La saggezza orientale in occidente :Budda e Gesù , un confronto di Holger Kersten

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L’interesse che attualmente si riscontra in Occidente nei confronti del buddhismo viene in genere liquidato come “tendenza religiosa di moda” su cui verrebbero proiettate nostalgie e insoddisfazioni. La verità è che nell’interesse per il buddhismo si rivela un disagio nei confronti della tradizione cristiana e una sensazione di maggior autenticità riscontrabile nella religione buddhista.
Il cristianesimo afferma di potersi richiamare a Gesù, ma in realtà si richiama soltanto a Gesù come prodotto letterario. L’essenziale, il “ Gesù” storico e il suo insegnamento, sono nascosti, come un ritratto sotto molti strati di vernice posti da duemila anni di storia della Chiesa. Se li rimuoviamo con la prudenza del restauratore, senza distruggere il prezioso originale, appaiono poco per volta i colori originali. Essi risplendono in maniera molto diversa da quella che le Chiese cristiane ci hanno insegnato a vedere.
Per coloro che conoscono il buddhismo, sono proprio le parole di Gesù, in particolare quelle del Discorso della Montagna, a mostrare la parentela con gli insegnamenti del Buddha.
Il parallelo tra il pensiero buddhista e certe narrazioni neotestamentarie, le parabole di Gesù e i suoi insegnamenti, non sono per altro una scoperta di oggi, ma erano state notate già all’inizio del secolo scorso da studiosi attenti. Non si sapeva bene che cosa pensarne, ma le coincidenze erano in molti punti tanto forti che un numero crescente di studiosi aveva finito per convincersi dell’influenzamento diretto del cristianesimo da parte del buddhismo.
Il famoso indologo tedesco Max Mueller ha mostrato in dotte trattazioni che fiabe indiane e altre narrazioni sono giunte in Occidente e vi sono rimaste fino ai giorni nostri. Egli ha anche dimostrato l’influsso dell’India nell’Antico Testamento. E tuttavia, essendo un cristiano credente animato da spirito missionario, ha escluso per anni un influsso sul cristianesimo. Di questi esempi ce ne sono molti. Essi mostrano da quali pregiudizi è gravata la ricerca delle origini del cristianesimo, fino a che punto la nostra educazione cristiana occidentale impedisce l’indagine oggettiva sulla persona di Gesù, sul suo essere figlio di Dio e il suo annuncio. Considerare Gesù semplicemente come uomo e accettare che molte narrazioni evangeliche sono forse abbellimenti e voli poetici – è forse impossibile? Studiare la dipendenza di certi insegnameni cristiani da un’altra religione straniera – è forse un sacrilegio? Per tutta la vita Max Mueller ha affermato di aver ricercato invano i canali storici di un influsso indiano nel cristianesimo. Verso la fine della sua vita anche questo testardo scettico non ha potuto fare altro che ammetterlo. Sia pure con varie limitazioni.
Oggi le prove sono schiaccianti. Nel Vangelo di Giovanni si trovano parola per parola idee buddhiste. Ne è talmente pervaso, che il teologo J. Edgar Bruns ha scritto su questo tema un libro intero dal titolo Il buddhismo cristiano di San Giovanni. Parole sorprendenti per orecchie cristiane! E ancora più sorprendenti per la Chiesa. La sorpresa diventa però presto sconcerto se si considerano queste parole del Buddha: “Chi vede il Dharma, vede me. Chi vede me, vede il Dharma”. Il Cristo di San Giovanni dice: “Chi vede me, vede colui che mi ha mandato” (Giovanni 12,45). Il Dharma è la grande legge cosmica a cui il nostro mondo è sottoposto e corrisponde al concetto del Logos nel Vangelo di Giovanni, in cui all’inizio si dice: “Il Logos era Dio”.
Lo storico dell’arte James Fergusson ha potuto dimostrare che parecchi dettagli dell’antica architettura ecclesiastica, come navata centrale e navate laterali, le colonne, l’abside a semicupola e il perimetro a forma di croce, derivano tutti dal buddhismo. Come esempio porta il tempio scavato nella roccia di Karli (78 a.C.), la cui struttura e le cui dimensioni sarebbero molto simili al coro della cattedrale di Norwich e all’abbazia aux Hommes di Caen. Dove nella chiesa cristiana c’è l’altare, presso i buddhisti si trovava la Dagopa, un baldacchino o piccola cupola con le reliquie di un Arhat, proprio come nell’altare si ponevano le reliquie di un santo.
