La Morte -Dal mio libro “Lo specchio dell’Anima” di Maria Gabriella Lavorgna

La morte è il tema che, più di ogni altro, accomuna l’intera umanità. Ogni essere umano, nel corso della propria esistenza, si trova a riflettere su questo mistero che rappresenta, paradossalmente, il momento più significativo della vita e, al tempo stesso, il più sconosciuto. Nessuno può fare esperienza della propria morte per raccontarla. Possiamo soltanto conoscere il dolore provocato dalla perdita di chi amiamo. È proprio attraverso il distacco da un genitore, un figlio, un amico o una persona cara che la morte entra nella nostra vita, lasciando un vuoto proporzionato all’intensità dell’amore che ci legava a chi non è più fisicamente presente accanto a noi. Forse la difficoltà di accettare la morte nasce dall’istintiva ribellione all’idea che ci venga sottratto qualcuno che sentiamo parte di noi. Allo stesso tempo la temiamo perché ne ignoriamo la natura profonda. Eppure sappiamo che essa appartiene alla vita stessa, poiché tutto ciò che nasce segue il ciclo dell’inizio e della fine. Osservando la natura, tuttavia, si comprende che nulla realmente muore. Tutto si trasforma. Le stagioni si susseguono, le foglie cadono per tornare a germogliare, l’acqua diviene vapore e poi nuovamente pioggia. La morte, dunque, appare come una forma di passaggio, una trasformazione inscritta nelle leggi universali dell’esistenza. Nella visione della complementarietà degli opposti, vita e morte non costituiscono due realtà separate, bensì due aspetti di un unico processo cosmico, immenso e misterioso, del quale non possiamo percepire né il principio né la fine. Eppure il cuore umano fatica ad arrendersi a questa evidenza. Quando la perdita ci colpisce, emergono dolore, smarrimento, rabbia e nostalgia. Il lutto richiede un tempo sacro per essere vissuto e attraversato. Ognuno percorre tappe differenti, fatte di emozioni contrastanti, fino a giungere gradualmente all’accettazione della nuova realtà. In questo cammino, le tradizioni religiose hanno spesso rappresentato un sostegno prezioso, offrendo conforto e speranza attraverso la comune affermazione dell’immortalità dell’anima. Pur differendo nelle loro interpretazioni, le grandi tradizioni spirituali convergono nell’idea che la morte non rappresenti una fine definitiva. Nell’induismo e nel giainismo si ritiene che ogni creatura, dopo la morte, si reincarni in nuove forme di esistenza. Lo scorrere delle vite è considerato un lungo viaggio evolutivo il cui scopo ultimo è la liberazione, la moksha, ossia il ritorno all’Uno indivisibile, il Brahman. Anche il buddhismo contempla il ciclo delle rinascite governato dalla legge del karma. L’obiettivo finale consiste nel raggiungimento del Nirvana, lo stato di completa liberazione dalla sofferenza e dall’attaccamento. Nelle tradizioni cinesi il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti appare più sottile. Gli antenati continuano a partecipare alla vita della famiglia, proteggendo e guidando i propri discendenti. Analogamente, nelle tradizioni africane, gli antenati vengono considerati spiriti protettori, ancora presenti e operanti nella vita dei loro cari. Pur nelle differenze, tutte queste visioni indicano una continuità dell’esistenza e invitano l’essere umano a vivere secondo principi etici e spirituali, alimentando la fiducia in una realtà che trascende i limiti della vita terrena. Per quanto mi riguarda, il mio percorso verso la comprensione della morte è stato lungo e profondamente personale. La perdita prematura dei miei genitori durante la giovinezza lasciò in me una ferita profonda. Per anni cercai risposte capaci di dare significato a un dolore così intenso. La fede cattolica, che mi aveva accompagnato sin dall’infanzia, fu inizialmente un importante sostegno. L’idea che la morte rappresenti un passaggio verso una vita nuova, libera dalle sofferenze e immersa nella completa comunione con Dio, offriva conforto al mio cuore. Tuttavia vi furono periodi in cui il dolore si trasformò in disperazione. I dubbi e le domande sembravano prevalere sulle certezze e sentivo il bisogno di approfondire ulteriormente il mistero dell’esistenza. Fu in quegli anni che mi avvicinai allo studio della parapsicologia, disciplina che cercava di indagare fenomeni legati alla coscienza e alla dimensione spirituale. In me, sin dall’infanzia, si erano manifestate percezioni ed esperienze che alimentavano interrogativi profondi sulla natura della mente e dello spirito. Entrai così nell’Accademia Tiberina, dove studiosi e ricercatori affrontavano questi temi con rigore e apertura mentale. In quel contesto ebbi occasione di vivere esperienze che ampliarono in modo significativo la mia comprensione della realtà.Tra tutte, una si impresse nella mia memoria con particolare intensità: un’esperienza di distacco dalla dimensione corporea che mi consentì di percepire una condizione di coscienza libera dai consueti limiti sensoriali. Fu come osservare me stessa da una prospettiva completamente nuova. Successivamente ebbi modo di incontrare un medico che conduceva ricerche attraverso pratiche ipnotiche orientate alla comprensione delle problematiche esistenziali. Durante una delle sue sedute vissi un’esperienza che segnò profondamente il mio cammino spirituale. Provai la sensazione di oltrepassare una soglia invisibile. Tutto ciò che apparteneva alla dimensione materiale sembrava dissolversi. Pur mantenendo intatta la mia coscienza, mi percepivo libera dal corpo fisico, immersa in uno stato di assoluta lucidità e serenità. Ricordo una luce intensa e avvolgente, una sensazione di pace indescrivibile, la percezione di presenze spirituali benevole e l’incontro con le forme eteriche dei miei genitori, che mi trasmisero il messaggio che il mio percorso terreno non era ancora concluso. In quello stato non esistevano paura, sofferenza o senso di separazione. Ogni cosa appariva connessa da un’unica trama di amore e coscienza. L’unico legame che mi riportava verso la vita terrena era l’amore per mia figlia, che aveva ancora bisogno della mia presenza. Da quel momento iniziò una profonda trasformazione interiore. Compresi che la coscienza non è semplicemente un prodotto del cervello, ma una realtà più vasta che continua oltre i limiti della materia. Anni dopo trovai conferma di molte intuizioni negli studi del cardiologo olandese Pim van Lommel, noto per le sue ricerche sulle esperienze di premorte. Le sue osservazioni suggeriscono che la coscienza possa continuare a manifestarsi anche in condizioni nelle quali le funzioni cerebrali risultano temporaneamente sospese.La vita mi offrì ulteriori opportunità di approfondimento attraverso il servizio di volontariato accanto ai malati terminali. In quegli anni ascoltai numerose testimonianze di persone ritornate da arresti cardiaci o da stati prossimi alla morte, le quali descrivevano esperienze sorprendentemente simili tra loro. Queste conoscenze mi permisero di accompagnare molte persone nel delicato momento del passaggio. Ricordo in particolare mia cognata Nicoletta. Nel tempo che precedette il suo trapasso riunii intorno a lei i familiari più cari affinché potesse sentirsi sostenuta da un’atmosfera di amore, serenità e gratitudine. Scelsi di vivere quel momento non come una separazione definitiva, ma come un accompagnamento dell’anima verso una nuova dimensione dell’esistenza. In Occidente si parla poco della morte e spesso la si considera un argomento da evitare. In molte culture orientali, invece, essa viene riconosciuta come parte integrante dell’esperienza umana e prepararsi a questo passaggio costituisce un percorso naturale della vita.Ho imparato che la coscienza rimane presente ben oltre ciò che siamo in grado di osservare dall’esterno. Al di là delle parole, delle convinzioni e delle teorie, l’amore continua a essere il ponte più autentico tra le dimensioni dell’esistenza. Nel corso degli anni questa consapevolezza si è ulteriormente rafforzata attraverso gli insegnamenti del Maestro spirituale Sai Baba, il quale invitava a riconoscere il proprio Sé divino quale manifestazione della Coscienza Universale.

