La religione induista

MILLE E MILLE VITE ANCORA (di Paoletta Giaccardi)

Il nome Indo fu dato dai Greci al fiume che nasce dal monte Kailasa nell’Himalaya occidentale, e che oggi scorre al centro del Pakistan. Gli abitanti dei luoghi lo hanno sempre chiamato Sindhu, ma per i Greci tanto le popolazioni quanto le loro religioni furono chiamate induiste. Verso il 1800 prima di Cristo la popolazione aria, originaria dell’area iranica, attraversava il fiume e si stabiliva nelle valli dell’Indo e del Gange nella parte settentrionale del subcontinente indiano, dove peraltro già esisteva una civiltà avanzata. Gli scavi di Harappa, nel Punjab, e di Mohegiodaro nella valle dell’Indo, provano infatti l’esistenza di precedenti popolazioni che vivevano di agricoltura e di pastorizia, veneravano una vergine madre, il principio dualistico e vari animali come il serpente. Le popolazioni guerriere ariane portava con se un’avanzata organizzazione sociale imperniata sul potere regale controllato da una sorta di senato, ed una notevole letteratura orale sacra che in seguito fu raccolta in quattro testi, i “Veda”, redatti in sanscrito antico. Alla base dell’induismo in sostanza ci sono la rivelazione e l’ispirazione divina, ed è su queste esperienze che si basò la speculazione intellettuale. Infatti ai Veda seguirono testi che, sotto forma di dialogo tra maestro e discepolo, illustrano lo sviluppo del pensiero formatosi intorno al terzo millennio ante Cristo. Le religioni che traggono ispirazione dai Veda e da altre opere rassomiglianti, sono oggi chiamate induiste. Si parla di religioni al plurale perché, lungi dal presentare una forma unica e comune, l’induismo presenta forme diverse a seconda delle credenze paleoindiane e del grado di fusione con la religione degli Arii. Inoltre va aggiunto che, contrariamente alle altre grandi religioni in cui un unico personaggio carismatico o un unico testo hanno finito per costituire un polo radiante di insegnamenti, l’induismo è stato oggetto di un continuo processo di reinterpretazione ed ha subito le influenze di numerose filosofie, tuttora molto vitali nel subcontinente indiano. Per oltre quattromila anni i “shastra” (nome comune dato a tutti i testi sacri induisti) sono stati trasmessi oralmente, cantati e ritmati generalmente dalla casta di brahmani che si è assunta l’onere di conservare vive le rivelazioni e gli antichi testi, adottando particolari tecniche mnemoniche. Il sistema delle caste è uno dei pilastri sui quali si erge l’induismo postvedico. In lingua indù si chiamano “varna” e lo stesso termine significa anche colore. La casta più elevata, detta brahmana, raggruppa persone di cultura e di razza ariana che sono sacerdoti o maestri. Segue la casta dei kshatria (guerrieri e politici), poi quella dei vasia (agricoltori e commercianti) ed infine la casta dei shudra, la manovalanza sociale. I paria, ovvero gli intoccabili, sono i fuori casta. Generalmente sono di razza scura del meridione indiano, coloro che non hanno accettato l’induismo o nati da matrimoni misti tra caste differenti. Ai paria furono e sono riservati i compiti più umili in seno alla collettività. Con il mahatma Gandi ed i governi che si sono succeduti dopo l’indipendenza dell’India, è stato abolito ufficialmente il sistema delle caste, ma nonostante rimane molto vitale tra la popolazione delle campagne ed al momento del matrimonio. I Veda, fondamento principale della religione induista, sono quattro libri in rima che complessivamente contengono oltre centomila versi, suddivisi in rigveda (scienza dei canti), in samaveda (scienza delle melodie), yayurveda (scienza delle formule cerimoniali) e atharvaveda (scienza delle formule magiche). Ai quattro testi si sono aggiunti altri libri detti “Araniaca”, come le Upanishad (o Vedanta). In tutto, 108 testi scritti tra l’800 ed il 300 prima di Cristo. Contengono massime religiose ed esoteriche trasmesse da maestro a discepolo come guida alla elevazione spirituale. Negli Araniaca si aggiunsero, nel secondo secolo ante Cristo, due romanzi epici: il Ramajana, che attraverso le avventure del nobile Rama esalta il rispetto delle tradizioni e la lotta alla ingiustizia, ed il Mahabharata che secondo la tradizione sarebbe stato dettato dal dio elefante Ganesh) e che contiene indicazioni morali e filosofiche. Infine altri scritti ausiliari, detti “Purana”, che comprendono miti cosmologici ed elencazioni di dinastie divine.Cinque grandi verità sono alla base della religione induista. Riunendo in