La torre di Babele: evoluzione dei paradigmi scientifici di Claudio Cardella*

Il vero nome della torre di Babele era Etemananki, e con ogni probabilità era una grande piramide a gradini, una zigurrat, ma diversa dalle altre e molto più imponente. Gli architetti avevano concepito quell’edificio come una sfida al firmamento. Nelle intenzioni dei suoi costruttori, Etemananki sarebbe stato un testimone della grandiosa sapienza di quella gente ed era destinato a svelare ogni arcano e sbalordire quelli in grado di decifrarne il codice. Quei costruttori, paradossalmente, vinsero la sfida con la loro stessa sconfitta: l’incapacità di conciliare una vasta mole di dati eterogenei in una struttura semplice, sembra aver generato una tale “confusione delle lingue ” da ostacolare il compimento dell’impresa e avviarla al fallimento. L’uomo sembra non poter fare a meno dell’assoluto. Perlomeno alcuni uomini, gli emuli dei costruttori di Etemananki, che in ogni epoca hanno tentato di racchiudere tutto lo scibile in un’opera totale. La Babele delle lingue non ha risparmiato nessuna di quelle opere: la “parola d’ordine”, il codice, è sempre, inesorabilmente andato perduto. La nostra mentalità, condizionata da un’epoca frettolosa, analitica e superficiale, non ha più voglia di decifrare alcun Etemananki, e forse ne ha perduto per sempre la capacità. Il linguaggio, con un pizzico d immaginazione, può essere ritenuto un oggetto frattale perché è simile a se stesso ad ogni livello. A ben considerare, ogni concetto è un Etemananki e ancor di più se, come avviene, comporta un’infinità di elementi. Successivamente, per nostra comodità, lo tronchiamo in modo da renderne più agevole la rappresentazione sulla nostra personale mappa del mondo. Questa possibilità di ridefinire continuamente ogni concetto arricchisce la nostra libertà di scelta e conferisce significato al libero arbitrio. E quasi impossibile sfuggire agli inganni che il linguaggio è sempre pronto a tenderci e che rendono così difficile la comprensione. Ripetiamo parole e frasi per abitudine e per imitazione, senza considerare le circostanze e i fatti che le hanno originate: spesso le usiamo non conoscendone appieno il significato e il più delle volte esse eludono il controllo della nostra consapevolezza. Queste incomprensioni sono da sempre l origine d innumerevoli lutti e impedimenti all avanzamento della civiltà. Esiste un oggettività distinta dal soggetto conoscente, oppure i nostri organi sensoriali forniscono immagini, che noi poveri illusi ci ostiniamo ad analizzare, scambiando il nostro sogno per la realtà esterna? In fondo l’unica realtà di cui possiamo affermare con assoluta certezza l esistenza, siamo noi stessi. Il penso dunque sono resiste ad ogni assalto, ed é l unico fondamento incrollabile a nostra disposizione per costruire una teoria della conoscenza. Tuttavia, l’Io é un’entità troppo complicata perché sia assunta tal quale come punto di partenza. Dovremo perciò sostituire Io con delle entità più semplici e maneggevoli, che chiameremo assiomi. Sarà dunque l’insieme degli assiomi ammessi, poiché sono indimostrabili, a formare la base su cui edificheremo la nostra teoria della conoscenza. In tal modo comprendere significa attribuire, a ciò che veniamo conoscendo, la medesima certezza e la medesima evidenza che possiede il nostro Io intuitivo e, per esso, gli assiomi che abbiamo convenuto di sostituire all Io per usufruire della sua natura, senza per questo smarrirci in una sorta di “labirinto” ove sarebbe impossibile ragionare. L idea di natura è sempre stata un eccellente veicolo per molte ideologie, proprio perché sembra così perfettamente neutrale, oggettiva ed estranea ad ogni destinazione impropria. Tuttavia, quando ci si occupa di linguaggio scientifico non si può fare a meno d esaminare le radici di quell idea, e mostrare come le diverse concezioni del mondo se ne servono e se ne sono servite nel passato.Nascono così i paradigmi scientifici. La nostra visione scientifica del mondo, ossia comunicabile e partecipabile, in fondo non è altro che la nostra interpretazione attuale dell idea di natura e di realtà. Un paradigma scientifico è un linguaggio, o meglio un linguaggio formale, ossia un modo di ragionare intorno ai fenomeni sensibili. Anche in questo caso valgono dunque le precedenti considerazioni, ed in particolare il fondamento assiomatico in rappresentanza dell Io razionale. Ma a differenza di un linguaggio comune e comprensibile a tutti, perché costruito su assiomi resi accessibili da un uso consolidato, un paradigma è il più delle volte un linguaggio specialistico ed è appannaggio esclusivo di un ristretto gruppo d individui. In altre parole diventa uno strumento di potere, perché la concatenazione delle idee, ossia il passaggio da un concetto ad un altro più complesso, è regolato da un codice conosciuto solo dagli appartenenti al gruppo, eufemisticamente denominato comunità scientifica. In ultima analisi quel codice diventa una seconda base assiomatica introdotta a proteggere il linguaggio specialistico dalla comprensione dei profani. La creazione di nuovi linguaggi specialistici, oggi così frequente, si traduce sempre in una perdita di cultura. Questa costituisce il patrimonio comune del corpo sociale, e ogni linguaggio specialistico frammenta la conoscenza e la sottrae alla comunità nascondendola in una babele labirintica ove, una volta entrati è difficile tornare indietro, come dal giardino dei sentieri che si biforcano, magistralmente raccontato da Borges. Per questo l arte è da sempre ritenuta la più alta espressione dell umanità, in quanto costituisce un linguaggio immediatamente fruibile e che non decade nel tempo, pur essendone il fedele testimone.

Assisi 2001 L Unità nella diversità INSIEME PER LA PACE NEL TERZO MILLENNIO “Shantimandir -Il Mandir della Pace” Atti del Convegno
Prof.CLAUDIO CARDELLA docente di Fisica-Relazione sul tema:
* Università di Roma “La Sapienza”, Roma e A.R.T.I. Napoli.

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