“11 settembre, un anno dopo, quale dialogo per una cultura di pace?” Intervento di Gloria Capuano,

Meeting l’Oriente incontra l’Occidente, organizzato dal Mandir della pace, Promotrice Gabriella Lavorgna Assisi 11 Settembre 2002

Questa è la traccia di quel che vorrei riuscire a dire al meeting l’Oriente incontra l’Occidente, sul tema della tavola rotonda, “11 settembre, un anno dopo, quale dialogo per una cultura di pace?” nei pochi minuti che avrò a disposizione. La premessa è quella di obbligarsi al coraggio delle proprie opinioni, a costo dell’impopolarità e peraltro anche di sbagliare; altrimenti, anzi che galleggiare su luoghi comuni, “pacchetti tutto incluso”, sarebbe preferibile restarsene a casa. Per entrare nel merito accenno a quelli che sono i miei presupposti teorici e dico che la iattura dell’umanità è il dover agire nell’emergenza (per azione intendendosi non soltanto quella puramente fisica, ma anche quella intellettuale e di compromissione affettiva). Questo dover agire sembra mimare il mondo animale che in caso di calamità naturali o non, incendio, inondazioni, scosse telluriche, o altro, si muove in branco cercando la salvezza e forse se la cava meglio di noi, che allo stato attuale delle cose non sapremmo proprio dove poter fuggire. L’ho definita iattura perché a questa azione non sempre, per non dire mai, corrisponde una approfondita consapevolezza, e che per tale ragione essa finisce per adeguarsi troppo spesso alla insistenza spesso violenta di chi veicola le correnti d’opinione di massa. Per spìegare l’importanza di questo dato, uso ricorrere all’immagine di un Pronto Soccorso che non avesse alle spalle la mole di verifica e di sperimentazione delle cliniche, a loro volta calibrate sull’incessante iter della Ricerca; risulterebbe un soccorso inadeguato e fors’anche dannoso. Quanto ho detto si avvale dell’esperienza della mia generazione che ha vissuto il fascismo, il comunismo, il nazismo, la terribile guerra fredda, il terrorismo nostrano e il terrorismo dell’ OLP del primo Arafath e che per questo dispone di tutto un bagaglio di sofferenza patita di fronte a scelte e a partecipazioni senza il supporto della consapevolezza indispensabile. Ma quali sono le componenti di questa consapevolezza? Ne individuo almeno quattro, ma saranno certamente di più: una approfondita conoscenza storica, i tempi di riflessione, una visione olistica dell’esistenza, una vissuta evoluzione interiore. Ma già si pone il primo interrogativo: “conoscenza storica”, certo, è fondamentale, ma di quale storia vogliamo parlare? quella dei governi, degli ideologi, dei dittatori, dei tribuni, o la storia dei popoli? o ancora degli uomini ma anche e soprattutto delle donne e dei loro bambini, o la storia dell’ambiente che ospita l’umanità? Oggi molto più di prima si ripropone il quesito, obbedienza o disobbedienza ? A chi obbedire e a chi non obbedire? Quando e come sarà mai possibile liberare l’uomo dalla qualità di esecutore di altrui disegni? E’ sufficiente riporre ogni speranza in un allargamento della democrazia, insieme con una sua stessa evoluzione? O anche: si fa abbastanza per questo allargamento e per questa evoluzione? lo ne dubito, vedo prevalere un andare contro viscerale per vecchie mode culturali ma senza un contrappeso propositivo. Quanto ai tempi di riflessione assistiamo al curioso e deprimente dato che accorciandosi le distanze della comunicazione scemano purtroppo sempre di più anche i tempi per la riflessione che invece sono di primaria importanza. Un elemento di consapevolezza fondamentale è quello di percepire fino in fondo l’essenza olistica della vita. Non credo di doverlo in questa sede dimostrare; del resto anche nella politica della quotidianità si avverte un forte stridore ed un blocco prospettico di pericoloso carattere involutivo quando non si tiene conto di questa realtà. Infine l’evoluzione interiore: è il valore disgraziatamente quasi del tutto estraneo al pragmatismo politico tradizionale, sia essa concepita come evoluzione mentale o psichica, o coscienziale, o spirituale, o mistico-religiosa o altro ancora. E’ questo tipo di evoluzione ad avere la possibilità di un profondo cambiamento dì cultura, ma i suoi tempi non sembrano essere efficacemente competitivi con i rapidi tempi distruttivi della pura razionalità umana. In definitiva a me sembra sia necessario un vero e proprio accerchiamento attraverso i più vari percorsi per trasformare l’aspirazione alla pace in metodiche concrete. E’ da questa introduzione che vengo al tema terrorismo che praticamente mette in campo la questione palestinese (anche se tale connessione è quanto mai complessa e discussa e da alcuno contestata). Sta di fatto che il punto cruciale, il terrorismo selettivo sulla popolazione, resa così veramente martire dal “martire” esecutore di una condanna ideologica, o è episodio esponenziale che ci si augura non doversi più ripetere, o è invece il trasferimento da una abietta cultura di guerra, ad una ancora infinitamente più abietta cultura del terrorismo. Qui intendiamo considerare la cosa genericamente circoscrivendola alla