pilato per ottenere un
rilascio istantaneo. Uno studioso fa l’ipotesi che il ricco Giuseppe abbia corrotto
qualcuno con forti somme per accelerare le cose al massimo. Questo non è certo
inconcepibile: Giuseppe era pressato dal tempo e qualunque mezzo gli sarebbe
sembrato giustificato per abbreviare il procedimento burocratico. Agli uomini
crocifissi con Gesù erano state spezzate le gambe, ma nel caso di Gesù il centurione
controllò solo con il colpo di lancia che fosse morto. Pilato rilasciò il “cadavere” e
subito Giuseppe e Nicodemo tolsero Gesù dalla Croce e lo portarono nella tomba
aperta nella roccia, che si trovava lì vicino.
Nel ritiro della caverna tombale, iniziarono subito i preparativi per la guarigione di
Gesù sul ripiano in mezzo del pavimento. La bevanda a base di oppio lo aveva aiutato
a cadere in un sonno profondo e non sentire più il dolore. Fu avvolto e trattato con
quelle grandi quantità di erbe medicinali per far guarire più velocemente le ferite. Ma
Giuseppe e Nicodemo sapevano che non avrebbero potuto lasciare a lungo Gesù nella
tomba. I Giudei erano estremamente sospettosi ed avevano già espresso timori che i
seguaci di Gesù potessero rubare il corpo e proclamare che c’era stata una
resurrezione miracolosa.
Dopo la sua cosiddetta “resurrezione”, si dice che Gesù sia entrato frequentemente
attraverso porte chiuse e sia “apparso” con grande sorpresa dei suoi seguaci. Ma
allora perchè fu fatta rotolare via la grossa pietra dall’ingresso della tomba, proprio
dal posto dove si dice che sia accaduta questa miracolosa “resurrezione”? La tomba
aperta è una prova del fatto che qualcuno aveva dovuto agire in gran fretta per portare
Gesù fuori dalla tomba stessa. Gli amici Esseni erano ovviamente ancora presso la
tomba, cioè gli uomini in abiti sfolgoranti di Luca, o il giovane vestito di candida
veste di Marco. L’abito bianco candido denota certamente che erano Esseni. Gesù era
probabilmente stato portato fuori appena poco tempo prima. Poichè la festività della
Pasqua coincideva sempre con la luna piena, era facile viaggiare nella notte
illuminata dalla luce lunare. Forse gli Esseni che stavano dietro erano ancora lì per
raccogliere qualcosa e chiudere la tomba. Le donne stupite ebbero dagli Esseni chiare
risposte alle loro domande: Gesù si era risvegliato e non era più lì. Maria Maddalena,
che sta piangendo in piedi davanti alla tomba, chiede al giardiniere se avesse portato
via il corpo. Quando colui che credeva il giardiniere le si rivolge per nome, ella si
rende conto che si tratta di Gesù.
E’ notevole che Maria Maddalena scambi Gesù per il giardiniere. E’ questo Colui
che è risorto nella gloria, una figura non riconosciuta da nessuno dei suoi più stretti
compagni e scambiata da lei per il giardiniere? Quello che probabilmente accadde è
che Gesù era stato appena portato fuori dalla tomba quando arrivò Maria Maddalena.
Così, per non attirare l’attenzione, lo avevano vestito con abiti semplici come quelli
che poteva portare un giardiniere. A Gesù, che era debole, può anche essere stato dato
un attrezzo da giardino come temporaneo sostegno per camminare. Inoltre, i
giardinieri hanno la pelle molto abbronzata per il loro continuo lavorare all’aperto
sotto il sole: il volto di Gesù era gonfio per i traumi subìti e la soluzione di aloe e
mirra lascia una caratteristica colorazione scura. L’apocrifo Vangelo di Pietro
descrive come la guardia abbia visto tre uomini uscire dalla tomba “e due di essi
sostenevano l’altro”! Una persona risorta nella gloria ha bisogno di un simile
sostegno? Ne ha bisogno un uomo ferito, che deve essere portato in un luogo sicuro, e
che si è appena risvegliato da un coma.
