Nell’anima di tutte le donne brilla e danza una dea….

dal Mediterraneo alla mia ricerca artistica: dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande

Raffaella Corcione Sandoval 29/10/2026

Ci sono parole capaci di risvegliare ricordi e intuizioni, riportandoci alle radici più profonde della nostra ricerca.
Ascoltando una testimonianza dedicata alla cultura sarda, sono rimasta colpita da una frase: «Nell’ANIMA di tutte le cose, brilla e danza una DEA…». Un’espressione evocativa che mi ha ricondotta al mio percorso artistico, alle figure del divino femminile, alla trasformazione della materia e alle corrispondenze simboliche tra microcosmo e macrocosmo.
Da questo richiamo nasce una riflessione sul legame tra il patrimonio mitologico del Mediterraneo e la mia ricerca, sviluppata attraverso linguaggi e sperimentazioni differenti, ma accomunata dal desiderio di esplorare il mistero dell’esistenza.
Le dee del Mediterraneo: mito e forza generatrice
Da Iside a Cibele, da Tanit ad Astarte, da Demetra ad Afrodite, le divinità femminili del mondo antico rappresentano per me un inesauribile patrimonio di immagini e significati. A esse si affiancano figure della religione romana arcaica, come Opi, Dia, Robigo e Carmenta, legate, secondo tradizioni e funzioni differenti, alla terra, all’agricoltura, alla protezione delle messi e alla profezia.
Non intendo ricondurre queste divinità a un’unica matrice, ma esplorarne la ricchezza simbolica, lasciando che la memoria delle civiltà antiche dialoghi con la sensibilità contemporanea.
Nella mia ricerca, il femminile diventa un’espressione della forza generatrice della vita e uno strumento per indagare le relazioni tra natura, interiorità e universo. Il Mediterraneo costituisce così un orizzonte culturale privilegiato, nel quale miti, immagini e tradizioni continuano a offrire nuove possibilità interpretative.
Infinitamente Piccolo, Infinitamente Grande
Nel 2019 ho presentato alla Galleria Italia di Parma la mostra personale Infinitamente Piccolo, Infinitamente Grande, dedicata alle relazioni simboliche tra le diverse scale dell’esistenza.
Dall’atomo al Sistema Solare, dall’essere umano alle galassie, il progetto nasce dal desiderio di esplorare le corrispondenze tra ciò che è infinitamente piccolo e ciò che appare sconfinato. Il riferimento alla tradizione ermetica e al principio simbolico secondo cui ciò che è in alto corrisponde a ciò che è in basso ha accompagnato la mia riflessione sul rapporto tra microcosmo e macrocosmo.
Nella serie, ogni opera è dedicata a una dea, la cui figura diventa occasione per interrogare le origini della vita, la dimensione interiore dell’essere umano e il mistero dell’universo.
Come ho scritto presentando il progetto:
«Il femminile diventa una chiave attraverso cui indagare la forza creatrice della vita e il mistero che lega la nostra dimensione interiore all’immensità dell’universo. Nella conoscenza di sé riconosco una via per interrogarmi sull’esistenza e sul rapporto con Dio».
L’arte si configura così come uno spazio di ricerca nel quale il mito diventa linguaggio contemporaneo e l’immagine apre domande che oltrepassano la sua stessa forma.

La Sindone Partenopea: la metamorfosi della materia

Un’altra tappa fondamentale del mio percorso è La Sindone Partenopea, scultura presentata per la prima volta nel 2005 presso il Complesso Monumentale Archeologico di San Pietro a Corte, a Salerno, nell’ambito di una mostra molto voluta dall’allora Sovrintendente Giuseppe Zampino e curata da Marco Fabio Apolloni, scrittore, antiquario e critico d’arte.
L’opera nasce da una sperimentazione tecnica da me ideata, che combina un calco in gesso con tessuto di raso cristallizzato, trasformando la stoffa in una superficie dall’aspetto marmoreo.La scultura fu allestita sospesa all’interno di un’abside di circa venti metri d’altezza, a poca distanza dai resti di un altare pagano risalente all’epoca di Arechi II. La sua forma, protesa verso il basso, dialogava con un grande specchio che ne rifletteva l’immagine, amplificandone la presenza e creando un suggestivo effetto di sospensione e di caduta.La leggerezza dell’opera si poneva così in netto contrasto con l’illusione della materia marmorea: ciò che appariva pesante, solido e immutabile si rivelava invece etereo, quasi privo di peso. Il marmo, evocato più che realmente presente, diventava un’immagine sospesa tra realtà e riflesso, in un equilibrio visivo capace di unire memoria storica, spiritualità e illusione.Mi interessava esplorare il passaggio dalla flessibilità alla rigidità apparente, dalla leggerezza del tessuto alla presenza scultorea. Questa trasformazione diventa anche una riflessione sul rapporto tra apparenza e sostanza, visibile e invisibile, presenza e traccia.
La scultura è stata successivamente esposta nella grande mostra  istituzionale Il Velo, presso il Filatoio di Caraglio, nel 2006-2007, e nel 2014-2015 alla Casina delle Civette dei Musei di Villa Torlonia, a Roma, nell’ambito di Orcalumis Vitae – le opere simulacro vivo.
La figura rappresentata è una mia interpretazione simbolica di Maria Maddalena, immaginata con un corpo di sirena e parzialmente ricoperta di foglia d’oro. Il riferimento cristiano incontra così l’immaginario mitologico, mentre il velo, in parte sollevato,  il corpo e la luminosità dell’oro contribuiscono a costruire una composizione nella quale la trasformazione della materia si intreccia con la ricerca iconografica.
L’opera diventa un luogo d’incontro tra tecnica e immaginazione, nel quale materiali e simboli concorrono a generare nuove possibilità espressive.
Un percorso tra memoria, materia e cosmo
Riguardando queste esperienze, riconosco un filo che attraversa la mia ricerca: il desiderio di superare una lettura puramente descrittiva delle forme per esplorarne le potenzialità simboliche.
Nella Sindone Partenopea, la materia si trasforma e acquisisce una nuova identità visiva; in Infinitamente Piccolo, Infinitamente Grande, le figure mitologiche diventano strumenti per indagare le relazioni tra interiorità umana e immensità cosmica.
Sono percorsi differenti, uniti dalla volontà di mettere in dialogo memoria culturale, sperimentazione artistica e interrogativi spirituali. Il Mediterraneo rimane il luogo simbolico da cui attingere immagini e suggestioni, non per riprodurre il passato, ma per trasformarlo in un linguaggio personale e contemporaneo.
La frase ascoltata quasi per caso è diventata, dunque, l’occasione per rileggere opere e intuizioni che continuano a dialogare nel tempo.
Il mio lavoro si sviluppa proprio in questo spazio di ricerca: tra mito e materia, tra la dimensione interiore e il cosmo, tra ciò che possiamo vedere e ciò che continuiamo a interrogarci.
È qui che riconosco il senso più profondo della mia esperienza artistica: trasformare la materia, dare forma alle intuizioni e lasciare che ogni opera rimanga aperta a nuove interpretazioni del rapporto tra l’essere umano, la memoria e l’universo.

Raffaella Corcione Sandoval

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