DIALOGHI TRA ORIENTE E OCCIDENTE INCONTRO INTERRELIGIOSO-CONVERSAZIONE TRA IL REVERENDO ALVIN V. P. HART E SATYARAJA DASA ADHIKARI

SOMMARIO INTRODUZIONE del REVERENDO ALVIN V. P. HART
3 CAPITOLO UNO 4

*LA RELIGIONE E’ UNA SOLA* 4

*MONOTEISMO* 4

*NON SIAMO QUESTO CORPO* 4

*IL COMANDAMENTO PIÙ ELEVATO* 4

*LA REINCARNAZIONE* 4

*8 MILIONI E 400 MILA SPECIE* 4

*EVOLUZIONE SPIRITUALE* 4

*LA DESTINAZIONE FINALE* 4

CAPITOLO DUE 11

*VEGETARIANESIMO* 11

*FEDE E AZIONE* 11

*COMPASSIONE E MISERICORDIA* 11

*ARISTOTELE E TOMMASO D’AQUINO* 11

* “NON SIATE TRA COLORO CHE BEVONO VINO” * 11

*SAN FRANCESCO* 11

*DOMINIO* 11

*IL BENE DI TUTTE LE CREATURE* 11

CAPITOLO TRE 17

*CANTARE IL SANTO NOME* 17

*LA COSCIENZA DI KRISHNA* 17

*ASPETTI PRIMARI E SECONDARI DI DIO* 17

*KRISHNA E’ UNA PERSONA* 17

*L’IDOLATRIA* 17

*YAHWEH E VISNU* 17

*GARUDA E CHERUBINO* 17

*L’IMPORTANZA DELLA SUCCESSIONE DEI MAESTRI* 17

CAPITOLO QUATTRO 25

*BHAGAVAD-GITA* 25

*HATHA YOGA* 25

*DIOGENE E I PIACERI DEI SENSI* 25

*LE QUATTRO ERE E LO YUGA DHARMA* 25

*RAMANANDA ROY E IL RIFIUTO DELLA GITA* 25

CAPITOLO CINQUE 31

*LA VENUTA DI GESÙ E’ PREDETTA NEI VEDA?* 31

*BRAHMAN, PARAMATMA E BHAGAVAN* 31

*IL REGNO DI DIO* 31

*LA PREGHIERA CRISTIANA* 31

*CHE COS’È L’OM?* 31

*CANTARE HARE KRISHNA* 31

*CHI E’ RADHARANI?* 31

CAPITOLO SEI 37

*SRI CAITANYA E GESÙ CRISTO* 37

*VASUDEVA DATTA* 37

*L’ESTASI DELLA DEVOZIONE* 37

*MAHABHAVA E LA SCIENZA DELLA DEVOZIONE* 37

*AMORE PER DIO IN SEPARAZIONE* 37

*LA META PIÙ ELEVATA* 37

INTRODUZIONE del REVERENDO ALVIN V. P. HART
A differenza di molti miei colleghi, ho sempre ritenuto impor­tante riconoscere le differenze tra i membri delle diverse religio­ni del mondo. Di primo acchito, lo so, il mio punto di vista può sembrare piuttosto intransigente. In senso tradizionale, potrebbe apparire addirittura “non cristiano”, dato che un vero cristiano dovrebbe essere capace di passare sopra le differenze tra le gente e, anzi, di capirle.

Ma è proprio questo il punto. La mia tesi è che le differenze si possono capire e superare solo se prima ne abbiamo preso coscienza. Altrimenti risulta alquanto impossibile.

Sebbene molti sostengano che sia lodevole lasciare cadere le differenze e fingere che non esistano, sono poi spesso queste stesse persone che cadono vittima del pregiudizio e dell’esclusi­vismo religioso, al punto che la loro affermazione iniziale suona assurda. Poiché negano con superficialità qualsiasi differenza, di fatto tali persone si negano l’opportunità di sviluppare la comprensione o l’apprezzamento delle differenze.

Nel mio dialogo con Satyaraja Dasa, mi è stato dato di incontra­re uno spirito gemello, un’anima che, come me, apprezza le dif­ferenze (e le somiglianze) che esistono tra le grandi religioni del mondo. Nel corso di quattro anni, abbiamo dato vita a numerosi incontri interreligiosi, che, cominciati in modo abbastanza for­male, si sono poi trasformati in amichevoli conversazioni. Questo sta a testimoniare la validità della mia ipotesi. Satyaraja ed io abbiamo sviluppato una vicinanza attraverso le nostre dif­ferenze.
Dopo alcune conversazioni iniziali, abbiamo deciso di registrare i nostri incontri, essenzialmente per tenerli come archivio da consultare. Di recente, però, decisi di proporre a Satyaraja di trasformare in un libro le nostre conversazioni. Quando gli par­lai della mia idea, mi disse ridendo che aveva già trascritto diversi degli incontri registrati: aveva avuto la stessa mia idea diverse settimane prima. Eravamo sulla stessa lunghezza d’on­da.

E adesso è qui per voi. Una trascrizione accuratamente redatta di ore di dialogo interreligioso.

Chi si interessa di scienze socia­li e discipline classiche senza dubbio troverà interessante questo libro. Credenti e aspiranti ricercatori – di entrambe le tradizioni, orientale e occidentale – troveranno anch’essi questo dialogo degno di attenzione. Tuttavia la comunicazione interdisciplinare vivace e amichevole registrata in queste pagine troverà la massi­ma risonanza nel cuore di coloro che desiderano seriamente capire il loro prossimo. E se da tale comprensione nascerà la stima, entrambi Satyaraja ed io considereremo questo piccolo libro un grande successo.

CAPITOLO UNO

*LA RELIGIONE E’ UNA SOLA*

*MONOTEISMO*

*NON SIAMO QUESTO CORPO*

*IL COMANDAMENTO PIÙ ELEVATO*

*LA REINCARNAZIONE*

*8 MILIONI E 400 MILA SPECIE*

*EVOLUZIONE SPIRITUALE*

*LA DESTINAZIONE FINALE*

Rev. Hart: L’ultima volta che ci siamo incontrati, hai citato un verso della Bibbia: “Tutte le scritture sono rivelate per ispirazio­ne di Dio, e contengono insegnamenti utili per la dottrina…” (II Timoteo 3. 16/17). Francamente, come forse ricordi, io non ero del tutto d’accordo con la tua interpretazione. Tu citavi il verso per dimostrare che potenzialmente un cristiano potrebbe basarsi sui testi sacri dell’Oriente, cioè le scritture vediche, per com­prendere la Verità Assoluta. Anche se può essere vero che i testi sacri dell’Oriente servono allo stesso scopo, non penso tu possa ricorrere a quella citazione del Nuovo Testamento per sostenere il tuo punto di vista. La tua tesi, tuttavia, non era senza fonda­mento. Dicevi che anche la letteratura vedica è una scrittura sacra e la Bibbia, in quel versetto, si riferisce a tutte le scritture sacre. Per tradizione, però, quel verso si riferisce solo al Vecchio Testamento, o meglio, alla letteratura del Vecchio Testamento. Perlomeno, è questa l’interpretazione comune. Ad ogni modo, dopo averne discusso con te, ho riflettuto a lungo: perché la Bibbia direbbe “tutte le scritture”, se voleva riferirsi solo ai testi biblici? Forse che i profeti e i redattori della Bibbia non conoscevano la letteratura vedica, che precede la tradizione biblica di molte generazioni? Non credo.

Ad ogni modo, non ero ancora completamente d’accordo con te e, passando in rassegna vari testi, ho trovato una splendida affermazione nel Libro dei Mormoni, un testo, per altro, con il quale io non ho molto a che fare, e che solo raramente ho con­sultato.

Satyaraja Dasa: Che cosa hai trovato?

Rev. Hart: Ho trovato un passaggio che mi è piaciuto molto, sebbene decisamente confermi il tuo punto di vista. Te lo leggo: “Sappiate che esiste più di una nazione. Sappiate che io, il vostro Signore, ho creato tutti gli uomini e che ricordo coloro che sono sulle isole del mare, e che governo in cielo, sulla terra e sotto la terra. Ho divulgato la mia parola ai figli degli uomini e persino in tutte le nazioni della terra. Sappiate che la testimo­nianza di due nazioni è una testimonianza a voi che io sono Dio, e che ricordo una nazione e ricordo anche l’altra. Ovunque io parlo la stessa parola a una nazione come all’altra, ovunque le mie parole sono portate sia in una nazione sia in un’altra. E quando le due nazioni giungeranno insieme, la testimonianza delle due nazioni diverrà unica. E poiché Io ho enunciato un verbo non dovete supporre che non possa enunciarne un altro, perché la mia missione non è ancora finita. Né sarà terminata fino alla fine dell’uomo”.

Satyaraja Dasa: È bellissimo….

Rev. Hart: Aspetta, il verso continua: “Poiché voi avete la Bibbia non dovete pensare che contenga tutte le Mie parole. Né dovete supporre che Io non abbia scritto nient’altro. Poiché Io comando tutti gli uomini, sia a oriente sia a occidente, al nord e al sud, e sulle isole del mare, loro scriveranno le parole che io dico e che rivolgo loro”. Non che io accetti questa come una rivelazione divina, o qualcosa di simile, ma suona indubbiamen­te vero. Penso che un’affermazione simile aggiunga credibilità alla tua tesi, alla letteratura vedica e agli altri testi sacri dell’o­riente.

Satyaraja Dasa: Sì, la religione è una sola e viene rivelata in vari modi, selettivamente in accordo al tempo e alle circostanze, ma l’essenza è la stessa. Prendi, per esempio, un dizionario. Esiste l’edizione ridotta, il dizionario tascabile, o il dizionario completo, come quello sulla tua scrivania. La conoscenza è la stessa, ma il dizionario più grande e completo offre maggiori dettagli, spiegando tutte le sfumature del significato di ogni termine.

Il punto è trovare il corpo di insegnamenti che ci offre la rivela­zione più ampia e completa. Gesù stesso mostra abbastanza chiaramente i limiti della rivelazione cristiana: “Vi devo dire ancora molte cose, ma le vostre orecchie non potrebbero com­prendere. ” (Giovanni 16.12)

Rev. Hart: Sì, sebbene Egli abbia impartito una conoscenza più intima e profonda ai Suoi discepoli, di fatto la tradizione biblica nel suo insieme consta di un corpo di parabole, e sembra che esista una difficoltà oggettiva nel trovare una maniera coesi­va e sistematica per individuare le verità originali più profonde. A sostegno della tua tesi ti interesserà sapere che la Bibbia cita Gesù, che dice: “Se non avete fede quando vi parlo di cose materiali, come potrete credere quando vi parlo di verità spiri­tuali? (Giovanni 3.12)

Satyaraja Dasa: Esatto, ma Krishna dice nella Bhagavad-gita: “Ora ti rivelerò completamente questa conoscenza del fenome­no e del noumeno, fuori dalla quale nient’altro resta da conosce­re. ” (B.G. 7.2) Esiste un metodo chiaro e sistematico per rag­giungere questo livello di realizzazione di Dio, si chiama coscienza di Krishna. Come vedi, la tradizione vedica ha molto da offrire.

Rev. Hart: Quando parli di ‘tradizione vedica’, mi sembra di capire che intendi qualcosa di più di un’antiquata religione indiana. Dimmi se ho ragione: dalle nostre recenti conversazioni è emerso – se posso riassumerlo così – che esisteva una antica tradizione monoteista, conosciuta come Vaisnavismo, o adora­zione di Visnu, e ad essa ci si riferiva come sanatana dharma, o ‘la funzione eterna dell’anima’. La cultura sacra e la letteratura che delucidano queste verità sono considerate ‘la tradizione vedica’. È giusto?

Satyaraja Dasa: Sì.

Rev. Hart: La cosa interessante, per quanto mi riguarda, è che con uno sguardo veloce alla storia della religione, appare evi­dente che l’ebraismo, il cristianesimo e l’Islam sono le uniche religioni monoteiste esistenti, o almeno, le prime tre. Ora però mi è chiaro che hanno avuto un precursore nella tradizione vedi­ca (vaisnava) dell’antica India. È una realtà affascinante. Come cristiano, sono incuriosito da una cultura antica che professa l’amore per Dio, specialmente quando si parla dello stesso ‘unico Dio Supremo’, con il Quale ho familiarità anch’io. E tutto que­sto già esisteva prima delle origini giudaico-cristiane comune­mente accettate, non ne dubito. Ma com’e andata a finire? Perché la religione indiana ha cessato di essere accettata come monoteista?

Satyaraja Dasa: Il processo originale per amare Dio era più specificamente chiamato bhakti yoga, o ‘scienza del servizio di devozione’. Al contrario di quello che si crede, la prima religio­ne monoteista ebbe origine in India – come stavi appunto riassu­mendo – ed essa si basava sul bhakti yoga, il servizio al Signore, Krishna. La visione di un Dio onnipotente era parte integrante della cultura vedica originale, come risulta chiaramente dagli scritti iniziali della letteratura vedica, e su questo concordano la maggioranza degli studiosi.

Tuttavia, sotto l’influenza del pensiero buddista nel V secolo a. C., e con gli insegnamenti monisti (tutto è uno) di Sankara nel VIII secolo d. C., la concezione vedica originale si oscurò. Ne seguì quello che è oggi conosciuto come ‘induismo’, con la sua pletora di dei e l’aspirazione ultima a fondersi nel Supremo. Prima che si manifestassero queste interpretazioni secondarie del culto della bhakti originale, l’amore e la riverenza per un Dio unico e supremo, conosciuto con una varietà infinita di nomi, ma principalmente come Krishna, permeavano la tradi­zione vedica, precedendo di qualche secolo le tre religioni monoteiste che abbiamo appena citato, cioè l’ebraica, la cristia­na e la mussulmana.

La tradizione vedica originale non è mai morta, è rimasta oscu­rata per qualche tempo e oggi sta di nuovo prosperando. In India si contano letteralmente milioni di persone che seguono questa via, e in occidente essa è onorevolmente rappresentata dall’Associazione Internazionale per la Coscienza di Krishna (ISKCON).

Rev. Hart: I seguaci di quest’antica tradizione monoteista avrebbero apprezzato ciò che Gesù chiamò “il primo e più ele­vato comandamento”: ama Dio con tutto il tuo cuore, la tua anima e la tua mente. Il secondo importante comandamento in accordo a Gesù dice la stessa cosa: “ama il prossimo tuo come te stesso”. Sono proprio curioso di sapere come tu, in quanto moderno praticante dell’antico bhakti yoga, o sistema vaisnava, interpreti il comandamento di Gesù.

Satyaraja Dasa: Il primo comandamento è sinonimo dell’es­senza del bhakti yoga. Tuttavia, esso è espresso nella sua pie­nezza nella letteratura vedica. La Bibbia, che si potrebbe consi­derare come un supplemento ai Veda, dà alcune indicazioni su come soddisfare l’ordine di amare Dio. ConoscerLo significa amarLo, e non si può conoscerLo meglio che attraverso i testi vedici. Ma non è un soggetto da discutere così, bisogna fare un serio studio comparativo.

Rev. Hart: Sì, penso che, in un certo senso, i Veda offrano mag­giori informazioni e quindi facilitino le cose. Come tu dici, conoscere Dio significa amarLo, cioè, se Lo conosci davvero non puoi fare a meno di amarLo, perché è l’Essere più meravi­glioso…

Che cosa mi dici riguardo al secondo comandamento, “ama il prossimo tuo”?

Satyaraja Dasa: È un insegnamento degno di rispetto. Gesù fa una distinzione tra amare Dio e amare il prossimo, che Gesù dice è ‘come’ amare Dio. Una differenza però esiste, quindi noi non mostriamo a Dio che Lo amiamo amando il nostro prossi­mo, anche se questo fondersi dei due comandamenti viene comunemente dato per assunto nei circoli cristiani. Mi segui?

Rev. Hart: Sì, certo. Io penso che un cristiano maturo conosca la differenza, almeno per quanto mi riguarda è così. Altrimenti, amare Dio e amare l’uomo sarebbero la stessa cosa, ma è impli­cito nell’affermazione di Gesù che non è la stessa cosa. Allora, come mostriamo a Dio che Lo amiamo? Attraverso la preghiera Satyaraja Dasa: La preghiera è indubbiamente un modo per mostrare a Dio che Lo amiamo, però io propongo qualcosa che mette insieme i due comandamenti, e che può essere riassunto in breve come: diffondere il verbo, predicare.

Che cosa significa davvero aiutare un altro essere vivente o amare il prossimo? Appena ci poniamo la domanda siamo asfis­siati da una serie di luoghi comuni: assistere i senza tetto, dar da mangiare agli affamati. Sono tutte indubbiamente attività lode­voli, ma tali azioni possono essere considerate ‘virtuose’ solo da chi non è molto introspettivo. Capisco che la mia affermazione possa sembrare piuttosto azzardata, ma analizziamo la questione in questi termini: possiamo davvero considerare un atto d’amore trascendentale il gettare una corda a un uomo che affoga? O dare da vestire o da mangiare a qualcuno? Siamo davvero ridotti al punto di dover considerare la normale reazione umana alle sofferenze del nostro prossimo come un virtuoso sacrificio ‘cri­stiano’, cioè l’osservazione del secondo comandamento?

Purtroppo la risposta è un sonoro Sì! E così il comandamento biblico di amare il prossimo si riduce a una basilare reazione umana di fronte alla sofferenza altrui. E ancor più grave, confi­na il comandamento di amare il prossimo al piano corporale. Così però il comandamento è soffocato e non può manifestare il suo potenziale divino.

Eccoci dunque al cuore della mia argomentazione: diamo nuova vita a questo comandamento, o meglio, restituiamogli la sua vitalità originale riportandolo sul piano spirituale. Se si tratta di un comandamento religioso, dovrebbe rivolgersi non solo al corpo, ma anche all’anima eterna.

Il mio punto è quindi che la vera essenza dell’amore cristiano – e di tutto l’amore – consiste fondamentalmente nel condividere con gli altri la conoscenza di Dio. Amare il prossimo si esprime al meglio nel comunicare agli altri gli insegnamenti della coscienza di Dio. In questo modo si può allo stesso tempo dimostrare al meglio il proprio amore per Dio.

Rev. Hart: Sono completamente d’accordo con te. Passiamo oltre, sono interessato alla tua concezione dell’anima. Hai men­zionato un’interpretazione di questi comandamenti basata sul­l’anima in contrapposizione, o in aggiunta, a quella materiale. Si tratta di un concetto essenziale, almeno dal mio punto di vista. Tommaso d’Aquino, come sai, ha detto molte cose sull’a­nima…

Satyaraja Dasa: Ma tutte così confuse. Parlava di un’anima vegetale, di una animale e di un’anima razionale.

Rev. Hart: È vero. All’inizio sosteneva che gli animali e perfi­no le donne non potevano essere annoverate tra le anime razio­nali. Non sto dicendo che sono d’accordo con quello che lui ha detto dell’anima. Sono un episcopale, non un cattolico!

Satyaraja Dasa: La concezione vedica dell’anima è molto più chiara, non ci sono tre tipi di anima, come affermava erronea­mente D’Aquino. La sua confusione nasce da una errata identi­ficazione con il corpo. Poiché vedeva basicamente tre tipi di corpo, ne concluse che ad essi corrispondevano tre tipi di anima. L’anima però, essendo spirituale, è di un’unica natura, perché nel regno dello spirito non esiste la dualità.

Secondo il Brahma-vaivarta Purana, esistono 8 milioni e 400 mila specie viventi, o forme corporee, e lo stesso ‘tipo’ di anima trasmigra attraverso ciascuna di esse con una evoluzione gra­duale, fino a raggiungere la forma umana, che è una specie di porta attraverso la quale possiamo raggiungere la trascendenza, oppure ridiscendere nella catena delle specie. Le attività pie ci elevano alla forma umana mentre quelle empie ci rimandano indietro. Questa della causalità è una legge di natura che si chia­ma karma: in accordo ai nostri meriti o demeriti noi trasmigria­mo da un corpo all’altro.

Rev. Hart: La reincarnazione? Questo è un principio molto interessante, con una lunga storia nella cristianità… e anche piuttosto controverso… Tu sai che, sebbene San Tommaso D’Aquino non sia certo conosciuto come un sostenitore della reincarnazione, nel suo Summa Teologica egli descrive le anime dipartite che raggiungono le loro rispettive destinazioni dopo la morte. D’Aquino afferma che gli esseri viventi hanno la tenden­za a ‘sprofondare’ (gravitas) e ad elevarsi (levitas), ma non si sa con esattezza che cosa volesse dire.

Nella Seconda Lettera di Pietro, viene utilizzato il termine exi­tus (exit, o uscita) con il significato di ‘morire’. L’espressione implica che esiste qualcosa che al momento della morte se ne va, esce dal corpo. La reincarnazione spiegherebbe moltissime cose, come per esempio, dove va l’anima dopo la morte. Dopo tutto, è poco probabile che un Dio misericordioso mandi un pec­catore all’inferno dopo una sola vita in questo mondo folle… Ci vuole tempo…

Satyaraja Dasa: Sì, secondo la tradizione vedica, noi, cioè l’a­nima, non moriamo, ma siamo solo, per così dire, riciclati.

Rev. Hart: [ridendo] Anche molti filosofi della Chiesa dei primi secoli accettavano la reincarnazione. Secondo me è una spiegazione logica di ciò che accade al momento della morte. Dopo tutto, la prima legge della termodinamica – la legge della conservazione dell’energia – conferma che l’energia non può essere né creata né distrutta, quindi che cosa succede al momen­to della morte all’energia che anima il corpo?

Satyaraja Dasa: Una domanda retorica, non ci sono dubbi.

Rev. Hart: Certo, la reincarnazione è una risposta accettabile e i primi padri della Chiesa lo sapevano. Ti interesserebbe sicura­mente studiare la storia di come la cristianità moderna giunse a rifiutare la dottrina della reincarnazione. Un noto teologo cri­stiano approfondisce questo argomento nel suo libro Reincarnation in Christianity (La reincarnazione nella cristia­nità). Un testo eccellente.

Satyaraja Dasa: Da quanto mi risulta, la prima Chiesa era influenzata da Platone, il che avrebbe dovuto dare ancora mag­giore enfasi alla credenza della reincarnazione.

Rev. Hart: La dottrina cristiana era essenzialmente platonica fino ai tempi di Tommaso D’Aquino, quando la filosofia aristo­telica cominciò a infiltrarsi negli insegnamenti della Chiesa. Ma, fino ad allora, la Chiesa ‘platonica’, e lo stesso Platone, sostenevano fermamente la verità della reincarnazione. Fu solo nel VI secolo d. C. con il Quinto Concilio Ecumenico, anche conosciuto come Secondo Concilio di Costantinopoli, che tale dottrina venne abbandonata.

Satyaraja Dasa: Perché venne abbandonata?

Rev. Hart: È difficile dirlo… ci sono diversi problemi… Essenzialmente fu a causa di un editto papale, che fu a sua volta indotto dai politici che esercitavano il potere a quei tempi, in particolare l’imperatore Giustiniano. Sembra che gli uomini al potere temessero che la gente potesse diventare troppo rilassata nei propri sforzi per raggiungere la perfezione, se avessero avuto a disposizione più di una vita per diventare ‘perfetti cri­stiani’. Si sarebbero dati a una vita peccaminosa, pensando: “Mi pentirò nella prossima”. Così si decise di cancellare la dottrina della reincarnazione e tutti i versi che vi facevano riferimento furono cancellati dalla Bibbia… Ad ogni modo, questa è la ver­sione migliore; ne esiste anche un’altra molto più sinistra che riferisce di intrighi e interessi politici. Comunque sia, quella è la storia, e noi non possiamo fare molto al riguardo.

Satyaraja Dasa: Be’, possiamo dire la verità alla gente eviden­ziando la logica e l’origine della dottrine della reincarnazione nelle scritture sacre. La tradizione vedica è scevra di influenze politiche, almeno a livello spirituale e filosofico.