La Morte secondo Sathya Sai Baba

L’uomo conosce tutto su ogni cosa, tranne che sulla morte. Perché si muore? “Per non morire più”: questa è la risposta. Si nasce e non si dovrebbe più nascere. L’uomo non dovrebbe morire come un animale; egli dovrebbe lasciare il mondo più felice di quando vi è entrato, pieno di gratitudine per aver gustato Dio in ogni cosa.La morte non è cattiva né buona: è solo inevitabile. Ciò che muore è il corpo, non l’occupante del corpo. Ogni corpo custodisce in sé il Purusha (Dio) e l’intero universo è immanente in esso.“Due cose occorre ricordare: la morte e Dio. E due cose si devono dimenticare: il male che ci hanno fatto gli altri e il bene che noi abbiamo fatto agli altri.”Comprendere la propria vera natura significa superare la paura della morte e riscoprire la continuità della vita. Significa comprendere che la separazione appartiene soltanto alla percezione limitata dell’io, mentre l’essenza più profonda dell’essere rimane eternamente unita alla sorgente da cui tutto ha origine. La legge del distacco è inscritta nella trama dell’esistenza umana. Accoglierla non significa rinunciare all’amore, ma comprendere che nulla di ciò che è autenticamente amato può andare perduto. La vita è un viaggio nel quale ogni esperienza, ogni incontro e ogni separazione contribuiscono al risveglio della coscienza. E forse il senso ultimo della morte è proprio questo: ricordarci che siamo molto più di ciò che crediamo di essere. Essa non rappresenta una conclusione, ma una porta aperta sull’infinito

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