MAHATMA GANDHI Biografia di un condottiero che non conobbe violenza di Franco Gianola (cronologia.it)

Un corpo minuto, scarnificato dai digiuni, malamente avvolto in una pezza di stoffa bianca che lascia vedere un paio di consunti sandali da monaco. La grossa testa rapata, le orecchie fuor di misura e i rotondi occhialini di ferro completano l immagine, che appare un po patetica e un po buffa. Eppure questo omino privo di forma eroica, armato soltanto di intelligenza e di fede totale nell amore universale e nella non-violenza, mette in ginocchio il grande e potente impero inglese.
Dopo decenni di paziente lavoro, sopportando carcere e umiliazioni da un “nemico” che rifiuta di odiare, Mohandas Karamchand Gandhi costringe Sua Maestà Britannica ad abbandonare l India, da oltre un secolo colonia sfruttata economicamente e violentata nella propria millenaria raffinata cultura. Nella giornata del l5 agosto 1947 il Mahatma (il Santo, la Grande Anima, come lo hanno soprannominato le folle adoranti che rappresentano quel suo esercito forte di una totale mancanza di armi) assiste alla proclamazione dell indipendenza della patria. Ma questo grande momento Gandhi lo vive con dolore, pregando e digiunando in casa di un amico, a Calcutta. Non è nata la grande nazione indiana, liberale, tollerante, unita al di sopra delle differenze religiose e di casta: dalle tormentate trattative politiche che hanno preceduto il l5 agosto sono venuti fuori due Stati, Unione Indiana e Pakistan, con la creazione dei quali è stata sancita la divisione fra hindu e musulmani. Ma hindu e musulmani sono strettamente frammisti, specie nel Punjab e nel Bengala, che sono entrati a far parte del territorio pakistano. E scoppiano rancori, odii, uccisioni. La violenza imperversa, il terrore provoca emigrazioni da una parte e dall altra. Migliaia di famiglie hindu debbono abbandonare i luoghi nei quali sono vissute da generazioni per rifugiarsi nell Unione Indiana, dove l induismo è religione maggioritaria.

UTOPIA? FORSE NO Una terribile guerra civile, scaturita dall ignoranza e dalla superstizione, che costa, alla fine del l947, quasi un milione di morti e oltre sei milioni di profughi. E questi ultimi sono degli sradicati dal cuore pieno di rabbia. Pochi mesi dopo la proclamazione dell indipendenza, il 30 gennaio l948, mentre si avvia fra due ali di folla a una riunione di pubblica preghiera, il Mahatma viene abbattuto da due colpi di pistola sparati da un hindu, Nathuram Vinayak Godse. La vita lo lascia in pochi secondi. Ha soltanto il tempo di invocare Dio. Forse quelle due esplosioni segnano la fine di un altra utopia. Forse no. Qualche anno prima Gandhi aveva scritto, prevedendo la propria morte: “Dopo che me ne sarò andato nessuno saprà rappresentarmi in modo completo. Ma un pezzetto di me sopravviverà in molti di voi. Se ciascuno pone la causa per prima e se stesso per ultimo, il vuoto sarà riempito in larga misura”.

Della filosofia di Gandhi molto è rimasto e i “pezzetti” si sono moltiplicati. La nostra storia contemporanea continua a essere tormentata dalla violenza, ma ci sono milioni di uomini di buona volontà e di buon intelletto che alla ferocia delle soluzioni belliche, alla prevaricazione politica, economica, sociale, psicologica, oppongono la “resistenza passiva ragionata”. E un esercito in continuo aumento in tutto il mondo, in questo villaggio planetario ormai sempre più piccolo nel quale la brutalità, il terrore atomico, l inquinamento, lo schiavismo economico hanno la possibilità di muoversi e di aggredire i popoli con devastante rapidità. Insegni il caso di Chernobyl, l esportazione del terrorismo dalla Libia, dall Iran, la diffusione della droga a volo d aereo. Certamente la non-violenza non paga a tempo breve, ma sui tempi lunghi ha dimostrato di saper trionfare su eserciti e Stati perfettamente organizzati. Dopotutto l impero romano venne sconfitto da un pugno di uomini e donne che alla ferocia dei mezzi coercitivi dello stato opposero l accettazione del martirio di massa predicando la mitezza, l amore universale fino al momento di una morte straziante imposta da una legge palesemente atroce.

ADOLESCENZA TORMENTATA E se per un certo lasso di tempo il popolaccio si sollazzò di fronte allo spettacolo di quegli esseri “vili” che morivano nelle arene dei circhi e sulla croce senza combattere, senza uccidere per diffondere la loro fede, in un secondo momento si rese conto che quella morte, deliberatamente scelta, era altrettanto eroica – se non più eroica – della morte affrontata in combattimento con l arma in mano, capì la crudeltà e l ingiustizia della legge. E cominciarono a prender coscienza di questo anche molti di coloro che erano tutori di questa legge o facevano parte della classe dirigente.

