Una domenica dentro la storia. E forse, ancora di più, dentro la memoria.
È stata una giornata di quelle che difficilmente si riescono a raccontare in poche parole.
Siamo partiti da Orfeo, dalla sua figura, dalla sua musica e soprattutto dal suo rapporto con gli animali.
A Perugia, nel mosaico romano di Santa Elisabetta, Orfeo è rappresentato seduto su una roccia, mentre suona la lira e quaranta animali convergono verso di lui, attratti dalla musica.
Ma questa immagine, osservata con attenzione, apre domande molto più profonde.
Che cosa rappresentano tutti quegli animali?
Perché sono così numerosi?
Perché sono così diversi tra loro?
Perché convergono tutti verso un unico centro?
Nel nostro studio abbiamo esplorato la possibilità che l’animale, nella simbologia antica, potesse rappresentare anche un popolo, una realtà, una differenza che trova però una possibilità di armonizzazione intorno a Orfeo.
Orfeo come colui che riunisce ciò che è diverso.
E proprio qui è nata una delle connessioni più affascinanti della giornata: quella con Francesco d’Assisi.
Francesco, l’uomo che parla agli animali, che chiama fratello il lupo e sorella ogni creatura, che costruisce la propria esperienza spirituale intorno alla fraternità e alla pace.
Due figure lontanissime nel tempo, appartenenti a mondi profondamente diversi, eppure accomunate da un’immagine potentissima: l’essere umano capace di creare relazione, armonia e pace attraverso il rapporto con ogni forma di vita.
E così abbiamo iniziato a studiare Orfeo in ogni dettaglio.
La posizione seduta sulla roccia.
La nudità delle rappresentazioni più antiche.
La lira.
Il cappello frigio presente in molte raffigurazioni.
Il progressivo mutare dell’iconografia nelle diverse epoche e nei diversi territori.
Abbiamo confrontato mosaici e rappresentazioni di Orfeo provenienti dall’Italia e da altre aree dell’antico mondo mediterraneo, cercando di comprendere come questa figura sia stata trasformata e reinterpretata attraverso i secoli.
Poi il percorso si è spostato dal mito alla città.
Siamo stati accolti dal professor Vanni, che ci ha aperto le porte del Museo e ci ha condotti in luoghi normalmente lontani dallo sguardo del visitatore.
Abbiamo attraversato le viscere del museo, osservato reperti e testimonianze, e incontrato la straordinaria capacità degli Etruschi di mettere in relazione terra, cielo, tempo e spazio.
Abbiamo approfondito il tema del calendario e della misurazione del tempo, dei sistemi idraulici e del principio dei vasi comunicanti.
E poi il Fegato di Piacenza.
Una piccola lastra di bronzo che diventa una vera e propria mappa del cosmo: divinità, regioni celesti, orientamento, punti cardinali e suddivisioni dello spazio.
Abbiamo parlato degli aruspici, della loro capacità di leggere i segni e della particolare simbologia degli strumenti e degli abiti che li caratterizzavano.
Il lituo, il bastone ricurvo degli aruspici, ci ha condotto anche alla riflessione sulla forma del pastorale che ritroviamo ancora oggi nella tradizione cristiana.
E poi il cappello conico, terminante a punta, che nella tradizione iconografica legata alla divinazione assume un significato particolare. Il professor Vanni ci ha spiegato la simbologia della forma conica e della punta come elemento di connessione e di orientamento verso l’alto, una sorta di antenna simbolica tra l’uomo e il cielo.
Una forma che ritroviamo sorprendentemente anche in altre tradizioni e rappresentazioni di figure legate alla conoscenza e alla divinazione: viene immediatamente in mente il celebre cappello a punta di Mago Merlino.
Una simbologia che attraversa culture e tempi diversi e che ci ha riportato ancora una volta alla domanda fondamentale: come veniva concepito il rapporto tra l’essere umano, la terra e il cielo?
Da lì è iniziata la nostra esplorazione di Perugia.
Seguendo la logica dell’orientamento etrusco, il rapporto fra cardo e decumano, cielo e terra, abbiamo cercato nella struttura della città le tracce delle antiche geometrie.
E così Perugia ha cominciato a mostrarsi sotto un’altra luce.
Porte, strade, edifici, chiese e resti di strutture precedenti.
In alcuni luoghi sono ancora leggibili le tracce delle costruzioni più antiche, inglobate nelle trasformazioni successive della città.
Abbiamo cercato i luoghi in cui la città cristiana si è sovrapposta alla città precedente, osservando come il tempo non cancelli completamente ciò che lo ha preceduto, ma spesso lo ricopra, lo inglobi e lo trasformi.
Abbiamo parlato di orientamento, di geometria, di astronomia, di archeologia e di simbolismo.
Abbiamo osservato anche la straordinaria fontana nel centro di Perugia, leggendo nella sua struttura il tema della misurazione e della sincronizzazione del tempo.
E abbiamo affrontato persino la storia del Grifo e del Leone, scoprendo quanto le immagini che consideriamo familiari possano nascondere storie molto più complesse di quelle che siamo abituati a conoscere.
Una giornata nella quale ogni cosa sembrava aprire una nuova domanda.
E forse è proprio questo il senso più autentico della ricerca.
Non trovare immediatamente una risposta, ma imparare a guardare ciò che abbiamo sempre avuto davanti agli occhi con occhi nuovi.
Alla fine di questa straordinaria esperienza, il professor Vanni mi ha regalato il suo libro dedicato a Orfeo, accompagnandolo con una sua dedica.
Un gesto semplice, ma per me profondamente significativo.
Lo porto nel cuore.
Perché questa giornata non è stata soltanto una visita a un museo, né soltanto una lezione di archeologia.
È stata un viaggio attraverso Orfeo, gli Etruschi, Francesco, gli animali, il cielo, la città, il tempo e la memoria.
Un viaggio alla ricerca di quel filo invisibile che, attraversando civiltà diverse, continua a riportarci alla stessa domanda:
come può ciò che è diverso trovare un’armonia senza perdere la propria identità?
Forse è proprio qui che Orfeo e Francesco, a distanza di secoli, tornano a incontrarsi.
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