Rishikesh Himalaya-East meets West togheter for Peace

Meeting internazionale promosso dalla Fondazione ”Il Mandir della Pace”con la collaborazione del Ministro del Turismo indiano, l’Universita’ dell’Uttaranchal, il sindaco di Rishikesh Manodi Dewedi, la Fondazione Gandhi, e la partecipazione della delegazione italiana di 40 persone, membri della Fondazione ,presieduta dalla Pres.Maria Gabriella Lavorgna, formata da valenti relatori nel campo della Cultura e della Comunicazione tra cui l’economista Prof.Nino Galloni

Introduzione alla filosofia e alla religione tra Oriente e Occidente
(Intervento del Prof. Bargellini alla conferenza: “East meets West”, tenutasi a Rishikesh dal 28 al 31 ottobre 2005)
Una volta Rudyard Kipling disse: “L’Est è l’Est, e l’Ovest è l’Ovest, e i due non si incontreranno mai”. Anche se subito dopo aggiunse: “Ma non c’è né Est né Ovest, non c’è frontiera, né razza, né nascita, quando due uomini forti si trovano faccia a faccia, anche se vengono dai due lati opposti del mondo”. Si può discutere a lungo su questa famosa frase, ma non si può negare che pur esistendo differenti Orienti e Occidenti a seconda dei tempi e dei luoghi in cui vogliamo riferirli, tra essi vi sono notevoli tangenze e grandi affinità di fondo. Fermo restando, ovviamente, le diversità dei nomi impiegati e le differenti modalità di espressione. Sui motivi di queste convergenze vi sono varie opinioni tra gli studiosi. Ad esempio, alcuni che fanno capo agli umanisti e a Shopenhauer, fanno riferimento ad una philosophia perennis secondo la quale esisterebbe, da sempre e per sempre, un’unica verità che si esplica e determina in molti e diversi modi, in tempi e luoghi tra loro lontani e spesso lontanissimi.
Questa convinzione nei tempi moderni è stata ripresa e amplificata dal filosofo tradizionalista René Guénon, il quale parla esplicitamente dell’esistenza di una tradizione primordiale che è stata raccolta e sviluppata dall’Oriente e poi trasmessa all’Occidente. Scrive infatti Guénon che i Greci hanno adottato quasi tutto dagli orientali, almeno da un punto di vista intellettuale, ed essi lo hanno ammesso abbastanza frequentemente. Egli si riferisce, evidentemente, al noto passo del Timeo di Platone, dove il sacerdote egizio si rivolge al pur saggio Solone dicendo:
“O Solone, voi greci siete sempre fanciulli e un Greco vecchio non esiste. Voi siete tutti giovani nelle anime: Infatti nelle vostre anime voi non avete alcuna antica opinione che vi pervenga da una antica tradizione, né avete alcuna conoscenza che per il tempo trascorso sia ormai diventata canuta.”
Ma anche se non si aderisce in toto a questa opinione, una cosa comunque certa è che al seguito di Alessandro Magno tra il 327 e il 326 a.C. non c’erano soltanto le sue falangi macedoni, ma anche un filosofo come Pirrone di Elide che in quell’occasione ebbe la possibilità di incontrare i Gimnosofisti che influenzarono notevolmente la sua dottrina, come vedremo in seguito. Come è noto i Gimnosofisti erano una sorta di saggi che vivevano una vita di tipo monastico, tutta tesa al superamento dei bisogni umani, all’esercizio di rinuncia delle cose, e alla conquista dell’impassibilità.
L’India ad ogni modo, vanta un altro primato da condividere con l’antica Grecia e con Roma, primato che e stato evidenziato anche recentemente dal bengalese Amartya Sen, premio Nobel 1998 per l’economia e filosofia, e che stranamente è assai spesso sottaciuto dai più, cioè l’origine della democrazia. Sen dice che si parla sempre del debito che il mondo ha con Atene e Roma, ma quasi mai si mette in evidenza che le prime assemblee generali aperte che si siano tenute al mondo furono dovute ai primi buddisti, con i Consigli buddisti, come venivano chiamati. Essi servivano a risolvere dispute fra diversi punti di vista e richiamavano delegati da varie regioni e scuole di pensiero. Queste assemblee dovevano innanzitutto dirimere questioni riguardanti principi e pratiche religiose divergenti, ma anche occuparsi di doveri civici e sociali: più in generale contribuirono a rafforzare e promuovere la tradizione del dibattito aperto su questioni controverse.
