Dalla Standardizzazione dell’identità al riconoscimento dell’altro
C’è una domanda che precede ogni autentica educazione:
chi sono io?
Non chi devo essere.
Non a quale modello devo assomigliare.
Non quale immagine devo costruire di me.
Ma, prima ancora di tutto: chi sono?
È una domanda apparentemente semplice, eppure oggi rischia di diventare una delle domande più difficili da formulare.
Viviamo infatti in una cultura che offre continuamente modelli di identificazione: modelli estetici, comportamentali, professionali, relazionali, sociali. Ci viene insegnato molto bene come essere riconoscibili, ma sempre meno come essere unici.
E qui si apre una questione profondamente pedagogica.
Perché una persona che non ha avuto la possibilità di incontrare la propria singolarità difficilmente potrà riconoscere davvero la singolarità dell’altro.
Identità e identificazione
Occorre allora distinguere due processi che troppo spesso vengono confusi: identità e identificazione.
L’identità risponde alla domanda:
Chi sono io?
L’identificazione, invece:
A chi o a che cosa devo assomigliare per sentirmi qualcuno?
La prima nasce dall’incontro con la propria interiorità, con la propria esperienza, con la propria differenza.
La seconda nasce dall’assunzione di un modello.
Naturalmente ogni essere umano ha bisogno di riferimenti, di figure, di linguaggi, di appartenenze. Il problema nasce quando il riferimento sostituisce la ricerca e il modello prende il posto dell’identità.
A quel punto non sono più chiamato a scoprire chi sono.
Sono chiamato a diventare qualcosa.
Ed è una differenza enorme.
La standardizzazione non comincia dal volto
È facile osservare la standardizzazione nei volti contemporanei: gli stessi tratti, gli stessi canoni, le stesse forme estetiche, gli stessi filtri, gli stessi gesti.
Ma sarebbe un errore pensare che il problema cominci dall’estetica.
Il volto è soltanto il punto in cui una dinamica molto più profonda diventa visibile.
La standardizzazione comincia molto prima: comincia quando l’educazione sostituisce progressivamente la domanda “chi sei?” con la domanda “a quale modello devi corrispondere?”
Il bambino impara presto a misurarsi.
Confronta il proprio corpo, il proprio rendimento, la propria capacità, la propria intelligenza, il proprio comportamento.
E così, quasi impercettibilmente, può svilupparsi una pedagogia dell’allineamento: essere bravi, essere adeguati, essere conformi, raggiungere lo standard, ottenere il risultato previsto.
Naturalmente la scuola ha bisogno anche di regole, criteri e apprendimenti condivisi. Ma quando la necessaria organizzazione dell’apprendimento diventa normalizzazione della persona, accade qualcosa di molto più grave.
Il soggetto rischia di scomparire dietro la prestazione.
Il bambino non è un esemplare di una categoria
Una vera rivoluzione pedagogica dovrebbe allora partire da un principio radicale:
il bambino non è un modello da completare, ma un soggetto da incontrare.
Non è semplicemente “un alunno”.
Non è soltanto un’età, una classe, un livello di rendimento, una diagnosi, una competenza, un voto.
È quel bambino.
Quell’unico bambino.
Qui possiamo recuperare una parola preziosa: ciascuno.
Ciascuno non significa semplicemente “ogni individuo” in senso quantitativo.
Significa che ogni essere umano è un uno che non può essere sostituito da un altro uno.
Non siamo soltanto individui diversi all’interno di una popolazione.
Siamo singolarità.
E una pedagogia della singolarità dovrebbe avere come compito fondamentale proprio questo: permettere a ciascuno di fare esperienza della propria irriducibilità.
Non per alimentare l’individualismo.
Al contrario.
Solo chi sperimenta di avere un valore non sostituibile può imparare a riconoscere il valore non sostituibile dell’altro.
