La forza ordinatrice dell’ amore di Guenter Griebl

Il tuo destino appartiene a te. Il noto psicoterapeuta Bert Hellinger, con le sue rappresentazioni sistemiche della famiglia, ha scoperto un modo sorprendente per ristabilire l’armonia e la pace in famiglia, in se stessi e con il mondo. Guenter Griebl e sua moglie già da molti anni lavorano con successo secondo questo metodo. Il seguente articolo dà una visione affascinante del mondo dei concatenamenti segreti e spesso tragici nelle famiglie, e mostra dei modi per risolverli. Cosa dobbiamo ai nostri genitori? “La mia famiglia”, sono parole che molti di noi pronunciano con un sospiro, volgendo gli occhi al cielo. Certi si sono separati dalle loro famiglie, per altri la famiglia è addirittura “morta”. Ma come ben si sa, i cosiddetti morti, spesso sono molto più vivi dei vivi. E non fa differenza se effettivamente non sono più in vita, o se per una qualche ragione non si vuole più avere contatti con loro. Sembra che in qualche modo genitori e figli abbiano grosse difficoltà tra di loro; e così pure fratelli, sorelle, zie, zii, nipoti e interi clan familiari si rendono la via difficile con inspiegabili conflitti, odi e amori unilaterali e di parte. I genitori sono la fonte della nostra vita, da loro riceviamo l impronta primaria. Nella nostra anima proviamo gioia o sofferenza, a seconda dell atteggiamento interiore che abbiamo assunto nei loro confronti. A queste attitudini interiori corrispondono dei comportamenti caratteristici. Ci sono per esempio trentenni che si comportano come bambini adulti, continuando ad incolpare i genitori se sono infelici, se ricevono troppo poco amore, troppa poca attenzione, o se hanno ereditato troppo poco danaro. E la lista delle ragioni per poter essere felici è infinita. Ma per quanto tempo sono responsabili i genitori della nostra felicità? Dipende poi dai genitori la nostra felicità? O stiamo solo cercando una comoda scusa per la nostra pigrizia ed il nostro adagiarci nella sofferenza, invece di prendere finalmente in mano le redini della nostra vita e farne qualcosa di buono? Per quale ragione crediamo, poi, che i genitori debbano essere per tutta la vita a disposizione dei figli? Alcuni pensano di avere un diritto eterno – anche da adulti – di far lavare in casa la biancheria, a usare i genitori come valvola di sfogo per i propri dispiaceri, di venire a casa per ricevere un sostegno finanziario quando altrove le cose sono andate storte, di vivere senza pagare l’ affitto nell”albergo mamma”. E naturalmente lasciamo scrosciare i nostri sfoghi di rabbia e la nostra amarezza sui genitori, li disprezziamo per il loro modo di essere e li troviamo disgustosi. Allo stesso tempo, però, prendiamo da loro tutto quello che possiamo, secondo il motto: se non mi avessi messo al mondo non starei così male, e, in generale, se foste stati dei genitori migliori, ora non vi sarei di peso. Spesso però, quelle che ci sembrano le ragioni del nostro comportamento e i sentimenti che in questo modo cerchiamo di sfogare o di curare, non hanno niente a che vedere con le effettive dinamiche fondamentali della nostra vita. Bert Hellinger scoprì che solo i propri sentimenti feriti possono essere curati da una terapia, ma non quelli che abbiamo assunto da qualche membro familiare, identificandoci con lui. I sentimenti legati a ciò, non vengono in superficie, non si possono sentire. Ci si può rendere conto di questi sentimenti, solo se diventa evidente la dinamica di fondo che li determina. Dobbiamo accettare l insieme dei destini di una famiglia se vogliamo diventare liberi ed indipendenti. Cari genitori, mi avete dato il massimo: la vita stessa, ed io la prendo volentieri come un regalo. Possiamo intrometterci nella vita degli altri? Per scoprire e sciogliere le possibili cause di certi sentimenti o atteggiamenti negativi, si mette in scena la famiglia secondo il metodo di Hellinger. Può essere la famiglia d origine – padre, madre, fratelli, ed eventualmente altri parenti, anche delle generazioni anteriori; o la famiglia attuale – moglie, marito, (o i partner), figli, ed eventualmente