I devoti che si occupano dell’organizzazione e dell’amministrazione possono doversi sporcare le mani in qualche misura, ma solo per questio­ni organizzative, mai per quanto riguarda la teologia e l’erme­neutica.

Rev. Hart: Sì, ma come si riceve la conoscenza? Sicuramente si dovranno usare le proprie capacità intellettuali e speculative. I leader politici puntano a influenzare il nostro modo di pensare, e di conseguenza a dirigere il nostro pensiero filosofico…

Satyaraja Dasa: No, questo vale per l’occidente, anzi, è pro­prio la storia della cultura del mondo occidentale e la perversio­ne della tradizione giudaico-cristiana. In oriente, invece, e soprattutto nella cultura vaisnava, si guarda ai brahmana, alla classe pura degli intellettuali e dei sacerdoti, per riceverne la direttive superiori, mai ai politici.

Nella cultura vedica esistono dei pramana di base, dei metodi istituzionalizzati per acquisire la conoscenza, il che rende molto difficile a un leader politico esercitare la sua influenza. Il pra­mana più importante è sruti, o sabda, che significa testimonian­za o rivelazione valida, cioè in accordo con ciò che dicono le scritture e il puro devoto nella linea della successione disciplica. Rimane poco spazio a un’influenza esterna.

Rev. Hart: Quali sono gli altri pramana?

Satyaraja Dasa: Ci sono pratyaksa, la percezione sensoriale, anumana, la deduzione; inoltre a volte vengono presi in consi­derazione anche upamana, l’analogia; abhava (anche detta anu­palabdhi), la prova per mancata esistenza o mancata percezione; e arthapatti, la deduzione dalle circostanze. Jiva Goswami con­sidera anche arsha, le affermazioni dei santi e dei saggi; sambhava, la probabilità; aitihya, la conoscenza tradizionale; e chesta, il modo di gestire. Tra molte di questi pramana esistono solo differenze sottili, ma tutti hanno il loro ruolo quando si trat­ta di acquisire la conoscenza. Le persone che si dedicano alla ricerca spirituale si basano principalmente sul processo dello shabda, poiché esso è considerato infallibile, soprattutto se rice­vuto nel modo corretto.

Rev. Hart: Dimmi, prima hai menzionato 8 milioni e 400 mila specie. Capisco che si tratta di conoscenza vedica, un’afferma­zione delle scritture, cioè quello che si definisce come shabda tra i pramana che mi hai appena enumerato. Non riesco a capire come possa essere vero, perché sembra che esistano solo poche specie; almeno secondo quanto mi è sempre stato dato di capire. Satyaraja Dasa: Sì, le 8 milioni e 400 mila specie si riferiscono alle varietà di .specie. Se invece consideriamo le categorie prin­cipali, sono solo sei: acquatici, piante, insetti, uccelli, animali e umani.

Rev. Hart: Così mi sembra più comprensibile.

Satyaraja Dasa: Sì, secondo il padma purana esistono 900 mila specie di acquatici, 2 milioni di tipi di alberi e piante, 1 milione e 100 mila specie di insetti, 1 milione di specie di uccel­li, 3 milioni di specie animali e 400 mila specie umane – molte le incontriamo proprio qui a New York.

Rev. Hart: [ridendo] D’accordo, esistono 8 milioni e 400 mila varietà di specie. Ma, un momento, hai detto 400 mila specie umane? Com’è possibile?

Satyaraja Dasa: A differenza della biologia contemporanea, i criteri di differenziazione su cui si basano i testi vedici non sono solo l’apparenza fisica esteriore o la natura morfologica di per sé. Il fattore distintivo fondamentale è dato dal livello di coscienza,… e di questi ce ne sono molti…

Rev. Hart: Capisco, sono molte informazioni nuove da assimi­lare. Facciamo un passo indietro.

Quindi, attraverso un’evolu­zione naturale arriviamo alla forma umana… uhm…

Assomiglia all’enunciato di Origene, uno dei primi padri della Chiesa, il quale affermava che, quando un’anima cade dal mondo spirituale, per prima cosa si incarna in un angelo – tu diresti, come Brahma o un deva superiore – poi, al contatto con le passioni irrazionali connaturate alla vita materiale, egli cade nelle specie inferiori, per poi evolvere gradualmente fino alla forma umana. L’evoluzione è naturale. A questo punto – la forma umana – l’essere diventa responsabile delle proprie azio­ni, ed è qui che entra in gioco anche il karma – la legge di azione e reazione – e l’anima si eleva o si degrada, in paradiso o all’inferno, a seconda delle sue attività e della sua fede in Dio.

Satyaraja Dasa: Questa è la stessa verità dei Veda, che la approfondiscono ulteriormente. ‘Su o giù’, come hai detto, si riferisce alla vita di questo mondo; ci sono pianeti paradisiaci e pianeti infernali, e, in accordo alle proprie azioni e alla propria fede in Dio o mammona, si ottiene un corpo su uno di questi pianeti. Si va su o giù.

Krishna però insegna a trascendere il ‘su e giù’ di questo mondo. Egli dice: “Chiunque al momento della morte lascerà il corpo pensando a Me soltanto, raggiungerà il regno di Dio”. Tale stato si raggiunge raramente, e sia la Bibbia sia le scritture vediche tracciano una distinzione ben definita tra paradiso e regno di Dio. I giusti e i pii di questo mondo andranno forse in paradiso, ma solo i puri devoti raggiungeranno il regno di Dio, che è dunque raramente conseguito. Il paradiso è un ‘buon’ posto, ma il regno di Dio è ‘trascendentale’ o, in altre parole, al di là del bene e del male, delle dualità di questo mondo. È la destinazione finale.

Rev. Hart: Io avrei una domanda e mi chiedo se i Veda hanno la risposta. Attraverso quali specie si giunge alla forma umana?

Satyaraja Dasa: Sì, la letteratura vedica definisce la questione piuttosto chiaramente, ma esistono delle variabili. Esiste una gerarchia di base dei corpi viventi… l’evoluzione muove dal pesce alla pianta, poi gli insetti, gli uccelli e infine gli animali. A questo punto troviamo tre porte verso la forma umana. In genere, chi nasce sotto l’influsso della virtù è passato attraverso un corpo di mucca, chi nasce sotto la passione viene da un corpo di leone, mentre un essere umano sotto l’influsso dell’i­gnoranza proviene da un corpo di scimmia. Questo vale in gene­rale, ma naturalmente, un essere umano evoluto, situato nella virtù, è passato attraverso molte nascite come uomo. È un altro aspetto…

Rev. Hart: Quindi, è l’influenza predominante a determinarlo, perché, come mi hai detto una volta, noi siamo tutti una combi­nazione di queste tre influenze… interessante…

Satyaraja Dasa: Sì, in generale la regola è questa, ma esistono le eccezioni. Questa conoscenza, tuttavia, è puramente accade­mica, almeno in un senso, perché alla fine, qualunque sia la via attraverso cui siamo giunti alla forma umana, il nostro dovere ultimo è lo stesso: arrendersi a Dio, e si comincia trascendendo l’identificazione con il corpo materiale. Il primo passo della rea­lizzazione spirituale sta nel capire che la nostra vera identità è differente dal corpo. Non si può andare oltre se non si è ben capito questo punto. Non sta a me pontificare, ma penso che la maggior parte dei religiosi di oggi non siano arrivati neanche a questa realizzazio­ne di base. È questa la ragione per cui stiamo ancora a parlare della ‘mia’ religione e la ‘tua’ religione. Giudichiamo in base al guscio e non abbiamo ancora sviluppato la capacità di andare al di là dell’apparenza esterna, persino in rapporto a noi stessi, la nostra esperienza più immediata. Poi, in modo del tutto natura­le, estendiamo inconsciamente questa errata identificazione con il guscio esterno e ci identifichiamo come ‘cristiani’ o ‘induisti’, perché il nostro corpo è nato in una famiglia cristiana o induista. La nostra vera identità, però, non è il corpo e trascende le desi­gnazioni corporee. Siamo puro spirito, particelle di Krishna, e la religiosità consiste nello sviluppare amore per Dio, non nel darsi un’etichetta legata al corpo o alla famiglia, anche se è apparentemente religiosa.

Rev. Hart: Molto profondo. Non posso dire di essere d’accordo con tutto quello che hai detto, ma mi hai dato molto a cui pensa­re. Questa visione non settaria che mi hai esposto era condivisa anche dai nostri mistici cristiani, e anche da altri non tanto mistici. Sant’Agostino stesso, anche dopo essere divenuto uno dei pilastri dell’ortodossia, diceva che “la religione predicata da Gesù precede quel che si conosce ora come cristianesimo”.

Diverse interpretazioni di quest’affermazione comprendono visioni molto cattoliche, universali e non settarie.

Io penso che esista la religione ‘comune’ e quella ‘trascendenta­le’.

Tu enfatizzi il lato trascendentale, ma non tutti sono in grado di cogliere quell’aspetto, né tale aspetto è adatto a tutti.

Satyaraja Dasa: Su questo non sono d’accordo con te. Io sto parlando dell’essenza della religione. È vero, possono esistere due livelli diversi di religione, comune e trascendentale, come hai detto tu. Ma la verità rivelata dei Veda intende elevare tutti, gradualmente, al livello più alto, per non lasciarli a marcire nel­l’errore. Dire una mezza verità è dire una bugia. Tutti devono

sapere qual è il fine ultimo e devono perseguirlo, in accordo alle loro capacità. La Bhagavad-gita di Krishna si conclude con l’i­struzione di abbandonare la religione ‘comune’ per abbracciare la religione ‘trascendentale’, che culmina nella completa sotto­missione ai piedi di loto del Signore.

Rev. Hart: Capisco. Ponendo la questione in questi termini, sono più che d’accordo. Questi discorsi però mi fanno tornare in mente domande alle quali cerco di dare una risposta dalla mia giovinezza.

Per esempio, abbiamo parlato dell’evoluzione dell’anima attra­verso le diverse specie del mondo materiale, ma allora dobbia­mo porci una domanda ancora più importante: perché esiste il mondo materiale?

Satyaraja Dasa: Il mondo materiale è una necessaria manife­stazione della completezza di Dio.

Rev. Hart: E perché?

Satyaraja Dasa: Dio possiede molteplici potenze, e in esse sono comprese energie limitate e illimitate. Egli deve possedere entrambe, giusto? Perché se Gli mancasse uno dei due tipi di energia, non sarebbe completo, non sarebbe Dio. Il mondo materiale è dunque una manifestazione dell’energia limitata di Dio, che deve esistere perché Dio sia completo, e che è necessa­riamente parte di Dio.

Rev. Hart: Va bene, è abbastanza logico, ma non si spiega per­ché mai noi saremmo venuti qui. Non siamo perfettamente felici insieme al Signore nel suo regno spirituale? Qual è la risposta dei Veda a tale proposito?

Satyaraja Dasa: Siamo parti infinitesimali di Dio, dei piccoli campioni del Supremo. Qualsiasi qualità Egli possegga appieno, la possediamo anche noi, ma in minima quantità. Per esempio, Dio possiede bellezza, forza, ricchezza, fama, conoscenza e capacità di rinuncia perfette. Poiché partecipiamo in misura minuta della Sua natura, anche noi possediamo queste qualità in proporzioni minute.

Ora, tra le qualità che Dio possiede c’è l’indipendenza, Egli è supremamente indipendente, il che Lo contraddistingue come Dio. Analogamente, in quanto Sue minuscole particelle, anche noi possediamo una minuta indipendenza. Anche perché, se Lui non ci accordasse tale indipendenza, come potremmo scegliere di amarLo? Saremmo costretti a farlo, e quindi non si trattereb­be di vero amore. Allora Egli ci permette di scegliere, e anche di sbagliare e di allontanarci da Lui facendo cattivo uso del libe­ro arbitrio. La letteratura vedica però dice che solo un piccolo numero di anime jiva lasciano la compagnia di Dio. Le anime ribelli occupano solo un quadrante di tutto ciò che esiste, la maggioranza rimane nella propria posizione costituzionale eter­namente al servizio del Signore. Illimitati esseri Lo servono eternamente, mentre solo un numero insignificante tende a cadere nel mondo materiale.

Rev. Hart: Ma la mia domanda…

Satyaraja Dasa: Ci sto arrivando, ma era necessario dare que­sta spiegazione preliminare. Ora, la tua domanda è: di quei pochi che cadono, perché anche uno solo dovrebbe desiderare di lasciare il mondo spirituale perfetto? È questa la tua domanda, giusto?

Rev. Hart: Sì.

Satyaraja Dasa: Come ho spiegato, siamo parti infinitesimali di Krishna e possediamo le Sue stesse qualità, ma in proporzio­ne minima. D’accordo? Ora, Dio possiede la qualità di Supremo goditore e quindi anche noi possediamo in piccola proporzione la stessa propensità a godere. Il piacere presuppone l’esistenza di personalità e gusto, questo gusto è la chiave della risposta alla tua domanda.

A certe persone piace una ricca e sontuosa halavah, mentre altre preferiscono il riso soffiato.

Entrambe desiderano godere del cibo, ma alcuni prediligono una pietanza ricca, altri provano piacere in qualcosa di più semplice. È questo che definiamo ‘gusto’. La varietà dei gusti ha origine nel mondo spirituale, ed ha qui il suo riflesso perverso. Buon gusto e gusto mediocre.

Nel mondo spirituale esistono il piacere e il godimento perfetto, mentre nel mondo materiale esiste un piacere inferiore, o imper­fetto. Ora, quando noi manifestiamo il nostro gusto inferiore nel regno di Dio, esso comunque assume la forma del servizio di devozione, non è facile abbandonare quel servizio. Nel regno di Dio esistono il servizio e l’amore, nient’altro. Non è nel mondo spirituale che possiamo manifestare l’invidia, come si dice spes­so. No, nessuna qualità materiale, come l’invidia, può manife­starsi nel mondo spirituale. Quel che accade piuttosto, è che manifestiamo il desiderio di servire Krishna in un modo più basso, un modo che non ha ragion d’essere nel regno di Dio.

Per esempio, possiamo avere il desiderio di servire come creato­ri, ma poiché nel mondo spirituale non c’è bisogno né di crea­zione, né di distruzione – è eterno – il servizio di creatore dev’essere svolto altrove, nel mondo materiale. Di conseguenza, nasciamo come un essere superiore, come Brahma, e serviamo nella posizione di creatori. Nota bene che stiamo ancora serven­do Dio. Nel corpo di Brahma, adesso che siamo nel mondo materiale, cominciano le nostre difficoltà e inevitabilmente cadiamo nelle specie inferiori. Così collezioniamo condiziona­menti e svariate qualità materiali inferiori. Nascita dopo nascita queste cattive qualità ci ossessionano e ci torturano, finché finalmente rinsaviamo, cominciamo a evolverci naturalmente, incontriamo un puro devoto – quando siamo finalmente pronti – e procediamo sulla via del ritorno a Dio.

Facciamo un attimo un passo indietro. Bisogna anche capire che alcuni elementi impliciti nel regno del godimento inferiore pos­sono essere di nostro gusto. Per esempio, nel mondo materiale possiamo prendere il posto di Krishna al centro di tutto. Quindi, quando abbiamo questo gusto inferiore, che si dice nasca dal­l’invidia e dalla lussuria (a mio parere una spiegazione troppo semplicistica), dobbiamo soddisfare il nostro desiderio in una esistenza inferiore. È per questa ragione che viene creato il mondo materiale, perché noi si possa agire in base ai nostri desideri inferiori impegnandoci al contempo in un servizio minore.

Ma è un’attività temporanea, e gradualmente Krishna ci rende manifesta la reale natura inferiore del nostro desiderio. Così, col tempo sviluppiamo un gusto superiore e volontariamente tornia­mo da Lui. È un po’ come una persona a cui piace fumare, che però poi quando comincia a stare male per avere dato libero sfogo al suo pessimo gusto, torna in sé e abbandona la cattiva abitudine, per poi gradualmente riacquistare un gusto superiore man mano che i veleni vengono eliminati dal sangue. E a questo punto si domanda, come posso aver fumato tutte quelle sigaret­te?

Rev. Hart: Affascinante. È una risposta molto esauriente e più profonda di quanto mi sembrasse inizialmente. Tommaso d’Aquino offre una spiegazione analoga nella sua Summa Theologiae, ma non è molto intelligibile. Sai, ci sono comunque molti che non sarebbero in grado di seguire la stretta logica del tuo ragionamento…

Satyaraja Dasa: Quel tipo di persone possono comunque capi­re questo: se stai affogando e qualcuno ti lancia una corda per trarti in salvo, che cosa fai?

Rev. Hart: La prendo al volo per salvarmi la pelle!

Satyaraja Dasa: Appunto, non cominci certo a chiederti come sei finito in acqua, né come hai fatto a cacciarti in quel terribile guaio. Ci penserai in un altro momento. E neppure ti metti a chiedere a chi ti lancia la corda: “E tu chi sei? Questa è la migliore corda che hai?” No. Se stai affogando, prendi la corda e basta. Allo stesso modo, se stai affogando nell’oceano del mondo materiale, la prima preoccupazione è come tornare da Dio, come siamo arrivati qui è secondario.

Rev. Hart: Bravo! Sono proprio d’accordo. Che cosa pensi, però, che una volta tornati da Dio potremmo di nuovo cadere nel mondo materiale? In fondo, il nostro cattivo gusto potrebbe riemergere.

Satyaraja Dasa: È poco probabile, almeno per la maggior parte di noi. Anche qui, se una persona si ammala di cancro o di qual­che grave malattia a causa di una sua cattiva abitudine, come il mangiare carne, abbandonerà quel suo gusto inferiore, almeno se è intelligente. Il punto è: se l’unica alternativa è la morte, bisogna seriamente riconsiderare le proprie priorità. È sorpren­dente come i gusti possano cambiare in fretta. Se si tratta di una malattia sulla quale possono influire le proprie attività, spesso si osservano trasformazioni vitali sorprendenti. Poi, col tempo chiaramente si svilupperà il desiderio delle cose che ci fanno meglio. Certo, esistono anche persone che non imparano dai propri errori, ma questi testardi sfortunati sono rari. La maggior parte della gente si darà da fare per ristabilire un ordine nei pro­pri desideri, soprattutto se è questione di vita o di morte.

Bisogna considerare inoltre che il Signore garantisce a chi torna a Lui, che non dovrà più tornare nelle tristi regioni infestate da nascita e morte, quella terra infelice che erroneamente chiamia­mo ‘casa’. Krishna lo afferma piuttosto chiaramente nella Bhagavad-gita. Quando finalmente rinsaviamo, dice Krishna, non dobbiamo più tornare nel mondo materiale.

Rev. Hart: Grazie.

Satyaraja Dasa: Hare Krishna.

CAPITOLO DUE

*VEGETARIANESIMO*

*FEDE E AZIONE*

*COMPASSIONE E MISERICORDIA*

*ARISTOTELE E TOMMASO D’AQUINO*

* “NON SIATE TRA COLORO CHE BEVONO VINO” *

*SAN FRANCESCO*

*DOMINIO*

*IL BENE DI TUTTE LE CREATURE*

Rev. Hart: Da quando ho letto il tuo libro, Food for the Spirit, ho smesso di mangiare carne. Ci stavo già pensando da qualche tempo, ma il tuo libro mi ha aiutato a fare l’ultimo passo; mi ha fornito un approfondimento teologico sull’argomento. Da quan­do ho smesso di mangiare carne mi sento più sano e più in sin­tonia con il volere di Dio, con lo spirito presente in tutti gli esseri. Gli insegnamenti dei Veda a questo riguardo sembrano più dinamici delle prescrizioni religiose sull’alimentazione delle altre tradizioni spirituali. Nel cristianesimo, naturalmente, ci sono stati grandi santi, come ad esempio San Francesco, che hanno espresso lo stesso principio, tuttavia io lo trovo maggior­mente enfatizzato nella concezione vedica dell’esistenza.

Satyaraja Dasa: La cultura vedica, riconoscendo lo stesso uguale tipo di anima a tutte le creature viventi, insegna, come naturale conseguenza, l’ahimsa, o “non violenza”, che spesso arriva fino al vegetarianesimo. I Vaisnava, in particolare, abor­rono il consumo di carne; sono lacto-vegetariani.

Il motivo della loro dieta, però, è da attribuire solo in parte al fatto di desiderare di non nuocere alle altre creature viventi. Il motivo più specifico del loro essere vegetariani ha origine dalle ingiunzioni dei Veda che affermano che Dio accetta solo ali­menti lacto-vegetariani in offerta sacrificale. Un devoto amore­vole offrirà a Dio solo ciò che Egli accetterà come sacrificio, e solo in seguito il devoto consumerà come suo cibo i “resti” del­l’offerta, tradizionalmente chiamati prasadam, o “misericordia del Signore”. Secondo la tradizione vedica, chi aspira a svilup­pare amore per Dio dovrebbe mangiare solo questo prasadam, la cui potenza trascendentale aumenta quando viene distribuito ad altri. In ogni caso, questo cibo santificato è considerato non­differente da Dio, perché ha assunto le Sue qualità per vicinanza e amore…

Rev. Hart: Come la messa, dove l’ostia è considerata non-diffe­rente dal corpo di Cristo, e il vino non-differente dal suo san­gue.

Satyaraja Dasa: Sì, è simile, ma noi facciamo la comunione tre volte al giorno! E il prasadam è cibo vero, non la trasformazio­ne di un’ostia e un sorso di vino. Il prasadam è un intero pasto; ogni boccone del cibo che il devoto si mette in bocca è stato tra­sformato nel corpo di Dio. Di fatto, il devoto si nutre così della misericordia del Signore.

In altre parole, un Vaisnava mangia solo cibo che è stato offerto come sacramento a Dio. Gli altri prendono un alimento analogo solo alla domenica, o quando si sentono ispirati a farlo.

Rev. Hart: Vorrei fare un inciso. Come persona che si astiene dalle sostanze intossicanti, sarai contento di sapere che il vino, che oggi viene distribuito come sangue di Cristo, non è sempre stato la sostanza utilizzata per la transustanziazione. Almeno così dicono alcuni insigni studiosi, che sostengono si trattasse, in origine, di succo d’uva.

Devi sapere che, ai tempi della Bibbia, tutti i prodotti della vigna erano chiamati vino, che fossero fermentati o meno. Questo è quanto si sostiene ora. Esistono tredici termini differenti in ebraico e caldeo, e quattro in greco. Il termine comune in greco era oinos, che corrisponde a yayin o yain in ebraico, vinum in latino e vino in italiano. Tuttavia, nel linguaggio classi­co della Bibbia, tutti questi termini si riferiscono semplicemente al succo d’uva.

Nel Septuagint, la versione greca della Bibbia, il termine ebrai­co per indicare il succo d’uva viene tradotto trentatré volte con il greco oinos. Esso viene inoltre impiegato per indicare altri tipi di bevande, come quelle di loto e di datteri.

Satyaraja Dasa: Questa è una tua opinione, o puoi citare a sostegno di tale tesi altri autorevoli studiosi?

Rev. Hart: Certo che posso; sono cose ben note agli studiosi della storia del Vecchio Testamento. Secondo il professor Samuel Lee di Cambridge, la radice del termine ebraico di cui ti ho parlato è yain, o vino. Anche il professor Lee però ammette che ai tempi biblici il termine non si riferiva a un liquore intos­sicante ottenuto tramite fermentazione, ma bensì a uno sciroppo denso e non inebriante ottenuto con la bollitura. Quest’ultima assicurava al succo d’uva una conservazione più lunga. Quindi, non dobbiamo pensare che gli antichi profeti biblici autorizzas­sero il consumo di bevande intossicanti. Vino, a quei tempi, si riferiva in genere al succo d’uva.

Satyaraja Dasa: Vuoi dire che il vino intossicante non era visto di buon occhio ai tempi della Bibbia?

Rev. Hart: Decisamente no. Nella Bibbia leggiamo che le bevande intossicanti danno assuefazione (Proverbi 23.35), favo­riscono gli atti violenti (Proverbi 4.17), e distolgono da Dio colui che le beve (Amos 6.6).

