Vivere come un Fiore di Loto Domande e risposte spirituali – del Prof. G. Venkataraman

Domanda n. 1:
Come si fa a vivere nel mondo ‘senza essere del mondo’?
Risposta del Prof. Venkataraman :
Credo che la domanda essenzialmente significhi ‘Come si fa a vivere senza attaccamenti?’ Prima di rispondere forse dovrei spiegare per quale motivo sorge questa domanda. Chiaramente a chi la pone è arrivato alle orecchie qualche passo del Vedanta a proposito della rinuncia agli attaccamenti e così via. Non mi aspetto che essa venga posta da chi non ha alcuna conoscenza delle Sacre Scritture (come gli studenti del giorno d’oggi…).

Lo spirito umano ci spinge a superare i nostri confini

Oggi in massima parte gli studenti del nostro Paese sono tagliati fuori quasi completamente dalle loro radici spirituali. Se qualcuno dicesse loro che mentre viviamo in questo mondo non dobbiamo permettergli di influenzarci, proprio come negli stagni le gocce d’acqua non bagnano le foglie del loto, essi ci porrebbero esattamente la domanda a cui mi accingo a rispondere… spero di essere riuscito a spiegare che cosa intendo. Il modo in cui ho introdotto l’argomento implica chiaramente che il distacco sia una virtù mentre l’attaccamento non solo è un peso, ma anche un intasamento spirituale. Pertanto devo spiegare perché esso viene considerato tale e questo è quanto cercherò di fare nel rispondere a questa domanda. Se ci pensate un po’, la parola ‘spiritualità’ ha molto a che fare con la parola ‘spirito’. La gente può aver qualcosa da dire se sente la parola ‘spiritualità’, ma neppure un ateo farebbe obiezione alla parola ‘spirito’ – lo ‘spirito umano’. Perché? Perché questa parola si riferisce a qualcosa dentro ciascuno di noi che tutti riconoscono come esistente e depositaria di un significato. Diciamo che la squadra di cricket indiano ha perso una partita non perché le manchi il talento ma perché i giocatori che ne fanno parte non si sono applicati. Devo confessare che come quasi tutti gli indiani ho una debolezza per questo sport, anche se molti lo considerano un gioco totalmente stupido. Quando la nostra squadra perde, spesso accusiamo i nostri giocatori dicendo che hanno giocato senza spirito. Sono certo che molti di voi avranno udito questo tipo di commento. Altre volte le gente afferma che ‘lo spirito umano è terribilmente potente, che può aiutare l’uomo a fare di tutto, a conquistare l’Everest, la Luna e lo spazio, a dividere l’atomo, a compilare una mappa del genoma umano, a svelare i misteri del Cosmo, etc.”

La Spiritualità è la Scienza dello Spirito

Ciò che sorprende è che la maggior parte della gente accetta che si possa parlare di un’entità intangibile chiamata ‘spirito umano’ sebbene essa non possa essere vista. Questo include credenti, agnostici e persino atei. Il problema comincia quando si vuole sapere di più di questa entità misteriosa, perché è qui che hanno inizio tutte le discussioni. Io appartengo alla scuola che crede nella Spiritualità, che altro non è che la Scienza dello Spirito. Io sono un fisico e la mia carriera è, in vari modi, strettamente connessa alla fisica. Fisica, chimica, biologia etc. sono tutte scienze legate al mondo materiale che seguono una metodologia particolare associata all’esplorazione di questo mondo. Fondamentalmente lo strumento usato è quello della teoria combinata con la sperimentazione. Le due non sono disconnesse e si nutrono a vicenda. Nel ventesimo secolo è stato aggiunto un nuovo strumento, che è la simulazione al computer: la maggior parte di ciò che udite di questi tempi a proposito del cambiamento climatico proviene da tali simulazioni, effettuate su vari modelli di computer. Che cosa ha a che fare tutto questo con la Spiritualità, cioè con la Scienza dello Spirito? Ho citato tutto questo perché molti dicono che “nella scienza, come normalmente la comprendiamo, esistono regole ben definite per l’esplorazione, per l’esame delle ipotesi, per la verifica sperimentale etc. Il modo in cui la Spiritualità sembra essere praticata non segue le regole che noi abbiamo posto, quindi non possiamo accettarla.” È a questo modo che i non credenti cercano di liquidare la Spiritualità ma la Spiritualità non è così campata in aria come molti credono; invece, essa è basata su una sua metodologia di esplorazione, di analisi logica, di verifica delle ipotesi e così via. Menti di altissimo livello si sono impegnate in questo genere di attività per migliaia di anni e la loro saggezza collettiva non può essere negata o liquidata sommariamente solo perché il sistema seguito è diverso da quello usato da coloro che esplorano il mondo materiale.

Il Vedanta è l’antica Scienza dello Spirito, affidatevi al Vedanta

Le mie risposte si baseranno sul Vedanta, l’antica Scienza dello Spirito. Il Vedanta non dev’essere confuso con culti, credenze e similari in quanto è una filosofia spirituale del miglior livello possibile, nata dalla saggezza collettiva di migliaia di Saggi sconosciuti, che ha trovato espressione nelle famose Upanishad.