anche partner precedenti. L interessato sceglie per ciascuno un rappresentante dai partecipanti del gruppo, che sia dello stesso sesso della persona reale. Ognuno viene preso con tutte e due le mani e messo in un posto nello spazio, in relazione con gli altri, così come la persona che mette in scena sente in quel momento. Ai rappresentanti non viene detto in precedenza né che ruolo giocare, né altro – loro sanno solo chi rappresentano nella famiglia. Ciò che poi regolarmente accade, è un fenomeno difficile da spiegare. Sebbene i rappresentanti non parlino tra di loro, né esprimano apertamente dei sentimenti – a meno che il leader del gruppo glielo chieda -, dopo in po iniziano ad avere quasi misticamente dei sentimenti che non sono i loro. Si potrebbe dire che entrano nella figura dei membri familiari che rappresentano, e sentono come questi effettivamente si relazionano agli altri. La persona che li ha messi in scena può vedere da fuori quali conflitti e tensioni, o quale armonia e rispetto amorevole regnino tra i membri familiari ad un livello più profondo, indipendentemente da come la persona apparentemente si comporti in realtà. I sentimenti di amore ed affiatamento, freddezza, rifiuto o durezza del paziente possono allora essere anche percepiti dal rappresentante stesso. Sono spesso così sbalorditive le rivelazioni che si hanno partecipando a questo processo, che pare di aver trovato la chiave che permette di accedere a tutti i segreti della famiglia. Improvvisamente si può sentire un vero e proprio sollievo, e diventa anche possibile una profonda guarigione liberatrice. È comprensibile che in un primo momento si possa essere scettici di fronte a queste descrizioni, e che si abbiano dei dubbi sul successo di una rappresentazione familiare. È capitato anche a me. Ecco di nuovo qualcuno che pretende di aver scoperto il grande segreto della guarigione, pensavo. Poi però ho visto che le affermazioni fatte dai rappresentanti erano quasi sempre esatte. Naturalmente fa molto più effetto osservare direttamente questo lavoro, o diventare parte attiva del processo. Non c è niente che possa sostituire la propria esperienza. Non esiste libertà senza legame Chi vuole essere libero di propri genitori e dalla propria famiglia, non deve allontanarsi o rompere il contatto con i membri familiari, bensì diventare consapevole delle proprie origini, ed accettale in tutto e per tutto. Secondo un vecchio proverbio, diventiamo proprio ciò che rifiutiamo, e siamo liberi da ciò che prendiamo ed integriamo. Non andar via dunque, ma prendere il giusto posto nell inevitabile coalizione familiare: questa è la formula liberatoria. Sono libero di vivere la mia propria vita solo quando io stesso rispetto ed onoro il destino di ogni singolo, per quanto tragico possa essere, lasciando valere ognuno al posto che gli spetta, senza immischiarmi con i miei giudizi. Solo quando rispetto gli altri e riconosco ciò che sono dentro di loro, posso aspettarmi anch io di esser lasciato libero ed in pace, senza pesi altrui. I genitori, esattamente come noi, non sono perfetti, ma grazie a loro ci è stata concessa la possibilità di vivere le meraviglie della vita e di divenire prima o poi consapevoli della nostra vera natura. Ognuno è, in un certo senso, i suoi genitori. Ciò che in loro rifiuto, rimane anche in me non amato e non liberato – ed io rimango diviso. Fuori dal bunker della coscienza familiare Spesso i bambini assumono il ruolo di un altro membro familiare non rispettato. Bert Hellinger ha scoperto che nella comunità in cui si intrecciano i destini di una famiglia, si creano inconsciamente degli irretimenti, delle identificazioni che possono coinvolgere più generazioni. Al clan familiare appartengono sia parenti morti, dimenticati, esclusi, che bambini, genitori, nonni, fratelli, sorelle, zii, zie, e precedenti partner dai quali ci siamo separati e che hanno così lasciato il loro posto ad altri. Se un membro del clan subisce un torto, o se viene leso nella sua dignità, una cosiddetta coscienza familiare s incarica di ristabilire l equilibrio, spesso purtroppo con delle