Non posso vedere l’altro se non ho imparato a vedermi
Qui si produce il passaggio decisivo.
L’incontro con l’altro presuppone una qualche forma di incontro con se stessi.
Se io non so chi sono, cercherò continuamente un modello che mi dica chi devo essere.
E se vivo attraverso modelli, tenderò inevitabilmente a cercare modelli anche negli altri.
L’altro allora non viene più incontrato nella sua singolarità.
Viene classificato.
È bello o brutto.
Normale o diverso.
Simile o estraneo.
Appartiene a noi o appartiene a loro.
È dentro il modello oppure fuori dal modello.
Il modello diventa così una rassicurazione.
Perché il diverso, in quanto realmente diverso, inquieta.
Il diverso non è immediatamente prevedibile.
Non posso ricondurlo completamente alle mie categorie.
E proprio per questo può diventare fonte di paura.
La standardizzazione, invece, tranquillizza.
Ciò che riconosco come modello non mi sorprende.
Ma proprio qui si nasconde il paradosso: ciò che ci rassicura può progressivamente impoverire la nostra capacità di incontrare.
Dalla percezione del diverso alla valorizzazione del diverso
Una pedagogia autenticamente umana dovrebbe compiere il movimento opposto.
Non eliminare la differenza, ma educare alla differenza.
Non insegnare soltanto a tollerare l’altro, ma a riconoscere che la sua diversità costituisce un valore.
C’è una differenza fondamentale tra dire:
“Accetto che tu sia diverso da me”
e dire:
“Il fatto che tu sia diverso da me è parte del tuo valore.”
Nel primo caso la diversità viene semplicemente sopportata.
Nel secondo viene riconosciuta.
Ed è qui che la pedagogia della singolarità diventa anche una pedagogia della pace.
La pace non comincia dall’uniformità
La pace non consiste nel diventare tutti uguali.
Se così fosse, la pace sarebbe soltanto una forma raffinata di conformismo.
La pace nasce dalla possibilità di essere diversi senza che la differenza debba trasformarsi in minaccia.
Ogni guerra, anche prima di diventare conflitto aperto, costruisce una separazione:
noi e loro.
Il nostro modello contro il loro modello.
La nostra identità contro la loro identità.
Il nostro modo di vivere contro il loro modo di vivere.
E quando il modello diventa assoluto, l’altro non è più semplicemente diverso.
Diventa sbagliato.
A quel punto la differenza non deve più essere riconosciuta: deve essere corretta, assimilata, dominata o eliminata.
L’educazione alla pace dovrebbe invece cominciare molto prima.
Dovrebbe insegnare al bambino:
puoi essere te stesso senza dover cancellare l’altro.
E, contemporaneamente:
l’altro può essere altro senza costituire una minaccia alla tua esistenza.
Il rispetto di sé come fondamento del rispetto dell’altro
Qui possiamo comprendere anche un altro passaggio essenziale.
Non è sufficiente dire al bambino: “Devi rispettare gli altri”.
Bisogna prima permettergli di sperimentare che la sua stessa esistenza è degna di rispetto.
Perché una persona educata a disprezzare continuamente se stessa, a sentirsi inadeguata, a misurarsi esclusivamente attraverso modelli esterni, difficilmente svilupperà una relazione autentica con l’alterità.
Potrà imparare le regole della tolleranza.
Potrà imparare perfino un linguaggio politicamente corretto.
Ma il riconoscimento profondo dell’altro nasce da qualcosa di più radicale.
Nasce dall’esperienza:
io sono un ciascuno.
E proprio perché sono un ciascuno, posso riconoscere il ciascuno che è nell’altro.
Non una copia.
Non una categoria.
Non un rappresentante di un gruppo.
Tu.
La scuola come luogo della rivoluzione
Per questo la trasformazione educativa non dovrebbe limitarsi ad aggiungere qualche ora di “educazione ai valori”.
Il problema è più profondo.