Nel suoi primi anni la chiesa cristiana si sviluppò all’interno di un movimento che duecento anni prima di Cristo era arrivato in Oriente attraverso l’Egitto, aveva raggiunto Roma intorno all’epoca in cui visse Gesù ed era ben presto diventata la religione più importante dell’impero romano, il suo concorrente più pericoloso – il culto di Mithras, un dio del pantheon degli indiani e dei persiani. L’India vedica venerava Mithras come il protettore dei rapporti umani, delle amicizie, dei matrimoni, dei contratti – come conservatore del cielo e della terra, come combattente contro menzogna ed errore. In Persia, dove egli era messaggero del dio della luce Ahura Mazda, appariva in cielo all’alba e attraversava il firmamento col suo carro trainato da quattro cavalli bianchi. Come mediatore tra il mondo della luce e il mondo delle tenebre, come alleato degli uomini nella lotta contro il male e come guida delle anime nella loro ascesa alla vita eterna, Mithras fu presto identificato con il redentore auspicato da Zarathustra, finchè divenne il figlio di Dio che sarebbe apparso alla fine dei giorni come uomo, avrebbe superato ogni altra divinitù e avrebbe vinto il mondo groco-romano – tutto questo parallelamente al salvatore buddhista Maitreya in Oriente.
Interessante il parallelo attraverso l’etimologia del nome Maitreya. Il termine significa “amichevole, amorevole”, e attraverso Maitri (“amicizia, partecipazione”) deriva da Mitra (“amico, alleato”), la forma sanscrita di Mithras. Usato come nome proprio, Maitraya significa “figlio di Mitra”. Come Maitraya, Mithras attende in cielo di scendere sulla terra alla fine dei giorni. In base alla leggenda il redentore nasce da una vergine, una dea, e viene alla luce del mondo attraverso una roccia. Alla sua nascita assistono i pastori che vengono a venerare il neonato salvatore. La sua missione terrena, la vittoria sul mondo del male, è rappresentata dalla sua vittoriosa battaglia con il toro, cui assistono altre due divinità, Cautes e Cautopates, con cui Mithras forma una divina trinità. Dal corpo del toro morente scaturiscono spighe (pane) e grappoli (vino), finché Mithras alla fine sale al cielo sul carro solare e là siede sul trono come dominatore del mondo, per poi tornare ancora una volta sulla terra per risvegliare e giudicare i morti.
La leggenda non dice se la nascita sia un evento passato o futuro. Per i devoti di Mithras egli era tuttavia “colui che deve venire”, la cui venuta diveniva presenza ogni anno nella notte tra il 24 e il 25 dicembre, quando la comunità celebrava la sua festa più importante. Un’altra grande festa annuale aveva luogo all’inizio della primavera. Il servizio divino settimanale veniva tenuto di domenica, il giorno del Signore.
Il più importante gesto di culto era in questa occasione un pasto con vino a pane – offerti in ostie che portavano un segno di croce. Il culto di Mithras aveva altri sei sacramenti, che corrispondono in pieno a quelli della Chiesa cattolica – compreso lo schiaffo nella cresima – mentre il capo spirituale della religione di Mithras organizzata gerarchicamente aveva il titolo di Pater Patrum, “Padre dei Padri”, come pià tardi il papa di Roma; da non dimenticare che la basilica di San Pietro fu edificata su un luogo di culto mithraico.
I Vangeli stessi sono sorti in gran parte nei dintorni di Alessandria, dove la Gnosi fortemente infiltrata di elementi buddhisti e zoroastrici era rappresentata da forti fazioni. Attraverso questi canali affluì ulteriore materiale buddhista, che per altro trovò accoglienza indipendentemente dalla missione del Gesù originario.
Un Vangelo si distingue per la sua aderenza al buddhismo – il Vangelo di Giovanni. Come abbiamo già riferito, il ricercatore americano J. Edgar Bruns ha addirittura definito contenuto e teologia del testo di Giovanni come “buddhismo cristiano”. I lavori di Bruns dimostrano che l’autore del Vangelo di Giovanni ha elaborato molto materiale buddhista non solo per quello che si riferisce al contenuto, ma anche come impostazione teologica. Sorprendente nel Vangelo di Giovanni è fra l’altro la figura del “discepolo che Gesù amava”. In nessun punto degli altri Vangeli troviamo una figura con queste funzioni. Per Giovanni il discepolo preferito è una figura centrale. Era il garante dell’autenticità dell’interpretazione giovannea degli insegnamenti di Gesù. L’amato discepolo è il fedele testimone scelto dal Maestro a ricevere il suo amore speciale (Giov. 13,23), lui soltanto gli rimase fedele fino alla morte (Giov. 19,26), egli vide (Giov. 19,35) e scrisse queste cose (Giov. 21,24).