I suoi contenuti sono così ispiratori che il Mahatma Gandhi li prese come àncora del suo intero servizio all’umanità, mentre grandi scienziati del calibro di Erwin Schoredinger e Brian Josephson, entrambi vincitori di un Premio Nobel, letteralmente ebbero totale fiducia nel Vedanta. Spero che questo dia maggiore credibilità a ciò che sto per dire, dato che le mie risposte saranno basate in massima parte sul Vedanta. Aggiungerò altre due fatti che ingloberanno quanto ho detto sopra. Il primo è che la Bhagavad Gita altro non è che la restaurazione dell’essenza del Vedanta da parte del Signore stesso disceso come Sri Krishna, mentre i Discorsi Divini di Swami, in essenza, non sono altro che la reiterazione di tutto ciò che il Vedanta afferma. In altre parole, le mie risposte si baseranno ampiamente sul Vedanta anche se, a scopo illustrativo, potrò far ricorso ad esempi moderni. Per assicurarvi che non mi sono perso, tornerò alla domanda iniziale, l’affronterò di petto e, tenendo in mente ciò che ho appena detto, parafraserò la domanda iniziale: viviamo in questo mondo e siamo connessi ad esso in innumerevoli modi. Che senso ha dire che non dobbiamo essere attaccati ad esso? Se ce ne ‘stacchiamo’ dobbiamo forse vivere, mettiamola così, una vita ‘senza spirito’? Questo significherebbe che lo scopo della spiritualità sarebbe quello di sedare e forse persino di uccidere lo spirito umano? Che ne pensate di questo? Così discuterebbero l’avvocato del diavolo e forse anche coloro che non credono nel Vedanta! Cerchiamo di rispondere a questa nuova domanda, perché se ci riusciremo avremo risposto automaticamente a quella originale. La risposta del Vedanta a tutto questo è la seguente: sì, gli uomini hanno uno spirito che risiede in un corpo ma mentre il corpo è composto di materia grossolana – cioè di molecole ed atomi, che a loro volta sono costituiti di protoni, neutroni ed elettroni – lo spirito non lo è. Lo spirito di ciascun individuo, dice il Vedanta, da un punto di vista operativo dev’essere considerato come una parte dello Spirito, o Anima, Universale ed è una parte di questo Spirito Universale a trovarsi ‘incastonato’ in un corpo umano materiale.

Fate scoppiare il palloncino

L’Atma ed il Jivatma sono separati dal ‘palloncino’ del corpo

Il Nome che il Vedanta usa per lo Spirito – o Anima – Universale è Atma, mentre lo spirito, o anima, individuale viene definito con il nome di Jivatma. Se volete un’analogia, il Jivatma è come un palloncino di gomma in cui la gomma è il corpo, mentre l’aria in esso contenuta è lo spirito. Il palloncino contiene dell’aria ma è anche circondato dall’aria. Comunque, mentre l’aria interna è ‘intrappolata’, quella esterna è ‘libera’. Fino a quando il palloncino esiste, l’aria interna è intrappolata e non si può mescolare con quella esterna, che è libera, ma nel momento stesso in cui esso scoppia l’aria interna si mescola immediatamente con quella esterna. Tenete questo paragone bene in mente, per favore, perché ci sarà utile fra poco. Adesso andiamo avanti ed associamo tutto questo all’attaccamento, al distacco e così via, perché questo è il vero nocciolo della domanda iniziale. L’anima umana individuale ha due possibilità: una è quella di restare intrappolata e l’altra quella di liberarsi. Che cosa significano esattamente queste due parole (‘intrappolata’ e ‘libera’)? Il Vedanta ha la risposta: l’Anima Universale o Atma non solo è eterna, ma la Sua natura è Beatitudine. Perciò, se l’Anima Individuale si unisce all’Anima Universale, nello stesso modo in cui l’aria nel palloncino che scoppia diventa libera e si unisce all’aria esterna, diventa possibile trovarsi in uno stato di eterna Beatitudine. Che cosa succede se questa unione non si verifica? Bene, in questo caso l’Anima Individuale, legata al corpo umano, deve affrontare tutte le esperienze terrene. “E allora?”, potrebbe chiedere qualcuno. La risposta è che la vita non è mai un letto di rose, ci sono momenti di piacere e momenti di dolore. Come dice spesso Swami: il piacere è un intervallo fra due dolori.
Liberare il Jivatma significa dissolvere la connessione con
il corpo affinché la nostra anima si unisca al Divino Atma