Dell importanza e dell efficacia di questa filosofia di vita Gandhi ha la prima dimostrazione nell adolescenza, dal padre Kaba, proveniente da una famiglia di droghieri (Gandhi significa appunto droghiere), uomo non colto ma di grande esperienza, generoso e incorruttibile, il quale proprio per queste qualità è spesso chiamato alle corti dei principi in veste di consigliere. Fino al momento della grande lezione il piccolo Mohandas Karamchand (che nasce il 2 ottobre del 1869 a Porbandar, nella penisola del Kathiawar, nel nord-ovest dell India) non differisce molto dagli altri ragazzini di buona famiglia, induista osservante. A scuola non brilla per risultati, anche se appare dotato di un ottima intelligenza. Nulla lascia presagire in lui l asceta. A tredici anni quando, secondo l uso, si sposa con una ragazza della sua età, si trasforma in un essere divorato dalla sensualità, obnubilato dalla gelosia e dalla volontà di possesso, e con la moglie-bambina si comporta da despota.

Affascinato da un giovane amico che dimostra grande esperienza ed esibisce una notevole forza fisica, si lascia convincere che la supremazia degli inglesi, dei “padroni”, sia dovuta al fatto che mangino carne. Subito Mohandas si mette a divorare bistecche in quantità, incurante del precetto severissimo della religione jaina (elementi di questa fede fanno parte anche di quella hindu) che proibisce l alimentazione carnea. Il rigore che presiede all educazione del ragazzo (anche la madre è profondamente religiosa, votata a pratiche ascetiche, severa con sè e gli altri) non pare avere molto effetto, tant è vero che Mohandas commette qualche piccolo furto ai danni del fratello per comperarsi le sigarette e assaporare il piacere proibito del fumo.

LO “SCELLERATO” CONFESSA La crisi arriva d un tratto. Mohandas Gandhi, che è dotato di intelligenza critica, viene colto dal dubbio religioso e pensa di essere rimasto intrappolato dall orrendo mostro dell ateismo. Il ragazzo è un soggetto ipersensibile, un aspetto della sua personalità che riuscirà a tenere a freno in seguito sviluppando le tecniche di autocontrollo, e reagisce pensando al suicidio. Ma la ragione prevale sulla sfera emotiva. Si libera dal terribile peso che gli è crollato addosso scrivendo al padre una lunga lettera-confessione che narra tutte le sue “scelleratezze”. E attende la punizione. Quando si presenta a testa china di fronte all austero e rigoroso patriarca, sente il “giudice” singhiozzare. In quell uomo non c è la temuta ira ma soltanto dolore per la sofferenza del figlio. Un tenero abbraccio, il perdono. Scriverà Gandhi nella sua autobiografia: “Quella fu per me la prima lezione di ahimsâ”.

Ahimsâ significa non-violenza, amore verso gli altri, capacità di comprensione. Qualche anno più tardi il giovane farà di questo concetto la base della sua intensa religiosità, del suo impegno civile. Una religiosità, la sua, che proprio in nome dell ahimsâ respinge quanto di violento si trova in alcuni culti. Fin da fanciullo rifiuta il dogma dell intoccabilità stabilito nei confronti dei paria. E lo rifiuta nella pratica “toccando” il raccoglitore di spazzatura, il miserabile Uka (che, come tutti i suoi colleghi, appartiene alla non-casta dei paria) ogni qualvolta questi viene per casa a svolgere il suo compito. Lo fa provocatoriamente, in presenza della madre che pratica i precetti religiosi hindu e jaina in modo acritico. Dal padre impara anche la tolleranza e il rispetto per le diverse religioni: nelle riunioni familiari vi sono spesso ospiti musulmani, parsi, jaina e di altre sette. “Non rifiuto di credere all adorazione degli idoli. L idolo non eccita in me nessun sentimento di venerazione. Ma credo che la venerazione degli idoli faccia parte della natura umana. Aspiriamo al simbolismo”, scrive il Mahatma nella autobiografia.

MOMENTO DI FRIVOLEZZA E ancora: “L errore non può pretendere alcuna immunità anche se è sostenuto dalle. sacre scritture del mondo”. Tolleranza ma nello stesso tempo rigorosa coerenza con il suo credo razional-religioso che s incentra sulle ahimsâ. E per questo che, pur rimanendo affascinato dalla dottrina di Cristo quando gli capita di leggere il Vangelo, non si accosta al cristianesimo: non può accettare l aggressivo proselitismo e le critiche violente all hinduismo dei missionari che predicano nei pressi della scuola che Mohandas frequenta ancora ragazzo. Quando viene mandato a Londra per conseguire la laurea in giurisprudenza – è ormai tradizione che le famiglie indiane di buona levatura mandino i figli a completare gli studi in Europa – Gandhi attraversa un altro momento di crisi. Le sue idee sono solide ma subiscono l impatto con la cultura occidentale, quella inglese in particolar modo.