Anticamente l’autore del Vangelo di Giovanni, identificato con il discepolo che Gesù amava, era altamente rispettato come divulgatore e giudice della letteratura evangelica. Si arrivò anche a ritenere che Giovanni avesse tradotto dall’ebraico in greco il Vangelo di Matteo.
Giovanni, in poche parole, godeva fama di garante per il pensiero e l’insegnamento di Gesù.
La concezione del discepolo era molto diffusa anticamente: Mosè aveva Giosuè, Elia aveva Elisha, Geremia Baruch, Socrate Platone, Pietro Marco, Paolo Luca e più tardi, ma a un livello più leggendario, Giovanni aveva il suo Procoro. Nessuno di costoro però era garante del messaggio religioso del suo maestro. Nel migliore dei casi erano fedeli segretari. C’è soltanto un parallelo reale del discepolo amato nella letteratura religiosa, ed è il caso di Ananda, amato discepolo di Gautama, che era l’unico garante del fatto che l’insegnamento del Buddha venisse tramandato in maniera corretta.
Quando al primo concilio Ananda fece conoscere alla lettera tutti i discorsi del suo Maestro, esaudì la richiesta che gli aveva fatto Gautama: “O Ananda, ricorda queste mie parole, le parole del Buddha, e ripetile pubblicamente in tante riunioni” (Amitayua-Dhyana-Sutra 1,7). Davanti a tutti i discepoli il Buddha aveva detto anche ad Ananda: “Per lungo tempo, Ananda, mi sei stato molto vicino con atti d’amore, cordialità e bontà, immutati e incommensurabili” (Mahaparinibbanasutta, II, 145). Ananda era anche rimasto a fianco del suo Maestro quando Devadatta aveva sferrato il suo ultimo inutile attacco alla vita del Buddha, mentre tutti gli altri erano fuggiti, così come Giovanni era rimasto solo sotto la croce.
Nel Vangelo di Giovanni ritroviamo anche il concetto di Maitreya, l’ultimo Buddha terreno, la personificazione dell’amore che tutto abbraccia. Il Cristo giovanneo promette la venuta del Paracleto come consolatore, come si dice che un tempo Gautama abbia detto di Maitreya: “Egli sarà l’ultimo che riceverà la grande luce spirituale e sarà chiamato il Buddha dell’amore fraterno (Maitreya).” Sul piano teologico, sempre secondo Bruns, Ananda appare l’esatta corrispondenza del Paracleto, il santo spirito del consolatore, che “insegnerà a voi tutti e ricorderà a voi tutti quello che io vi ho detto” (Giov. 14, 26).
La concezione di Maitreya come il Buddha dell’era futura è sorta probabilmenre dapprima in Taxila, dove la predizione dell’incarnazione di Maitreya attraverso Buddha era tradizione antica. Di lì ha raggiunto su vie conosciute i centri della cristianità. Fino a che punto il Bodhisattva Maitreya abbia influenzato il pensiero cristiano, lo mostrano le sue raffigurazioni artistiche. Maitreya viene rappresentato in caratteristiche posizioni sedute, con i piedi ben posati per terra. Questa posa, assolutamente non tipica per l’iconografia del buddhismo, mostra la sua disponibilità ad alzarsi a un certo punto dal suo seggio nel cielo-Tushita e a venire nel mondo. Attraverso il significativo incontro delle religioni nelle regioni tra Gandhara e Siria questa posizione fu ripresa per il Cristo Pantokrator vittorioso, così come lo conosciamo nell’arte bizantina dell’antichità e del primo medioevo. Le corrispondenze vanno dalla rappresentazione frontale alla posizione seduta con le gambe un po’ divaricate fino alla posizione identica della mano (Mudras), che nel contesto cristiano sono tramandate soltanto da un libro, il Vangelo.