Durante la notte, dopo che era stato applicato l’impacco medicinale con le erbe,
Giuseppe e Nicodemo andarono a far visita ad alcuni dei seguaci di Gesù. In
particolare, essi andarono da Maria Maddalena, Simon Pietro e Giovanni, che
potevano essere considerati come amici intimi. Spiegarono brevemente ai tre che
cosa avevano fatto, e quindi che stavano tentando di salvare Gesù dalla morte con
l’aiuto degli amici Esseni. Se i loro sforzi avessero avuto successo, i tre che li
ascoltavano meravigliati avrebbero ricominciato a sperare. Ma qualunque cosa fosse
successa, Gesù avrebbe dovuto essere portato via al più presto possibile dall’attuale
nascondiglio poco sicuro, e portato in qualche posto affidabile, lontano dagli sguardi
indiscreti dei sacerdoti di Gerusalemme. Dire qualcosa di più poteva significare
compromettere l’esito di tutta l’operazione.
Maria Maddalena, meravigliata ed emozionata per ciò che aveva udito, non può
trattenersi a lungo e si avvia verso la tomba per vedere di persona se Giuseppe ha
detto la verità. Là trova la pietra rotolata via dall’ingresso e corre immediatamente
indietro dagli altri due per confermare loro quello che era accaduto.
Ben poche conclusioni certe si possono trarre sugli eventi che accaddero durante il
tempo successivo alla scomparsa di Gesù dalla tomba. I suoi incontri con i compagni
un tempo itineranti sono presentati come “apparizioni” perchè si dice che Gesù sia
entrato in mezzo a loro attraverso porte chiuse, e tuttavia viene enfatizzata allo stesso
tempo la corporeità di Gesù. I discepoli erano confusi: a quasi nessuno di loro
probabilmente era stato detto qualcosa dell’operazione di soccorso preparata da
Giuseppe e Nicodemo, che non appartenevano al loro gruppo. L’ultima cosa che i
Vangeli riportano su Gesù, poco tempo prima della sua partenza dalla Palestina, sono
i suoi continui tentativi di spiegare ai discepoli una volta per tutte che era
sopravvissuto alla Crocifissione ed era guarito. Ma all’inizio i discepoli avevano
pensato che potesse essere un fantasma.
Gesù è ansioso di dimostrare ai suoi seguaci che il suo corpo è realmente di natura
materiale, proprio come lo era stato prima. Egli mette in evidenza la sua presenza
fisica consentendo loro di toccarlo, e mangiando con loro; inoltre dice semplicemente
che non è uno spirito. Per provare che il suo corpo non è stato “trasformato” in alcun
modo, egli mostra anche i segni delle ferite e chiede anche al “dubbioso Tommaso”
di toccare con la mano la ferita nel fianco.
9.- Dopo la crocifissione.
C’è un testimone oculare per affermare che Gesù non scomparve una volta per
tutte e la cui testimonianza non può essere trascurata e messa fuori causa come fosse
un’invenzione: è Paolo. Sebbene non fosse presente personalmente agli eventi della
Crocifissione, egli incontrò effettivamente Gesù qualche tempo dopo, un incontro che
doveva cambiare tutta la sua vita.
Paolo era in origine un fanatico zelota; in seguito, formulò una sua dottrina.
La caratteristica più interessante di quello che possiamo chiamare il Paolinesimo è
la sua nozione di redenzione e liberazione dalle tensioni interne: Paolo aveva
un’energia illimitata e un ego con conflitti interiori. Aveva una forte avversione per la
sessualità, una disposizione che è risultata fondamentale per lo sviluppo della sua
dottrina ascetica del matrimonio e che è stata poi la causa principale delle idee della
donna e della sessualità che hanno dominato il pensiero cristiano da allora fino ad
oggi. Gesù, invece, aveva un atteggiamento aperto e moderno verso le donne: in
contrasto con la visione misogina della società del suo tempo, egli aveva discepoli
femmine e predicava alle donne come agli uomini. La tradizione apocrifa dice che
Maria Maddalena gli era particolarmente vicina ed era una fra i compagni più intimi e
fra i seguaci più fedeli. I quattro Vangeli inoltre riferiscono che ella è stata la prima
persona a vedere Gesù dopo la Crocifissione. Ma Paolo ci fornisce la sua lista
personale delle persone che videro Cristo risorto: l’elenco comprende solo uomini.
