Ambiente e Vegetarismo: dal rispetto per gli animali all’uguaglianza tra gli uomini nel concetto vedico di Stefano Momente’

mahatma-gandhi-a-legacy-of-peaceGli animali sono una delle manifestazioni di Dio. In loro c’è atman, il soffio divino.
È per questo che induisti e buddisti non dovrebbero mangiare carne.
Farlo sarebbe un crimine. Lo dicono i Veda, i testi sacri indiani compilati migliaia di anni fa.

La tradizione vedica considera ogni essere vivente come un’anima spirituale individuale e quindi sostiene che ahimsa, la non violenza, costituisce la più alta forma di religione.

Ma afferma anche che ogni anima nel mondo materiale sta compiendo un viaggio di evoluzione per giungere alla liberazione finale (moksha), e che, perciò, ostacolare tale evoluzione uccidendo un altro essere per un personale profitto, è una grave mancanza.

Voglio soffermarmi su ahimsa, termine che incontrai per la prima volta oltre vent’anni fa e che contribuì non poco alla mia decisione di diventare vegetariano prima e vegan dopo.

Il significato di ahimsa trova una sua splendida definizione negli Yoga Sutra di Patanjali: l’attenzione verso tutti gli esseri viventi, in particolare gli innocenti, quelli in difficoltà o quelli che si trovano in una situazione peggiore alla nostra.

Ahimsa è anche il pilastro su cui da 2600 anni poggia la dottrina jainista, altra grande religione indiana: Ahimsa Parmo Dharma, la compassione è il supremo dovere di ogni essere vivente.
Ma anche: la compassione è la vera natura di ogni essere vivente.

Ahimsa è il principio che i jaina cercano di praticare non solo nei confronti degli esseri umani ma anche verso tutta la natura. Alla luce di quanto dicono le scritture: non ferire, abusare, opprimere, schiavizzare, insultare, tormentare, torturare o uccidere nessun essere vivente, incluse le piante e tutti i vegetali.

Per il jainismo l’anima di ogni essere vivente – uomo, animale, vegetale, ma anche degli elementi – è eterna e divina, e aspira a lasciare il corpo materiale per raggiungere lo stadio di Anima Liberata. Tutte le anime sono potenzialmente divine, nessuna superiore o inferiore ad un’altra, tutte potenzialmente onniscenti e sante.

I jaina ritengono che per percorrere la via che conduce alla Liberazione sia indispensabile mangiare un cibo puro e vegetariano, poiché, cibandosi dei corpi degli animali, l’anima involve inevitabilmente nell’imbarbarimento, nella disperazione e nel dolore.

I jaina sono quindi i vegetariani più stretti e coscenziosi dell’area culturale indiana. Dei Veda accettano solo i concetti di karma e reincarnazione, rifiutando tutto il resto, ma, come afferma Maria Luisa Tornotti nel suo “La non violenza nella cultura indiana dai Veda a Gandhi”: rappresentano il massimo tentativo che sia mai stato messo in atto per ridurre o annullare la violenza.
Come? Nell’applicazione di ahimsa in ogni istante della loro vita, adattandosi ai cambiamenti e arrivando perfino ad inasprire le loro regole di condotta, se necessario: è solo di qualche anno fa, infatti, un volume di aggiornamento dottrinale jainista – tradotto per il nostro Paese da Claudia Pastorino e Massimo Tettamanti – nel quale viene evidenziata la necessità di abolire il consumo non solo delle carni degli animali, ma anche di tutti quei prodotti derivanti da grande violenza sugli animali, come il latte, le uova, i formaggi, il burro.

È così che, perciò, attualmente i monaci jainisti stanno, per esempio, sostituendo il latte animale – utilizzato in alcuni rituali all’interno dei Templi – con il latte di soia e il latte di riso.

Il tema, seppur in tono minore, si sta affrontando anche in altri gruppi religiosi dell’area indiana, come i vaishnava. Perché – dicono i riformatori – quando nacquero le Sacre Scritture non esistevano gli allevamenti intensivi. E se gli Dei all’origine si nutrivano di latte, yogurt, panna e burro, allevavano mucche felici e si attaccavano direttamente alle loro mammelle per suggere il prezioso nettare, il latte che si trova oggi sul mercato non è più lo stesso. Gli allevamenti moderni sono causa di indicibili sofferenze per gli animali che lo producono. E il latte prodotto, quindi, non è più raccomandabile secondo i principi vedici di veridicità, compassione, pulizia e austerità.