Satyaraja Dasa: Molto, molto interessante…Mi piacerebbe che i cristiani sapessero queste cose.

Vorrei però tornare un momento al soggetto del vegetarianesi­mo. Nella mia ricerca sulla tradizione cristiana, ho trovato che anche al suo interno si sosteneva il vegetarianesimo, per lo meno in una certa fase della storia cristiana. Era certamente così per i padri fondatori della Chiesa, ma quello che non riesco a capire è: quando si è verificato il cambiamento? In quali circo­stanze il mangiare carne si è diffuso nella cultura cristiana?

Rev. Hart: Penso si debba risalire all’Imperatore Costantino, all’inizio del IV secolo… Sì, ha a che fare con l’Editto di Milano…Vedi, Costantino non era un teologo, no, era solo un politico, ed aveva accesso a una grado di cristianità più sempli­ficata: “Abbi fede in Gesù”.

Satyaraja Dasa: Mi sembra che quella fosse la dottrina di Paolo… Pur non avendo mai incontrato di persona Gesù, Paolo ebbe la temerarietà di discutere con gli Apostoli di questioni di dottrina.

Discuteva con coloro che avevano studiato direttamen­te con Gesù! ?

Rev. Hart: Quest’idea potrebbe crearti qualche problema. È una falsa credenza comune che Paolo fosse in disaccordo con gli Apostoli, e che lo fosse perché poneva l’accento sulla fede. Bisogna ricordare, inoltre, che Paolo usava il termine greco pistis, che significa non solo “fede” o “credenza”, come si pensa, ma anche “completa sottomissione”, riferendosi così all’applicazione pratica della fede. Quindi l’abbiate fede di Paolo non era così semplicistico. La sua dottrina fu in seguito distorta da politici e malandrini, ma…

Satyaraja Dasa: Capisco. Quindi Paolo insieme agli Apostoli sosteneva che bisogna seguire l’antica legge, prescrizioni alimentari incluse.

Rev. Hart: Non solo la legge, Paolo insisteva molto sullo spiri­to al di là della legge. È abbastanza complicato, basti dire che, basandosi sull’antica legge, la Torah, si potrebbe pienamente sostenere il vegetarianesimo, come hai fatto tu nel tuo Food for the Spirit. Alcuni però sostengono che Paolo lo rifiutò, mentre Gesù aveva detto che quelle leggi dovevano essere seguite, almeno è così secondo Matteo. Paolo invece, in un certo senso, disse “no”, la vera realtà è la fede in Gesù.

Satyaraja Dasa: Allora quello che dicevo è ancora valido. Poiché la dottrina di Paolo appariva più interessante all’Imperatore Costantino_non tanto la dottrina di Paolo, ma la distorsione della sua dottrina, che per “fede” intende “il cre­dere” e non l’applicazione pratica della fede_l’impero roma­no abbracciò quella forma di cristianesimo, le cui regole venne­ro poi man mano stabilite da chi gestiva il potere. Il cristianesi­mo puro, originale, venne poi nel tempo oscurato da questa per­versione della dottrina paolina. Ho perfino letto di studiosi di teologia che scherzosamente si riferiscono alla cristianità moderna chiamandola “paolinesimo” o “chiesismo”, mentre raramente usano il termine “cristianesimo”.

Rev. Hart: Di nuovo, dici che “Costantino scelse” il cristianesi­mo di Paolo. Non so se la si può definire una scelta consapevo­le, perché Costantino non era un teologo. L’unico interesse suo, e degli altri uomini politici, era che il cristianesimo diventasse “socialmente accettabile”. Ed è questo, più di ogni altra cosa, che ha negativamente influito sulla tradizione cristiana.

Comunque sia, è certo che nel corso della storia è stato il tipo di religione del “abbiate fede” che ha dato spazio ai cristiani carni­vori. Gli “atti” non avevano importanza, e di conseguenza anche quel che si mangia (considerando il “mangiare” come “azione” o “atto” in opposizione alla “fede”) non ha vera importanza, è quello in cui credi che conta. Chi avrebbe pensato che quel che si mangia avrebbe potuto influenzare la fede, o viceversa?!

Certo, i cristiani più consapevoli si resero presto conto che la fede al di fuori delle azioni è senza vita, come dice la Bibbia. Ma di nuovo, questo è implicito anche in Paolo, quando impie­ga il termine pistis, per cui la fede e l’azione sono collegate. Inoltre, penso sia chiaro che, se hai davvero fede in Gesù, se lo ami come lui dice, seguirai i suoi comandamenti, che includono le leggi del Vecchio Testamento, come appunto “non uccidere”.

Detto così, comunque, è un po’ troppo semplificato. Protestanti e cristiani “born again”, chiunque essi siano, danno maggiore importanza alla fede rispetto agli atti, anche se la Bibbia insegna che le due cose dovrebbero andare di pari passo. Il problema ha avuto origine, io credo, quando Paolo cercò di predicare ai Farisei, che si preoccupavano quasi esclusivamente delle azioni. Credo che, nel tentativo di mostrare loro l’importanza della fede, abbia esagerato, con il risultato che l’importanza delle azioni è stata cancellata. Quel che ci è rimasto è una sorta di fede illusoria.

Satyaraja Dasa: Incredibile! Ma dimmi, tutto questo ha un corollario nella tradizione del Vecchio Testamento?

Rev. Hart: Non veramente. In realtà, è più facile sostenere il vegetarianesimo sulla base del Vecchio Testamento, soprattutto quando lo si compara al Nuovo, che è relativamente vago riguardo all’alimentazione. Il vecchio Testamento dice che un uomo deve diligentemente occuparsi della propria salute (Deuteronomio 4.15). Anche que­sto potrebbe essere considerato un punto a sostegno del vegeta­rianesimo, soprattutto oggi che è stato dimostrato con ampia documentazione più sano del mangiare carne.

Satyaraja Dasa: Naturalmente c’è chi sosterrà che il vegetaria­nesimo non è realmente salutare e che sono solo gli stravaganti e gli eccentrici a sostenere un simile punto di vista. Costoro farebbero bene, invece, a studiare l’autorevole ricerca di Paavo Airola, la massima autorità mondiale nel campo della nutrizione e della biologia naturale. Oppure dovrebbero esaminare gli orto­dossi resoconti del Journal of the American Medical Association, o The American Journal of Clinical Nutrition, o anche The Borden Review of Nutrition Research, tutti documen­tati e autorevoli nel sostenere che il vegetarianesimo è una ali­mentazione più sana del mangiare carne.

Rev. Hart: Comunque sia, se l’ingiunzione di preservare la propria salute non è sufficiente, c’è un altro comandamento nel Vecchio Testamento che è ancora più chiaro: ‘tzar baalay hayyim, dice l’ebraico originale, e significa: “l’uomo deve avere compassione degli animali”. Quindi, se mettiamo insieme le due ingiunzioni, il vegetarianesimo sembra la conclusione più natu­rale. Purtroppo sono ancora in pochi a rendersene conto…

Satyaraja Dasa: Sembra che il Vecchio Testamento abbia una profonda conoscenza dei diritti degli animali. Per esempio, il Talmud dice: “Qualora un uomo dovesse sviluppare orgoglio nel cuore, ditegli: ‘la piccola mosca è venuta prima di te nella creazione…”‘. Ma torniamo al cristianesimo…

Rev. Hart: Sì, volevo rispondere alla tua domanda iniziale. Penso che in realtà le argomentazioni razionali a giustificazione del consumo di carne siano cominciate con Aristotele. Fu lui, si sa, ad esercitare un’influenza predominante su Tommaso d’Aquino.

La visione aristotelico-tomistica, che è quasi cartesiana come conclusioni, dà per assunto di base che gli animali sono al mondo per il nostro piacere, senza nessuna ragion d’essere auto­noma. La cristianità moderna abbraccia per la maggior parte questa visione del mondo più o meno egocentrica.

Ora, esiste un’altra corrente di pensiero nel cristianesimo tradi­zionale, che chiameremo invece la visione augustiniano-france­scana. Questa scuola è di matrice platonica e di base insegna che tutte le creature sono fratelli e sorelle con un unico Dio Padre.

Non dimentichiamo che San Francesco è il santo patrono degli animali e che predicò la relazione intima tra tutte le cose della creazione di Dio. Inoltre, seguendo la stessa linea di pensiero, se Gesù dev’essere considerato il “principe della pace”, allora la linea cristiana augustiniano-francescana è da considerare la più autentica, perché manifesta appieno le qualità della misericordia e della compassione universali. Tutto ciò è in perfetto accordo con un modo di vivere vegetariano.

Satyaraja Dasa: Grazie, apprezzo profondamente la tua spiega­zione. Se non fosse così, il cristianesimo sembrerebbe una reli­gione senza cuore. Come si può, con la coscienza tranquilla, invocare la misericordia di Dio quando non si è pronti ad essere misericordiosi verso chi è più debole di noi? È ipocrisia bella e buona! Se invochiamo la misericordia di Dio ma non abbiamo misericordia per chi è più debole di noi, siamo solo degli ipocri­ti, non ti pare?

La violenza genera violenza; se non offriamo compassione, per­ché dovremmo riceverne? Non ne riceveremo, e in questo modo si compirà la giustizia divina. Quello che semini, raccoglierai; in oriente lo chiamano karma.

Rev. Hart: Sì, la legge universale della causa-effetto. Sono profondamente convinto che al mangiare carne debba fare seguito una reazione tragica. L’amore cristiano dovrebbe abbracciare tutti, compresi gli animali.

Satyaraja Dasa: Nel corso della storia del cristianesimo ci sono stati altri…

Rev. Hart: Sì, nei primi tempi della cristianità latina e bizanti­na, come anche nel periodo della sua piena fioritura medioevale, l’arte cristiana ha proclamato a gran voce l’importanza e la bel­lezza del regno animale. Gli animali sono stati rappresentati con compassione nella scultura cristiana, nei manoscritti illuminati della Bibbia, nelle vetrate delle cattedrali e negli arazzi.

Una delle mie citazioni preferite è attribuita a San Giovanni Crisostomo che, nel IV secolo, diceva: “I santi sono estrema­mente amorevoli e gentili verso l’umanità e perfino verso le bestie feroci”…e: “senza dubbio dobbiamo loro grande gentilez­za e premura per molte ragioni e, soprattutto, perché abbiamo la stessa origine comune”. Questa visione di una origine comune è stata sottolineata soprattutto da San Francesco ed è stata in seguito adottata da coloro che lo emulavano, molti dei quali erano vegetariani.

E molti santi dell’epoca georgiana, secoli prima di San Francesco, si distinsero per il loro amore verso gli animali. San Giovanni Zedazneli aveva fatto amicizia con un orso vicino al suo eremitaggio; San Shio aveva un lupo per amico; Santo Davide di Gareggia proteggeva i cervi e gli uccelli dai cacciato­ri, dicendo: “Colui che adoro e nel Quale credo protegge e nutre tutte le creature che ha generato Egli stesso”. I primi santi celti­ci erano anch’essi compassionevoli con gli animali. Per esem­pio, i santi Wales, Cornwall e Brittany dell’Irlanda, nel V e nel VI secolo dopo Cristo, andarono incontro a grandi difficoltà per i loro amici animali, fino al punto di curarli e anche di pregare per loro.

Certo, questi sono i buoni esempi, ma è anche vero che, senza dubbio, il cristianesimo nel suo insieme non è stato capace di elaborare una soddisfacente teologia morale in rapporto agli animali. I santi e i profeti vedici, d’altro canto, hanno sempre sostenuto il vegetarianesimo e la compassione per gli animali, perché voi avete sviluppato una teologia morale molto evoluta del rapporto con gli animali.

Satyaraja Dasa: Quale pensi sia la ragione per cui la teologia cristiana è carente in un aspetto tanto importante della teologia morale?

Rev. Hart: Esiste un’ampia gamma di teorizzazioni religiose specifiche a giustificazione della violenza verso gli animali. Le riassumerò in tre categorie distinte:

1.gli animali “ci apparten­gono” e noi possiamo “fare di loro quel che più ci aggrada”;

2.poiché non sono “esseri raziocinanti”, gli animali non hanno l’anima;

3.non provano dolore.

Uno studio attento della Bibbia rivela piuttosto chiaramente che tali argomentazioni non hanno sostanza. La letteratura vedica, come tu ben sai, è ancora più chiara su questi punti. Una persona deve meditare su queste cose e poi prendere le sue decisioni da sola.

Satyaraja Dasa: A qualsiasi conclusione si giunga, io penso ci si trovi davanti al fatto che l’amore e la compassione del Cristo sono universali e in modo del tutto naturale si estendono anche agli animali, perché sono anch’essi creature del Padre. Un vero cristiano dovrebbe sviluppare questa comprensione, questo livello di sensibilità religiosa…

Rev. Hart: Va al di là dell’essere cristiani,… come hai detto tu, si tratta di una sensibilità religiosa non settaria. Soprattutto chi intende definirsi “cristiano” dovrebbe almeno prendere in consi­derazione la pratica di estendere l’amore del Cristo a tutte le creature di Dio. Se non può fare questo, può a malapena consi­derarsi cristiano.

Satyaraja Dasa: Il concetto del “dominio” è quello che mi viene sbattuto in faccia più spesso. Mi sembra che tu prima l’abbia elencato come la prima delle giustificazioni razionali del mangiare carne in accordo alla Bibbia: “Sono dati a noi perché ne facciamo quel che più ci aggrada”.

Rev. Hart: È proprio una vergogna. Il termine ebraico impiega­to nella Bibbia deriva dalla radice radah, come yirdu, e trasmet­te il concetto dell’amministrazione, la gestione, cioè un atteg­giamento da guardiani e protettori. In altre parole, la Bibbia ci chiede di prenderci cura dei nostri fratelli e sorelle meno dotati, non di ucciderli per mangiarli.

Per esempio, un re ha il dominio sui suoi sudditi, ma questo non significa che possa mangiarli o abusare di loro. No, deve pren­dersi cura di loro, aiutarli e anche amarli. È a questo tipo di dominio che si riferisce la Bibbia.

Vorrei sottolineare inoltre che il verso della Bibbia che ci dà il dominio sugli animali si trova nella Genesi, 1.26. Solo tre versi dopo, la Genesi 1.29 ci raccomanda un’alimentazione vegetaria­na. In altre parole, Dio ci dà il dominio sugli animali e, solo tre versi dopo, ci proibisce di usarli come cibo. Implicitamente, il dominio che ci dà non include l’autorizzazione a usare gli animali come cibo.

Satyaraja Dasa: Sì, nel mio libro ne ho parlato. Inoltre, nel verso seguente – Genesi 1.30 – Dio afferma chiaramente che gli animali hanno l’anima. Così cade anche la giustificazione numero due. Dio afferma che tutte le creature della terra, del mare e dell’aria hanno un’anima vivente all’interno del corpo. Usa il termine nephesh per “anima” e chayam per “vivente”, cioè le stesse due parole utilizzate per descrivere l’anima nel corpo di uomo. Quindi, animali e umani hanno lo stesso tipo di anima, almeno secondo la Bibbia.

Rev. Hart: Sì, viene da chiedersi come mai Tommaso d’Aquino fosse così confuso su questo punto…Potresti dirmi qualcosa di più sui codici etici contenuti nella letteratura dei Veda? Mi piace molto la chiarezza cristallina con cui queste cose vengono descritte nei testi vedici. Non è possibile produrre un Tommaso d’Aquino, intendendo con questo la confusione dei problemi associati alla dottrina aquiniana, se si studia la letteratura dei Veda in modo scientifico.

Satyaraja Dasa: Sì, è vero. Per quanto riguarda il vegetariane­simo e la condizione degli animali, i testi vedici sono particolar­mente chiari, il che è molto importante. Solo se capiamo che non siamo questo corpo e che non dobbiamo nuocere senza necessità alle creature viventi, due punti fondamentali, non è possibile andare avanti. Si arriva a un punto morto e il progres­so è poco probabile se non c’è chiarezza su questi due punti.

Cinquecento anni fa, Krishna stesso è disceso nella forma di devoto, la manifestazione confidenziale di Dio conosciuta come Caitanya Mahaprabhu. Ricordi quel libro che ti ho dato un paio di settimane fa, India ‘s Spiritual Renaissance: The Life and Times of Lord Caitanya?

Rev. Hart: Sì, lo sto terminando proprio adesso…

Satyaraja Dasa: Bene, c’è un capitolo che descrive lo scambio tra Sri Caitanya e il Chand Kazi, il capo mussulmano di Navadvipa, nel Bengala Occidentale.

Rev. Hart: Mi ricordo l’episodio. Discussero dell’importanza del vegetarianesimo secondo il Corano e secondo i Veda.

Satyaraja Dasa: Sì, si tratta di un episodio di grande importan­za. Chand Kazi voleva proibire il sankirtan, il canto congrega­zionale del santo nome per le strade. Sri Caitanya usava condur­re i Suoi devoti per le strade a cantare Hare Krishna. Quando Chand Kazi vi si oppose con la forza, Sri Caitanya avrebbe potuto impegnarsi in una discussione sul santo nome. Non Gli mancava certo la preparazione filosofica e già molte altre volte in passato si era trovato a spiegare le meccaniche del canto divi­no.

Questa volta però non lo fece. Invece di parlare del nome divi­no, che Chand Kazi era tanto propenso a disprezzare, si profuse in un illuminante monologo sul vegetarianesimo. Qual era il nesso? Perché parlare del vegetarianesimo se era al canto del santo nome che il Kazi faceva opposizione?

Rev. Hart: Capisco. Siccome non si possono affrontare i sog­getti più elevati se non si ha già una comprensione completa dei modi pieni di compassione del Signore, Sri Caitanya cominciò il Suo discorso con una spiegazione del vegetarianesimo.

Satyaraja Dasa: Esatto. Il Chand Kazi non poteva comprende­re l’amore per Dio e l’importanza di cantare il Suo nome divino con amore e devozione. Quindi Sri Caitanya fece il possibile per spiegargli l’importanza del vegetarianesimo, la compassione e l’ampia visione spirituale che ne sono la base.

Per sostanziare la sua tesi, fece ricorso sia al Corano, il testo sacro del Kazi, sia alla letteratura vedica.

Il mio maestro spirituale, Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada, usava lo stesso tipo di approccio. Ogni volta che si trovava a dialogare con apparte­nenti ad altre fedi, manteneva molto consapevolmente la con­versazione su due punti essenziali: “non siamo questo corpo” e “non uccidere”.

Rev. Hart: Molto interessante… Per curiosità, quando poi andò in Orissa, Sri Caitanya incontro la stessa opposizione? Esisteva un Chand Kazi anche a Jagannath Puri?

Satyaraja Dasa: Non si sa molto. Certo, col passare del tempo Egli divenne sempre più popolare, e quindi incontrò minori opposizioni da parte della gente comune. Aveva migliaia e migliaia di devoti. Tuttavia, si incontrano sempre degli ostacoli nel mondo materiale, soprattutto quando si cerca di predicare il messaggio di Dio.

C’era un uomo politico, Govinda Vidyadhara, che era ostile alla missione di Sri Caitanya. Gli annali di Jagannath Puri riportano l’evidenza storica di un suo tentativo di assassinare il re Prataparudra, un devoto seguace di Sri Caitanya. I rapporti uffi­ciali dell’Archeological Survey of India dicono che, pur non essendo riuscito ad assassinare il re, Govinda Vidyadhara riuscì ad ucciderne l’erede. Comunque sia, questi fatti non arrestarono la missione di Sri Caitanya… Ma stiamo divagando di nuovo…Parlavamo del vegetarianesimo.

Rev. Hart: Sì, volevo sapere qualcosa di più sulle scritture vediche e la compassione per gli animali. Mi sembra che esista un codice etico estremamente chiaro al riguardo, che permette ai seguaci della tua fede di essere molto precisi sull’importanza dei diritti degli animali, tu me ne stavi parlando…

Satyaraja Dasa: La cultura vedica promuove sarva-bhuta-hita, la “dedizione al bene di tutte le creature”, come prioritaria rispetto a loka-hita, la “devozione al benessere dell’umanità”. Il primo sistema etico, secondo la tradizione vedica, include il secondo ed è evidentemente più completo. Se si ha a cuore il benessere di tutte le creature viventi, ci si preoccupa in modo naturale anche del genere umano, mentre non è necessariamente vero il contrario.

Il punto di vista vedico è che bisognerebbe vedere la stessa energia della vita in tutti gli esseri viventi, indipendentemente dall’abito esteriore, il corpo. Chi non vede il principio della vita negli animali, potrà un giorno perdere completamente di vista il principio stesso della vita e, di conseguenza, anche il senso umanitario. Per questa ragione sarva-bhuta-hita, deside­rare il bene di tutte le creature, è il codice etico superiore pre­scritto dalla cultura vedica. E i seguaci del vaisnava dharma, l’essenza originale dei Veda, includono in questa etica anche il vegetarianesimo.

Naturalmente, è nostro desiderio che tutte le religioni del mondo sviluppino un codice etico esteso a tutti gli esseri in modo da poter accedere alle più profonde verità dello spirito. Chi ancora si identifica con il corpo esterno e identifica gli ani­mali con i loro corpi esterni, e di conseguenza li mangia, non potrà mai avanzare sulla via che porta a Dio.

Rev. Hart: Quindi i seguaci dei Veda vedono tutti gli esseri viventi sullo stesso piano?

Satyaraja Dasa: Sì, Krishna lo conferma nella Bhagavad-gita (5.18): “L’umile saggio, in virtù del vero sapere, vede con occhio equanime il brahmana colto ed erudito, la mucca, l’ele­fante, il cane e il mangiatore di cani”.

Rev. Hart: Ah, questa è la vera visione spirituale.

CAPITOLO TRE

*CANTARE IL SANTO NOME*

*LA COSCIENZA DI KRISHNA*

*ASPETTI PRIMARI E SECONDARI DI DIO*

*KRISHNA E’ UNA PERSONA*

*L’IDOLATRIA*

*YAHWEH E VISNU*

*GARUDA E CHERUBINO*

*L’IMPORTANZA DELLA SUCCESSIONE DEI MAESTRI*

Rev. Hart: Quando ci rivolgiamo a Dio _e dovremmo impa­rare a farlo in ogni momento, anche nel bel mezzo delle nostre attività quotidiane_dovremmo essere coscienti di Lui, allora sì che le nostre preghiere avrebbero più effetto e maggior signi­ficato. Questa, da quanto ho capito, è l’idea fondamentale della coscienza di Krishna. Anche nella tradizione cristiana ci viene detto di pregare incessantemente. È un’ingiunzione della Bibbia (Tess. 5.17).Però veniamo anche messi in guardia dal ripetere “in vano”. Anche i devoti di Krishna vengono avvertiti di que­sto, infatti le vostre scritture vi ingiungono di cantare “attenta­mente” e in coscienza di Krishna.

Satyaraja Dasa: È il metodo principale per realizzare Dio in quest’era: “Canta il santo nome! Canta il santo nome! Canta il santo nome! Nell’era di Kali non c’è altra via di realizzazione spirituale. Non c’è altra via! Non c’è altra via! Non c’è altra via!”

Rev. Hart: In un certo senso questo potrebbe essere considerato anche il cuore del metodo cristiano. Per esempio, nella messa in latino, prima della lettura del Vangelo, il sacerdote recita una preghiera: dominus sit in corde meo et in labiis meis, che signi­fica: “Possa il Signore dimorare nel mio cuore e sulle mie lab­bra”. Quale modo migliore di avere Dio sulle labbra che cantare il Suo santo nome? Quindi i Salmi ci dicono: “Dall’alba al tra­monto glorificate il nome del Signore”. E Paolo sottolinea il principio affermando che: “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvo” (Romani 10.13).

Satyaraja Dasa: Sì, questa è coscienza di Krishna.