Il primo dei quattro Consigli principali si tenne a Rajagriha nel 477 a. C., quindi poco dopo la morte del Budda; il secondo circa un secolo dopo a Vaisali; e l’ultimo in Kashmir nel II secolo d. C. Ma il terzo, il più imponente e famoso ebbe luogo nella capitale Pataliputra (oggi Patna) sotto il patrocinio dell’imperatore Ashoka nel III secolo a.C. . Egli, che tra l’altro ebbe il merito storico di inviare missionari nelle terre confinanti per estendervi il buddismo, voleva che una discussione pubblica potesse svolgersi senza animosità né violenza e a di questa scopo cercò per la prima volta di codificare e di diffondere le regole che i partecipanti dovevano rispettare. Ashoka chiedeva, per esempio, ritegno nel discorso perché non vi sia né lode spropositata della propria setta, né denigrazione di altre sette quando l’occasione fosse inappropriata; e moderazione quantunque l’occasione fosse appropriata.
Dobbiamo inoltre constatare che gli antichi Indiani posero le basi delle scienze matematiche e meccaniche, misurarono i terreni, divisero l’anno, disegnarono la mappa del cielo, tracciarono il corso del sole e dei pianeti nella fascia zodiacale, analizzarono la costituzione della materia e studiarono la natura degli uccelli e delle bestie, delle piante e dei semi. E’ probabile anche che agli Indù sia dovuta l’invenzione dell’algebra e la sua applicazione all’astronomia e alla geometria. Da essi, inoltre, gli arabi ricevettero non soltanto le loro prime concezioni di analisi algebrica, ma anche i simboli numerici e il sistema decimale, ora comuni nel mondo.
Infine, i recenti reperti trovati a Harappa, nel Panjab e a Mohenio-Daro nel Sindh mostrano una civiltà assai avanzata prima della venuta degli Arii. Oggi abbiamo una sicura prova archeologica per dimostrare che 5000 anni fa le popolazioni del Sindh e del Panjiab vivevano in città ben costruite, possedevano un’arte e un artigianato di alto livello e un elaborato sistema di scrittura pittografica finora non decifrato.
Con questo intervento, però, desidero fare una semplice introduzione alla filosofia e alla religione dell’Oriente e dell’Occidente, argomento assai complesso per cui non basterebbe un libro per trattarlo esaustivamente, limitandomi a rilevare solo alcuni esempi di coerenze tra l’indo-buddismo da una parte, e il cristianesimo e la filosofia, dall’altra, lasciando agli specialisti il compito di approfondire gli argomenti sopra citati. Non intendo con questo fare del concordismo a tutti i costi o del semplice sincretismo, perché ho ben presenti le differenze anche notevoli che esistono tra induismo, buddismo, cristianesimo e filosofia occidentale. Desidero solo evidenziare, tra i tanti, alcuni punti che ci uniscono.
Parlando di religione dobbiamo fare due premesse. La prima è che la religione si presenta in India in modo opposto a quello consueto in Occidente, dove religio significa essenzialmente riconoscere e venerare una divinità pensata come “altro da sé”, rendendole culto e prestando obbedienza ai suoi precetti morali.

Nell’induismo invece gli elementi propriamente religiosi quali il culto, il rito, la preghiera, l’ascesi e altro sono concepiti solo come strumenti per il risveglio della coscienza del divino che è in noi. Il mondo, l’uomo, gli dei, le cose che sono state, sono e saranno create, tutto questo è l’unica e medesima realtà. Tutto è Brahman dice la Chandogya Upanishad. E quando una persona ha attinto una conoscenza illuminata, anche lei può dire: “Io sono Brahman”, come dice la Bradaranyaka Upanishad. Scopo della religione è quindi il ritorno dell’uomo nel Tutto e per quanto riguarda i vari dei, nonostante siano chiamati con nomi diversi essi sono in realtà i nomi di un unico Dio, come è mostrato chiaramente da questo inno vedico:
Egli (l’unico)
Sale al cielo come Savitar e manda giù la sua luce
Stando sul dorso del firmamento.