La sorprendente esperienza che capitò a Paolo presso Damasco non fu una semplice
visione. Dal libro in latino Ai Cristiani: “Dopo essere sfuggito (!) ai Giudei, Cristo
raccolse attorno a sè circa novecento uomini, che vivevano presso Damasco…”.
Dopo l’incontro, Paolo fu battezzato ed ammesso agli insegnamenti di Anania, un
seguace di Gesù che viveva anch’egli a Damasco. Con uno zelo ancora più grande di
quello che aveva usato nel perseguitare Gesù ed i suoi seguaci, Paolo si assunse
l’incarico di diffondere la sua personale interpretazione del nuovo insegnamento.
L’incontro fra Gesù e Paolo a Damasco avvenne circa due anni dopo la Crocifissione.
I seguaci del “nuovo insegnamento” continuavano a crescere di numero, non
soltanto per lo sforzo personale di Gesù. Ma le voci sulla presenza di Gesù a
Damasco stavano prendendo sempre maggiore consistenza, e gradualmente deve
essere diventato troppo pericoloso per il Nazareno continuare a risiedere nella
provincia romana di Siria. Così partì per l’Oriente, cambiando nome ad ogni Stato,
con l’intenzione di lasciare il territorio dell’Impero romano. Nell’ultima parte del suo
viaggio verso l’India, prese il nome di Yuz Asaf.
Dal tempo della caduta del regno di Israele (722 a.C.) c’erano comunità israelitiche
sparse un po’ dovunque attraverso il Medio Oriente. E’ probabile che, man mano che
viaggiava verso oriente, Gesù fosse sempre in grado di trovare buona accoglienza fra
gli esiliati Figli di Israele, o almeno fra i simpatizzanti. Molti nomi di località lungo
l’antica Via della Seta suggeriscono un collegamento con Gesù o Maria, specialmente
come luoghi di sosta. Il nome e il titolo di Gesù cambiano da stato a stato, e sono
continuamente adattati da una lingua all’altra, in accordo con le condizioni e le
tradizioni locali. Nei posti dove Gesù si è fermato per un periodo lungo, i nomi locali
si sono molto probabilmente conservati con più facilità nel corso degli anni.
Complessivamente, sembra che siano passati più di sedici anni dopo la Crocifissione
di Gesù prima che egli arrivasse in Kashmir.
Anche negli attuali Afghanistan e Pakistan si trovano nomi di località che
evidentemente commemorano la presenza e l’attività di Gesù. Per esempio, ci sono
due pianure che portano il nome del profeta Yuz Asaf nell’Afghanistan orientale.
Il successivo indizio del suo passaggio sulla via seguita da Gesù verso oriente si
trova in una cittadina chiamata Mari, 70 kilometri a est di Taxila. In questo paese di
montagna, situato in posizione idilliaca (anticamente scritto Murree sulle carte
topografiche inglesi) sul confine con il Kashmir, è stata tenuta in ordine e onorata da
tempi immemorabili una tomba, che è conosciuta come Mai Mari da Asthan, il
“Luogo dell’ultimo riposo della Madre Maria”.
Quando Gesù raggiunse questa zona con il suo gruppo, sua madre doveva avere
oltre settanta anni di età ed essere indubbiamente stanca per il lungo viaggio. Poichè
non c’è nessuna traccia di una tomba di Maria in nessun altro posto, è molto
probabile che Maria sia stata sepolta qui. Gesù certamente non avrebbe proseguito
senza di lei, lasciandola indietro senza protezione e alla mercè dei suoi nemici. Come
molte tombe nella regione del Kashmir, questa tomba è allineata con orientamento
est-ovest, mentre nelle aree di cultura islamica le tombe sono sempre orientate nordsud.