Rev. Hart: Essere coscienti di Dio, questo è il concetto interes­sante. Egli è il creatore e il mantenitore, è la nostra più imme­diata esperienza, eppure ci sfugge. Essere coscienti di Lui suona molto più facile di quanto lo sia in pratica. All’inizio è pratica­mente impossibile essere veramente coscienti di Lui, perché i nostri condizionamenti ci hanno ridotto in uno stato di “amne­sia” spirituale. Non ricordiamo neanche più chi Egli sia, abbia­mo dimenticato il nostro Padre originale. È stato difficile spie­gare queste cose ai miei studenti al seminario.

Satyaraja Dasa: È naturale che sia difficile. Nella cultura della Bibbia non ci sono molte informazioni sul regno di Dio. Com’è? Dov’è? Si manifesta in forme diverse? Una sola? Nessuna? Come si può meditare su Dio o invocarLo se si ha solo un’idea nebulosa di Lui? Se le vostre informazioni su Dio sono vaghe, come potete aspettarvi di sviluppare una relazione intima con Lui?

Dal punto di vista analogico, quest’idea dell’amnesia è abba­stanza precisa. Abbiamo dimenticato la nostra eterna relazione con Dio e, come nel caso di un’amnesia ordinaria, la cura migliore consiste nel riportare il paziente nel suo ambiente famigliare per stimolare la sua memoria. Per riportarlo nel suo ambiente, però, bisogna prima sapere dov’è; dove sono la sua famiglia, gli amici, i conoscenti.

Allora sì che, al contatto con queste realtà, gradualmente il paziente riacquisterà il ricordo della sua vita reale.

Seguendo un processo analogo, la coscienza di Krishna rivela tutti i dettagli sul regno di Dio. È abbastanza stupefacente: tutti i compagni intimi di Dio nel Suo regno, quelli che non Lo hanno mai lasciato…veniamo informati della loro esistenza e dei loro movimenti… Inoltre, la Bibbia insegna che Dio è onnipresente, ma solo i testi vedici spiegano in che modo questo avvenga, come Egli Si espanda nelle Sue quadruplici forme e poi nei tre Visnu (purusa) avatara, penetrando così in ogni atomo. C’è più di quanto la mente possa contenere, e l’insieme tonifica la memoria, passando attraverso la copertura dei nostri condizio­namenti materiali, e così guariamo. Anche il suono del canto del maha mantra Hare Krishna viene dal mondo spirituale. Quando ci disponiamo al suo ascolto attento e sottomesso, è come se sentissimo gridare mentre stiamo dormendo: ci svegliamo. All’inizio ci può creare qualche sensazione di inadeguatezza, ma poi è come svegliarsi a un nuovo giorno: ci rinfresca, ci rin­vigorisce e poi ci dispiace per tutto il tempo passato sotto le coperte.

Con l’aiuto di tanti dettagli diventa quasi facile meditare su Dio quando Lo si invoca o Lo si prega. Inoltre, si guarisce molto in fretta dall’amnesia spirituale…

Rev. Hart: Anch’io sono rimasto stupito dalla quantità di detta­gli che forniscono i testi vedici.

Anche noi sappiamo che Dio è il Creatore, il Mantenitore e il Benefattore di tutti gli esseri viventi, e Lo conosciamo anche come il Figlio, venuto a morire per i nostri peccati…

Satyaraja Dasa: Se però ascolti le tue descrizioni di Dio, ti accorgerai che sono essenzialmente egocentriche, cioè sono centrate su di te e la tua razza. Dio è il Creatore e il Mantenitore…, ma di chi? Di te. Gesù è morto per i peccati di chi? I suoi? Certo che no. È morto per i nostri peccati, i miei e i tuoi. Ma dove sono le informazioni su Dio di per Sé? Dove la Bibbia ci parla di Lui, della Sua esistenza indipendente?

Rev. Hart: I filosofi cristiani risponderebbero che tali cono­scenze sono al di là della portata dell’intelletto umano. la natura indipendente dell’esistenza di Dio è illimitata e come tale non può essere compresa da esseri limitati.

Satyaraja Dasa: Io dico che si tratta di una razionalizzazione per giustificare il fatto che la Bibbia non fornisce queste infor­mazioni. Considera una cosa: se Dio è illimitato, come tu stesso dici, allora ha il potere di farsi conoscere, e completamente, da un essere limitato. Se invece Gli neghi il potere di farlo, Gli imponi delle limitazioni.

Rev. Hart: Quindi, secondo la logica, noi possiamo conoscere l’aspetto indipendente dell’esistenza di Dio…mmmh…ma dev’essere Lui a deciderlo, è Lui che deve prendere l’iniziati­va…non può essere in un altro modo…

Satyaraja Dasa: Si, certo. Per Sua scelta, Egli prende l’iniziati­va di rivelarsi a noi. È quel che si chiama ”rivelazione”.

Rev. Hart: Su questo posso essere d’accordo.

Satyaraja Dasa: Certo, e lo fa quando è soddisfatto di noi. Quindi, recitando il Suo nome con sincerità e predicando il mes­saggio agli altri…

Rev. Hart: Sì, capisco…ma rimane pur sempre un’astrazione…

Satyaraja Dasa: Va bene. Egli rimarrà un’astrazione finché avremo imparato a cantare i Suoi nomi primari sotto la guida di un maestro spirituale qualificato.

Rev. Hart: Nomi primari?

Satyaraja Dasa: L’argomento è trattato con estrema chiarezza da Bhaktivinoda Thakur, un grande santo cosciente di Krishna di fine ottocento, nel suo libro Hari Nama Cintamani, dove spiega che esistono nomi di Dio primari e secondari. Pur restan­do la sincerità e la concentrazione le qualità più importanti, egli afferma che bisognerebbe cantare i nomi primari di Dio.

Ora, quali sono i nomi primari e quali i secondari? Come distinguerli? È molto interessante. Bhaktivinoda definisce secondari i nomi di Dio che sono ordinari, astratti o rappresentativi, quelli a cui siamo più abituati in questo mondo; sono esterni e poco inti­mi. Creatore, mantenitore, come dicevi tu prima, sono nomi distanti, astratti e fortemente impersonali; hanno molto poco a che fare con l’aspetto indipendente dell’esistenza di Dio.

I Suoi nomi più intimi e primari, invece, sono direttamente col­legati alla Sua natura indipendente e descrivono Dio come è nel Suo regno nella relazione con i Suoi compagni eterni, e non fanno necessariamente riferimento alle Sue attività in rapporto al mondo materiale.

Rev. Hart: Puoi fare qualche esempio?

Satyaraja Dasa: Sì, ma se non hai familiarità con i dettagli della natura interna di Dio, come la rivelano i testi vedici, ti suoneranno strani. Per esempio, nomi come Yasomati-nandana, Nanda-kishora, Damodara descrivono Krishna in relazione ai Suoi eterni compagni intimi nel Suo regno originale. Non hanno proprio nulla a che fare con il nostro mondo relativo. Questi sono i nomi primari, molto intimi e cari a Krishna; molto cari anche ai Suoi puri devoti, che conoscono bene Krishna.

I nomi secondari corrispondono più a delle descrizioni di Dio dal Mostro punto di vista e, non dimentichiamolo, la nostra pro­spettiva è diversa dalla realtà, soffriamo di amnesia spirituale. I nomi primari invece sono descrizioni nate all’interno della cer­chia intima. Se io mi riferisco a te come “il prete”, i tuoi semi­naristi probabilmente capiranno a chi mi riferisco. Ma se ti chia­mo con il tuo nome di battesimo, che è più intimo e personale, non c’è possibilità di errore.

Ora, per andare ancora oltre, se ti chiamassi con il tuo sopranno­me, diciamo quello che usano solo i tuoi genitori e gli amici stretti, sarebbe ancora più confidenziale. Quest’ultimo genere di appellativo è il più simile ai nomi di Dio rivelati nelle scritture vediche, come “Krishna” o “Govinda”. Questi nomi più intimi accelerano il processo di guarigione dall’amnesia spirituale. Inoltre, essi ci portano molto facilmente all’amore per Dio.

Rev. Hart: Adesso penso di avere capito. Il nome “Dio’ per esempio, è sicuramente un nome secondario. Lo chiamiamo God [“Dio” in inglese] perché è troppo good [“buono” in ingle­se] per noi. Si tratta di una parola di origine tedesca che signifi­ca: “Colui che è buono”, cioè una descrizione di come Egli si comporta con noi. E anche “Awoon” era il nome aramaico con cui Gesù si riferiva a Dio; significa “nostro Padre universale”.

Satyaraja Dasa: Di nuovo, si tratta solo di Dio in relazione a noi nel mondo materiale. Gesù voleva mostrare ai suoi seguaci che abbiamo tutti un’origine comune, che tutti veniamo dallo stesso padre universale. Tuttavia, questo rasa, o relazione, non esiste nel mondo spirituale.

Rev. Hart: Dio non è il Padre nel regno spirituale?

Satyaraja Dasa: È sempre la nostra fonte, in questo senso sì,…ma il figlio ha sempre bisogno di qualcosa dal padre. “Per favore, dacci oggi il nostro pane quotidiano…”

“Che cosa può fare mio padre per me? – si chiede sempre il figlio – “Deve prendersi cura di me”.

Questa mentalità è natura­le per un bambino piccolo, ma quando cresce egli desidera fare qualche cosa in cambio. Analogamente chi, avendo raggiunto la maturità spirituale, entra nel regno di Dio, non cerca più questa relazione iniziale, ma desidera contraccambiare offrendo il pro­prio servizio invece di riceverne. In realtà, Gesù usava il concet­to di “Padre” come un semplice catalizzatore per ricordarci la nostra dipendenza dal Signore, soprattutto allo stato di neofiti.

Il regno di Dio, però, è la terra della devozione e dell’amore. Non stiamo più cercando di ottenere qualcosa da Dio, siamo lì soltanto per offrire il nostro servizio di devozione. Nella dimora suprema esistono cinque relazioni, o rasa, primarie: si può offri­re un servizio con attitudine neutrale, oppure con l’attitudine di servitore, di amico, di genitore o perfino di amante coniuge; però nessuno vede Dio come padre, per lo meno, non in senso cristiano.

Rev. Hart: Coniuge?

Satyaraja Dasa: Sì, Krishna è una persona è tutte le reazioni interpersonali hanno origine da Lui. Naturalmente, l’amore nel regno spirituale è privo della carnalità e della transitorietà della sfera mondana. È di natura completamente diversa, integro e puro, spirituale. La divinità non è mai contaminata dalle conce­zioni materiali…

Rev. Hart: Ah, ora ricordo. Tu adesso hai usato la parola “divi­nità” in senso generico, per riferirti a Dio, ma io ho una doman­da da farti sull’adorazione delle divinità. Come certo saprai, la tradizione biblica condanna l’idolatria. Il Vecchio Testamento contiene pesanti proibizioni riguardo alla fabbricazione di idoli; le proibizioni erano date soprattutto per evitare che i seguaci di Yahweh, l’unico dio supremo, si inginocchiassero di fronte ai Baal e Ishtar dei loro vicini. In altre parole, a quei tempi l’ado­razione di dei minori era molto diffusa e quindi, nel tentativo di soppiantarla, erano state formulate pesanti ingiunzioni contro l’adorazione degli dei “minori”, incluse tutte le forme di idola­tria.

Satyaraja Dasa: Sì, e poi, come al solito, le proibizioni sono sfuggite di mano, con il risultato che perfino la divinità di Krishna, Dio stesso, è stata profanata da coloro che si conside­rano “cristiani credenti”.

Rev. Hart: No, non sono d’accordo. Penso che siano gli ebrei e i mussulmani a opporsi con la violenza all’adorazione delle divinità…

Satyaraja Dasa: Per la verità, hai ragione. Storicamente sono stati soprattutto i mussulmani a profanare le divinità. E anche gli ebrei sono contrari all’adorazione di una forma divina, ma, come dicevi tu, perché hanno ricevuto pesanti proibizioni nel Vecchio Testamento.

Rev. Hart: Sì, e la cosa interessante è che non si parla veramen­te mai di non scolpire la forma di Dio! Il primo comandamento dice: “Non avrai altro Dio all’infuori di Me” (Esodo 20.3). D’accordo, e penso che anche tu lo sia. È il supremo Dio che parla e che per principio condanna l’adorazione degli dei.

Poi, e questo è il verso chiave che condanna l’idolatria, Dio dice: “Non produrrai alcuna forma scolpita a somiglianza di alcuna cosa che si trovi in cielo, o sulla terra, o nell’acqua…Né ti inginocchierai davanti ad essa, né la servirai, poiché Io sono il Signore Dio tuo e sono un Dio geloso” (Esodo 20.4-5).

Trovo estremamente curioso che i seguaci della cultura giudai­co-cristiana abbiano sviluppato una così forte deprecazione del­l’idolatria sulla base di quest’unico verso. Dopo tutto, sei sicu­ramente d’accordo con me sul fatto che sia ripugnante scolpire, adorare e offrire la propria genuflessione a un “dio minore”. Voi però adorate il Signore Supremo. È chiaro che questo verso dell’Esodo è più contrario all’adorazione degli dei minori che alla scultura di una forma.

Krishna non è per niente simile a qualcosa che sia sulla terra, nel cielo o nel mare; è trascendentale. Quindi, creando una Sua immagine non si trasgredisce il comandamento contrario all’a­dorazione degli idoli. Correggimi se sbaglio, ma gli dei minori – per l’esattezza tutti gli esseri viventi – sono modellati a Sua immagine, e non viceversa. Se è così, allora scolpire una forma di Krishna e adorarla secondo le regole delle scritture vediche non è assolutamente da considerare idolatria.

Satyaraja Dasa: Giusto. Un altro punto collegato a questo discorso: se diciamo che la forma di Krishna, che appare umana, è simile alla forma umana, ci accusano di antropomorfi­smo. Sarebbe anche giusto, ma il fatto è che siamo noi ad essere stati creati ad immagine di Dio! È chiaro che ci sono delle somi­glianze. Noi preferiamo dire piuttosto che la nostra forma è teo­morfica, siamo noi ad assomigliare a Dio, non Lui a noi. So che può suonare un po’ confuso…[ride]

Rev. Hart: Il punto essenziale è che la Sua forma viene prima, e la nostra è modellata sulla Sua.

Satyaraja Dasa: La forma di Visnu, in particolare, con le Sue quattro braccia, non assomiglia certo a qualche cosa sulla terra, nel cielo o nell’acqua

Rev. Hart: [ridendo] Giusto, giusto. La proibizione dell’Esodo in questo caso non è applicabile.

Satyaraja Dasa: Comunque, per non andare troppo fuori stra­da, stavamo parlando di forme e nomi di Dio primari e seconda­ri. La Bibbia abbonda di forme e nomi secondari…

Rev. Hart: Qual è un esempio di forma secondaria?

Satyaraja Dasa: Una forma che si limita a rappresentare Dio, il cespuglio in fiamme, per esempio…

Rev. Hart: Ah sì, è una manifestazione particolare. Si trova nel Deuteronomio (4.24), dove Dio viene descritto come un fuoco ardente. Esiste una rappresentazione simile nei testi vedici?

Satyaraja Dasa: Simile? …Ishvara-tattva-yena jvalita jvalana. La parola jvalana significa “fuoco”. Così il Signore viene para­gonato a un fuoco ardente nel Caitanya Caritamrita (Adi-lila 7.116). Queste, però, sono di nuovo forme rappresentative di Dio. Krishna è il Signore supremo in persona.

Rev. Hart: Sì, lo so, ma queste manifestazioni mi interessano, soprattutto quando c’è un collegamento tra i testi biblici e quelli vedici. Dimmi, esiste una manifestazione in cui Krishna è descritto con un elmetto di qualche genere? Te lo chiedo perché Yahweh, il Dio della Bibbia, viene descritto con “l’elmetto della salvezza” (Isaia 59.16-18). Al di là dell’abituale interpretazione metaforica, alcuni credono che Dio porti davvero un elmetto simile. Dopo aver letto alcuni testi dei Veda, non mi stupirei se molti simbolismi della Bibbia, o quelli che tradizionalmente si considerano simbolismi, avessero una base reale più concreta.

Satyaraja Dasa: Bene, che tu ci creda o no, per quanto mi ricordo, Sri Hari (Krishna) viene a volte descritto con un elmetto. Sì, nello Srimad Bhagavatam (6.4.39) c’è una bellissima descri­zione di Krishna e tra i Suoi ornamenti, il copricapo è descritto come maha-kirita, un elmo grande e sfarzoso.

Rev. Hart: Questi parallelismi sono stupefacenti. Trovo un estremo piacere in questi studi comparati. Tradizioni che si tro­vano geograficamente e culturalmente agli antipodi, per alcuni aspetti hanno molto più in comune di quello che pensa la mag­gior parte della gente. Secondo me tutto risale a un tempo in cui adoravamo tutti lo stesso unico Dio, prima che le divisioni arti­ficiali che oggi ci hanno inghiottito avessero il sopravvento. Prima che Kali-yuga, l’era della discordia e dell’ipocrisia, aves­se modo di svilupparsi.

Satyaraja Dasa: Sì, anche a me piace il dialogo eclettico, ci permette di apprezzare tutte le culture e mostra come, in ultima analisi, tutto risalga alla cultura dei Veda. Di fatto ho svolto parecchie ricerche su questo soggetto…

Rev. Hart: Lo so, tu sei senza dubbio la persona giusta per par­lare di queste cose. Una volta hai detto che avevi trovato molte correlazioni tra le descrizioni di Yahweh nella Bibbia e quelle di Visnu nei testi vedici. Hai voglia di parlarmene ora?

Satyaraja Dasa: Era molto tempo fa. Ne ricordo solo qualcuna, così sul momento…la voce di Yahweh è descritta come “simile al tuono” (Giobbe 40.9); Visnu possiede una voce tonante (SB 4.30.7) Yahweh viene descritto con la mazza e il bastone (Salmi 23.4, o 89.32); è noto che Visnu, in accordo all’espansione che sta manifestando, porta una mazza (SB 6.43.9) e un tridente (SB 4.30 7)

Yahweh manda il fuoco a distruggere i Suoi nemici (Salmi 97.3, o 50.3; vedi anche Deut. 9.3); il chakra di Visnu ha il potere distruttivo del fuoco della devastazione e riduce in cenere i suoi nemici (SB 6.8.23).

A volte Yahweh porta uno scudo (Deut. 33.29; Salmi 84.11); così anche Visnu (SB 6.4.39). I parallelismi sono infiniti, ma il punto essenziale da cogliere è che Dio è uno solo. Quando par­liamo di Krishna, o di Visnu, o di Yahweh ci riferiamo allo stes­so Dio.

Rev. Hart: A questo proposito, c’è un altro fattore comune che sottolinea ulteriormente il fatto che Visnu e Yahweh sono la stessa suprema Persona. Nella Jewish Encyclopedia, in un capi­tolo sull’etimologia di Cherubino, ho trovato un’informazione affascinante: Dillman, Duff e altri noti studiosi “sono tuttora favorevoli a collegare il Cherubino di Yahweh con il Gryphus [Garuda]”.

Satyaraja Dasa: È incredibile. E, se ben ricordo la Bibbia, anche se a volte si parla di molti Cherubini, Yahweh ne cavalca sempre uno solo, proprio come Visnu cavalca solo Garudaji… Entrambe le descrizioni di Dio includono cavalcature simili a uccelli, anche se tali concezioni sono state formulate a grande distanza sia geografica sia culturale.

Bene, stiamo parlando dello stesso, unico Signore Supremo, ne sono convinto! [ride]

Rev. Hart: Potrà forse suonare fuori argomento, ma dato che stiamo parlando di Dio sia come persona, sia nelle Sue forme rappresentative, mi chiedevo che cosa pensi di un particolare episodio della Bibbia. Dalla lettura dell’Esodo (33.18-23) risulta chiaro che Dio non rivela facilmente la Sua gloria, o la Sua forma. Certo, so che tu sei una specie di fondamentalista, e quindi probabilmente tendi a prendere alla lettera le affermazio­ni bibliche sulla forma di Dio, e non sono sicuro se sarei sempre d’accordo con te su questo atteggiamento. In particolare, però, questo passaggio dell’Esodo dice che Dio desiderava mostrare il Suo “dorso” a Mosè.

So che, dal tuo punto di vista, questo conferma il fatto che Dio possiede una forma, un “dorso” e un “volto”; però mi chiedo: non vedi un’interpretazione metaforica in questi particolari versi?

Satyaraja Dasa: Innanzi tutto, i versi dell’Esodo indicano chia­ramente che Dio possiede una forma, hai ragione. Prova a porti questa domanda: perché i profeti biblici avrebbero ripetutamen­te fatto ricorso a una metafora personale per descrivere Dio se egli fosse impersonale? E’ un’ipotesi pericolosa, deviante. Si potrebbe ribattere che le metafore personali vengono utilizzate solo per aiutarci a sviluppare una relazione con Dio. Ma in base a quali prove puoi affermare che non vanno prese in senso lette­rale? Perché dare per assunto che si tratta di una metafora? Comunque sia, c’è di che riflettere…

Ora, per quanto riguarda Mosè che vedeva il “dorso” del Signore, lo Srimad Bhagavatam parla di questo aspetto partico­lare del Signore che è il “dorso”, ed è vero che ha una sorta di significato metaforico. Per essere più precisi, si tratta di un’in­terpretazione più “interiore”. In accordo al Secondo Canto dello Srimad Bhagavatam (2.6.10), il “dorso” del Signore (paschimah) rappresenta la frustrazione e l’ignoranza, e, ancora più importante, è descritto come la sede della realizzazione impersonale. In altre parole, coloro che sono abbastanza fortu­nati da ricevere la grazia di vedere il Suo “fronte”, perseguiran­no la realizzazione di Dio nel suo aspetto più elevato, personale; gli impersonalisti invece devono rassegnarsi a una visione limi­tata al “dorso”.

Naturalmente, anche il “dorso” di Dio è trascendentale, quindi gli impersonalisti possono gradualmente evolvere verso la con­cezione personale e realizzare Krishna come Persona Suprema, Dio. Certo, per gli impersonalisti quest’ultima interpretazione è molto lontana. Si può dunque capire come fossero tradizional­mente situati i filosofi ebraici, al cui capo era stato dato di cono­scere solo il “dorso” del Signore. Se ti interessa il punto di vista vedico su questo passo della Bibbia, è così che devi vederlo.

Rev. Hart: Estremamente interessante… Ti farà piacere sapere che sono stati svolti elaborati studi comparativi tra il cristianesi­mo e il vaisnavismo.

Satyaraja Dasa: Sì, ho notato il libro di John Plott nel tuo uffi­cio. Si comparano gli insegnamenti teologici di Ramanujacarya con quelli di San Bonaventura; un’opera e un contributo impor­tanti.

Rev. Hart: Sì, però si rimane nell’ambito accademico. A me interessa di più il tuo lavoro, o comunque il lavoro di qualcuno che è personalmente coinvolto nella cultura di cui parla…

Satyaraja Dasa: Sì, è un fattore molto importante. Il sapere vedico viene tramandato tramite una successione di maestri. La tua intuizione è giusta: non è possibile penetrare tali verità se non si sono apprese da un maestro spirituale che appartiene a una delle linee di successione autentiche. Gli Apostoli studiaro­no con Gesù; anche Aquino studiò sotto qualcuno, Alberto Magno. Il legame esoterico che si stabilisce tra guru e discepolo è essenziale.

Esistono quattro sampradaya autentiche, quattro linee di suc­cessione. Il Padma Purana un elemento del canone vedico, menziona per nome le quattro sampradaya e addirittura predice i quattro maestri più importanti destinati ad apparire in seno a ciascuna di esse.

sampradayavihina ye mantras te viphala matah

atah kalau bhavishyanti chatvarah sampradayinah

shri-brahma-rudra-sanaka vaishnava kshitipavanah

chatvaras te kalau bhavya hy utkale purushottamah

ramanujam shrihi svichakre madhvacharyam

chaturmuhash srivishnuswaminam rudro nimbadityam chatuksanaha

Rev. Hart: È bellissimo. È il sanscrito originale?