Quando il cristianesimo cattolico divenne religione di Stato dell’impero romano, i gruppi religiosi che non vollero sottomettersi al diktat dell’imperatore e del papa ebbero i giorni contati. In alcune regioni isolate d’Europa alcuni gruppi gnostici riuscirono a sopravvivere fino al medioevo, ma furono poi annientati dalla Chiesa cattolica. Alcune comunità fuggirono dalla Siria e dalla Persia, dove erano perseguitati dalla Chiesa di Zarathustra, in Oriente, sulle coste dell’India del Sud e nel bacino del Tarim, l’odierno Sinkiang cinese, che a quel tempo era un centro del buddhismo. Come testimoniano scritti del IV secolo trovati nell’osasi di Turfan, i nuovi arrivati non trovarono evidentemente una grande differenza con la dottrina del Buddha. Qui le comunità religiose cristiano-gnostiche e quelle buddhiste non solo vissero insieme di buon accordo, ma utilizzarono anche gli stessi luoghi di culto. Qui sorse un Sutra buddhista Gesù Messia, qui Buddha fu rappresentato come il buon pastore Gesù e partendo di qui il Buddha, con la leggenda di Barlaam e Joasaph, divenne un santo della Chiesa cattolica. Il dottore della Chiesa Giovanni Damasceno (675-749 d.C.) riporta per la prima volta un racconto che parla di un re indiano, un avversario inveterato dei cristiani. Gli astrologi gli predicono che gli nascerà un figlio che avrebbe accolto il nuovo insegnamento, cioè il cristianesimo. Per paura che questa predizione si realizzi, il padre lo fa crescere completamente separato dal mondo esterno. Gli procura tutte le ricchezze e i divertimenti che la vita mondana ha da offrire. Un giorno arriva alla corte un eremita cristiano e insegna al principe il messaggio cristiano. Il principe si fa battezzare, rinuncia a tutti i suoi possedimenti mondani, alla fine convince persino suo padre della bontà del cristianesimo e segue il suo maestro nel deserto. E’ evidente che qui ci troviamo confrontati con la trasposizione cristiana dalla storia della nascita e della giovinezza del Buddha Shakyamuni dal Lalitavistara.
Il cristianesimo, il messaggio cristiano, è completamente diverso da ciò che Gesù ha insegnato. Più a fondo la scienza è penetrata nell’interpretazione della cosiddetta Fonte Q, più evidenti risultano le differenze tra ciò che il Gesù originario cercò di trasmettere e ciò che ne ha fatto la propaganda dei suoi seguaci. Una volta caduti gli strati di eventi, detti, parabole e aforismi attribuiti alla vita e all’insegnamento di Gesù, una cosa è risultata chiara: l’insegnamento nudo e crudo di Gesù era il Dharma del Buddha.
Nell’ambito dell’evoluzione delle varie comunità legate a Gesù, che si richiamavano a diversi testi e tradizioni, appartenevano a vari livelli sociale, ambiti linguistici e ambienti sociali, sorsero numerose mitologie legate a Gesù. Per questo aspetto l’evoluzione di questi gruppi sociali non si differenzia da altre società analoghe. L’indagine della storia dell’evoluzione delle fonti evangeliche ha rivelato quanto multiformi fossero le posizioni mitologiche negli ambienti legati a Gesù, finché si condensarono in ciò che noi abbiamo imparato a chiamare cristianesimo. Le congregazioni di Cristo rifiutarono soltanto una parte di tali mitologie. Trovarono la loro configurazione soprattutto nelle lettere attribuite a Paolo, al centro delle quali sta il cosiddetto Kerygma (annuncio): la morte in croce di Gesù è un gesto simbolico di redenzione e la sua resurrezione indica potere cosmico. Questa visione mitologica è divenuta basilare per la Chiesa cristiana. Questo mito di Gesù è sorto nella Siria del Nord, ha camcellato quasi completamente il ricordo del Gesù originario e l’ha sostituito con il culto di Cristo.

Budda e Gesù a confronto
Il Dio delle tribù semitiche è una divinità vendicativa e assetata di sangue.Yaveh, jehovah degli Ebrei viene raffigurato come un Signore che incute timore seduto su un trono al di sopra delle nuvole, intento a castigare il Popolo eletto ogni volta che trasgredisce i suoi editti e le sue proibizioni.
La filosofia che sta dietro al Sermone della Montagna , come riferito dal Vangelo di Matteo , è illuminata da un Dio completamente diverso.