L’area attorno a Mari era indù al tempo di Cristo. Ma gli Indù normalmente
cremano i loro morti e ne disperdono le ceneri; solo i monaci e i santi vengono sepolti
nella terra. Poichè la tomba risale ai tempi pre-islamici, la persona lì sepolta deve
essere stata considerata come santa.
Nell’anno 1900, comparve su un giornale inglese un breve articolo che attirò
l’attenzione di tutto il mondo teologico. Il rapporto annunciava che fra le rovine della
città indiana di Fatehpur Sikri (circa 175 kilometri a sud di Delhi), era stato trovato
inciso su un muro un discorso di Gesù completamente sconosciuto all’Occidente
cristiano. Fatehpur Sikri fu per un breve periodo la capitale dell’Impero Mogul in
India sotto il Gran Mogul Akbar (1542-1605), che aveva il progetto di unificare
l’India, che a quel tempo era spezzettata in varie fazioni religiose, con un’unica
religione basata sulle dottrine essenziali di tutti gli insegnamenti.
Sebbene sia evidente che Gesù era conosciuto in India molto tempo prima
dell’arrivo dell’Islam, le affermazioni su di lui che si trovano nel Corano sono
rivelatrici. Il Corano dice che Gesù non morì sulla Croce, ma sopravvisse al tentativo
di esecuzione e poi andò a vivere in una “valle felice”.
Issa, il nome comunemente usato per Gesù nell’Islam, deriva dal siriaco Yeshu. La
ragione per cui i riferimenti al profeta Issa nel Corano sono così estesi è
probabilmente dovuta al proposito di correggere “l’immagine alterata e distorta che
risulta dagli scritti dei suoi seguaci”. Nello stesso tempo, “Il Messia, il figlio di
Maria, è stato un Messaggero”; sulla missione di Gesù, il Corano dice: “In verità, Noi
(cioè, Dio) donammo il Libro a Mosè e facemmo seguire lui dagli altri Messaggeri.
Abbiamo inoltre accordato a Gesù, figlio di Maria, i segni manifesti della sua
missione, e l’abbiamo fortificato con lo Spirito della Santità” (Corano 2,88).
Il Corano afferma chiaramente che Gesù non morì sulla Croce, e che i Giudei
furono tratti in errore. Inoltre il Corano non trascura di fornire una risposta alla
questione di dove Gesù sia andato dopo la Crocifissione: “Facemmo inoltre del figlio
di Maria e di sua madre un segno per l’umanità e demmo ad entrambi un rifugio su
alture tranquille bagnate da fresche sorgenti”. (Corano 23,51).
Per la setta Ahmadiya (una forma popolare di Islam esistente ancora oggi), il fatto
che Gesù abbia superato le torture della Crocifissione è un compimento delle
profezie. Alcuni moderni specialisti di filosofie orientali sono dell’opinione che la
verità su Gesù e il suo insegnamento siano stati in qualche modo realmente meglio
conservati nell’Islam piuttosto che nel Cristianesimo. L’Arabia, essi dicono, diventò
cristiana subito. Il cristiano Maometto tentò attraverso il suo messaggio di proteggere
l’insegnamento originario di Gesù difendendolo dalle proliferanti distorsioni, ma
anche il suo messaggio venne alterato dopo la sua morte proprio come era accaduto
in precedenza all’insegnamento di Gesù.
Se Gesù visse realmente in Kashmir per un considerevole periodo di tempo – se, in
altre parole, è giusta la tradizione secondo la quale egli morì infine a Srinagar quando
aveva più di ottant’anni – dovrebbe essere possibile trovare qualche evidenza
nell’antica letteratura indiana di come passò gli ultimi trenta o quaranta anni di vita.
Il problema è che chi scriveva in India in quei tempi antichi voleva evitare che
influenze esterne potessero avere qualche impatto sulla cultura locale, anche solo nel
riferire avvenimenti storici. Un esempio di questo è la completa assenza di
descrizioni o resoconti scritti persino dell’imponente campagna militare in India di
Alessandro il Grande.