In un primo momento il diciannovenne Mohandas resta affascinato dalla vita londinese e si rende conto della propria “pochezza” mondana. Dando battaglia alla timidezza frequenta un corso di dizione per ripulire il suo pessimo inglese, frequenta una scuola di francese, una di violino e una di ballo.
Si trasforma in un dandy vero e proprio: in alcune foto lo si vede con un altissimo colletto inamidato, che letteralmente gli imprigiona il collo, oppure fasciato da un perfetto frac. Nessuno può immaginare che in quel guscio di artificiosità sia in fase di lenta crescita l uomo che domerà il leone d Inghilterra con l ahimsâ. Il giovanotto però non ha smesso di coltivare la sua passione per la lettura dei testi filosofico-religiosi. E proprio in questo settore lo aspetta il destino di Mahatma. Lo trova fra le pagine di una delle venerate scritture hindu, il “Canto del beato”, tradotto in inglese – suprema ironia – dallo studioso sir Edwin Arnold. La suggestione maggiore viene da un brano illuminante. “Quando l uomo volge la sua attenzione agli oggetti dei sensi, si attacca a essi; da questo attaccamento nasce in lui l amore, dall amore l ira, dall ira il turbamento del senno, dal turbamento del senno l agitazione della memoria, dall agitazione della memoria l annientamento della luce dello spirito e per l annientamento di questa luce egli perisce”.

INCONTRO CON LA VIOLENZA Dopo le meditazioni tormentose suscitate da queste letture, Gandhi entra nuovamente in crisi e, a conclusione di una complessa introspezione, recupera la propria identità culturale e conquista la maturità. Come conseguenza abbandona la comoda pensione nella quale vive e affitta una povera stanzuccia dove si cucina dei pasti miseri a base di verdure, in ossequio al precetto jaina e al giuramento fatto alla madre di attenersi a questa sacra norma. Dopo tre anni di vita quasi monastica e di studio intenso ottiene la laurea e rientra in patria nel l89l. Qui esercita la professione a Bombay ma i proventi sono scarsi e decide di tornare a Rajkot, la sua città.
Qualche tempo dopo, il primo scontro con quella violenza che gli è insopportabile. Quando prende contatto con un funzionario inglese per difendere il fratello da un accusa ingiusta, viene trattato in modo sprezzante e poi, quando insiste per approfondire la questione in termini sereni, viene messo alla porta con incredibile e ingiustificata brutalità. Per il giovane avvocato è un trauma violento, una profonda delusione. Non riesce a capacitarsi della ragione di un simile comportamento nei suoi confronti; è una persona civile, educata all europea. Quando decide di trascinare l arrogante inglese in tribunale, viene dissuaso da un amico: episodi del genere in India sono di ordinaria amministrazione, gli viene spiegato, accadono ogni giorno, vengono dall arroganza del potere, dal razzismo. L amarezza è grande, terribile la visione dell India in catene che prima non gli era mai apparsa in tutta la sua tragica chiarezza. Quasi per sfuggire all insopportabile realtà, Gandhi accetta di andare in Africa, a Durban, per trattare una questione legale su incarico di un azienda commerciale del Kathiawar. Nell Unione Sudafricana si scontra con una realtà ancora più avvilente. A Durban e nel Natal vi sono migliaia di lavoratori indiani che i coloni bianchi, fin dal 1860, hanno importato con contratti a termine per lavoratori agricoli.

SEGREGAZIONE RAZZIALE Il “potere bianco” (rappresentato da 50.000 coloni contro 400.000 indigeni e oltre 5.000 indiani) viene esercitato con pugno di ferro per contenere il predominio numerico della popolazione di colore. Regna l apartheid più rigido in ogni luogo. Gandhi stesso prova sulla propria pelle la violenza della segregazione razziale. Mentre viaggia da Durban a Pretoria in un vagone di prima classe viene “sorpreso” dal controllore che lo costringe a scendere perché, anche se munito di regolare biglietto, lui, uomo di colore, non può occupare un luogo riservato ai bianchi. A Johannesburg gli alberghi rifiutano di dargli ospitalità. A Pretoria viene scaraventato giù da un marciapiede, anche questo riservato ai bianchi. Sono ferite profonde che vive anche come umiliazione del suo popolo. Ma questa volta non si arrende fatalisticamente alla realtà come gli è accaduto di fare in India.