Dualità: due facce della stessa medaglia

Liberare il Jivatma (l’Anima Individuale) significa dissolvere la connessione con il corpo affinché la nostra anima possa unirsi all’Atma divino. Questo punto dev’essere un po’ elaborato. Il mondo è una manifestazione di dualità, cioè una mescolanza di opposti, quali il dolore ed il piacere, la gioia e la sofferenza, il successo ed il fallimento, la felicità e la tristezza e così via. In altre parole, gli opposti sono legati fra loro come le due facce di una medaglia. Questo significa che non si può avere una felicità permanente. Che cosa mai ha a che fare tutto questo con l’attaccamento ed il distacco? Ora considererò questo aspetto. Vedete, fino a quando l’Anima Individuale è intrappolata nel corpo questa alternanza di piacere e dolore è inevitabile, il che equivale a dire che non si può sperimentare la Beatitudine eterna. Se si vuole la Beatitudine eterna (e chi non la vuole?) si deve fare ogni sforzo possibile per far sì che l’Anima si liberi dal corpo e diventi libera per sempre. Questo equivale a far scoppiare il palloncino. Spero che questi miei riferimenti vi aiutino a farvi vedere il significato delle due parole ‘imprigionata’ e ‘liberata’. Per tornare alla domanda iniziale, la risposta è che se si vuole vivere nel mondo senza essere del mondo si deve rinunciare all’attaccamento al mondo. Devo spiegare che cosa significa esattamente questa frase, ma prima desidero descrivervi i benefici che acquisiamo rinunciando all’attaccamento. Fondamentalmente, si previene la rinascita. Questo punto verrà ulteriormente approfondito quando risponderò alla prossima domanda, ma per adesso memorizziamo che minore è l’attaccamento, minore è la possibilità di rinascere… e quando si sfugge alla rinascita si può diventare Uno con l’Atma (o Dio) e godere di una Beatitudine permanente. La formula quindi è: mentre siete sulla Terra fate quello che dovete fare ma non attaccatevi alle cose del mondo. Meno siete attaccati, meno probabilità avete di rinascere. Se l’attaccamento è completamente risolto sfuggirete alla rinascita. Questo significa che l’Anima Individuale si unisce per sempre all’Atma o Anima Universale, cioè si ottiene uno stato di eterna Beatitudine.

La risposta è: equanimità

Qualcuno potrebbe dire: “Ascoltate, io tutte queste cose le so già! Ciò che cerco è una ricetta per non essere più attaccato e non una lunga lezione sull’Anima Individuale che si unisce per sempre all’Atma!” Capisco pienamente che la mia risposta non può essere completa se non tratto anche questo aspetto. È stato per porre la questione in una prospettiva appropriata che mi sono preso il tempo di discutere sull’unione permanente con l’Atma. La prima cosa che ci si deve chiedere è: “Sono interessato alla Beatitudine permanente o no?” Per chi risponde: “Non so affatto se esiste qualcosa come la Beatitudine permanente, perciò non mi va di perder tempo a cercarla,” la questione non sussiste ma se uno crede nell’Atma, se crede nel fatto che l’Atma sia effettivamente uno stato di eterna Beatitudine e che, come Swami ci ha spesso detto, la felicità è l’unione con Dio o Atma e che questa è una meta che vale la pena di sforzarsi di raggiungere, allora si deve vivere chiedendosi continuamente: “Ciò che sto facendo è di detrimento per il raggiungimento della mia meta oppure no?” Ora arriviamo ad un punto molto pratico. Prendiamo in considerazione il responsabile di una ditta. Ci si può chiedere: “Come fa una tale persona a rinunciare agli attaccamenti? È possibile? Come può non essere attaccato al proprio lavoro? Senza passione come può rendere giustizia alla posizione che occupa?” e così via. Domande di questo genere fanno sembrare che rinunciare agli attaccamenti sia impossibile, e che non si possa vivere in questo mondo senza farne parte. In realtà questo non è corretto. Si può essere un buon responsabile di una ditta, si può lavorare duramente e nello stesso tempo fare anche alcune altre cose. Si può sempre agire secondo la prospettiva: “Farò il mio meglio e lascerò i frutto interamente a Dio; accetterò con gioia i risultati dei miei sforzi, quali che siano. Se il risultato è un successo non cercherò alcun credito e se non è un successo non biasimerò o maledirò nessuno né permetterò che la mia equanimità venga disturbata.” Questo è il genere di atteggiamento che si deve avere. La parola chiave è equanimità. Nel dodicesimo capitolo della Gita Krishna raccomanda fortemente l’equanimità. Da un’altra parte Egli dichiara che l’equanimità è la migliore di tutti gli Yoga. Quindi, vivere nel mondo e non essere parte di esso equivale a praticare l’equanimità. Meno attaccati saremo, più facilmente otterremo l’equanimità. I benefici saranno, innanzitutto, che con questo compiaceremo immensamente il Signore – Egli Stesso lo afferma nel dodicesimo capitolo – ed in secondo luogo ciò ci avvicinerà all’unione permanente con Dio, cosa che, come Swami ci ripete spessissimo, ci conferirà la felicità eterna. Per concludere, a meno che non si abbia alcun interesse a conseguire una felicità permanente, si deve imparare l’arte di vivere in questo mondo senza sentirsene influenzati. Non si può sfuggire a questa realtà. Una parola riassume tutto il concetto. Questa parola è EQUANIMITÀ.
© Sathya Sai Books and Publications Trust, Prasanthi Nilayam
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