Le antiche narrazioni degli Indù sono chiamate i Purana. Dal quinto o quarto secolo
avanti Cristo fino al diciassettesimo secolo dopo Cristo sono stati costantemente
aggiornati con l’aggiunta di nuove “storie”. L’intera raccolta consiste normalmente in
diciotto volumi, tutti scritti in sanscrito: il nono volume contiene un supplemento che
descrive come Gesù arrivò in India. La descrizione è così chiara che non ci può
essere alcun dubbio su chi sia la persona cui si riferisce.
Il “predicatore dei non-credenti” si riferisce a sè stesso come Isha-Masiha. La
parola sanscrita Isha significa “Signore” e viene usata per “Dio”. Masiha corrisponde
alla parola “Messia”: perciò Isha-Masiha significa “il Signore, il Messia”.
Un’ulteriore evidenza che Gesù visitò l’area Himalayana è fornita da una tomba
menzionata dal pittore Nicholas Roerich in The Heart of Asia, pubblicato nel 1930.
La tomba si trova a nord del Ladakh, nel vicino Turkestan orientale, che ora è la
provincia cinese del Sinkiang, a circa dieci kilometri dalla cittadina di Kashgar, e si
dice sia quella di una certa Maria, che era fra i seguaci di Gesù. L’apocrifo Vangelo
di Filippo fa menzione di tre donne che non lasciarono mai Gesù dopo la
Crocifissione. Tutte tre si chiamavano Maria: sua madre e la sorella e Maria
Maddalena, “che era chiamata la sua compagna”. L’idea che questa tomba presso
Kashgar sia di una Maria si può così ben considerare come basata sui fatti.
Durante gli ultimi anni della sua vita in India, Gesù non rimase nello stesso posto
ma si mosse da un luogo all’altro come predicatore itinerante fintanto che la sua
salute glielo consentì. Ci sono comunque molte indicazioni che egli tendeva sempre a
tornare nel Kashmir.
Ma ci sono prove della presenza di Gesù in Kashmir molto più solide di semplici
tradizioni orali: testimonianze nella pietra che sono sopravvissute alle vicissitudini
dei secoli più o meno intatte, come tesori archeologici. Fino ad oggi sono stati trovati
in antichi testi almeno ventuno riferimenti che danno testimonianza della permanenza
di Gesù in Kashmir.
Al tempo in cui Gesù visse in Kashmir, la “Valle Felice” era al centro di un grande
risveglio religioso, culturale, intellettuale e politico. Il regno del Kashmir era il centro
dell’enorme impero Indo-Scita, ed era governato dal grande re Kanishka I (78-103
d.C.). Eccellente uomo di stato e governante illuminato e saggio, Kanishka fece il
possibile per far convivere la variegata mescolanza di razze della sua terra tramite
una politica di tolleranza e generosità. Kanishka vide nel Buddhismo la perfetta
matrice per la realizzazione delle sue idee, e cercò istruzione e consigli fra i monaci
buddhisti. Era tuttavia dispiaciuto nel vedere che l’insegnamento del Buddha si era
frammentato in tante scuole e sette. Seguendo il consiglio del filosofo Parshwa,
Kanishka convocò il Concilio di Haran con lo scopo di ristabilire l’unità della
frammentata comunità religiosa attraverso un processo di esame dei testi buddhisti.
Così, dopo più di trecento anni, ebbe luogo un altro Concilio Buddhista, il Quarto,
cui presero parte 1500 studiosi e monaci. Questo Concilio sancì l’affermazione come
religione popolare della nuova scuola Mahayana. I monaci della scuola Hinayana
erano riluttanti a perdere i loro privilegi, e tentarono di opporre resistenza alle
decisioni del Concilio, ma non furono in grado di far prevalere la loro linea. Invece,
la scuola Mahayana venne alla fine confermata come una religione indipendente, che
poteva indicare la via per la salvezza di tutti.
La posizione di Haran, a soli 12 kilometri da Srinagar, ci consente l’ipotesi che
Gesù stesso abbia potuto essere presente a questo incontro; può anche avervi svolto
un ruolo importante.