Il messaggio di Cristo è un messaggio di Amore , un messaggio gioioso di perdono e riconciliazione :ama il prossimo tuo come te stesso; se qualcuno ti dà uno schiaffo su una guancia , porgi l’altra.E’ difficile immaginare un contrasto maggiore con le attitudini rivelate nel Vecchio testamento. Nessuna altra religione dell’area orientale del Mediterraneo invita a una Grazia di Amore magnanimo come fa Gesù: Dove ha imparato Gesù i precetti che ha proclamato nel Sermone della Montagna?
Una possibile risposta a questa domanda si può trovare nelle prime scritture buddiste (precristiane)come il Lalitavistara che è il testo buddista che mostra il maggior numero di paralleli con la tradizione dei Vangeli .Scritto in sanscrito questo testo è una biografia del Budda, collegata –come tempo e cultura-con i Sarvastivadi.le due sezioni più antiche , che derivano dalla tradizione Hinayana, datando dal III ° secolo avanti Cristo .
Nel Laitasvitara il Budda dice:
La conoscenza della verità, il raggiungimento del Nirvana, questa è la Suprema illuminazione.Solo attraverso l’amore l’odio può essere vanificato; attraverso il perfetto Amore il male può essere superato …non dire mai parole ostili al tuo prossimo ed esso ti risponderà allo stesso modo.
Similmente Gesù istruiva i suoi discepoli a credere in lui e a non dubitare in questa fede..
Le affinità dell’insegnamento etico di Gesù e quello del Budda sono ben note. Entrambi proibiscono l’omicidio, il furto , la falsa testimonianza e le relazioni sessuali illecite.Entrambi insistono sul fatto che gli anziani devono essere tenuti in grande rispetto , ed entrambi mirano a superare il male attraverso il Bene .entrambi predicano l’Amore anche verso il nemico .Entrambi danno grande valore alla serenità mentale e all’intenzione pacifica. Entrambi mettono in guardia contro l’attaccamento ai futili tesori mondani , ed entrambi raccomandano ogni compassione per le vittime sacrificali.I paralleli sono molti ed alcuni testi delle due fedi coincidono parola per parola . Come Gesù Budda chiamò se stesso “Figlio dell’Uomo”e proprio come Gesù può essere descritto come la “Luce del Mondo”, così al Budda vengono attribuiti i titoli di Occhio del Mondo e Luce incomparabile .
I paralleli tra il Buddismo e il Cristianesimo sono evidenti non solo nelle parole e nelle azioni dei rispettivi fondatori ma anche in altri aspetti delle due religioni , successivi alla loro morte. Il mito e la leggenda circondano le due figure centrali in modo che entrambi vengono elevati al di sopra delle divinità minori e i racconti dei miracoli proliferano e si diffondono.
In entrambe le religioni vengono convocati i Concili, uno a Rajagriha , uno a Gerusalemme.. I buddisti ortodossi formalizzarono la loro dottrina nel Concilio di Pataliputra 250 anni dopo la morte del Budda, così fece la Chiesa con il Concilio di Nicea 300 anni dopo che Gesù fu visto l’ultima volta in Palestina.
Nel tempo in cui Gesù viveva e predicava in Palestina la scuola Mahayana del buddismo si era appena evoluta dalla scuola Hinayana , più chiusa in se stessa: La scuola Mahayana ha fatto diventare il buddismo una religione universale , aperta ai credenti di ogni nazione e cultura.
Questa filosofia si focalizza sulla compassione verso tutti gli Esseri , personificata nell’ideale del Bodhisattva, concezione che prese forma nel terzo secolo avanti Cristo. Il Bodhisattva è un Illuminato che rimanda la sua immersione nell’Essere Universale, il suo ingresso nel Nirvana , fino a chè non è riuscito a portare ogni Essere alla salvezza e il suo unico scopo è quello di portare tutte le anime sul sentiero della liberazione(moksha), la via che costituisce la liberazione dal ciclo delle rinascite, dalle distrazioni del mondo e dalla fisicità.
Quello che attualmente si può celebrare come autentica “resurrezione” è ciò che stava veramente a cuore a Gesù e che ha corso il rischio di cadere per sempre nell’oblio. Oggi possiamo riconoscere che in lui batte lo stesso cuore, pervaso dallo stesso amore per l’umanità e dallo stesso sentimento di compassione per tutti gli esseri, che ritroviamo nella vita e nell’insegnamento di Siddharta Gautama, il Risvegliato.

Dal libro dello scrittore Hoger Kersten”La vita di Gesu’in India prima e dopo la crocefissione”

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