A sette giorni dal suo arrivo a Pretoria organizza una riunione della comunità indiana, composta quasi esclusivamente da negozianti e uomini d affari. E superando il suo cronico timore di parlare in pubblico fa un discorso che in sintesi dice così: “Cari amici, se volete uscire da questa situazione umiliante, se volete evitare di essere trattati con disprezzo, è necessario che eliminiate certi difetti, come il modo di trattare le transazioni commerciali in maniera poco corretta, la scarsa pulizia personale, i pregiudizi religiosi e di casta. Ed è importante che impariate l inglese: per questo sono a vostra disposizione, le lezioni ve le darò io”. Detto questo Gandhi va a trattare con la direzione delle ferrovie e con un abile perorazione strappa la promessa: quando saranno decorosamente vestiti e scrupolosamente puliti, i suoi compatrioti potranno viaggiare in seconda e prima classe. L episodio segna la nascita del leader. Ma Gandhi non sa ancora di esserlo. Anzi, non ha nessuna intenzione di intraprendere una simile “carriera”. E infatti, a dodici mesi dall arrivo nel Natal, conclusa la sua missione legale, si accinge a ripartire per l India.

BATTAGLIA IN AFRICA Durante la rituale festicciola d addio esplode la notizia che muterà il corso della vita di questo giovane avvocato così timido, ma estremamente deciso e di appassionata eloquenza quando si tratta di battersi contro la violenza e la prevaricazione dell uomo sull uomo. Qualcuno gli mette sotto gli occhi una pagina del “Natal Mercury” dove si legge che il governo ha soppresso tutti i diritti civili della “coloured people”. Gandhi rinvia la partenza di un mese: non può abbandonare a loro stessi questi uomini incapaci di difendersi, quasi tutti analfabeti o semi analfabeti. Giorno dopo giorno, lotta dopo lotta, il momento delI imbarco per l India si allontanerà di vent anni. Vent anni durante i quali, con assoluta fermezza, il leader ormai carismatico perseguirà l obiettivo dell uguaglianza sociale e politica. Nel 1894 fonda il “Natal Indian Congress”, nel quale raccoglie la comunità indiana per dar forza e unitarietà alle azioni di difesa dalla violazione dei diritti. La battaglia di Gandhi è così serrata da polarizzare sulla sua persona un odio feroce: al punto che un giorno un gruppo di bianchi tenta di linciarlo. Lo salva a malapena l intervento della moglie di un alto funzionario inglese, che fa scudo con il proprio corpo a quello del leader. Il quale rifiuterà di denunciare gli aggressori, sempre più convinto che l ahimsâ, sia pur a lungo termine, può sconfiggere la violenza. E sulla base di questa sua drammatica e lunga esperienza che Gandhi sviluppa il concetto della satyâgraha (forza della verità).

“Il principio così chiamato”, scrive Gandhi, “sorse prima di avere un nome. In India usavano l espressione inglese passive resistance, ma il termine era troppo restrittivo. Appariva come l arma dei deboli, non escludeva con sufficiente chiarezza i concetti di odio e violenza. Era chiaro che gli indiani dovevano coniare una parola nuova per indicare questa cosa nuova. Il seguace della satyâgraha, precisa il Mahatma, disobbedisce alla legge che ritiene ingiusta ma accetta la pena prevista per la violazione. In questo modo collabora con il legislatore mettendo alla prova la sua legge. Poiché lo scopo di questo principio, della satyâgraha, è che lo stesso legislatore, applicando la legge in tutto il suo rigore e fino alle estreme conseguenze, si convinca della sua insostenibilità”.

PACIFICA RIBELLIONE Gandhi espone questa sua filosofia – che alcuni, in seguito, preferiranno considerare una tattica, in una grande riunione organizzata il 1° settembre 1906 all Old Empire Theatre di Johannesburg. Pochi giorni prima il governo del Transvaal ha approvato una legge, l Asiatics Law Amendment Ordinance, nella quale s impone a tutti gli asiatici residenti nel territorio di avere una carta di identità e di dare le impronte digitali all autorità di polizia. Da questo provvedimento e da altri simili gli indiani si sentono profondamente umiliati e considerati alla stregua di criminali. Nel comizio di Johannesburg Gandhi propone di rispondere a questo progetto con la satyâgraha.
L adesione è pressoché totale. La maggioranza degli indiani rifiuta di sottoporsi alle disposizioni. E quando vengono multati non pagano, al processo ammettono di aver deliberatamente violato la legge, e si lasciano condurre nell “albergo di Sua Maestà” – come Gandhi definisce scherzosamente la prigione inglese – senza opporre resistenza.

shantij

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