questione palestinese che sotto molti versi la rappresenta.. Nella questione palestinese vedo balzare evidente l’impotenza delle rivendicazioni di carattere violento agli effetti di qualsiasi soluzione e di qualsiasi tentativo di promuovere un dialogo per la pace, nonostante che il connotato della violenza continui a conquistare purtroppo le prime pagine dell’informazione. Infatti questo mezzo di lotta non ha sortito alcun effetto che abbia avuto una valenza d’invito alla ragionevolezza, ammesso che tale intento fosse contemplato. Direi di più, mi sembra che pur rimanendo la violenza-spettacolo privilegiata protagonista dei media pare aver superato la soglia di attenzione del “pubblico” come se la dotazione di pietà d’ognuno avesse oltrepassato anche la soglia di possibile saturazione della pietà per dare spazio piuttosto a un disperato e disgustato rigetto. Data per buona la premessa dell’impotenza delle rivendicazioni suffragate dalla violenza, almeno in questo caso (come in tanti altri casi storicamente verificabili), la mia risposta al quesito di questa tavola rotonda , “quale il dialogo per una cultura di pace”, è quella di auspicare un miracolo di decantazione dalle ragioni e dalle passioni, nella psiche delle due parti in contesa. Ma una liberazione di questo genere necessita di aiuto, di molto aiuto e prima di tutto che la platea mondiale che più ha seguito questo scontro cessi di alimentare le passioni, quindi l’odio tra le parti. Se penso al comportamento dell’opinione pubblica, così come a quello dei media, e a quello di molte confessioni, la mia opinione è che siano state di grande danno ed ostacolo a qualsiasi soluzione pacificatrice in Medio Oriente. Tutte le volte che l’opinione pubblica ha parteggiato per l’una o per l’altra parte, ha di fatto legittimato ora il terrorismo, ora la risposta armata israeliana, anche se a parole le condannavano. Quanto ai media non sono necessarie molte parole; è oramai notorio che basta scegliere una foto anzi che un’altra, scattarla in un modo invece che in tutt’altro modo, fare un preciso commento scelto tra tutt’altre possibilità di commento, o anche una sola parola e la sua stessa intonazione, per indurre messaggi arbitrari, sommari, mistificanti, semi di successiva violenza. Infine ad onta degli ammirevoli interventi degli Uomini di Chiesa, instancabilmente imploranti la pace, ogni volta che contestualmente si è invocata anche la giustizia, l’importanza dell’intervento è scemata in una dimensione banalmente laica. Già la quotidiana Giustizia cui facciamo capo sappiamo non ricercare tanto la verità quanto una verità dimostrabile, se poi come in questo caso trattasi di una dimensione politica, gli Uomini di Chiesa l’avrebbero dovuta lasciare ai laici, molto di più essendo in loro potere, nel cercare e individuare con petulanza certosina, con instancabile e insistente e dotta perseveranza, tutti i momenti e tutti i caratteri storici e di costume che hanno accomunato e che potrebbero ancora accomunare Palestinesi e Israeliani. In una parola avrebbero cioè dovuto esaltarne le potenzialità e il destino di fratellanza. Solo quando si è passati finalmente dal “Non c’è pace senza giustizia” al “Non c’è pace senza perdono” ho tirato un profondo respiro di sollievo: avevo ritrovato la religione. Ma ammettendo che si riesca con l’aiuto di tutti a segnalare l’esistenza di questa strada di liberazione dalle ragioni e dalle passioni, è anche necessario evidenziare il diverso parametro cui le parti dovrebbero attenersi. Se si continuerà a porre su i due piatti della bilancia le ragioni e le passioni altro non faremmo che rafforzare una contabilità orribile e devastante che consoliderebbe e renderebbe sempre più rigide le opposte posizioni. Ed è proprio questo da evitare. L unico parametro che riesco a intravedere, sul quale sarebbe possibile fare incontrare le parti è quello del dolore. Ma non quel dolore commisurato banalmente dalla consueta superficialità mediatica secondo la diversa entità numerica delle vittime (argomento complesso da analizzare con ben differenziate riflessioni); mi riferisco a quel dolore speculare dei palestinesi e degli israeliani che li unisce indissolubilmente non esistendo l’uno senza l’altro, indistinguibili per l’eguale gravità e qualità, e per lo stesso senso di disperata impotenza e altrettanto disperata speranza. I piatti della bilancia si fermerebbero alla stessa altezza e rimarrebbero immobili, quand’anche le vittime continuassero monotonamente a moltiplicarsi all’infinito. Quale il suggerimento: un vero clamore progettuale. Progetti a tutti i livelli, da ogni sorta di partecipazione della società civile, su cui discutere sostenuti da un unico sentimento: quello dì una fredda, lucida, categorica irriducibile volontà di pace. In questa complessiva e complessa ottica ho ideato il Giornalismo dì Pace.

N.d.R. Fin qui il testo dell’intervento che la giornalista Gloria Capuano ha tenuto ad Assisi al quale ha aggiunto la considerazione sul cosiddetto scontro di civiltà che, secondo lei, non esiste.

shantij

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