Occorre interrogare la struttura stessa attraverso cui educhiamo.
Una scuola orientata alla singolarità dovrebbe chiedersi continuamente:
- quanto spazio lasciamo alla differenza?
- quanto spazio lasciamo alla domanda?
- quanto spazio lasciamo all’errore?
- quanto spazio lasciamo all’espressione personale?
- quanto spazio lasciamo alla scoperta di ciò che rende ciascuno irriducibile?
- quanto spesso valutiamo la persona invece di valutare ciò che ha appreso?
- quanto spesso chiediamo al bambino di adattarsi al modello invece di modificare il modello per permettere al bambino di emergere?
La scuola non deve rinunciare alla conoscenza, alla disciplina o alla responsabilità.
Deve però smettere di confondere formazione con conformazione.
Formare non significa dare una forma predefinita.
Significa creare le condizioni perché una forma propria possa emergere.
Ritrovare l’origine
Ed è qui che ritorna la parola dalla quale siamo partiti: origine.
Educare potrebbe significare, in un senso profondo, aiutare ciascun essere umano a tornare in contatto con la propria sorgente.
Non per chiudersi in se stesso.
Al contrario.
Per poter finalmente incontrare l’altro.
Perché se io vivo completamente separato dalla mia origine, se non riconosco ciò che mi rende me stesso, avrò bisogno continuamente di un’immagine esterna che mi dica chi sono.
Ma quando incontro la mia singolarità, posso smettere di chiedere all’altro di essere uguale a me.
Posso finalmente guardarlo.
E vedere che anche lui è una sorgente irriducibile.
È qui che la parola anima può tornare ad avere un significato filosofico e pedagogico.
Non come concetto religioso imposto, ma come nome possibile di ciò che in ogni essere umano non può essere completamente ridotto a funzione, categoria, prestazione o modello.
L’anima, in questo senso, è ciò che non può essere standardizzato senza essere perduto.
Dall’identificazione al riconoscimento
Forse, allora, il compito della pedagogia del futuro può essere formulato attraverso un passaggio essenziale:
dall’identificazione al riconoscimento.
Dall’imparare ad assomigliare all’imparare a essere.
Dal modello alla singolarità.
Dall’allineamento alla differenza.
Dalla classificazione all’incontro.
Dalla competizione al riconoscimento reciproco.
E infine:
dal dominio dell’altro alla possibilità di incontrarlo.
Perché l’altro non deve essere reso uguale a me affinché io possa accoglierlo.
Devo essere sufficientemente radicato nella mia identità da poter sostenere la sua differenza.
Una nuova idea di umanità
Forse la questione educativa più importante del nostro tempo non è dunque soltanto trasmettere più conoscenze, più competenze o più informazioni.
È impedire che, nell’enorme quantità di modelli che la cultura contemporanea mette a disposizione, l’essere umano perda il contatto con la propria irriducibilità.
Perché quando tutto diventa modello, anche l’uomo diventa modello.
Quando tutto diventa identificazione, l’identità si impoverisce.
Quando tutto diventa immagine, il volto rischia di perdere la sua capacità di rivelare.
E quando la differenza viene percepita soltanto come deviazione dalla norma, l’altro diventa inevitabilmente qualcuno da ricondurre alla norma.
La vera educazione alla pace potrebbe allora cominciare da una frase molto semplice, ma radicale:
“Tu non devi diventare qualcun altro per avere valore. Devi poter scoprire chi sei.”
E subito dopo:
“E quando avrai imparato a riconoscere chi sei, potrai finalmente guardare l’altro senza doverlo trasformare in te.”
Forse è proprio questo il punto in cui pedagogia, identità, riconoscimento e pace si incontrano.
Educare alla singolarità significa educare alla possibilità dell’incontro.
Perché soltanto quando due singolarità possono stare l’una di fronte all’altra senza cancellarsi, l’umano ricompare.
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