Sotto le sembianze del grande Indra
Egli si volge alle nubi Attirate dai suoi raggi.
Egli è il creatore, l’ordinatore, è Vayu
Con le nubi addensatore, egli è Aryman, è Varuna.
Rudra, è Mahadevè Agni, è Surya, è anche Yama il grande,
è l’unico, il solo,
tutti questi dei sono un unico in lui.
(Atharva Veda, 4)
Il più elevato di tutti i nomi e di tutte le forme di Dio è però la sillaba monogrammatica OM, composta da tre lettere A, U, M, che totalizzano ogni suono e la musica delle sfere. Questa sillaba viene recitata da sola e costituisce il primo e più importante dei mantra. Il mantra è una combinazione di sillabe sacre che formano un nucleo di energia spirituale la cui funzione è quella di attrarre le vibrazioni spirituali e di focalizzarle.
La seconda precisazione è che la salvezza per i cristiani, l’estinzione (nirvana) per i buddisti, la liberazione (moksha) per gli indù sono lo scopo ultimo e massimo dell’esistenza espresso con differenti termini dalle tre dottrine tradizionali. Procediamo secondo l’ordine temporale e cominciamo quindi dall’induismo. Gli amici indiani vorranno scusarmi se ad uso degli amici italiani dovrò fare una brevissima sintesi, molto incompleta, di questa religione.
Nel corso della sua lunghissima storia l’induismo ha attraversato molteplici forme, ma resta saldamente ancorato a quei documenti che ne costituiscono le origini, ossia i Veda che sono i più antichi documenti riguardanti lo Spirito umano.
La parola Veda significa “conoscere” e letteralmente sta a indicare “ciò che è stato visto dai saggi”.
Essi composti da quattro raccolte: Rg Veda, Yajur Veda, Sama Veda, Atharva Veda.
La compilazione di questi testi viene fatta risalire quasi sicuramente intorno al XV secolo a.C. . Trasmessi oralmente fino ad epoca relativamente recente, i testi vedici sono stati probabilmente redatti in un periodo che va tra il secondo e il primo millennio a. C., ma la loro origine risale a parecchie migliaia di anni prima della nostra era, in un tempo in cui gli Arii, popolazione bianca di lingua indo¬europea, affini per costumi agli antichi italici, greci, slavi, celti, germani, iranici, non erano ancora penetrati nelle pianure dell’India del nord ovest, ma risiedevano ancora nelle steppe dell’Asia centrale.
Ogni Veda a sua volta è suddiviso in quattro sezioni:
1. i Mantra,
2. i Brahmana,
3. gli Aranyaka e
4. le Upanisad.

I Mantra sono raccolte di Inni, chiamate anche Samitha, e sono opera di poeti;
I Brahmana raccolgono i precetti e i doveri di carattere religioso, e appartengono ai sacerdoti;
Le Upanisad rappresentano le meditazioni dei filosofi,
Gli Aranyaka fungono da anello di congiunzione tra i due suddetti. Il grande mistico e studioso Aurobindo Ghosh ritiene che i Veda siano impregnati delle suggestioni di dottrine segrete e filosofie mistiche. A suo parere i Veda sono l’espressione di una religione misteriosofica corrispondente alle dottrine orfiche ed elusine dell’antica Grecia. Egli crede che il Rg Veda in particolare sia proprio l’unico considerevole documento che ci resta del primo periodo del pensiero umano, di cui gli storici misteri eleusini e orfici furono i deboli residui, quando le cognizioni spirituali e psicologiche di quella civiltà vennero occultate per ragioni oggi difficili da determinare, sotto un velo di figure e simboli che ne proteggevano il senso dal profano, ma lo rivelavano all’iniziato. Uno dei principi fondamentale dei mistici era il carattere di sacralità e segretezza proprio della conoscenza di sé e della vera conoscenza degli dei. Questa tendenza dei mistici, egli afferma, era inadatta e forse persino pericolosa per la mente umana; per questo essi favorirono l’esistenza di un culto esteriore, efficace ma imperfetto, per il profano, e di una disciplina interiore per l’iniziato, e adornarono il loro linguaggio di parole e immagini che potevano avere al contempo un significato spirituale per l’eletto, e un significato concreto per la massa degli adoratori. Simile interpretazione è eterodossa, ma è affascinante e lascia ampio spazio alla riflessione.