Satyaraja Dasa: Sì, tradotto liberamente dice così: “Chi recita un mantra una preghiera, che non ha ricevuto da una delle quattro successioni di maestri autentici, sta più o meno perdendo il suo tempo. Così, in Kali-yuga verranno quattro maestri importanti a rappresentare ciascuna di queste sampradaya, conosciute come Sri, Brahma, Rudra e Sanaka (o Kumara) sam­pradaya. Sri (Lakshmi, la consorte di Visnu) scelse Ramanuja [per stabilire la sua sampradaya]; Brahma a quattro teste scelse Madhva; Rudra (Siva) scelse Visnu Swami; e i quattro “Sana” (Sanaka, Sanatkumara, Sananda e Sanatana) scelsero Nimbarka”. In questo verso è racchiuso il segreto del sapere vedico; le verità esoteriche sul regno di Dio vengono tramanda­te attraverso la successione dei maestri.

Rev. Hart: Hai cominciato la tua citazione dicendo che il man­tra, la preghiera, se non viene ricevuto dalla successione dei maestri, non ha alcun effetto. O meglio, hai detto che è “una perdita di tempo”. È un’affermazione piuttosto dura.

Satyaraja Dasa: Serve a definire l’importanza di ricevere il sapere attraverso la successione dei maestri. Non sarà mai riba­dito abbastanza. Il termine sanscrito esatto impiegato nel verso che ho citato è viphala, “senza frutto”. A meno che tu non entri a far parte di una delle successioni di maestri riconosciute, la tua recitazione è definita senza frutto, almeno in ultima analisi. Il significato più profondo è più o meno il seguente: la preghiera e la recitazione [di un mantra] in ogni forma, quando dirette verso Dio, sono positive ed eleveranno la persona che le compie ai più alti livelli possibili, perfino alla liberazione. Il vero “frut­to” della preghiera, però, è sviluppare il puro amore per Dio. È questo massimo livello che si raggiunge solo ricevendo l’inizia­zione dai maestri nella linea di successione.

Rev. Hart: Mi sembra che il cristianesimo sia la prova evidente dell’importanza della successione dei maestri. Gesù diede inizio a una linea di successione con Simon Pietro. Poco dopo però, in meno di sessantacinque anni,… la storia è imbarazzante… Nel IV secolo, dunque, quando Costantino rese “socialmente accet­tabile” la cristianità, il vero cristianesimo si oscurò. La storia del papato… i papi della famigli De Medici e i loro successori sono stati probabilmente gli uomini più degradati nella storia della religione.

Nella Chiesa ortodossa d’Oriente, tuttavia, e tra i mistici cristia­ni, c’è stato un forte movimento di riforma, un tentativo di rista­bilire la potenza spirituale della cristianità più antica. Avrai forse sentito parlare di Hesycam, una tecnica di meditazione con un mantra che i cristiani utilizzarono a partire dal III secolo dopo Cristo. Il metodo consiste nella semplice ripetizione della “Preghiera di Gesù”, che dice: “Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me”. Io personalmente ho trovato profondo conforto in questo mantra.

Satyaraja Dasa: La Preghiera di Gesù è indubbiamente molto pura, ma io preferisco il maha mantra Hare Krishna, mi sembra più puro.

Rev. Hart: Non mi sembri molto obiettivo…

Satyaraja Dasa: E tu, hai considerato l’argomento oggettiva­mente?

Nella Preghiera di Gesù, tu chiedi misericordia a Dio, il Figlio. Bene, è sicuramente una buona cosa. A confronto di tutte le cose materiali grossolane che si possono chiedere, è certo una benedizione trovare chi prega per una cosa tanto necessaria come la misericordia di Dio.

Il mantra Hare Krishna però, non chiede assolutamente niente, neanche una cosa sottile come la misericordia. La preghiera dice soltanto: “Per favore, impegnami al Tuo servizio”; non chiede niente in cambio. E in più, si rivolge a Dio Padre e alla Sua potenza interna.

È puro ed esoterico. Incomparabile. Quindi, anche oggettivamente…

Rev. Hart: Sì, capisco… ma è difficile essere oggettivi rispetto alle preghiere che ci sembrano più sentite. Io sono incline alla Preghiera di Gesù. Anche se è recente la sua divulgazione da parte del movimento New Age in seguito alla pubblicazione in The way of a Pilgrim e Franny e Zooey, la preghiera di Gesù vanta una lunga e vene­rabile tradizione di appartenenza al Philokalia, un importante testo del misticismo cristiano. La parola philokalia letteralmente significa “amore per la bellezza spirituale”, e io posso testimo­niare che senza dubbio il libro porta il lettore a un simile stato di apprezzamento. È uno dei miei libri preferiti, insieme a The Cloud of Unknowing, Dark Night of the Soul di St. John e The Imitation of Christ di Thomas da Kempis.

Comunque, tornando al punto, volevo dire che anche Philokalia sottolinea l’importanza di accettare un maestro spirituale. In greco vengono impiegate le parole starets e geront, che signifi­cano poi la stessa cosa. Bisogna imparare la Preghiera di Gesù da un maestro spirituale qualificato che conosce l’arte di tale recitazione. Il risultato che deriva dalla recitazione eseguita sotto la guida del maestro giusto e la theosis, la “rispiritualizzazione” della personalità.

Satyaraja Dasa: Non suona come la media della cristianità attuale.

Rev. Hart: No, purtroppo hai ragione. È una realtà estrema­mente rara al giorno d’oggi.

Satyaraja Dasa: Penso che tutto si sia deteriorato come risulta­to di un unico difetto: l’indebolirsi del principio stesso del mae­stro spirituale. Certo, nella tradizione cristiana sembrava desti­nato a finire così. Quando Aquino elaborò una sintesi della filo­sofia della Chiesa sulle basi della logica aristotelica, aveva innavvertitamente accettato una concezione impotente del guru.

Rev. Hart: Perché?

Satyaraja Dasa: Perché Aristotele per primo aveva rifiutato il suo maestro! Se studiamo Platone, il maestro di Aristotele, sco­priremo una filosofia molto spirituale. Platone era un’anima in parte realizzata, invece Aristotele, nel tentativo di spingere oltre le idee del suo maestro e di adeguarsi all’era scientifica, aveva reso troppo materialista la filosofia del suo maestro. Aristotele non era qualificato per elaborare gli insegnamenti del suo guru. Di conseguenza, quando d’Aquino impiegò gli scritti di Aristotele per creare la dottrina della Chiesa…

Rev. Hart: Sì, capisco…è una tesi interessante.

Satyaraja Dasa: Devo farti una domanda. In genere, i cristiani d’oggi non sentono il bisogno di avere un maestro spirituale. Penso che questo sia in gran parte da attribuire al fatto che i cri­stiani ritengono che Gesù sia l’unico guru. Tu lo conosci, l’e­sclusivismo cristiano: Gesù è l’unica via…

Rev. Hart: Sì, capisco che cosa intendi. Devo dire che si tratta di una visione molto limitata, e certo non rappresenta l’autenti­co spirito cristiano. Questo “esclusivismo cristiano”, come lo hai chiamato tu, si basa naturalmente sul Vangelo di Giovanni (14.6), dove Gesù dice: “Io sono la via, la verità e la vita; nessu­no viene al Padre se non attraverso di me”.

Satyaraja Dasa: Proprio così. È questo versetto che citano sempre; “solo attraverso Gesù – dicono – non abbiamo bisogno di un maestro spirituale vivente”.

Rev. Hart: Sì, è un’interpretazione sfortunata, ma purtroppo molto diffusa. Tuttavia il greco originale ha tutta un’altra storia da raccontare: ego eimi ha hodos kai ha alatheia kai ha zoa; oudeis erketai pros ton patera ei ma di emou.

Satyaraja Dasa: Puoi tradurre?

Rev. Hart: Sì, avevo già citato il verso, ma la parola chiave qui è erketai. Si tratta di una forma di presente attivo del verbo, per cui una traduzione più precisa sarebbe: “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno al presente può venire al Padre se non attra­verso di me”. Capisci? Duemila anni fa in Palestina, Gesù era il guru. Se avesse voluto dire che sarebbe stato lui il maestro per tutti i secoli a venire, avrebbe usato un termine diverso da erketai, ma non lo fece.

D’altra parte, mi sento vicino a questi cristiani, perché anch’io ho accettato Gesù come mio Signore e Salvatore. Oggettivamente, però, non c’è motivo di credere che sia l’unico, sebbene lo affermino in molti.

Satyaraja Dasa: Sì, ed è per questo che si è offuscata l’impor­tanza di una guida spirituale vivente, di un maestro spirituale in carne e ossa. Di conseguenza, la gente non sa come interpretare le scritture. Per esempio, la Bibbia riporta due versioni diverse della creazione. Non solo, i Vangeli di Matteo e di Luca conten­gono due genealogie di Gesù completamente contrastanti. Quali delle storie sono parabole? Quali invece devono essere prese come metafore o analogie?

Rev. Hart: Lutero però diceva che “noi tutti abbiamo il diritto divino di interpretare le scritture…”

Satyaraja Dasa: Liberalismo senza garanzie! Chi siamo noi per interpretare. C’è chi usa le scritture per giustificare l’omicidio, chi le usa per promuovere le guerra, chi per auspicare la pace nel mondo. Voi vi basate sulle scritture per provare che Gesù era il Messia degli ebrei, e gli ebrei le citano, con altrettanta effica­cia, per dimostrare che Gesù non poteva assolutamente essere il Messia.

Rev. Hart: Che cosa si può fare?

Satyaraja Dasa: I testi vedici raccomandano un sistema equili­brato con tre punti di verifica: guru, sastra e sadhu, cioè biso­gna avvicinare un guru che appartiene alla successione dei maestri, i cui insegnamenti sono confermati dalle scritture e dai santi e i saggi del passato. Questo metodo risolve tutti i proble­mi di interpretazione delle scritture.

Rev. Hart: Ma il maestro spirituale dev’essere autentico, altri­menti ci ritroviamo con lo stesso problema…

Satyaraja Dasa: Esatto. Le scritture vediche dicono che biso­gna avvicinare un guru, e che il guru deve essere in linea con una delle quattro sampradaya menzionate prima. Ora, come valutarne l’autenticità? Ci sono moltissimi versi…secondo la Mundaka Upanisad (1.2.12) le due qualità principali sono srotiyam, che appartenga alla successione dei maestri, e brahma nishtam, che sia fisso nella verità assoluta, la sua vita dev’essere dedicata a Krishna.

Inoltre, egli deve saper controllare la lingua, lo stomaco e i genitali… Il puro devoto, il maestro spirituale possiede ventisei qualità… Tutte le sue affermazioni trovano conferma nelle scrit­ture…e la sua interpretazione delle scritture non devia da quella data dai guru che lo hanno preceduto nella successione dei mae­stri…Capisci? È molto chiaro. Esistono moltissimi riferimenti…

Rev. Hart: Con quale linea di successione è allineato il tuo movimento?

Satyaraja Dasa: La linea Brahma-Madhva, è una delle quat­tro

Rev. Hart: Sì. Dove si situa Sri Caitanya?

Satyaraja Dasa: Sri Caitanya ha modificato gli insegnamenti di Madhva. Mi sembra che ne abbiamo già parlato prima…

Rev. Hart: Però aveva accettato la scuola Brahma-Madhva?

Satyaraja Dasa: Sì, il Suo maestro era Isvara Puri, discepolo a sua volta del famoso Madhavendra Puri. Attraverso il suo guru, egli era chiaramente legato alla Madhva sampradaya. In questo modo noi siamo collegati alla Brahma-Madhva-Gaudiya sam­pradaya.

Rev. Hart: Gaudiya?

Satyaraja Dasa: In riferimento a Sri Caitanya. Poiché Egli diede nuova vita alla linea disciplica e poiché era l’avatara tanto atteso, Gli viene assegnato un posto speciale. La regione del Bengala dove Egli manifestò i Suoi divertimenti viene chia­mata anche “Gauda-desh”, da qui il nome “Gaudya” sampra­daya.

Rev. Hart: Io penso che l’iniziazione sia essenziale. Nella vostra tradizione è così chiaro…

Satyaraja Dasa: Invece di leggere Guerra e Pace, certe perso­ne cercano di risparmiare tempo leggendone il riassunto. Analogamente, invece di cercare un maestro spirituale autenti­co, alcuni si affidano a un ciarlatano qualunque le cui istruzioni sembrano facili da seguire, altri invece rinunciano al maestro spirituale o addirittura diventano maestri di se stessi…

Rev. Hart: “Chi pensa di esser il maestro di se stesso, ha per discepolo uno sciocco”.

Satyaraja Dasa: Sì. [ridendo] Analogamente, chi legge il rias­sunto di Guerra e Pace non può aspettarsi di provare la molte­plice varietà di sentimenti e le frustrazioni della vita di Pierre, Natasha e del principe Andrei. Anche se questo è un esempio un po’ crudo, il principio dev’essere chiaro: in molti aspetti della vita è possibile prendere delle scorciatoie, ma se si tenta di ricorrere alle scorciatoie nelle questioni di estrema complessità, si incontreranno solo guai. La cosa migliore è ascoltare le istru­zioni di chi ha già percorso la via con successo. La vita spiritua­le è impegnativa e chi non accetta di farsi guidare da un maestro spirituale nella linea di successione, inevitabilmente mancherà i punti cardinali della scienza della trascendenza.

CAPITOLO QUATTRO

*BHAGAVAD-GITA*

*HATHA YOGA*

*DIOGENE E I PIACERI DEI SENSI*

*LE QUATTRO ERE E LO YUGA DHARMA*

*RAMANANDA ROY E IL RIFIUTO DELLA GITA*

Rev. Hart: Che cosa mi dici della Bhagavad-gita? In molte nostre conversazioni precedenti ne hai citati ampi stralci ed è un’opera da cui sono stato affascinato fino dai tempi del college.

Satyaraja Dasa: La Bhagavad-gita, o “canto di Dio”, è una delle sacre scritture più importanti tramandate in India. Sebbene sia stata diffusamente pubblicata e letta come testo a sé, in origi­ne è un episodio del Mahabharata, grande classico epico-stori­co che conta più di centomila versi ed è noto come il poema più lungo della letteratura mondiale.

Rev. Hart: Ma la Gita…

Satyaraja Dasa: Sì, la Gita va dal venticinquesimo al quaranta­duesimo capitolo del Bhisma-parva del Mahabharata. Comincia con Krishna, il Signore, che conduce il carro del Suo amico e devoto Arjuna nel mezzo del campo di battaglia di Kuruksetra. Il dialogo che segue costituisce la Gita, o “canto”, di Bhagavan, “il Signore Supremo”. Egli canta la Sua canzone perché il Suo devoto Arjuna ha bisogno di insegnamenti.

Sgomento di fronte all’imperativo di combattere, Arjuna esita a prendere parte alla guerra fratricida che sta per avere luogo davanti ai suoi occhi. Sri Krishna tuttavia mette in chiaro le conseguenze della ritirata del Suo amico. Gli fa notare che, come guerriero, ha il dovere specifico di combattere per difen­dere i giusti. La sua esitazione, aggiunge Krishna, se pure appa­rentemente nobile, si basa in realtà su un’illusione, l’errata iden­tificazione del corpo come vero sé.

La fazione opposta, dopo tutto, si è resa colpevole di numerose atrocità ed è quindi già condannata; anche se è vero che molti di loro sono parenti di Arjuna. Krishna ha segnato il loro destino, o meglio, loro da se stessi hanno già segnato il proprio destino, e Krishna incoraggia Arjuna ad agire come Suo strumento per portare a compimento la giusta reazione. I settecento versi della Gita sono costituiti dalle elaborate argomentazioni di Krishna su questo soggetto e dalla loro accettazione finale da parte di Arjuna.

Rev. Hart: Hai padroneggiato l’arte di spiegare soggetti com­plicati in modo facilmente comprensibile. Certo, tu mi stai pro­ponendo il verdetto della successione dei maestri; inoltre, in accordo alla tradizione stessa, questo è il punto di vista che dovremmo accettare. Nel corso del tempo, però sono stati scritti numerosi commenti esegetici. Puoi darmi una panoramica stori­ca, dicendomi quali commenti della Gita sono validi e quali sono inattendibili?

Satyaraja Dasa: La maggior parte dei commenti oggi più popolari sono chiaramente inattendibili. Sono privi di spessore e non onorano i commenti tradizionali che invece sono essenziali al fine di elaborare la propria interpretazione personale. La Bhagavad-gita As It Is di Srila Prabhupada è quindi l’unica tra­duzione inglese con commento che rispetta fedelmente i com­menti storicamente autentici…

Rev. Hart: Che cosa pensi del nuovo commento della Gita della dottoressa Barbara Stoler Miller? Sai chi è, la sanscritista della Columbia…In termini di prosa…

Satyaraja Dasa: Sì, è una bella traduzione. Ho apprezzato soprattutto il suo prologo, quando parla di Thoreau che portò la Gita a Walden Pond…

Rev. Hart: Sì, sì.

Satyaraja Dasa: Ma quanto ad autenticità e fedeltà alla tradi­zione, posso consigliare solo quella di Prabhupada.

Molte volte in passato la Gita è stata presa d’assalto da com­menti inutili, tra cui per primo quello di Shankaracarya nell’ot­tavo secolo dopo Cristo. Pur essendo importantissimo di per sé, ha trascurato la fondamentale essenza teistica del messaggio complessivo della Gita. L’interpretazione di Shankara è servita a “spersonalizzare” il Signore per i seguaci impersonalisti (Mayavadi) di Shankara.

La sua forzatura interpretativa diede seguito a tutta una scuola di interpretazioni del testo della Gita, e versioni molto meno degne della prima hanno finito con inondare il mercato. Gli scrittori contemporanei citano queste false Gita nelle loro opere e le prendono come punto di riferimento senza dubitarne un momento: Gandhi, Aurobindo, Huxley, Hartmann, Steiner, Tagore, per nominarne solo alcuni. Pur godendo tutte di una onorevole reputazione nei loro rispettivi campi, queste persone difficilmente possono essere considerate autorevoli per quanto riguarda la Bhagavad-gita.

Rev. Hart: Ho letto The significance of the Bhagavad-gita for Christian Theology di Geoffrey Parrinder, e il saggio di William Blanchard, intitolato “Un esame della relazione tra il Nuovo Testamento e la Bhagavad-gita”. Eccellenti. Oh, ho letto anche la Bhagavad-gita di Charles Wilkins, la prima traduzione ingle­se, lo saprai, pubblicata del 1785.

Satyaraja Dasa: Purtroppo i commenti più importanti sono poco noti ai lettori di oggi: Anagita, la Gitamahatmyas. Jayatirta, che appartiene alla Brahma-Madhva sampradaya ha scritto un importante commento sulla Gita, e altrettanto fece Vedanta Deshika della scuola Ramanujita.

Rev. Hart: No, non li ho mai visti.

Satyaraja Dasa: Ancora più importanti sono i commenti di Visvanatha Chakravarti Thakur e di Baladeva Vidyabhusana, perché sono nella linea Brahma-Madhva-Gaudya e, in quanto tali, mettono in luce le più alte conclusioni dell’amore per Dio.

Rev. Hart: Temo di non sapere nulla neppure di questi testi.

Satyaraja Dasa: In inglese non esistono, ma sono i più tradi­zionali e famosi commenti della Gita. Capisci, le false interpre­tazioni hanno come risultato di oscurare il vero messaggio della Gita e anche i suoi commenti più importanti. Oggi è possibile penetrare il mistero della Gita con l’aiuto della Bhagavad-gita As It Is di Sua Divina Grazia A. C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada. Questa è l’edizione definitiva con il san­scrito originale, la translitterazione parola per parola, la tradu­zione inglese e un esauriente commento. Qui puoi trovare l’es­senza di tutti i commenti tradizionali, in questa versione, eccote­la.

Rev. Hart: Un regalo? Grazie.

Satyaraja Dasa: Ti chiedo solo di leggerla con attenzione.

Rev. Hart: Grazie davvero.

Satyaraja Dasa: È un regalo per tenerti lontano dai commenti devianti.

Rev. Hart: [ridendo] Mi terrà impegnato per un bel po’. A occhio si direbbero un migliaio di pagine. Comincerò questa sera…

Satyaraja Dasa: Questa è la versione che la Gita stessa consi­glia.

Rev. Hart: Come ?

Satyaraja Dasa: Sì, il quarto capitolo della Gita declama a gran voce: evam parampara praptam, imam rajarshayo viduh. Questo, il sanscrito originale, dice, in essenza, che bisogna avvi­cinare un maestro spirituale nella linea di successione (param­para) per conoscere la verità della Gita; non è sufficiente rivol­gersi a uno studioso di scienze accademiche. I misteri della let­teratura religiosa possono essere risolti da chi la pratica, dai mistici religiosi, come tu ben sai, e l’interpretazione delle scrit­ture sacre è da riservare a coloro la cui vita ne è l’esemplifica­zione vivente.

A tale proposito, il messaggio della Gita è cristallino: avvicina un’anima realizzata per poter capire la Gita, ella può impartirti la conoscenza perché ha visto la verità. D’altra parte, chi pratica la speculazione mentale, per quanto abile possa essere, può insegnarvi soltanto a speculare. Una persona che studia la Bhagavad-gita dal di fuori, a distanza, non potrà mai penetrare i suoi significati più profondi. Colui che vive la Gita, invece, può risolverne tutti i problemi filosofici, storici e interpretativi, sia per sé, sia per i suoi discepoli. È questo il valore della Gita di Prabhupada.

Rev. Hart: Non è un’affermazione da poco. Grazie ancora. Alcune domande di teologia: perché fu scelto Kuruksetra come principale campo di battaglia? (Dico “principale” perché, da quanto ho capito, si trattava di una guerra mondiale…) Ovviamente era considerato un luogo sacro ancora prima che avesse luogo il sacro dialogo tra Krishna e Arjuna cinquemila anni fa. In effetti, da quanto ricordo, si dice specificamente che si trattava di un luogo sacro anche prima della rivelazione della Gita.

Satyaraja Dasa: Kuruksetra è una pianura situata in prossimità dell’attuale città di Delhi, a sud-est di Thanesar e molto vicina a Panipat. Fa parte di un’area più vasta chiamata Dharmaksetra; era considerata sacra perché situata alla confluenza di due tra i più sacri fiumi dell’India, la Yamuna e la Sarasvati. Questa è una delle ragioni.

Certo, il dialogo tra Krishna e Arjuna, completamente spirituale, non è limitato da considerazioni di spazio e tempo, che sono fat­tori materiali. Quindi, Kuruksetra è sempre stato un luogo sacro, perché la conversazione trascendentale che aveva avuto luogo milioni di anni prima con Vivasvan, il deva del sole, si sarebbe un giorno ripetuta tra Krishna e Arjuna. È poi avvenuto solo cinquemila anni fa, ma i saggi senza macchia avevano sempre saputo che un giorno sarebbe accaduto. E così il luogo è sempre stato considerato sacro, anche prima del tempo di Krishna e Arjuna.

Rev. Hart: Quali sono gli insegnamenti della Gita sulla pro­prietà? Arjuna è un grande re che vuole abbandonare la sua opu­lenza; è stato attratto dalla rinuncia, però Krishna non gli per­metterà di rinunciare artificialmente. È interessante. La Gita, in ultima analisi, non insegna forse la rinuncia?

Satyaraja Dasa: Sì, ma insegna la completa rinuncia, o yukta­vairagya. Il tipo di rinuncia a cui siamo abituati è incompleto. Ed è arido. Rinunciare ai piaceri del mondo non necessariamente trasforma chi lo fa in un essere che ama Dio. La Gita quindi insegna che vera rinuncia non è abbandonare le cose di questo mondo, ma utilizzarle al servizio di Krishna. Secondo la Gita questo è il più elevato livello di rinuncia. Rinunciare a qualcosa di più dei frutti della propria attività: rinunciare all’idea stessa dell’attaccamento al risultato, e inoltre lavorare, con devozione, per Krishna. La vera rinuncia è questa ed è tale genere di rinun­cia che Krishna voleva far comprendere ad Arjuna.