sintesi i concetti, si può dire che la prima è che la nozione del divino è riservata solo a Brahman, l’anima suprema del cosmo e ultima verità. La seconda è l’esistenza dell’”Atman”, ovvero essenza spirituale interna all’uomo come Brahman pervade l’intero universo. La terza verità è costituita dalla consapevolezza della similitudine tra le due prime verità, pur raccogliendo interpretazioni differenti. La quarta riguarda lo scopo della esistenza umana, che è quello di raggiungere la consapevolezza dell’Atman. L’ultima verità introduce i concetti del samsara e del karma. Il primo riguarda il movimento, il karma è assurta in noi occidentali all’idea di una vera e propria dottrina esistenziale. Pertanto vale spendere, in merito, qualche frase di più. In sostanza, il karma induista associa azione, causa e destino. L’azione per la legge del samara è inevitabile, e l’uomo vivrebbe oggi le conseguenze di un suo particolare comportamento pregresso. Condizioni di vita piacevoli sono le conseguenze originate da buone azioni fatte nella vita precedente, viceversa condizioni spiacevoli sono il risultato di cattive azioni commesse nella precedente esistenza. L’uomo diventerebbe così artefice della propria felicità terrena, della propria sorte e della proprio senso della vita. Si potrebbero pertanto anche accettare le ingiustizie, le disgrazie incomprensibili e le malattie. Se poi in una vita precedente si è dedicato tempo e sforzo nella ricerca della consapevolezza, le esperienze maturate vengono acquisite e costituiscono il bagaglio intellettuale, inizialmente inconscio e progressivamente in grado di essere ricordato, sul quale costruire altre esperienze nel tentativo ultimo di raggiungere la consapevolezza dell’Atman. Raggiunta tale consapevolezza, l’essere umano è in grado di evadere dal ciclo del samara e di raggiungere l’illuminazione nel ricongiungimento dell’Atman e del Brahaman, ovvero la moksha (liberazione) ed il nirvana (beatitudine). In sostanza, dai testi sacri dell’induismo esce una religione attiva, una fede che propende alla vita ed al mondo esterno come estensione dell’uomo. L’induismo non è nemmeno politeistico come si crede. Le molteplici deità (vedi articolo precedente, “Il mondo degli dèi indù”) ricche di un’iconografia apparentemente pedante, non vanno considerate come entità a se stanti, ma sono invece rappresentazioni dei molteplici aspetti dell’esistenza e quindi dell’assoluto.La tradizione induista vuole l’uomo in costante venerazione a Brahman nelle sue varie manifestazioni. Preghiere, devozioni e sacrifici vengono offerti al dio, Peraltro l’induismo è ricchissimo di preghiere che potremmo dividerle in superiori (altruistiche, per ottenere la pace universale) ed inferiori (egoistiche, per ottenere benessere, salute e riuscita). Molti sono i sacramenti (sanskara) nella vita religiosa dell’induista, e sono generalmente intesi a purificare e raffinare l’uomo come membro della collettività. I riti sacramentali cominciano già durante il periodo della gestazione per svegliare l’embrione e il suo spirito, e continuano con il rito della nascita per conferire l’imposizione del nome. Seguono sacramenti per la celebrazione del primo cibo solido ingerito, la presentazione del bambino al maestro e la presa di contatto con le scritture sacre. L’induismo prevede inoltre riti propiziatori, salutari ed augurali. La pratica del digiuno e della austerità dei costumi conferiscono grandi meriti a costringono la divinità a concedere grazie. Si digiuna l’undicesimo giorno di ogni quindicina, e nei giorni in cui si eseguono novene alle varie divinità. Nella seconda metà della sua vita l’induista si prepara al ritiro definitivo dal mondano, quasi sempre intorno ai sessanta anni. Spesso abbandona la famiglia e si ritira negli eremitaggi, oppure si dà alla vita errante peregrinando da un santuario all’altro nell’attesa della morte. Più numerosi dei digiuni sono però le feste religiose, che vedono sempre una partecipazione intensa di fedeli. Ogni giorno è festa in qualche parte dell’India, in cui vengono glorificate le vittorie delle divinità sui demoni, oppure il compleanno di qualche dio o la ricorrenza di qualche miracolo. Grandi celebrazioni si tengono il giorno della nascita di Krishna a luglio, e per il genetliaco di Ganesh in settembre. Le festività si basano sul calendario lunare. L’anno inizia con la luna nuova di marzo ed è formato da dodici mesi divise in due quindicine l’uno.

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