soluzioni deleterie, in quanto cerca di compensare un ingiustizia con una nuova ingiustizia, la sofferenza con la sofferenza dell “amore cieco, o la morte con un altra morte. Spesso i bambini si assumono questi ruoli inconsciamente, assumendosi così anche per un intera vita i sentimenti, la colpa, la vendetta o il dolore di un predecessore. Se per esempio il partner di una relazione precedente viene trattato male e con disprezzo, di regola un figlio prende il suo posto, lo vendica, ha i suoi rimpianti, soffre ecc.. Hellinger ci informa che fino ad ora non ha visto ancora un unica eccezione a questo fenomeno. Difficoltà di relazione e problemi educativi sono spesso poco attinenti al presente: le loro cause originarie vengono di solito dal bunker della coscienza familiare. É quindi naturale che nessuna delle persone coinvolte in queste storie si renda conto di ciò che sta accadendo in realtà. Un esempio: in una rappresentazione che abbiamo guidato a Regensburg una coppia dichiarò di avere grossi problemi con il figlio. Questi era molto aggressivo con la madre. Nella rappresentazione stava anche tra il padre e la madre, ed era come se volesse difendere il padre. Alla fine della rappresentazione si scoprì che la nonna aveva glacialmente abbandonato il suo ex, molto innamorato di lei ma povero, per sposare il ricchissimo nonno. Il figlio aveva assunto i sentimenti del partner abbandonato, e in questo caso li convogliava contro sua madre, che non aveva alcuna colpa. Il figlio aveva già tentato di liberarsi della sua rabbia in numerosi gruppi catartici, in cui però venivano ogni volta sfogati solo i sentimenti superficiali, senza che la dinamica di fondo cambiasse minimamente. Intanto, oltre alla rabbia non sua, aveva acquisito anche dei sensi di colpa nei confronti della madre, poiché in profondità fluiva pur sempre l amore del legame tra madre e figlio, e con i suoi scoppi d ira si era reso colpevole nei confronti di questo amore. Siccome i sentimenti ed i comportamenti assunti non sono nostri, quando siamo identificati con qualcun altro siamo di solito sordi alle critiche ed ai buoni consigli. Ci sentiamo nel giusto, e superiori a tutto ciò che viene da “fuori”, poiché il nostro sentire è condizionato dalla coscienza familiare, e non deroghiamo dai nostri atteggiamenti, anche se continuiamo ad arrecare grosse sofferenze sia a noi stessi che agli altri. Immischiarsi inconsciamente nella vita di un altro provoca tragiche conseguenze: lo facciamo cercando di aiutare l altro, soffrendo per lui, sentendoci in colpa per lui, vendicandoci per lui o addirittura seguendolo nella morte. Identificandoci con un altro, non prendiamo il nostro posto nella famiglia e nella vita. Siamo determinati da qualcosa ch è estraneo a noi, viviamo per gli altri e non troviamo il giusto modo di rapportarci ai parenti più vicini ed al nostro ambiente. Se ci incarichiamo di fare qualcosa per un altro senza che ci venga richiesto, pretendiamo anche di riuscire a fare più di lui, e così facendo lo feriamo nella sua dignità. Non lo rispettiamo come nostro eguale. In questi casi una frase liberatoria è: “Rispetto te ed il tuo destino, appartiene a te ed al tuo onore. Non mi è permesso di immischiarmi negli affari tuoi.” Questa frase provoca di solito un senso di sollievo e di liberazione nella persona alla quale è riferita, per quanto difficile possa essere il suo destino. Quando ci immischiamo per amore creiamo molti problemi. Questi irretimenti possono sviluppare anche molte malattie, se per amore facciamo qualcosa che vada contro “gli ordini dell amore”, come li chiama Hellinger. Tra le molte cose, rientra nell ordine che a nessuno sia permesso immischiarsi nella vita di un altra persona, non importa se questa è morta o vive ancora. “Caro padre, ti ringrazio” Prima della mia rappresentazione familiare, il terapeuta mi chiese quale fosse il mio problema, e quindi che cosa volessi andare a guardare nella mia famiglia. Balbettai qualcosa, perché in verità non avevo un problema, ero solo venuto perché già da tempo mia moglie mi spingeva a vedere finalmente questa terapia, per