Kanishka restò così favorevolmente impressionato dai risultati del Concilio che si
convertì lui stesso al Buddhismo, e affidò l’amministrazione del suo regno alla
comunità di monaci buddhisti il cui capo spirituale era Nagarjuna, il filosofo più
influente del Buddhismo Mahayana.
La figura centrale del Buddhismo Mahayana è il bodhisattva.
Un Bodhisattva è caratterizzato da una compassione sconfinata che avvolge tutto.
Egli comprende la sofferenza di tutti gli esseri, e li porta alla liberazione. Il suo unico
scopo è salvare tutti gli esseri dal male dell’ignoranza, anche se questo significa
doverne prendere la colpa su sè stesso. Pure Gesù seguì questo ideale senza
compromessi, accettando la responsabilità di tutti i peccati del mondo e permettendo
infine di essere inchiodato alla Croce come un “agnello sacrificale”. Tutte le
caratteristiche di un Bodhisattva si possono trovare anche in Gesù.
L’incarnazione della compassione illimitata nel Buddhismo è Avalokiteshvara.
Dall’inizio del secondo secolo, Avalokiteshvara è stato spesso rappresentato nelle arti
visive con segni sulla superficie delle mani e dei piedi, che simboleggiano la Ruota
Buddhista della Dottrina. Molti commentatori occidentali hanno riconosciuto le
stigmate di Gesù in questi segni della ruota e li hanno visti come una prova che
Avalokiteshvara e Gesù sono la stessa persona.
Quando l’importante Quarto Concilio del Kashmir fu tenuto ad Haran, presso
Srinagar, sotto gli auspici di Kanishka il Grande, Gesù – se era ancora vivo – deve
avere avuto più di ottant’anni di età. Abbiamo suggerito che potrebbe anche aver
preso parte a questo avvenimento, che avrebbe avuto poi un così grande significato
nel mondo buddhista, come santo molto venerato, un’ipotesi sulla quale possiamo
ammettere che non ci sia alcuna prova, anche se i fatti noti possono consentire di
vedervi qualche indizio. In ogni caso, le riforme introdotte dal Concilio furono in
completo accordo con gli insegnamenti di Gesù.
Dove è sepolto Gesù?
La tomba del profeta Yuz Asaf è oggi situata all’interno della città vecchia di
Srinagar, Anzimar, nel quartiere Khanyar. L’edificio costruito più tardi attorno alla
tomba è chiamato Rozabal ed ha pianta rettangolare, con un piccolo portico. Sopra
all’entrata nella stanza di sepoltura vera e propria è scolpita un’iscrizione che dichiara
che Yuz Asaf entrò nella valle del Kashmir molti secoli fa e che la sua vita fu
dedicata a manifestare la verità. Il sarcofago che contiene i resti terreni di Yuz Asaf è
allineato in direzione est-ovest, in accordo con l’uso ebraico! Questa è una prova
evidente che non poteva essere stato un santo islamico. E fra gli Indù e i Buddhisti,
solo gli asceti (sadhu) e i santi vengono seppelliti, perché i cadaveri sono
normalmente cremati. Quindi qui giace una persona che era venerata come santo
anche prima dell’arrivo dell’Islam, quando in Kashmir erano diffusi il Buddhismo
Mahayana e l’Induismo Tantrico. L’etimologia del nome Yuz Asaf ha dimostrato che
può essere derivato da Bodhisattva. Ciò significa che giace sepolta qui una persona
che era riverita nei tempi pre-islamici come un futuro Buddha, che secondo la
leggenda veniva da occidente, e la cui tomba è allineata con orientamento est-ovest,
come le tombe degli Ebrei. Tutto questo non prova che è il corpo di Gesù il Nazareno
che riposa in questa terra. Però i numerosi fattori che indicano uno stretto
collegamento fra il Buddhismo Mahayana e le origini del Cristianesimo, le prove
storiche e letterarie che Gesù sopravvisse alla Crocifissione e i riferimenti parimenti
sostanziali che Gesù trascorse gli ultimi anni o decenni della sua vita in India, e
specialmente in Kashmir, sembrano tutti insieme giustificare l’affermazione che il
corpo di Gesù è veramente sepolto a Rozabal.