Gli allevamenti intensivi – e qui parlo in qualità di rappresentante di Vegan Italia – sono un vero pericolo per l’umanità.

Alcuni dati ce li fornisce l’economista Jeremy Rifkin in Ecocidio: il 70 % dell’acqua disponibile è utilizzata per abbeverare bestiame e innaffiare i pascoli; una mucca beve 200 litri d’acqua al giorno e quindi per produrre 5 chili di carne serve tanta acqua quanta ne consuma una famiglia media in un anno; il 36 % di tutti i cereali prodotti al mondo viene impiegato per nutrire gli animali da carne e da latte; se la produzione agricola mondiale si concentrasse sui cereali per l’alimentazione umana, anziché animale, si potrebbero nutrire più di un miliardo di persone in tutto il mondo. E questi sono solo alcuni esempi.

Voglio ricordare, inoltre, come si sta cancellando la foresta pluviale per fare spazio ai pascoli – solo nell’ultimo anno in Amazzonia è sparita una superficie pari alla Sardegna -; o il massiccio inquinamento provocato dalle deiezioni animali; o ancora che i bovini sono la principale causa riconosciuta di desertificazione.

Il futuro, purtroppo, non si presenta roseo. Da una parte la domanda di carne continua a crescere in proporzione all’aumento del reddito, e dall’altra 800 milioni di persone soffrono la fame perché gran parte del terreno coltivabile del pianeta viene dedicato a farvi nascere foraggio e cibo per gli animali.

Ovunque. Anche in India, terra che in questi anni, grazie ad un vasto programma di liberizzazione, la World Trade Organization sta subdolamente cercando di trasformare in carnivora. Con sussidi fino al 100 % e incentivi fiscali per incoraggiare l’apertura di nuovi macelli.

In una situazione simile parlare di consapevolezza risulta difficile. Anche se un po’ di speranza ce la porta una causa vinta contro un macello nella regione dell’Andra Pradesh, nella quale il giudice ha ordinato una riduzione del 50 % della sua capacità di macellazione per salvare il bestiame e l’economia rurale.

Con una sentenza che afferma: “Il dovere fondamentale della compassione per tutte le creature viventi è stabilito nella nostra costituzione… Primo, lo Stato indiano non può esportare animali vivi affinché essi siano uccisi; secondo, non può collaborare nell’uccisione degli animali avallando l’export di scatolame contenente parti di animali macellati. Questo significa preservare il retaggio culturale dell’India… L’India può esportare un messaggio di compassione verso tutte le creature viventi nel mondo, che serva da monito al mondo per preservare l’ecologia, che è dharma comune ad ogni civiltà”.

Questo in India. Ma anche noi possiamo fare qualcosa. Anzi, molto.
Praticando l’ahimsa a partire dal più elementare gesto quotidiano, improntando la nostra vita al massimo rispetto per i viventi, alla compassione e all’amore.

Siamo tutti in grado di farlo. L’unico strumento necessario alla nostra consapevolezza è il desiderio di conoscenza, la volontà di superare i limiti dell’abitudine e delle barriere culturali. Riconoscendo i nostri limiti possiamo guardare più da vicino la realtà, senza stravolgere le nostre vite, ma semplicemente ampliando per gradi il nostro orizzonte, muovendoci a cerchi concentrici, partendo da noi stessi, estendendo la nostra consapevolezza, la nostra compassione, il nostro rispetto, via via ai cerchi più esterni, che comprendono gli altri, umani e non umani, e quindi l’intera natura.

A me è successo così. Da un giorno all’altro ho deciso che non avrei più tenuto gli occhi chiusi. Giusto vent’anni fa, nel febbraio 1985, sono diventato vegetariano, e sapevo che non mi sarei fermato. Ho proseguito allargando i miei cerchi: eliminando gradualmente dalla mia alimentazione tutti i prodotti di origine animale, eliminandoli dal mio vestiario e dal mio stile di vita in generale.

Certo, nessuno dice che sia facile. Per questo è importante mantenere sempre la consapevolezza, in ogni istante. Con l’obiettivo, in ogni nostra azione quotidiana, fin dalle più semplici, di procurare almeno il minor danno.

Perché Ahimsa Parmo Dharma, è la compassione la nostra vera natura.

Stefano Momentè

shantij

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