poter imparare qualcosa in più. E d un tratto, mentre stavo così parlando senza sentirmi troppo coinvolto, ecco che arrivò, la rabbia. Chissà come, senza un motivo apparente, legata ad un dolore profondo e ad una vaga tristezza. Non ci volevo credere, e vi opposi resistenza. Come già tante altre volte nella mia vita, avrei voluto sprofondare sotto terra, o, meglio ancora, semplicemente non esistere più. Pensavo che dopo innumerevoli esercizi di respirazione, profonde preghiere e meditazioni, esperienze di rinascita, regressioni, avessi chiuso con ciò. E d un tratto ebbi davanti a me l immagine di mio padre. Era morto in guerra, quando avevo un anno. Ero arrabbiato con lui, e triste allo stesso tempo, come un piccolo bambino che non si curava dei motivi per i quali lui non poteva essere lì per me. Come se avessi un ostinato diritto nei confronti di qualcuno che mi era stato portato via. Mettemmo in scena la mia famiglia d origine: mio padre caduto in guerra, mia madre, mio fratello minore morto, i genitori, le sorelle ed i fratelli morti dio mio padre e quelli di mia madre, e me. Il terapeuta mi invitò a scegliere dei rappresentanti per ogni membro della famiglia, e a metterli in relazione l uno con l altro, così come sentivo. Quindi mi lasciò sedere e osservare ciò che seguì. Ciò che accadde mi parve quasi un sogno, eppure era una realtà da batticuore. Fu come se tutte le nebbie si dissolvessero. Vidi me stesso lì in piedi, in mezzo al caos di tutti i membri familiari, lo sguardo rivolto all altra estremità del gruppo, là dove stava mio padre. Mi sentii letteralmente tirare in quella direzione, come se una forza irresistibile mi attirasse là. Sentii la fonte della mia nostalgia. E quando potei finalmente abbracciare mio padre, un fiume di lacrime liberatorie spazzò via 55 anni di vane ricerche. Stando poi ancora strettamente vicino a mio padre e a mio nonno, con la schiena appoggiata a loro due, mi pervase una sensazione di forza, virilità, amore, e mi sentivo come portato. Dissi anche a mio padre che mi era molto mancato, e lui mi rispose che gli dispiaceva di non aver potuto esserci per me. Lo rassicurai poi, che avrei rispettato il suo destino e che l avrei onorato come padre. Terminai l incontro con le parole: “Caro padre, ti ringrazio per la vita che mi hai dato e la rispetto, facendone qualcosa di buono e stando bene. La tua morte non è stata vana.” Mi sentii inondare da una confortevole sensazione di completezza e di armonia, di appartenenza alla famiglia. Ero finalmente a casa. In seguito capii dove in realtà ero sempre stato, quando mia moglie, i miei figli o i miei amici, in mezzo ad un discorso, mi dicevano: “Non sei mica presente a quello che dici”, “Ma tu non mi vedi, stai guardando attraverso di me”, “Hai l aria così assente”. Già da sempre il mio sguardo era diretto verso mio padre, da qualche parte al di là delle nebbie, nell “aldilà”. Da vent anni mia moglie ed io avevamo cercato in giro per tutto il mondo maestri, metodi, tecniche, che avrebbero dovuto avvicinarci ad una vita che valesse la pena vivere, una vita realizzata e piena d amore, e magari anche leggera. Imparammo e sperimentammo molte cose, e trasmettevamo nei nostri corsi tutto ciò che ci aveva aiutati. Eppure la ricerca non finiva mai. Dovevo sempre constatare che la fine di ogni viaggio interiore o esterno non era che una piccola tappa ed un nuovo inizio di una ricerca nostalgica che sembrava pressoché infinita. Nella mia interminabile ricerca stavo viaggiando per tutto il mondo, ed ero diventato un esperto in argomenti esoterici ed esercizi spirituali. Sapevo molte cose sull essere totali, la rinascita, Dio e l illuminazione. Ma cosa cercavo veramente? La pietra filosofale, il paradiso, Dio, o volevo solo essere amato? Dopo la rappresentazione familiare di Hellinger capii: in realtà avevo sempre cercato mio padre, quella parte in me che mi mancava per sentirmi intimamente completo. Finalmente mi sentivo uno con me stesso. Avendo trovato nuove radici, improvvisamente tutto era più semplice.

shantij

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