E’ sempre stata una pratica dei devoti mettere candele attorno alle pietre tombali.
Quando, qualche tempo fa, sono stati rimossi gli strati di cera vecchi di secoli, venne
fatta una scoperta sensazionale: nella pietra erano scolpite un paio di impronte di
piedi e accanto ad esse c’erano un crocifisso e un rosario. Le impronte servivano per
indicare l’identità del defunto, in modo analogo alle impronte digitali. Come con le
svastiche sulle impronte del Buddha, le impronte dei piedi di Yuz Asaf mostrano un
segno di identificazione unico ed inconfondibile: chi ha scolpito il bassorilievo ha
mostrato molto chiaramente le cicatrici delle ferite della Crocifissione. La posizione
delle ferite mostra anche che il piede sinistro è stato inchiodato sopra il destro, fatto
confermato dalle macchie di sangue sulla Sindone di Torino. Poichè la crocifissione
era sconosciuta in India come forma di esecuzione di condannati a morte, non è
soltanto possibile che qui sia sepolto il corpo di Gesù, ma è davvero molto probabile!
Ho visitato Srinagar nel 1984 come membro di una delegazione di specialisti e
giornalisti: il nostro gruppo venne ricevuto formalmente dal Governatore dello stato
di Jammu e Kashmir, Dr Farooq Abdullah. In quell’occasione dissi al Dr Abdullah
che sarei stato molto interessato e molto grato se si fosse potuto aprire ed esaminare il
sarcofago. Qualche tempo prima, avevo trasferito una notevole somma di denaro –
complessivamente molte migliaia di marchi tedeschi, frutto della generosa donazione
di una signora che aveva letto la prima edizione di questo libro – agli amministratori
della tomba: poichè il lavoro di restauro così finanziato era in corso proprio in quel
periodo, pensai che si trattava di un’ottima opportunità per suggerire l’apertura della
tomba. Il Governatore Abdullah fece predisporre subito tutto il necessario per
l’apertura e l’ispezione della camera tombale, e ci assicurò inoltre la protezione della
polizia se si fosse verificato qualche attacco da parte di fondamentalisti.
La sera precedente la prevista apertura della tomba, scoppiarono tumulti nella città
vecchia di Srinagar, col risultato che ci furono sette morti. Perciò il capo della polizia
ci segnalò di non procedere con l’operazione, nel timore di un’ulteriore
intensificazione dei tumulti.
Durante gli anni Sessanta, l’inspiegabile scomparsa di un pelo della barba del
Profeta Maometto, custodito nella moschea Hazratbal a Srinagar e considerato la più
sacra reliquia islamica dello stato, aveva provocato una rivolta popolare in Kashmir
che durò alcune settimane. Il popolo della vallata considerò responsabile il governo
centrale di Delhi: l’assegnazione del Kashmir all’Unione Indiana nel 1948 non è mai
stata accettata da gran parte della popolazione, prevalentemente islamica, e questo ha
reso la “Valle Felice” una zona di continue sommosse.
Di fronte a queste sensibilità religiose potenzialmente esplosive, fummo
sfortunatamente costretti a rimandare a tempi migliori l’operazione.
Fino alla data in cui sto scrivendo (maggio 1993), non è stato ancora possibile far
aprire il sarcofago per studiarlo. Dall’estate del 1989 si è stabilita in Kashmir una
situazione simile a una guerra civile, a causa dell’attività di vari gruppi di guerriglieri.
I viaggi turistici nella valle si sono quasi arrestati. L’area della città vecchia di
Srinagar, in cui è situata la tomba, è il nascondiglio principale dei guerriglieri che, per
la maggior parte, se ne stanno nascosti mentre l’esercito indiano perlustra ogni vicolo
ed ogni angolo di strada. A malincuore, devo perciò scoraggiare fortemente
qualunque visita alla tomba finchè la situazione in Kashmir non migliora. Sembra che
al momento ci siano scarse prospettive di miglioramento. In ogni caso, per il fatto che
la tomba è molto vicina al fiume Jhelum e deve avere subìto molte inondazioni negli
ultimi duemila anni, non c’è molto da sperare neanche dall’apertura del sarcofago.