È questione di capire chi siamo noi in relazione a Krishna, se siamo quelli che godono o quelli dei quali si gode. E poi, a che cosa possiamo rinunciare se tutto appartiene a Dio?

Mettiamo che tu trovi un portafoglio per terra. Se lo raccogli e lo tieni per te, sei un ladro, dedito esclusivamente al tuo piacere. In sanscrito tale persona è definita bhogi, o colui che è intento al piacere dei sensi. Se invece ignori il portafoglio, pensando: “Non è mio, non sono affari miei”, sei comunque colpevole di un comportamento improprio; sei senza cuore: restituendolo, avresti potuto aiutare qualcuno. Tale atteggiamento è equipara­bile a tyaga, il tipo di rinuncia convenzionale che la Gita rifiuta.

Se invece raccogli il portafoglio e cerchi il legittimo proprieta­rio, l’attitudine è simile a quella del bhakta, il devoto, che cerca sempre di utilizzare le cose positive di questo mondo al servizio di Krishna, al servizio del legittimo proprietario del portafoglio. Quindi, in un certo senso, la persona dedita al proprio piacere e il rinunciante sono uguali. Solo il bhakta risulta virtuoso.

Rev. Hart: Questa storia del piacere e della rinuncia…e come in un certo senso conducano allo stesso fine, mi ricorda un aneddoto della vita di Diogene, il filosofo greco.

Quando Alessandro Magno partì alla conquista dell’India, passò a trovare il suo amico Diogene. Incontrandosi, i due si salutaro­no con grande affetto, perché erano vecchi amici e non si vede­vano da tempo. Comodamente seduto nella sua poltrona preferi­ta, mentre l’amico camminava ansiosamente avanti e indietro per la stanza, Diogene prese la parola: “Che cosa stai facendo ora?”. E Alessandro rispose: “Sono diretto a conquistare l’Asia Minore”

“E poi dove andrai?”, chiese Diogene al suo ambizioso compagno. Era sempre incuriosito dalle gesta di Alessandro.

“Andrò avanti e conquisterò l’India”, disse Alessandro. “E poi?”, chiese ancora il saggio.

Alessandro: “Poi conquisterò il mondo intero”. Con un sorriso divertito, Diogene guardò Alessandro, una chiara espressione di sfida negli occhi, e disse: “Una volta conquistato il mondo, poi, che cosa farai?”

“Ah” disse Alessandro “poi mi riposerò e potrò rilassarmi”.

Questa risposta provocò in Diogene un riso quasi isterico. Chiamò a sé il suo inseparabile compagno, un cagnolino smilzo che riposava lì accanto. “Hai sentito che cosa ha detto questo matto? – sussurrò Diogene al cane – si riposerà quando avrà con­quistato il mondo. Noi ci stiamo già riposando e non abbiamo conquistato proprio niente, se non, forse, il desiderio di conqui­stare il mondo.

Poi Diogene si rivolse ad Alessandro e disse: “Se il riposo e il relax sono il tuo obiettivo finale, perché non ti unisci a me e al mio cane adesso, in questo comodo soggiorno? Qui c’è abba­stanza spazio per tutti e tre. Perché devi andare a creare un sacco di confusione in giro per il mondo, per poi tornare qui a riposarti insieme a noi? Puoi farlo già da ora”

Alessandro, inutile dirlo, se ne andò molto imbarazzato, ma che altro avrebbe potuto fare? Era già coinvolto e condizionato. Comunque sia, il saggio gli aveva dato qualcosa su cui medita­re.

Satyaraja Dasa: Notevole storia. Siamo d’accordo con la con­clusione, ma solo se il servizio a Krishna, Dio, è il momento di riconciliazione finale tra Alessandro e Diogene.

Rev. Hart: Sì, è proprio questo il punto. Alessandro è il bhogi, quello che persegue il piacere dei sensi, e Diogene il tyagi, il rinunciante. Manca il devoto, il bhakta.

Satyaraja Dasa: Sì, proprio così…

Rev. Hart: Senti, sembra un po’ fuori tema, ma visto che parlia­mo della Gita, volevo chiederti dello yoga. La Gita contiene molti capitoli dedicati allo yoga e, a partire dagli anni ’60 si è parlato molto di questo fenomeno. So che la Gita è uno dei testi originali che descrivono i diversi sistemi dello yoga. Per qual­che motivo, mi viene in mente raja-yoga…Ah sì, alcuni dei miei studenti sono impegnati in diverse forme di raja-yoga e mi chie­devo, appunto, che relazione ha questo fenomeno con il messag­gio della Gita.

Satyaraja Dasa: Il sistema del raja-yoga è descritto nella Bhagavad-gita. Però è un peccato che i tuoi studenti siano impegnati in tale pratica; ancora una volta, è colpa delle tradu­zioni e dei commenti non autentici.

Arjuna stesso respinge questo metodo in quanto troppo difficile per il momento e l’era attuale. Krishna è d’accordo con lui e consiglia il più semplice bhakti-yoga, tramite il quale si impara a fissare i sensi sul Supremo attraverso il servizio di devozione, come abbiamo già detto. Il processo del bhakti-yoga è il raja­yoga finale, perché raja vuol dire “re”. Il bhakti-yoga è il re di tutti i processi yogici.

Rev. Hart: Ma allora, che cos’è questo raja-yoga inferiore, che è tanto popolare al giorno d’oggi?

Satyaraja Dasa: Anche se lo chiama raja-yoga, la maggior parte della gente in realtà oggi si riferisce all’astanga-yoga, o yoga “in otto parti”, conosciuto anche come hata-yoga.

Le otto parti di questo processo consistono in yama (controllo di sé e disciplina), niyama ( regole da osservare), asana (posizioni del corpo), pranayama (controllo e regolazione del respiro), pratyahara (controllo dei sensi), dharana (fissare la mente su Dio) e samadhi (totale assorbimento in Dio.

Si tratta di un processo graduale, fatto per raggiungere la perfe­zione in migliaia di anni. Sì, era adatto a un’era precedente, quando la gente viveva molte migliaia di anni. Di conseguenza, Arjuna lo respinse in quanto troppo difficile e complicato da praticare per il momento e l’era attuali. In origine, il processo del raja-yoga era fatto per sviluppare nei suoi adepti una certa capacità di controllare il corpo e la mente, in modo che i due potessero gradualmente venire impiegati per servire Dio e assorbirsi in Lui.

La gente lo ha trasformato in un affare dei sensi. Adesso lo uti­lizzano per fermarsi a metà strada, quando l’energia della kun­dalini è stata risvegliata e il corpo è in ottima forma, per avere una buona vita sessuale e dimenticare Dio.

L’energia chiamata kundalini viaggia nel corpo attraverso la nadi, o “vena”, susumna, una delle 72.000 vene che percorrono il nostro corpo. Il processo dello yoga è fatto per pulire, o puri­ficare, le nadi in modo che l’energia della kundalini possa scor­rere senza impedimenti. Questo avviene soprattutto grazie alla pratica del pranayama, che da solo richiede più di una vita per essere perfezionato.

Rev. Hart: Allora, questo complicato processo è sconsigliato dalle scritture per l’era attuale e invece viene raccomandato il bhakti-yoga. Ma allora, perché Krishna non ha cominciato col dare queste istruzioni a pagina uno? Perché consigliare la pra­tica del raja-yoga e, solo dopo che Arjuna la respinge, allora Krishna raccomanda la bhakti? Forse il difficile processo dell’a­sthanga-yoga era consigliato per le ere precedenti? Mi sembra che avessi fatto qualche allusione al proposito…

Satyaraja Dasa: Sì, Krishna è apparso alla fine dell’era prece­dente a questa, in Dvapara-yuga, e ha dato un resoconto del pro­cesso storico dello yoga solo per dimostrare, attraverso il rifiuto di Arjuna, che era ormai sorpassato. E Arjuna era un individuo dotato di tutte le migliori qualità, se non era possibile per lui, che dire di noi…

Il processo del raja-yoga, secondo le scritture, era in realtà con­cepito per Satya-yuga, la prima era, quando la gente viveva dav­vero molte migliaia di anni. Dopodiché sopravvenne Treta-yuga e la durata della vita diminuì; il processo consigliato per realiz­zare Dio allora era il compimento di sacrifici elaborati, incredi­bilmente elaborati. Poi venne Dvapara-yuga, e la durata della vita si ridusse considerevolmente. In quell’era il processo consi­gliato era la fastosa adorazione nel tempio.

Quest’ultima Dvapara-yuga è stata speciale per molte ragioni. La principale: Krishna stesso apparve e ispirò di persona molti individui. Inoltre, il processo della meditazione attraverso i mantra divenne un mezzo popolare per compiacere le Divinità. Questo preparava gli aspiranti devoti a Kali-yuga, quando la meditazione con i mantra sarebbe diventata la pratica spirituale principale.

Per tornare un attimo a Dvapara-yuga, però, il Caitanya Caritamrita (Madya 8) dice specificamente che il Dvapara-yuga il Signore veniva adorato con il seguente mantra:

namas te vasudevaya

namak samkarshanaya cha

pradyumnayaniruddhaya

tubhyam bhagavate namaha

“Offro i miei rispettosi omaggi a Dio, la Persona Suprema, che Si espande come Vasudeva, Sankarsana, Pradyumna e Aniruddha”. In origine questa preghiera appare nello Srimad Bhagavatam, ed era consigliata in particolare in Dvapara-yuga per onorare Krishna, contemporaneamente all’adorazione nel tempio.

Tutto questo preludeva all’età del ferro, Kali-yuga, in cui la durata della nostra vita è notevolmente diminuita e abbiamo perso tutte le qualità più raffinate, cioè quelle necessarie per la pratica del raja-yoga, i sacrifici elaborati e l’adorazione fastosa nel tempio. Nell’era attuale la nostra unica speranza è cantare con sincerità il santo nome in compagnia di altri Vaisnava (sankirtana). Più di ogni altra cosa, è raccomandato il canto del maha mantra Hare Krishna: Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare/ Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare.

Così come è apparso di persona in Dvapara-yuga, Sri Krishna discende nuovamente in Kali-yuga, sempre accompagnato dai Suoi compagni più vicini. Questa volta, però, assume un colore dorato all’opposto della sfumatura nera di Krishna, e appare nel Suo aspetto più confidenziale per presentare di persona il movimento dell’Hari-nama sankirtana, lo yuga-dharma, il metodo per questa era, che consiste nel cantare il maha-mantra Hare Krishna.

Si tratta, naturalmente, di Sri Caitanya, l’avatara. Le scritture ci informano che i più fortunati prenderanno rifugio in questa risplendente manifestazione del Supremo, e in Lui troveranno il tanto agognato sollievo dall’era di Kali.

Rev. Hart: Interessante. Allora, in essenza la Gita conclude dicendo di sottometterci all’unico Dio Supremo, Krishna, con atti di devozione e recitando il Suo nome. Stupefacente. Nella loro essenza, sembrano proprio le stesse conclusioni del cristia­nesimo.

In realtà, l’istruzione finale della Bhagavad-gita è la mia prefe­rita: “Abbandona tutte le religioni e semplicemente sottomettiti a Me – dice Krishna – Io ti libererò da tutte le reazioni peccami­nose”. Sulle prime questa istruzione mi era parsa oscura, devo ammetterlo. Ma quel che significa, penso, è che alla fine biso­gna abbandonare le religioni convenzionali e sottomettersi a Dio. Non ci si può nascondere per sempre dietro alle formalità e ai rituali. Se è questo che intende Krishna, allora sono assoluta­mente d’accordo che tale istruzione contiene in forma succinta l’insegnamento ultimo e più elevato di tutte le tradizioni religio­se.

Satyaraja Dasa: Si tratta di un insegnamento molto elevato, non c’è dubbio. Anche i Ramanujiti lo considerano il charama­sloka, il “verso conclusivo” della Bhagavad-gita. Sarai però sorpreso nello scoprire che non si tratta dell’insegnamento più elevato.

Rev. Hart: Non riesco ad immaginare niente di più alto. Per i cristiani, la sottomissione totale alla volontà di Dio è il più alto…

Satyaraja Dasa: Le sottili distinzioni e sfumature di concetti come “sottomissione” e “amore” sono chiaramente messe in luce dalla tradizione vaisnava, e ci portano molto più in là di questo specifico insegnamento della Bhagavad-gita. Ti sorpren­derà sapere che, in un certo senso, Sri Caitanya rigettò questo insegnamento della Bhagavad-gita come inferiore.

Nelle Sue conversazioni con Ramananda Roy, Mahaprabhu gli chiese di chiarire lo scopo supremo della vita spirituale. Ramananda cominciò con illustrare il concetto vedico delle divisioni sociali, il sistema del varnasrama, spiegando inoltre che tutti dovrebbero svolgere i doveri loro prescritti come speci­fico atto di servizio al Signore. Mahaprabhu però non accettò quel suggerimento in quanto troppo superficiale.

Allora Ramananda Roy parlò dell’essenza del bhakti-yoga, così come la espone il nono capitolo della Gita. (verso 27): “…Tutto ciò che fai, mangi, sacrifichi e dai in carità, così come le auste­rità che pratichi, offri tutto a Me”. Che tu lo creda o no, Sri Caitanya rifiuto anche questa proposta – che tutto quello che si fa debba essere compiuto come offerta al Signore – ritenendola ancora troppo superficiale.

Allora Ramananda Roy sentì che poteva passare all’insegna­mento finale della Gita, proprio quello che tu hai citato prima: “Abbandona ogni forma di religione e abbandonati a Me…”.

Ma, ancora una volta, Mahaprabhu rifiutò il suo proponimento in quanto troppo superficiale. Si trattava ancora di karma-misra-­bhakti, cioè ”azioni interessate mescolate al servizio di devozio­ne”, perché Krishna ti deve dire come agire, quindi non è anco­ra un’azione spontanea…Vedi, si può dire a una persona di “abbandonare” qualcosa soltanto se è nell’illusione di avere qualcosa da abbandonare. Però, tutto appartiene a Krishna, non c’è niente di “nostro”; è questa la comprensione da raggiungere. Quindi, quando ci viene detto di “abbandonare” qualcosa, o quando ci dedichiamo al servizio di devozione pensando che abbiamo “rinunciato” a qualcosa…si tratta ancora di karma-­misra-bhakti, è un sentimento misto, non sevizio puro.

Poi Sri Ramananda decise di descrivere uno stato di sicura tra­scendenza. “Questo – pensò – verrà sicuramente accettato come il fine ultimo della vita spirituale”. Per descriverlo citò un altro verso (il 56) dal diciottesimo, e ultimo, capitolo della Gita: “Sebbene impegnato in ogni tipo di attività, il Mio devoto, sotto la Mia protezione, raggiunge, per Mia grazia, l’eterna e immor­tale dimora”. Prima Ramananda Roy aveva proposto il servizio di devozione nello spirito di rinuncia alle attività interessate, qui invece suggerisce che il servizio devozionale in perfetta conoscenza e realizzazione spirituale è superiore.

Di nuovo Mahaprabhu rifiutò la sua proposta come troppo superficiale, macchiata, questa volta, di jnana-misra-bhakti. Misra significa “mescolato”, e qui la proposta di Ramananda era macchiata da ”conoscenza mescolata al servizio devoziona­le”. I principi enfatizzati nel verso citato sono “conoscenza” e “realizzazione”, non l’amore senza causa per Krishna. Ramananda Roy cominciava a capire il punto.

Capisci, Sri Caitanya lo stava spingendo ad andare sempre più in là. Stavano gustando insieme questo scambio. Soprattutto leggendolo nella lingua bengali, si capisce che è uno scambio molto dolce. Sri Caitanya ripeteva: “eho bahya age kaha ara, cioè: “Queste cose sono superficiali; vai più in fondo, vai più in fondo”.

Rev. Hart: Alla fine riuscì a dare a Sri Caitanya la risposta giu­sta?

Satyaraja Dasa: Oh, sì. Le parole che pronunciò in seguito provocarono in Sri Caitanya uno stato di estasi spirituale.

Rev. Hart: Conosci il verso?

Satyaraja Dasa: Posso solo parafrasarlo… comunque, citando un passaggio esoterico del Decimo Canto dello Srimad Bhagavatam (10.14.3), Sri Ramananda disse: “Mio caro Signore, alla fine bisogna abbandonare completamente la reli­giosità interessata, la speculazione monista e la coltivazione del sapere. Bisogna cominciare un’autentica vita spirituale di servi­zio devozionale informandosi sulle attività del Signore da un devoto realizzato nella linea di successione. Chi coltiva la vita spirituale seguendo questi principi e vivendo da persona onesta, sebbene la Tua Signoria non sia mai conquistata, accade l’in­concepibile e Tu sei conquistato da tale processo”.

A queste parole, Sri Caitanya cominciò a cedere, ammettendo che questo è l’inizio della vera perfezione. È il vero inizio della meta più elevata della vita spirituale, perché è disgiunto anche dal desiderio più sottile di conquiste karmiche, impersonalismo e brama di sapere. Dopodiché il Signore chiese a Sri Ramananda di parlare di argomenti elevati riguardo all’amore per Dio, portando la perfezione allo zenith. In altre parole, quel­la risposta era perfetta, ma esiste il maggiormente perfetto e il perfetto massimo.

Rev. Hart: [ridendo] Mi piace. Allora, alla fine i seguaci di Sri Caitanya rifiutano la Bhagavad­gita?

Satyaraja Dasa: Oh, no. Assolutamente no, non mi fraintende­re. Rifiuto è forse un termine troppo forte, perché implica fina­lità. No. I seguaci di Mahaprabhu adorano la Gita in quanto si tratta delle sacre parole di Sri Krishna. Però confuterebbero la tua affermazione che la conclusione della Gita, il verso che hai citato, costituisca la filosofia più elevata. Di fatto, la Bhagavad­gita è solo uno studio preliminare, necessario, ma di base. Poi bisogna studiare lo Srimad Bhagavatam, e in seguito, se si è particolarmente fortunati, è possibile penetrare i misteri del Caitanya Caritamrita. E’ quest’opera che rivela le più alte mete da raggiungere nella vita spirituale.

CAPITOLO CINQUE

*LA VENUTA DI GESÙ E’ PREDETTA NEI VEDA?*

*BRAHMAN, PARAMATMA E BHAGAVAN*

*IL REGNO DI DIO*

*LA PREGHIERA CRISTIANA*

*CHE COS’È L’OM?*

*CANTARE HARE KRISHNA*

*CHI E’ RADHARANI?*

Rev. Hart: Considerando le molte e dettagliate informazioni contenute nei testi vedici, mi chiedevo se la venuta di Gesù fosse stata predetta. Una volta mi hai detto che le incarnazioni di Dio sono preannunciate nelle scritture vediche, hai menzio­nato Budda, Rama, Krishna e Sri Caitanya, erano tutti prean­nunciati…

Satyaraja Dasa: Sì. Certo, Gesù era un saktyavesa avatara, cioè era un’incarnazione dotata di speciali poteri. Parleremo più avanti di queste manifestazioni particolari. Comunque sia, tali avatara sono descritti in tutta la letteratura vedica per le loro qualità, quando non sono specificamente identificati. La lettera­tura dei Veda scende nei minimi dettagli a enumerare tutte le qualità che si possono cercare in un saktyavesa-avatara. Così è possibile accertare la presenza di un essere divino…

Come ben sai, Gesù era piuttosto speciale e quindi, come si può facilmente presumere, di lui viene fatta specifica menzione nel Maha Bhavishya Purana. Questo antico Purana, appartenente al canone vaisnava, menziona che sarebbe stato crocefisso e che sarebbe andato in India poco dopo la crocefissione.

Rev. Hart: Interessante. Anche i Musulmani credono che Gesù non sia morto sulla croce e non credono alla Sua ascensione.

Satyaraja Dasa: Ci sono molte antiche tradizioni che riportano questa versione. Comunque sia, la letteratura vedica predice per intero la storia di Gesù, pur essendo stato messo per iscritto cinquemi­la anni fa. Dice specificamente che lo avrebbero chiamato “il messia”, lo avrebbero crocefisso e che avrebbero creduto fosse nato da una vergine. Inoltre, il Bhavisya Purana cita Gesù che dice che stava tentando di predicare agli “Amalekiti”, che erano una tribù ebrea di quei tempi…

Rev. Hart: Si fa menzione di Gesù col suo nome?

Satyaraja Dasa: Il nome menzionato è Issa, come appunto veniva chiamato Gesù da molti popoli dell’antichità.

Rev. Hart: Sì, il corrispondente latino di Gesù era Jesus; in arabo Isa.

Satyaraja Dasa: Oh sì, e in origine deriva dalla radice sanscrita Isha, che è la forma contratta di Ishvara, un nome indiano di Dio, che letteralmente significa “il controllore supremo”.

Rev. Hart: Ti renderai conto, naturalmente, che alcuni studiosi affermano che queste predizioni sono solo versi inseriti a poste­riori nel testo originale dopo la venuta di Gesù, per conferire maggiore autenticità ai Veda, in quanto testi rivelati… Dopo tutto, la profezia è una scommessa senza rischi…

Satyaraja Dasa: Che prove hanno di tale manipolazione? Noi presentiamo una tradizione antica e rispettabile, sta a loro dimo­strare il contrario; ma brancolerebbero nel buio. Di fatto, l’unica ragione che potrebbe in misura minima giustificare il loro sospetto, è la consapevolezza di quanto è successo nella tradi­zione giudaico-cristiana…, ma qui la situazione è radicalmente diversa…

Vedi, quando una cultura è cosciente del danno che deriva dal cambiare la verità delle cose, non c’è da temere che i testi sacri vengano manipolati. I seguaci della tradizione vedica, avendo piena fede che le scritture, e tutta la cultura vedica, sono una rivelazione divina, non penserebbero mai a manomettere il minimo dettaglio. Se studi la tradizione vedica scoprirai che dal cibo, alle spezie, alla testa rasata e ai vestiti… i fedeli di oggi portano lo stesso tipo di abito che portavano i loro predecessori nei tempi antichi! A volte i devoti vengono criticati per questo: “Perché non adeguate almeno gli abiti alla vita d’oggi?”, chiede spesso la gente. Sebbene a volte sia occasione di critica, è pro­prio questo il fattore che ci assicura che i testi vedici non ver­ranno alterati.

Se uno specifico gruppo di credenti non è dispo­sto a trasformare un aspetto esteriore come l’abito o l’acconcia­tura, quale migliore garanzia del fatto che mai penseranno a cambiare i testi della religione?

Per i seguaci della cultura vedi­ca è impensabile.

No, la tradizione vedica non è per l’innovazione e il cambia­mento. È eterna e fedele a se stessa.

Rev. Hart: Sì, capisco. Esistono altre predizioni riguardo a santi di altre religioni? Si direbbe, questa, una peculiarità della rivelazione vedica, e mi piace. La maggior parte delle religioni propone profezie su santi e saggi appartenenti esclusivamente ai propri ranghi. Le scritture vediche invece parlano di tutti aperta­mente e senza timori. Sembra che predicano le grandi persona­lità di tutte le fedi, a conferma della dottrina vedica dell’univer­salismo, non settario e onnicomprensivo.

Satyaraja Dasa: In realtà, anche Maometto è preannunciato nei testi vedici. Nel Bhavishya Purana viene menzionato per nome e si dice, inoltre, che predicava agli idolatri di bassa classe – il che è vero – ed era “il puro tra gli ignoranti”. E anche questo è vero: si sa che Maometto era analfabeta. Si fa dunque menzione di lui in due posti, nel Bhavishya Purana e nell’Atharva Veda, kanda 20, shukta 127, mantra 1-3. Queste cose ci sono…

Rev. Hart: È un’informazione incredibile, a pensarci bene… Ora, parliamo un attimo dell’adorazione. Il concetto di “Krishna” è sconosciuto alla maggior parte delle tradizioni reli­giose, così come la maggior parte di esse ha una concezione vaga della divinità. Quindi Gesù e Maometto, per esempio, hanno dato ai loro seguaci tutto quello che potevano. Come giu­dicarli? Se hanno portato alla liberazione i loro seguaci, ma non hanno potuto dare loro “Krishna”, la persona, dove andrà, chi li segue? Qual è la sua destinazione?