Nelle Upanishad che, come abbiamo visto, fanno parte dei Veda e ne rappresentano lo stadio finale, tanto che il loro insegnamento è stato detto Vedanta (fine dei Veda) si ha l’identificazione tra il Brahman (lo spirito divino) e l’atman (lo spirito incarnato nell’individuo. Viene così riconosciuto che il Brahman-Atman è l’unico assoluto, la radice e il fondamento di tutto, il Signore che regge e sostiene ogni cosa, la guida interiore e il fine di ogni vivente. Sia che esso venga percepito come Maya (illusione) presso il saggio Sankara o venga piuttosto descritto come il gioco di Dio (lila) presso i Visnuiti, esso è l’eterna manifestazione dell’eterno esistente, la mutevole dimora del Permanente Inabitante. Chi conosce la realtà di se stesso conosce perciò tutta la realtà, e viceversa. Afferma infatti una Upanishad:
“Colui il quale venera una divinità considerando che essa sia altro da sé, costui non sa. Per gli dei egli è come una bestia.”
Tali parole corrispondono esattamente a quelle pronunciate da Meister Eckart, il grande mistico medievale cristiano, che dice:
“Molta gente semplice immagina Dio lassù e noi quaggiù. Ma non è così. Dio e io siamo una cosa sola. A chi mi chiedesse dove è Dio, risponderei:dappertutto. A chi mi chiedesse dov’è l’anima che sta nell’amore, risponderei:dappertutto”.
A questo punto dobbiamo domandarci: ma allora Dio per l’induismo è personale o impersonale? Premesso che nelle Upanishad c’è identità tra l’Assoluto e l’io profondo dell’uomo, la sua anima, cioè c’è identità tra il Brahman e l’Atman, la Bhagavad Gita (Il canto del Beato) introduce una concezione personale di Dio. Krishna, che è insieme il dio personale di ogni uomo, il dio creatore dell’Universo e l’Assoluto che trascende ogni forma. Egli è la Persona Suprema che conduce il suo fedele alla liberazione attraverso un triplice via:
• l’azione (Karma yoga),
• la conoscenza (jnana yoga) e
• la devozione (bhakti yoga).

Yoga significa anzitutto “unione” e, in riferimento al diverso modo di concepire il termini di questa unione ed i metodi per realizzarla, si danno diversi tipi di “yoga”. Lo yoga classico comprende un insieme di tecniche che mirano al completo possesso di sé. La Gita accetta le tecniche dello Yoga ma sostiene che dopo tutti gli sforzi umani è comunque Dio che viene incontro al suo devoto. Ora, la prerogativa dell’uomo comune è l’azione, ma l’azione è gravida di conseguenze, porta con sé la propria retribuzione perpetuando la schiavitù dell’agente nel flusso delle esistenze. Per questo i maestri delle Upanishad avevano additato la libertà nell’inazione, ma questa non può essere prerogativa di tutti. La Gita contempera azione esteriore e inazione facendo dire da Krishna al Arjiuna che si appresta a combattere contro i suoi parenti:
“Chi vede l’inazione nell’azione e l’azione nella inazione, costui è il sapiente, quello che ha realizzato l’unione e portato a compimento l’opera sua. Avendo rinunciato all’attaccamento e ai frutti dell’azione, sempre soddisfatto, senza dipendere da nulla egli non agisce affatto anche se sempre impegnato a operare!