Conclusioni
Molti fedeli cristiani potrebbero obiettare che con gli argomenti che ho esposto in
questo libro tolgo al Cristianesimo un elemento essenziale, che da solo può dare
speranza e conforto: la redenzione dal peccato, ottenuta tramite la morte sacrificale
sostitutiva di Gesù Cristo, per tutti coloro che riconoscono il suo insegnamento. Ma è
proprio questa forma della dottrina della salvezza del Cristianesimo tradizionale che è
tratta quasi esclusivamente dall’opera di Paolo, e che non è mai stata predicata da
Gesù. E’ Paolo che ha insegnato che l’intera funzione di Gesù è centrata sulla sua
morte, e che attraverso lo spargimento del suo sangue egli ha assolto i fedeli dai loro
peccati e li ha liberati dalla confusione e dalla dominazione di Satana. Paolo non ha
ritrasmesso una sola sillaba degli insegnamenti diretti di Gesù nelle sue epistole, nè
ha riportato una sola delle sue parabole. Invece, egli ha costruito una filosofia sua
personale sulla base del suo fraintendimento dell’insegnamento di Gesù.
Al contrario della Buona Novella portata da Gesù, Paolo ha dato messaggi oscuri e
paurosi, dalla minaccia dei quali solo lui può mostrare la via di salvezza. E questa via
di uscita fu la salvezza dell’umanità attraverso la morte sacrificale di Cristo: “Così,
come per la colpa di uno solo ricadde su tutti gli uomini un giudizio di condanna,
pure per l’opera di giustizia di uno solo pervenne a tutti gli uomini il libero dono
della giustificazione che dà la vita”.
Ma la cosa peggiore della dottrina di Paolo è la sua affermazione che l’individuo
non può contribuire per niente alla propria salvezza nella sua miserevole vita: non
attraverso qualsiasi opera buona, non attraverso qualunque cambiamento di vita
comunque sia per il meglio. Secondo Paolo una persona può essere salvata dal solo
atto del battesimo, che lo fa diventare un figlio di Dio e un essere completamente
nuovo. Qualunque pretesa di cooperare alla salvezza con i propri sforzi personali
deve essere visto, secondo questo insegnamento, come un deprezzamento del
sacrificio di Gesù, come un tentativo di salvarsi da soli, che è destinato al fallimento.
Al contrario, ciascuna persona, per quanto possa aver condotto una vita buona ed
esemplare, deve in questo schema considerarsi perduta se non accetta che il sacrificio
sulla Croce è stato fatto per lui personalmente come sua completa salvezza. Queste
idee sono totalmente estranee a Gesù.
I Cristiani sono in gran parte dell’opinione che la grandezza e l’unicità del
Cristianesimo consistano in questo insegnamento, o cadano con esso. Ma questa si
rivela una pura immaginazione, ben lontana dalle idee di Gesù. Neppure un piccolo
indizio di questa cosiddetta dottrina cristiana della salvezza si può trovare nel
Sermone della Montagna – la quintessenza del messaggio di Gesù – o nella Preghiera
del Signore (il Padre Nostro), oppure nelle parabole tradizionali predicate da Gesù!
A Gesù non interessava costruire una filosofia che potesse basarsi sulla sua vita e
sul suo messaggio, che potesse liberare la gente dalle sofferenze dell’esistenza
terrena. Egli visse realmente ciò che aveva insegnato. Tolleranza in qualunque
momento, cura per la felicità e il beneficio degli altri esseri (umani e non-umani),
dare e condividere, assenza di egoità nell’aiutare gli altri a portare il fardello della
sofferenza, un amore universale ed incondizionato per tutto, questa è la via di
perfezione che Gesù dimostrò nella sua vita.

Jesus lived in India -autore Holger Kersten .ì-Edizioni Verdechiaro

shantij

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