Satyaraja Dasa: Mi stai chiedendo molte cose tutte insieme…E’ complicato… I seguaci di Gesù naturalmente andranno a Lui. La Gita insegna che il tipo di adorazione che una persona compie durante la sua vita determina la destinazio­ne a cui giungerà dopo la morte. E’ una risposta generica alla tua domanda… Se una persona ottiene la liberazione dal mondo materiale, ma non ha informazioni specifiche su Dio nel Suo aspetto personale, se non conosce “Krishna”, si dice a volte che raggiunge Mahesh-dhama, la dimora di Siva, situata tra il mondo materiale e quello spirituale. Da lì poi l’essere vivente può progredire. Queste informazioni si trovano nel Caitanya Caritamrita (Madhya 8, cap.2l, verso 54, commento).

Rev. Hart: Ma, in genere, dove vanno i seguaci? Devono avere destinazioni diverse in accordo alla loro concezione di Dio…

Satyaraja Dasa: Bene, esistono tre concezioni basilari di Dio: Brahman, Paramatma e Bhagavan. Secondo gli insegnamenti di Sri Caitanya, il Brahman indefinito è la destinazione del pensa­tore speculativo che ha perfezionato la sua arte. In altre parole, chi dirige il suo processo speculativo completamente verso il Supremo, praticando una forma di yoga, può ottenere un livello rudimentale di trascendenza. In questo caso, la sua concezione di Dio è generalmente astratta, come negli insegnamenti di Gesù e di Maometto.

In realtà, il Brahman è lo splendore spirituale del Signore, cono­sciuto come Brahmajyoti. Al non iniziato, questo splendore appare non differente dal Signore, proprio come all’occhio umano i raggi del sole appaiono non differenti dal sole stesso. In quanto abitanti della terra, non possiamo vedere la forma distinta del sole nelle sue diverse parti. Analogamente, le perso­ne sulla via della realizzazione del Brahman, che lo sappiano o no, spesso confondono lo splendore del corpo del Signore con la Sua persona e la Sua forma.

Rev. Hart: Sembra che, se pur dichiarandosi personaliste, molte tradizioni e religioni mondiali sono in realtà per lo più ampiamente confinate a questa realizzazione del Brahman, per­ché non hanno informazioni precise sulla forma di Dio.

Satyaraja Dasa: Sì, penso che sia proprio così.

Rev. Hart: Ti prego, descrivi gli altri due livelli di realizzazio­ne.

Satyaraja Dasa: Paramatma è il Signore nel cuore e il Signore che permea tutta la creazione entrando in ogni atomo.

Rev. Hart: Ah, la forma di Visnu. In realtà io sono un panteista, una persona che crede che Dio sia presente in tutte le cose. Immagino che sia simile al livello del Paramatma.

Satyaraja Dasa: Sì, il Paramatma è un’espansione secondaria di Karanadakashayi Visnu. È una parte (amsa) di Krishna.

Rev. Hart: E’ lo spirito immanente di Dio. Penso che sia assi­milabile allo Spirito Santo della teologia cristiana.

Satyaraja Dasa: Sono d’accordo. Tradizionalmente, l’aspetto Paramatma del Signore è la meta dello yogi che medita. Il Paramatma è Dio nella forma in cui Egli si rapporta al mondo materiale e alle anime jiva che vengono in questo mondo.

Il Paramatma ha due aspetti: il primo, Bhagavadangatva, entra nel cuore di tutte le anime nel mondo materiale. Il secondo, Jagadgatattva, penetra in ogni atomo, facendo sì che il mondo fenomenico possa essere un aspetto della realtà, perché senza la sua presenza nulla può esistere. Ora, so che questo suona pan­teistico…

Rev. Hart: In realtà, lo sai, Rudolph Otto ha tracciato un’im­portante distinzione tra panteismo (“tutto è Dio”) e teopanismo (“Dio è tutto”). Otto asserisce che la nozione panteista, che eleva il mondo all’Assoluto, non esiste in India.

Non sono certo di che cosa veramente questa distinzione rap­presenti. C’è un’affermazione di Meister Eckhart che sembra fare un po’ di luce sull’argomento. Ci sono tre modi di conosce­re Dio, egli dice. Il primo lo definisce “conoscenza mattutina”, e corrisponde a vedere Dio nel mondo, nei fenomeni del mondo. Si vedono il mondo e la presenza di Dio in ogni cosa. Il secondo modo di conoscere Dio è chiamato “conoscenza serale”, e corri­sponde a vedere il mondo in Dio. Qui ci si allontana dal mettere il mondo al centro; invece di vedere prima il mondo e poi Dio in esso, ora si vede prima Dio e il mondo intero dentro di Lui.

Satyaraja Dasa: Qual è il terzo livello nella visione di Eckhart? Rev. Hart: Vedere Dio stesso, andando completamente al di là di questo mondo.

Satyaraja Dasa: È la coscienza di Krishna… Hmmm… Andiamo avanti con la realizzazione di Bhagavan, che è lo zenith. Chaitanya Mahaprabhu consiglia questa realizzazione, dobbiamo avvicinare Dio come persona. La parola bhagavan indica “colui che possiede tutte le opulenze”. Una forza astratta o uno “spirito immanente” non può essere dotato di tutte le migliori qualità. Dio invece, nella Sua forma originale, deve esserlo. È, di fatto, la Sua qualificazione principale.

I saggi dell’India antica hanno riassunto in sei opulenze tutte le qualità basilari: forza, bellezza, ricchezza, fama, conoscenza e capacità di rinuncia. Quindi Dio è necessariamente il deposita­rio di queste qualità, che noi esibiamo in proporzione minuta, poiché siamo particelle integranti del depositario, mentre Lui deve esibirle appieno. Questo è Dio.

Dobbiamo servirLo, perché siamo Suoi sottoposti ed è questa la nostra posizione costituzionale. Quando lo capiamo e dedichia­mo la nostra vita al Suo servizio – bhakti-yoga – siamo sulla via del ritorno a Dio. Chi trova quella Persona, Bhagavan Sri Krishna, raggiungerà la Sua Dimora Suprema.

Rev. Hart: Esistono livelli superiori o inferiori di quella dimo­ra?

Satyaraja Dasa: Oh sì, è senza confini. In generale, così come esistono infinite manifestazioni di Krishna, ci sono anche infini­te manifestazioni della Sua dimora. Vrindavan è il livello più alto; è là che Krishna, nella Sua forma originale, Si diverte in compagnia dei Suoi compagni eternamene liberati.

Ma, cominciando dall’inizio al di sopra delle quattordici divi­sioni degli universi materiali, si trova una dimora per le anime liberate, che è anche la residenza di Siva, come ti avevo già accennato. Ancora più alto è il Paravyoma, dove ci sono infiniti avatar e manifestazioni parziali di Krishna. Si va in uno di que­sti pianeti Vaikuntha in accordo alla particolare forma del Signore che si preferisce.

Ora, al di sopra di questi mondi spirituali illimitati si trova Krishna-loka, conosciuta anche come Goloka, che, secondo i divertimenti variabili e il comportamento dei compagni confi­denziali, appare in tre forme distinte: Dvaraka, Mathura e Gokula (a volte Krishna manifesta queste tre dimore sulla Terra, come quando vi discese cinquemila anni fa). Le ho menzionate in ordine di qualità e dolcezza, essendo Gokula la più dolce delle tre, perché è qui che regna suprema l’intimità. Di conse­guenza viene a volte chiamata la parte più interna di Goloka.

Rev. Hart: Si tratta di una cosmologia elaborata, di una cosmo­logia trascendentale, se vuoi. Sembra chiaro che queste partico­lari manifestazioni del regno di Dio sono fatte in particolare per i compagni più intimi…

Satyaraja Dasa: Sì, bisogna conoscere Krishna per andarci…

Rev. Hart: Sicuro, se non siamo coscienti di Krishna come per­sona, non possiamo dirigere verso di Lui le nostre preghiere. E forse neanche raggiungiamo il Suo regno, come hai detto tu. Ma non sottovalutiamo il potere della preghiera, Dio è misericor­dioso.

Immagino tu diresti che, se siamo sinceri nelle nostre preghiere, allora Dio ci dirigerà verso qualcuno che conosce Krishna diret­tamente. Forse è vero, ma quelli di noi che magari hanno una relazione eterna con una delle altre forme di Dio? Io vorrei sug­gerire che la preghiera è una realtà molto intima, e chi prega Gesù sarà prima o poi diretto da Lui. E andrà dove Egli lo con­duce.

Satyaraja Dasa: Proprio così…

Rev. Hart: Molti ammiratori del misticismo cristiano trovano eccezionali le preghiere dei grandi mistici, e pensano che le esperienze dei mistici sono al di là delle possibilità dei cercatori moderni. Io penso che questo pessimismo nasca dal fatto che i cristiani d’oggi sono per la maggior parte ignari della tradizione di meditazione che un tempo dominava la cristianità in Medio Oriente. La tradizione dei Padri del Deserto – come divennero storicamente noti – ricorda abbastanza la tradizione vedica, per l’enfasi che viene data al vivere semplice e all’assorbimento in Dio. La stessa via si apre anche oggi davanti a noi.

Sant’Antonio fondò una scuola sistematica di meditazione nel 310 d.C. Sessantacinque miglia a sud del Cairo, il santo fu la guida di migliaia di monaci cristiani e diresse la loro meditazio­ne. Sai, i Rosacroce e i Massoni sono anche loro un po’ degli yogi.

Quello che voglio dire è che nel cristianesimo esiste un’altra corrente, che ha radici profonde. Ti concedo che la tradizione, nel suo intero, ha sconfinato nella superficialità, ma è anche vero che, come ogni tradizione, essa esiste contemporaneamente su due piani: uno superficiale, l’altro molto più profondo.

Credo che molte verità della coscienza di Krishna siano state rivelate ai seguaci di Gesù. Dopo tutto, forse che Gesù non disse loro: “A voi sono stati rivelati i segreti del regno di Dio, ma per gli altri è tutto nelle parabole?” (Marco 4. 11)?

Quindi, questi segreti profondi sono alla portata dei cristiani sinceri, ma non è facile. È vero, la nostra linea di successione è inesistente, le informazioni fornite dalla nostra Bibbia sono scarse, ma Dio concede la rivelazione a coloro che sono sinceri e accorda loro una profonda conoscenza delle scritture.

Satyaraja Dasa: Quella conoscenza più profonda deve include­re necessariamente tutti i principi di base della coscienza di Krishna, principi che la maggior parte dei cristiani oggi non prende neanche in considerazione.

Rev. Hart: Vuoi dire i quattro principi di base…?

Satyaraja Dasa: Sì, niente carne, niente speculazioni, no alla vita sessuale illecita e niente intossicanti, nessuno! Neanche il vino della comunione.

Rev. Hart: Senza dubbio pochi cristiani oggi sono in grado di vedere le virtù di questi principi di base, però…sì, sono d’accor­do con te: se davvero diventeranno “coscienti di Cristo”, o “coscienti di Krishna” sapranno apprezzare queste idee, o addi­rittura le sosterranno tacitamente. Un po’ di vino per la comunio­ne, però…

Satyaraja Dasa: Si tratta di principi pre-religiosi. Non si può dire neanche di aver cominciato a praticare una religione se non si seguono…

Rev. Hart: Va bene, ma lasciamo perdere per un momento. Io sto cercando di dire che un vero cristiano raggiungerà il regno di Dio, se è sincero nelle sue preghiere, e il tipo di luogo che raggiungerà sarà indubbiamente legato al Cristo.

Satyaraja Dasa: Ti ho già detto che su questo sono d’accordo, però bisogna anche seguire i principi…

Rev. Hart: Sì.

Satyaraja Dasa: Comunque sia, il fatto è che non stai in realtà descrivendo il cristiano tipo, bensì un oscuro genere di monaco…

Rev. Hart: Sì, sfortunatamente è così. Sai, la parola monaco viene dal greco monos, che significa “solo”. I monaci vivono nel loro piccolo eremitaggio e sviluppano la loro meditazione su Dio. Il laico cristiano comune non ha mai sviluppato il senso dell’assorbimento totale.

Satyaraja Dasa: Sì, e il termine greco monos viene dal sanscri­to mukti, che è molto simile. In India un monaco viene chiamato muni. La differenza, tuttavia, sta nel fatto che secondo la cultura vedica tutti, per lo meno in una data fase della vita, dovrebbero sperimentare la vita del monaco. Tutte le classi della società, in uno specifico momento della loro vita, erano poste in condizio­ne di familiarizzare con la meditazione e la concentrazione pro­prie della vita monacale.

Rev. Hart: Conosci davvero bene la tua materia. Satyaraja Dasa: Sei molto gentile…

Rev. Hart: Come sai, mi interessano molto i punti si contatto tra il cristianesimo e la filosofia indiana. E credo fermamente che, in ultima analisi, siano una cosa sola, perché Dio è uno solo. Non è forse così? Anche la religione è una sola. Un solo Dio, una sola religione. Forse è vero che il cristianesimo ha avuto origine dal sistema vedico. Ho scoperto di recente che Origene, il padre della Chiesa, apparteneva alla scuola cateche­tica d’Egitto. Il suo maestro era Clemente d’Alessandria, e il maestro di Clemente era un mistico conosciuto come Pantaneo che, secondo i racconti dei Copti, aveva trascorso buona parte della sua vita in India.

Satyaraja Dasa: Ah, vedi? Interessante…

Rev. Hart: Oh, sicuramente, e questo diede inizio alla tecnica di meditazione e preghiera di cui ti ho parlato prima, quella dei Padri del deserto. Gli insegnamenti di Pantaneo erano legati a un altro religioso, Dionisio l’Areofagita. Dionisio intendeva il viaggio spirituale come un profondo processo di meditazione; prendeva appunti sulle sue meditazioni e li recitava.

Molti santi e teologi cristiani hanno trovato nei testi di Dionisio una valida mappa, una traccia di percorso per il loro cammino spirituale. Anche se non molti lo sanno, l’impronta filosofica di Dionisio venne assimilata da numerosi teologi e fondatori di monasteri del medioevo, ed essi la riproposero nella formulazio­ne delle proprie dottrine. I Victorines, Alberto Magno, Bonaventura, Meister, Eckhart e molti altri, sono tutti debitori dei testi siriani di Dionisio.

Satyaraja Dasa: Ma oggi, che cosa ne è stato?

Rev. Hart: Alcuni stanno sinceramente cercando di riportare il cristianesimo a quelle sue radici, allontanandosi dalla corrente principale…Ma è tutto annacquato, infestato da un sorta di ecclettismo “new age”…Penso a Padre Bede Griffirhs, Mattew Fox, Frate David Steindltrast… Non so se il loro pensiero ti col­pirebbe. Pur essendo liberamente basati sui maestri, i loro inse­gnamenti sono fortemente influenzati da quel che tu definiresti “impersonalismo”, e in misura assai maggiore di quanto non abbiano fatto gli uomini che cercano di emulare…

Satyaraja Dasa: Penso di sì. Ho letto qualcosa di Mattew Fox…però non abbastanza da trarre delle conclusioni.

Rev. Hart: Che cosa si dice della preghiera nella tradizione vedica? So che la preghiera è l’atto principale, il processo per quest’era. Sai, quando ero piccolo, la mia immagine della spiri­tualità indiana era un uomo magro seduto su un letto di chiodi che cantava l’Om per giorni e giorni. Io ho la mia interpretazio­ne del mantra Om. Mi sembra che, così come la Bibbia parla del “Verbo”, la tradizione orientale lo rappresenta con l’Om. Ma, che cosa dice la letteratura vedica? Che cos’è l’Om?

Satyaraja Dasa: È anch’esso impersonale, ma non sottovalu­tarlo. Si tratta di una rappresentazione sonora di Krishna. Quando Brahma, il primo essere creato, cercò di articolare il suono del flauto di Krishna, si produsse il suono dell’Om. E’ un “mantra seme”, il sacro inizio del famoso gayatri mantra, che i sacerdoti indiani recitano tre volte al giorno.

Rev. Hart: Ne esistono altre descrizioni nei testi vedici? Voglio dire, l’Om sembra avere una parte importante nella filosofia indiana…

Satyaraja Dasa: Allora, i testi vedici dicono che l’Om è in realtà una forma abbreviata del “omkara”, un mantra costituito da tre lettere: A, U e M. I grandi maestri della linea Gaudya-vai­snava hanno analizzato l’Om in base ai suoi costituenti alfabeti­ci. Si tratta di una spiegazione dettagliata delle lettere sanscrite in se stesse, con inclusa l’etimologia del “omkara” sanscrito. In breve, la prima lettera, “A”, rappresenta Krishna, la seconda, “U”, si riferisce all’energia di Krishna, Radharani, e la terza let­tera, “M”, rappresenta gli esseri viventi. Prese nel loro insieme, dunque, le tre lettere rappresentano la totalità dell’esistenza, e questo ne fa un mantra molto potente.

Rev. Hart: Mi pare che l’Om abbia un significato ancora mag­giore di quanto pensassi. Sembra che sia il concentrato di tutta le vostra filosofia.

Satyaraja Dasa: In un certo senso, lo è. In realtà, è un “mantra seme” così importante che è entrato a rappresentare Dio in molte lingue. In inglese, per esempio, [come anche in italiano, ndt], tutti i principali aggettivi descrittivi di Dio hanno l’Om come radice. Om entra nella lingua inglese attraverso il suffisso omni, quindi parole come onnipotente, onniscente e onnipresente sono valide descrizioni di Dio, che cominciano tutte con la radice om.

I cristiani utilizzano la parola “amen” alla fine della preghiera, non è vero?

Rev. Hart: Sì…

Satyaraja Dasa: Anche amen deriva da om, o AUM. I musul­mani dicono amin, che è fondamentalmente sempre lo stesso termine per indicare Dio.

Però, per tornare alla tua domanda iniziale sulla natura della preghiera nella tradizione vedica, la preghiera principale è natu­ralmente il maha-mantra Hare Krishna: Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare. È una preghiera fatta per essere recitata esattamente così come un bambino chiama la mamma: con fer­vente sincerità e concentrazione totale.

Fondamentalmente, la preghiera si può spiegare nel modo seguente: si tratta di un’invocazione a Radharani (madre Hara). La forma vocativa di Hara è Hare. Per quale ragione? Perché chiamiamo Radharani? Solo per essere impegnati al servizio del Signore, e per nessun altra ragione. Qui sta la purezza del maha mantra. La traduzione letterale suona più o meno così: “Mio Signore. O suprema energia del mio Signore, chiamata Srimati Radharani, per favore impegnami al servizio del Signore”. Krishna e Rama sono entrambi nomi primari del Signore.

Rev. Hart: Perché la preghiera è rivolta a Radharani?

Satyaraja Dasa: Secondo la tradizione vaisnava, si avvicina il Signore attraverso la Sua potenza. Così come Gesù è, in un certo senso, la potenza del Signore, e i cristiani avvicinano il Signore attraverso di Lui. Analogamente, Radharani è la poten­za interna originale, quindi avviciniamo Krishna attraverso la Sua Divina Grazia.

Come ha detto il maestro spirituale di Srila Prabhupada: “Radharani è la Metà predominata, mentre Krishna è la Metà predominante. Insieme costituiscono la Verità Assoluta, sono due parti della Verità ultima, ma entrambi supremi”. Radharani è conosciuta soprattutto come la devota suprema, colei che sa compiacere al meglio Krishna. Naturalmente, è in grado di farlo perché non è altri che la manifestazione femminile di Dio.

Rev. Hart: Mi sembrava che una volta avessi detto che il più grande devoto è il deva Siva.

Satyaraja Dasa: Sì, nella sua sfera di influenza è così. Come dicono le scritture: vaisnavanam yatah shambhu, “Siva è il più grande devoto”.

Vedi, Brahma è considerato il più grande devoto nel suo ambito, che è il karma-misra-bhakti. Siva, invece, è il più grande nel jnana-mishra-bhakti, e sarà soprattutto la classe degli yogi e dei Mani a identificare Siva come il più grande devoto. Le scritture però menzionano una gerarchia ulteriore al di sopra di Siva. Tra i devoti, i bhakta, Prahlad Maharaja è considerato superiore a tutti. I Pandava, tuttavia, sono considerati superiori a Prahlad, lo dice lo Srimad Bhagavatam. Alcuni Yadava, però, sono ancora più elevati dei Pandava, lo Yadava principale, infatti, è il grande devoto di nome Uddhava, ed è considerato più elevato degli altri. Le gopi, però, superano perfino Uddhava, il quale aspira a raggiungere lo stesso grado di amore per Krishna che esse sanno manifestare. Ora, tra le gopi, Radharani è la più grande, è Lei la devota più elevata…È Dio come devoto…E quando Lei e Krishna discendono come Caitanya Mahaprabhu, si ha la più alta manifestazione di devozione…

Rev. Hart: Quindi noi avviciniamo Krishna attraverso Radharani…

Satyaraja Dasa: Sì, Lei è, in un certo senso, inaccessibile pro­prio come Krishna, quindi è necessario ottenere la Sua miseri­cordia attraverso un guru autentico nella linea di successione. Tale guru è un intimo servitore di Srimati Radharani e La assi­ste nel Suo servizio a Krishna.

Rev. Hart: Perché Radharani è inaccessibile?

Satyaraja Dasa: Anche Lei è Dio, la controparte femminile della Suprema Persona maschile, Dio, Sri Krishna. In un senso, naturalmente, sono entrambi estremamente accessibili. Però bisogna sapere come avvicinarli. Il metodo viene dato dal mae­stro spirituale, che rappresenta la divina coppia, Radha e Krishna, in questo mondo.

Rev. Hart: Che tipo di relazione si manifesta nella coppia divi­na? Radha e Krishna sono considerati amici? Sono sposati, o qualche cosa del genere? Voglio dire, possiamo vederlo così? Satyaraja Dasa: No, non possiamo proiettare su Dio le nostre concezioni. Non ci sono limiti, sono completamente trascenden­tali: Dio in due aspetti. È tutto… ed è molto profondo…Certo… non sono amici, non in senso platonico, ma non possono nean­che essere considerati amanti, almeno non in senso mondano. Sono amanti spirituali, che godono in modo trascendentale della compagnia reciproca. In questo mondo ne conosciamo solo il riflesso distorto, ma per loro non esiste cupidigia, o sfruttamen­to, il loro amore è puro e totalmente libero da interessi lascivi; non contaminato dalla materia.

Rev. Hart: Sono considerati in qualche modo sposati?

Satyaraja Dasa: È un soggetto molto intimo… Ne parleremo più avanti… La loro relazione coniugale è considerata la più ele­vata. Lei è la Sua eterna consorte; non sposata… Però esiste anche uno stato analogo… Secondo la tradizione Tamil, sono sposati, e anche nel Matsya Purana. Rupa Gosvami ha descritto il loro matrimonio nel decimo atto del suo Lalita Madhava, una commedia drammatica sulla loro relazione intima. Anche Jiva Gosvami, nel suo Gopal Champu… Ma ne discuteremo più avanti.

La cosa principale è capire che il maha-mantra è una preghiera prima a Radha e poi a Krishna. Questo ci fa capire la posizione suprema di Radha; Krishna dipende da Lei e Lei dipende da Lui. L’intensità del loro amore è reciproca, la loro posizione divina è reciproca. Tuttavia, Krishna assume una posizione sub­serviente rispetto a Lei, Lei che ha completamente catturato il Suo cuore. Quindi, per raggiungere realmente la grazia di Krishna è necessario passare attraverso di Lei.

Rev. Hart: Una manifestazione femminile di Dio.

Satyaraja Dasa: È necessariamente così: se Dio è davvero completo e assoluto, deve avere anche una manifestazione fem­minile, se no sarebbe incompleto.

Rev. Hart: Piacerà alle femministe!