L’insegnamento del Dio è qui assolutamente identico a quello che compare in Meister Eckart nelle sue Istruzioni Spirituali. Dice Eckart:
“Afferma nostro signore: A chi rinuncia a qualcosa per amor mio e per amore del mio nome, io renderò il centuplo (Matteo 19, 29). Ma se tu ti distacchi da qualcosa per il centuplo o per la vita eterna, non ti sei distaccato da nulla, e, neppure per una ricompensa mille volte più grande, ti sei distaccato da nulla. Tu devi abbandonare te stesso, completamente, ed allora sei veramente distaccato.”
La via della conoscenza porta a una trasformazione totale dell’uomo, che si scioglie non soltanto dai doveri, ma si libera da qualunque istinto, da qualunque forza dell’inconscio che possa minacciarlo. In altre parole questa via non consiste in una trasmissione di nozioni ma nell’educazione ad afferrare una conoscenza nascosta. Per essa alla fine ci si rende conto che la sola possibile risposta alla domanda “chi sono?” è: “Tat Tvam asi”, Tu sei Quello come recita il notissimo versetto delle Upanishad. La via della conoscenza conduce alla perfezione utilizzando quindi le sole facoltà intellettuali. Per la Gita l’uomo, nel suo essere naturale è fondamentalmente legato ai guna (influenze) che sono virtù, passione e ignoranza. Dice infatti Krishna:
“Praticando il controllo del corpo, della mente, dell’azione il saggio consegue la pace e il nirvana.”
Lo stesso concetto si ha in Eckart:
“Dio opera maggiormente in un cuore umile, perché è là che trova la maggiore possibilità di operare, trovandovi la maggiore somiglianza con se stesso. In tal modo ci insegna come dobbiamo penetrare nel nostro fondo di vera umiltà e di vero spogliamento, perché deponiamo tutto quello che non abbiamo per natura, che è peccato e mancanza, e anche ciò che abbiamo per natura, cioè tutto ciò che appartiene al proprio io. Infatti, chi vuole penetrare nel fondo di Dio, in ciò che ha di più intimo, deve prima penetrare nel proprio fondo, in ciò che ha di più intimo, poiché nessuno conosce Dio se prima non conosce se stesso”
Sermone “Haec est vita aeterna, ut conosca te solum”.
L’altra via che conduce alla liberazione è la via della devozione ed è opera del Signore stesso. In questo caso nulla è più chiaro ed esaustivo che ricorrere a due fonti originali. Sentiamo cosa dice Krishna:
Chi non odia creatura alcuna
Ma tutte le ama e ne ha compassione,
privo di attaccamento e di egoismo,
equanime nel dolore e nel piacere, paziente
sempre contento, capace di controllarsi, padrone di sé, risoluto,
con la mente e l’intelletto fissi su di me,
a me teneramente devoto,
costui mi è caro.
Colui che il mondo non teme
E non teme il mondo,
che è libero da moti di gioia e d’insofferenza, di paura e di ansia,
costui mi è caro.
Colui che nulla si attende
Che è puro, esperto, impassibile, senz’affanni, che ha abbandonato ogni iniziativa interessata,
a me teneramente devoto,
costui mi è caro.
Colui che è uguale col nemico e con l’amico, nell’onore e nel disprezzo, nel freddo e nel caldo, nel piacere e nella sofferenza,
libero da legami,
uguale verso il biasimo e la lode,
silenzioso, soddisfatto di qualunque cosa, senza una dimora, con la mente ben salda,
pieno di tenera devozione,
quest’uomo mi è caro.
Ma quelli che con fede, a me totalmente votati,
credono fermamente in queste parole di saggezza immortale che ora ho enunciato e mi sono teneramente devoti
costoro mi sono sommamente cari.
(12, 13-20)

A questo discorso corrisponde in maniera impressionante quello che può essere considerato la Magna Carta del cristianesimo, il celebre Discorso della Montagna o Delle Beatitudini.
Sentiamo:
Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché possederanno la terra.
Beati gli affamati e gli assetati di giustizia, perchè saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i poveri di cuore perché vedranno Dio.
Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di questi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi biasimeranno e vi perseguiteranno e diranno falsamente ogni male per causa mia;
gioite ed esultate, perché molta è la vostra ricompensa nei cieli.