CAPITOLO SEI

*SRI CAITANYA E GESÙ CRISTO*

*VASUDEVA DATTA*

*L’ESTASI DELLA DEVOZIONE*

*MAHABHAVA E LA SCIENZA DELLA DEVOZIONE*

*AMORE PER DIO IN SEPARAZIONE*

*LA META PIÙ ELEVATA*

Rev. Hart: Non posso fare a meno di pensare al parallelo tra la vita di Sri Caitanya e quella di Gesù Cristo. Per esempio, entrambi compirono miracoli, o imprese straordinarie come resuscitare i morti. E dopo tali fatti, entrambe le divinità vieta­rono ai testimoni di rivelare l’accaduto.

Nella Bibbia, dopo ripetuti rifiuti, finalmente Gesù accettò il titolo di “Figlio di Dio” e ammise la Sua natura messianica. Molto è stato ricavato dall’affermazione di Gesù “Io sono [colui che è]” riportata nel Vangelo di Marco, perché in tal modo, si dice, Gesù affermò la Sua natura divina.

Analogamente, quando Sri Caitanya operò i Suoi primi miraco­li, chiese ai Suoi devoti di mantenere segreto quanto avevano visto. Però in seguito rivelò la Sua piena divinità, come nel cor­tile di Srivas Pandit. Là, come sai, mentre Sri Caitanya era sul “trono di Visnu”, implicitamente rivelò che era l’atteso avatar dell’era. Di fatto, Egli mostrò a tutti i presenti, ed erano molti, la Sua natura divina.

Satyaraja Dasa: Sì, ci sono molti punti di contatto, ma bisogna conoscere anche le differenze. Caitanya Mahaprabhu è la mani­festazione combinata di Radha e Krishna, è l’Adi Purusha, o Persona originale, nella Sua forma più esoterica.

Secondo la tradizione vedica, Egli è svayam bhagavan, la fonte di tutte le incarnazioni della Persona Suprema. Questa fonte ori­ginale si espande per prima cosa in due categorie fondamentali del Supremo: tad-ekatma-rupa, cioè identiche alla Sua forma originale nell’essenza, ma eventualmente di aspetto differente, e avesa, generalmente un essere vivente investito di poteri divini. Gesù Cristo rientra in questa seconda categoria…

Rev. Hart: Se senti che il parallelo tra Sri Caitanya e Gesù Cristo è inappropriato…

Satyaraja Dasa: Non dico che sia inappropriato, ma non si pos­sono ignorare le differenze.

Rev. Hart: Bene, c’è qualcuno nella tradizione vedica che ritie­ni più simile a Gesù Cristo?

Satyaraja Dasa: C’è un’anima davvero speciale, un grande devoto di Sri Caitanya, di nome Vasudeva Datta. In tutta la tra­dizione vedica non credo esista un altra persona che abbia pro­vato altrettanta compassione per le sofferenze delle anime cadu­te. La sua compassione era incomparabile.

Vasudeva Datta pregò Sri Caitanya in modi che ricordano sor­prendentemente il Signore Gesù. “Mi si spezza il cuore – diceva a Sri Caitanya – nel vedere le loro sofferenze. Ti chiedo di poter prendere le reazioni dei peccati di tutti gli esseri viventi e di porle sopra il mio capo. Lascia che sia io a soffrire per le loro iniquità”.

Vasudeva Datta era pronto a soffrire per sempre all’inferno se questo avesse potuto alleviare le sofferenze dei suoi simili e di tutte le creature. Vasudeva Datta non era selettivo, tutte le 8 milioni e 400 mila specie erano degne della sua misericordia, non intendeva risparmiarsi di fronte a nessuno, il suo amore abbracciava tutti.

A volte si dice che se sei buono e ti sottometti a Gesù, o anche semplicemente hai fede in Lui, allora sei liberato dalle reazioni dei tuoi peccati. Ci viene ripetuto più volte: “È morto per i

nostri peccati.” Vasudeva Datta invece desiderava prendere su di sé i peccati di tutti, che fossero o meno suoi seguaci, che avessero o non avessero fede in lui.

Dovresti proprio leggere questo passaggio del Caitanya Caritamrita (Madhya 6). Scioglie il cuore, e ricorda molto da vicino l’amore di Gesù. Di fatto, in questi versi Vasudeva Datta viene glorificato come “la personificazione del sacrificio” e “l’Amore Universale”.

Rev. Hart: È affascinante.

Satyaraja Dasa: Sì, ci sono molti dei simboli di Gesù in questa storia. Vasudeva Datta era un’incarnazione di Prahlad Maharaja, il devoto perfetto, investito di pieni poteri da Dio. Proprio come Gesù, che era dotato di speciali poteri, il figlio di Dio.

Rev. Hart: A volte si dice che Gesù fosse l’unico figlio.

Satyaraja Dasa: La Bibbia però dice: “A tutti coloro che mi hanno accolto io do il potere di diventare figli di Dio (Giovanni 1,12). E poi, come può essere che tu ed io possiamo avere molti figli, ma Dio no? È forse impotente? Affermare che noi possia­mo avere una molteplicità di figli, mentre Dio può averne uno solo, è come dire che noi possiamo fare una cosa che Dio non può fare. Va contro la definizione stessa di Dio.

Vedi, la difficoltà nasce quando non capiamo che siamo tutti figli di Dio. Gesù è il figlio buono, ma anche noi dobbiamo diventare buoni. Allora potremo essere annoverati tra i figli di Dio. “È possibile diventare buoni come Gesù?”, potrebbe chie­dere qualcuno. Bene, secondo Gesù stesso, non solo dovremmo diventare come Lui, ma dovremmo addirittura diventare perfet­ti. “Siate perfetti – dice Gesù – così come Dio in cielo è perfetto” (Matteo 5.48). Diventare un figlio di Dio significa capire la pro­pria posizione costituzionale di servitore di Dio.

Rev. Hart: Bisogna poi fronteggiare l’argomentazione che Gesù è l’unico figlio “concepito”, ma anche questo non è vero. Studiando il Vecchio Testamento, si scopre che i figli di Israele erano tutti figli “concepiti” da Dio. Questa dell’unico concepito è solo una questione legata alla dottrina della Chiesa. Ha poco a che vedere con il vero cristianesimo. Satyaraja Dasa: Bene, ma qual è “il vero cristianesimo”? Più parliamo, più elusivo diventa.

Rev. Hart: Guarda, l’essenza del cristianesimo è amare Dio. Qualsiasi cosa possa essere accaduta alla tradizione biblica nel corso della storia… i concili ecumenici, i papi corrotti, la mano­missione della Bibbia… e infine, la mancanza di una successio­ne disciplica… Io credo fermamente che alcuni fortunati, negli ultimi duemila anni, siano riusciti ad afferrare l’essenza della religione attraverso gli insegnamenti fondamentali di Gesù. Prendi Thomas Merton, per esempio, sarebbe difficile negare…

Satyaraja Dasa: Per favore, non fraintendermi. Non voglio negare niente. Sono abbastanza sicuro che chi è sincero nel cuore alla fine svilupperà l’amore per Dio, e in qualsiasi modo decida di chiamare la sua metodologia – ebraica, cristiana, mus­sulmana, induista o qualsiasi altra cosa – è una cosa di nessuna importanza In realtà è una questione irrilevante.

Come processo avanzato per raggiungere il livello supremo del­l’amore divino, tuttavia, io devo fermamente raccomandare la tradizione vedica. È di gran lunga il più antico e completo enun­ciato di saggezza spirituale conosciuto dall’uomo, e si dovrebbe trarne vantaggio. Qualunque sia la fede in cui ci si riconosce e con cui ci si trova a proprio agio, c’è sempre molto da acquisire dalla tradizione dei Veda. Avendo accettato quello che questa tradizione ha da offrire, si può applicarne la saggezza al metodo che si predilige, qualunque esso sia.

Rev. Hart: Sì, lo capisco e lo apprezzo. Ho letto che la rivelazione vedica è stata paragonata a un “corso di studi” post-universitario della religione, e sono d’accordo con questa definizio­ne.

Il punto che sto cercando di comunicare, però, è che ci sono stati grandi devoti di Dio nella tradizione cristiana. Certo, il pro­cesso può essere incompleto, soprattutto al giorno d’oggi. Esistono però molti buoni esempi da seguire: Santa Teresa d’Avila, San Francesco d’Assisi, San Giovanni della Croce e numerosi altri. I mistici della tradizione cristiana hanno svilup­pato un profondo sentimento di amore per Dio, che è in un certo modo comparabile all’amore manifestato da Sri Caitanya…

Satyaraja Dasa: Qui ti stai avventurando sul filo del rasoio. Sono d’accordo con te che i mistici cristiani possedevano il senso dell’amore per Dio, ma pur riconoscendo che avevano sviluppato livelli avanzati di amore divino, non si può parago­narlo all’amore esibito da Sri Caitanya.

Solo un essere illimitato può provare amore illimitato. Sri Caitanya era Krishna stesso, il Signore Supremo nel ruolo del devoto. Quindi poteva sperimentare mahabhava, o la più inten­sa forma di amore divino.

Non tutte le forme di Dio sperimentano questo mahabhava, che dire delle anime jiva ordinarie; si tratta di un potere speciale. Prima dei tempi di Sri Caitanya, solo Srimati Radharani, la con­troparte femminile della Suprema Persona maschile, aveva manifestato questo stato elevato di prema, o amore divino, illi­mitato. Alcune tra le gopi più intime, le pastorelle che avevano offerto la loro vita a Krishna, avevano provato mahabhava. Forse altri grandi devoti, che hanno una relazione estremamente intima con Krishna, possono, per la grazia del Signore, provare qualcosa di simile a mahabhava, ma accade molto raramente.

Rev. Hart: Bene, forse i mistici cristiani non hanno sperimenta­to lo stesso livello…

Satyaraja Dasa: Allora va bene. I grandi mistici cristiani che tu hai menzionato possono aver sperimentato, nella migliore delle ipotesi, un’ombra di tale amore. Però, per favore, tieni presente che anche solo tale ombra è una benedizione molto rara. L’amore di Caitanya Mahaprabhu, in particolare, non è una cosa ordinaria.

Nessun essere appartenente alla nostra dimensione, o a qualsiasi dimensione, (e in particolare a questa), può raggiun­gere un tale livello. Tuttavia è vero che dobbiamo aspirare a tra­scendere i nostri limiti, perché tali aspirazioni ci porteranno almeno fino a dove noi, esseri limitati, possiamo arrivare.

Rev. Hart: Secondo la tradizione vedica, qual è il più alto livel­lo di amore per Dio che esseri limitati, come tu ed io, possono raggiungere?

Satyaraja Dasa: Possiamo raggiungere il livello della uttama­bhakti, ma è molto lontano. Esistono nove principali stadi di perfezione prima che si possa anche solo entrare nel campo del­l’amore.

Prima di questi nove stadi, può esistere anda-bishbas, la fede cieca. A me sembra che molti religiosi siamo fermi a questo livello. Tuttavia, chi è abbastanza fortunato da passare oltre, comincerà il suo viaggio verso l’amore divino.

Il primo vero passo sulla via della perfezione spirituale è sraddha, un tipo di “fede” diverso dalla fede cieca, una sorta di fede “sperimentale”, basata sull’esperienza e sulla conoscenza acquisita. Dopo molte nascite e morti – la reincarnazione – l’es­sere vivente sviluppa una sorta di conoscenza intuitiva di Dio. Probabilmente mancano ancora vera conoscenza e comprensio­ne, ma si sviluppa in modo naturale una fede genuina. È questo il primo livello del vero progresso spirituale. Poi viene sadhu­sanga, che significa: la compagnia dei devoti. È naturale che chi sta sperimentando qualcosa di più elevato della vita materiale vada in cerca di altre persone con cui condividere la propria esperienza. In seguito viene bhajana-kriya, cioè l’iniziazione da parte di un maestro spirituale autentico. Pochi, al giorno d’oggi e nell’era attuale, hanno raggiunto questo livello.

Ora, se una persona è abbastanza fortunata da raggiungere lo stadio in cui trova un maestro spirituale e riceve l’iniziazione da lui, è pronta a progredire realmente sulla via della trascendenza.

Dopo l’iniziazione si comincia a sperimentare anartha-nivritti, una fase della vita in cui si comincia ad alleggerire la propria anima dalle abitudini cattive e indesiderabili. Dopodiché si svi­luppa nistha’ o la “stabilità” nella disciplina devozionale. Dopo questa stabilità si ottiene ruci, il “gusto” e, grazie al gusto spiri­tuale più elevato, si diventa stabili nella via dell’amore. Questa fase iniziale, detta ashakti, presto sboccia in bhava, l’alba del vero amore. Da qui poi si prosegue verso prema e i diversi livel­li dell’amore per Dio. Ecco dunque i nove stadi della perfezione.

Rev. Hart: È estremamente scientifico. Sai, in un certo senso è interessante che “l’amore” venga analizzato in modo scientifico e lineare. Amore e scienza sono quasi diametralmente opposti. Sembra comico parlarne in questo modo.

D’altra parte, tutto ciò che esiste obbedisce a specifiche leggi di funzionamento, e l’amore non fa certo eccezione. Possiamo trarre solo vantaggi da uno studio scientifico delle grande anime che sono riuscite a sviluppare con successo l’amore per Dio. Così, studiando il loro percorso e il loro comportamento, potre­mo seguirne le orme.

La Bibbia utilizza tre parole greche per catalogare tre tipi di amore:

1.eros, che sostanzialmente corrisponde all’attacca­mento che si sviluppa tra uomo e donna;

2.philadelphia, che si riferisce ai sentimenti tra amici e

3.agape, che indica l’amore per Dio.

Questa divisione in tre livelli è il massimo a cui si arri­va, non esiste niente di simile all’elaborata analisi della tradizio­ne vedica. Entrambi, Agostino e Aquino, hanno provato a cate­gorizzare le cose secondo questo sistema, ma, devo dire, con minor accuratezza e successo dei sapienti vedici.

Satyaraja Dasa: Sì. Nel Bhakti-rasamrita-sindhu di Rupa Gosvami, dove sono scientificamente delineati i livelli progres­sivi dell’amore divino, l’autore ci guida lungo tutto il percorso fino al livello dell’uttama-bhakti, il più alto grado di prema, o amore divino, che un essere ordinario possa raggiungere.

Tuttavia Rupa Gosvami si spinge anche più in là nel suo Ujjvala-nilamani. In quest’opera egli descrive nei dettagli i livelli che in genere sono al di là della nostra portata. Parla di mahabhava e di ujjvala-rasa, il genere di amore che provava Sri Caitanya. Il Gosvami descrive nei dettagli questi stati avan­zati per darci la possibilità di capire qualcosa della natura del Signore. Inoltre egli scrive queste informazioni perché i mukta­jiva, le anime liberate, possano aspirare ai livelli più alti della perfezione considerandosi sempre, però, i servitori dei compa­gni eternamente liberati del Signore.

Rev. Hart: Per soddisfare la mia curiosità, potresti spiegarmi qualcosa di più sui massimi livelli dell’amore per Dio? Ascoltare l’esposizione di questi argomenti in forma scientifica mi è di grande ispirazione. L’idea che una cultura, la cultura vedica, fosse così avanzata da documentare e catalogare esau­rientemente queste cose, è sorprendente.

Satyaraja Dasa: Naturalmente io posso parlare di queste cose attenendomi alle spiegazioni presentate nella nostra linea Gaudiya-vaisnava. Più precisamente, posso spiegarle solo come sono state esposte nei libri del mio maestro spirituale, Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada. La mia personale realizzazione a tale proposito è estremamente incom­pleta. Però, per servire…

Rev. Hart: Sì, ti prego, vorrei proprio saperne di più… Qual è stato, per esempio, il contributo specifico di Sri Caitanya alla teologia dei rasa? Che cosa insegnava sui livelli più avanzati dell’amore sacro?

Satyaraja Dasa: Egli ha insegnato, con parole ed opere, la spe­ciale estasi del madhurya-rasa, la relazione dell’amore coniuga­le. Questo rasa si esprime in due forme: vipralambha e sambhoga.

Vipralambha è l’amore coniugale nella separazione, questo è il contributo speciale di Sri Caitanya. Sambhoga significa “unio­ne”, cioè amore consumato. Vipralambha, secondo Sri Caitanya, rappresenta la più alta forma di madhurya-rasa perché aumenta in modo naturale l’intensità dell’amore e enfatizza la gioia di sambhoga. L’anticipazione di vipralambha rende più intensa l’u­nione in sambhoga.

Rev. Hart: Ti prego, continua…

Satyaraja Dasa: Nel mondo spirituale, quando due amanti si incontrano, sono detti yukta (“uniti”). Prima del loro incontro sono detti ayukta (“non uniti”), ma questo aspetto ayukta si manifesta in forma più dinamica man mano che la relazione si fa più profonda. E questo rende il desiderio dell’unione molto più intenso e indescrivibilmente dolce.

La dolcezza infatti diventa gradualmente la metafora comune per descrivere i livelli dell’amore divino che permea la tradizio­ne vaisnava. I nostri filosofi più ortodossi hanno paragonato i livelli di questo amore alle diverse forme in cui si può presenta­re lo zucchero, dai semi dello zucchero di canna alla canna da zucchero stessa, poi al succo della canna da zucchero, la melas­sa, lo zucchero greggio, lo zucchero raffinato, lo zucchero can­dito e lo zucchero cristallizzato.

Ognuna di queste preparazioni è in progressione sempre più concentrata e i diversi gradi di dolcezza sono stati paragonati a diversi livelli dell’amore per Dio, tutti accuratamente descritti: sneha, “affetto”; mana, “indignazione per l’affetto non soddi­sfatto”; pranaya, “amore”; raga, “attaccamento”; anuraga, “attaccamento più profondo”; bhava, “estasi” e mahabhava, “estasi massima”.

Rev. Hart: Mi gira la testa. Si va ancora più in là?

Satyaraja Dasa: [ridendo] Abbiamo a malapena intaccato la superficie.. .la filosofia vaisnava è molto profonda.. .Potremmo parlare della predominanza della nostra natura femminile origi­nale (prakriti). Questo significa che siamo tutti di natura femmi­nile nella relazione con Dio, che è il Supremo purusa, “Colui che gode”. L’anima dunque assume il genere femminile in rela­zione a Lui, la Persona Suprema. Naturalmente il mondo spiri­tuale non è privo di presenze maschili: ci sono i gopa, i pastori, in numero uguale alle gopi, le pastorelle. L’aspetto femminile, comunque, offre l’opportunità delle relazioni più intime.

Analizziamo, ad esempio, le varie suddivisioni che si presenta­no ai livelli più alti dell’amore per Dio: svakiya e parakiya.

Brevemente, svakiya si riferisce alle relazioni più convenzionali e ortodosse di tipo coniugale, come il matrimonio. Il parakiya­rasa, invece, è stato particolarmente esaltato da Sri Caitanya come la meta più alta delle relazioni spirituali. Rupa Gosvami definisce come esempio di parakiya-rasa colei che si offre a Krishna a causa del suo raga, o attaccamento naturale per Lui, al di fuori del vincolo matrimoniale formale. L’amore di lei è così profondo che non si preoccupa della proprietà o impro­prietà del suo atto, né del fatto che in base alle scritture sarà considerata impura. È disposta a rischiare tutto per Krishna, per amore.

Secondo Sri Caitanya, i servitori più intimi di Krishna si posso­no dividere in tre gruppi distinti:

1.le Laksmi nel Paravyoma, cioè la relazione coniugale nella zona più ricca e sfarzosa del regno di Dio;

2.le Mahishi a Dvaraka e Mathura, cioè le gran­di dee a metà tra sfarzo e dolcezza;

3.le gopi di Vrindavana, la terra di Vraja, che rappresentano lo stadio della massima dolcez­za, perché queste semplici pastorelle si rifugiano nell’amore per Dio completamente distaccato dai suoi aspetti sfarzosi.

Le Laksmi e le Mahishi sono svakiya, mentre solo le gopi sono parakiya. Tra le gopi, alcune sono sposate con altri devoti, altre sono nubili, ma entrambe considerano Krishna il loro vero mari­to anche se, dal punto di vista mondano, Egli è solo il loro upa­pati, o amante. Queste sono le relazioni dei servitori più intimi nel regno più intimo.

Rev. Hart: Tutto questo avviene nel mondo spirituale? Sì, ora che ci penso può essere solo così.

Dio è inconcepibilmente gran­de e le Sue relazioni amorose sono anch’esse su un uguale livel­lo di inconcepibile grandezza. Le cose che hai descritto sono chiaramente lo stadio più elevato della trascendenza. Se voglia­mo mettere i divertimenti di Krishna in relazione ai fenomeni materiali rischiamo di commettere un grave errore. Tuttavia, i fenomeni materiali, se posso permettermi di essere tanto auda­ce, devono avere in qualche modo una relazione con i fenomeni spirituali. E credo ora di capire come ciò possa avvenire.

Così come noi siamo creati ad immagine di Dio, anche le rela­zioni interpersonali in questo mondo sono create ad immagine delle relazioni divine del tipo che tu hai appena descritto tra Krishna e le gopi. Correggimi se sbaglio, ma tale verità potreb­be applicarsi a tutti gli aspetti dei mondi materiale e spirituale. Quello che sto cercando di dire, in altre parole, è che a tutti i fenomeni materiali corrisponde una controparte spirituale. Quindi, le relazioni tra Krishna e le gopi possono apparire materiali, ma in realtà non lo sono affatto. Ora lo comprendo…

Satyaraja Dasa: Sì, ricordati però che il mondo spirituale e quello materiale sono opposti. La cosa peggiore qui è la più ele­vata là. Quindi, mentre nel mondo spirituale la parakiya-rasa è considerata la relazione più elevata, nel mondo materiali simili relazioni sono ritenute di basso livello.

Dobbiamo inoltre ricordare che, quando parliamo di Krishna e le gopi, stiamo parlando di esseri spirituali del massimo livello, per nulla afflitti dal vincolo del corpo materiale. E importante, perché nei loro rapporti extra coniugali non c’è traccia di carna­lità. Tali scambi d’amore sono comprensibili solo per le anime pure e realizzate, non sono cose da poco.

Si raccomanda, infatti, di leggere i primi nove canti dello Srimad Bhagavatam prima di cominciare il decimo. Quest’ultimo tratta i soggetti esoterici dei quali abbiamo accennato e, a meno di aver studiato i primi nove canti sotto la guida di un maestro spirituale autentico, è inevitabile vedere le rela­zioni amorose di Krishna come grossolanamente materiali. Sono necessarie le conoscenze filosofiche introduttive accom­pagnate dalla purificazione adatta per capire questi fatti trascen­dentali.

Ti ho appena abbozzato queste idee per stimolare il tuo appetito, ma se vuoi davvero gustare le descrizioni dei divertimenti più intimi di Dio, ti suggerisco decisamente di leggere lo Srimad Bhagavatam e il Caitanya Caritamrita, proprio perché sono commentati da Sua Divina Grazia A. C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada in accordo alle spiegazioni della successione dei maestri.

Rev. Hart: Lo farò, ordinerò questi libri. Devo dire che ho pro­prio gustato la nostra conversazione e penso che la gente di mente aperta in tutto il mondo farebbe bene a impegnarsi in dibattiti simili. Si direbbe che la guerra e i pregiudizi sociali e religiosi nascano dalla mancanza di un dialogo aperto come il nostro. Invece si può guadagnare qualcosa dallo studio di tutte le tradizioni religiose, non solo dalla propria. E in particolare dal Vaisnavismo dell’India, l’antico sanatan dharma, o “funzio­ne eterna dell’anima”, … c’è tanto da imparare dallo studio di questo sistema teologico estremamente sofisticato.

Apprezzo in particolar modo le tue spiegazioni e spero che in futuro avremo ancora occasione di incontrarci e conversare così. La coscienza di Krishna aggiunge una dimensione nuova alla mia pratica personale del cristianesimo, quindi mi piace aggiun­gere Krishna…

Satyaraja Dasa: In India c’è un vecchio proverbio che dice: kanu bita gita nahi, senza Krishna non c’è canto.

Rev. Hart: Ti ringrazio molto.

Fine testo.

shantij

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