(Matteo 5, 12)

Nel buddismo, invece, la salvezza o liberazione non è portata da un dio. I1 buddismo è una religione e una filosofia basata sugli insegnamenti di Gautama Siddharta, detto Sakyamuni. L’ origine del buddismo è puramente filosofica: lo stesso Buddha non voleva essere oggetto di venerazione, il culto della sua persona venne solo in seguito, quando la dottrina (Dharma) e la disciplina (Vinaya) insegnate dal Buddha si propagarono lontane dalla sua terra di origine e presso popoli di altre culture e religioni grazie al proselitismo dei suoi seguaci.
Un aneddoto, tratto dall’ Anguttara Nikaya racconta questa impostazione:
Il bramino Dona vide il Buddha seduto sotto un albero e fu tanto colpito dall’aura consapevole e serena che emanava, nonché dallo splendore del suo aspetto che gli chiese:
– Sei per caso un dio?
– No bramana non sono un dio.
– Allora sei un angelo?
– No davvero, bramana
– Allora sei uno spirito?
– No, non sono uno spirito.
– E allora, che cosa sei?
– Io sono sveglio.

Buddha ammise l’esistenza obiettiva del mondo esterno, pur non ritenendolo permanente; negò con i materialisti l’autorità dei Veda e dei Bramani; non riconobbe l’esistenza dell’anima quale noi la intendiamo; dallo Yoga derivò pratiche di concentrazione mentale e di estasi quali mezzi di purificazione intellettuale; negò l’esistenza di un “io” permanente e considerò l’uomo come formato da cinque gruppi o aggregati (skanda) elementi, che concorrono, aggregandosi tra loro alla determinazione della personalità psico-fisica. Essi sono:
1. rupa, la parte corporea dell’uomo;
2. vedana, la sensazione di dolore e piacere;
3. sanna, nozioni o ideazioni;
4. vinnana, la coscienza;
5. samskara, costruzioni psichiche soggettive o propensioni karmiche.

Infine non concepì l’esistenza di un principio superiore creatore e regolatore di tutti gli esseri e di tutte le cose. Tutta la dottrina del Buddha è espressa in sintesi ed è raccolta in quella che viene definita la predica di Benares in cui vengono svelate la quadruplice nobile verità e l ‘ottuplice sentiero:
La prima nobile verità è che tutto è dolore: la nascita, la morte, le malattie, la mancanza di ciò che desideriamo, la separazione da ciò che si ama, unione con ciò che ci dispiace.
La seconda nobile verità è che l’origine del dolore è il desiderio del piacere, l’attaccamento alle cose di questo mondo.
La terza è che questo desiderio genera rinascita, e per evitare la rinascita bisogna estinguere il desiderio raggiungendo il Nirvana.
La quarta nobile verità è che il desiderio si estingue seguendo il Dharma, cioè l’ottuplice sentiero, costituito da:
• retta fede;
• retto proposito; -retta parola;
• retta azione;
• retto contegno;
• retto pensiero;
• retto ricordo.

Il buddismo si è suddiviso in numerosissime scuole tra loro anche assai diverse, ma il Discorso di Benares rimane il pilastro fondamentale di ognuna di loro Ora, nonostante la grande diversità tra ogni tipo di buddismo, anzi, proprio per questo, è sorprendente l’analogia tra una celebre strofa del Dhammapada (un testo che fa parte del Canone Pali) e l’insegnamento e la morte del Cristo. Leggiamo:
Egli mi ha fatto oltraggio e mi ha percosso, mi ha spogliato di tutto e mi ha sconfitto:
in chi in sé nutre simili pensieri, il rancore giammai si estinguerà.
Egli mi ha fatto oltraggio e mi ha percosso, mi ha spogliato di tutto e mi ha sconfitto:
in chi caccia da sé questo pensiero,
scomparirà lo spirito dell’odio.
Poiché nel mondo mai l’inimicizia
Sarà cacciata con l’inimicizia.
Solo l’amore può spengere l’odio,
e questa legge vigerà in eterno..
(Strofe, 3, 5)

Abbiamo visto che il Buddismo è una filosofia e una religione. La filosofia indiana ha avuto uno sviluppo praticamente parallelo a quella greca. Durante i primi stadi del pensiero europeo, rappresentato dagli Ionici e dagli Italici (siamo nel VI sec. a.C.), il problema principale era quello di determinare il fondamento ultimo dell’Universo (acqua, fuoco, terra, numeri, ecc.). Successivamente con gli Eleati e i Sofisti, fino ad arrivare a Platone e Aristotele si comincia a razionalizzare il pensiero e si sviluppa la dialettica. Nelle tradizioni del pensiero indiano si trova un’analoga successione storica. Le scuole indiane che cercavano i fondamenti ultimi dell’universo risalgono alla Samhita vedica e soprattutto alla dottrina delle prime Upanishad. Successivamente il buddismo e il jiainismo cominciarono a distinguere gli aspetti epistemologici della realtà. Un tratto specifico che le tradizioni orientali antiche hanno avuto è il rifiuto di isolare singole discipline filosofiche (metafisica, etica, logica, ecc. ), cosa che da noi è avvenuta solo con Aristotele nel IV sec. a. C.
Il buddismo si presenta innanzitutto come una specie di “pragmatismo dialettico”, dato che le speculazioni intellettuali e la ricerca teoretica fine a se stessa sono considerate del tutto superflue e d’intralcio al raggiungimento del Nirvana. La via alla salvezza non passa attraverso una conoscenza intellettuale o sapienzale. Chi sa tace. Per il buddista la parola, il logos, ha una funzione esclusivamente terapeutica: essa può solo essere utile a stimolare qualcuno a progredire lungo il sentiero della saggezza. L’insegnamento del Buddha non tende a convincere l’ascoltatore, ma fornisce solo indicazioni metodologiche, etiche ed esistenziali. La stessa dialettica è presente nella filosofia occidentale con Eraclito, Zenone, Hegel, e nei mistici, attraverso il superamento delle categorie intellettuali.
Gli esiti di questo metodo sono assai simili allo Scetticismo di Pirrone di Elide. Per lui le cose non hanno alcuna differenza, né misura, né discriminazione. Si può dire che egli respinge ogni forma di ontologia, in quanto nega che ci sia l’essere e quindi che sia possibile qualsiasi giudizio sull’essere, e riconosce per conseguenza solo l’apparire. Egli afferma che ” ogni cosa è non più di quanto non è”, “che ogni cosa è e non è”, “che ogni cosa né è né non è”. Egli dice che di due proposizioni contraddittorie non è possibile dimostrare che una sia vera e l’altra falsa, poiché gli argomenti a favore dell’una o dell’altra hanno tutte lo stesso peso. Da qui la dichiarata ignoranza, diversa però da quella socratica che presuppone il vero e la sua raggiungibilità, laddove l’ignoranza pirronica è un atteggiamento di sfiducia che porta all’indecisione perpetua, al dubbio non inteso a sgombrare il terreno dalle false opinioni, ma allo stato definitivo del pensiero.
Per conseguenza non bisogna accordare alle cose alcuna fiducia, ma bisogna essere senza opinione, senza inclinazione, senza agitazione. Coloro che si metteranno in questa condizione conseguiranno l’atarassia, cioè l’assoluta insensibilità. Pirrone quindi affermava la necessità dell’epokè, di sospendere il giudizio e quindi di giungere all’afasia, al non parlare, che non è l’assoluto silenzio ma il tacere sulla natura e sull’essere delle cose.
Ed ora, a conclusione di questo mio intervento, vorrei fare mie le parole di Manda Kentish Coomaraswamy in Sapienza orientale e cultura occidentale:
“Appare chiaro che il movimento di avvicinamento tra Oriente e Occidente dovrà nascere in Occidente, anche perché è stato l’Occidente moderno a rinunciare per primo a quelle che una volta erano le norme comuni, mentre queste sono tuttora seguite da quanto sopravvive dall’Oriente…. Per fare questo abbiamo bisogno di studiosi per i quali non solamente il latino e il greco ma anche l’arabo e il persiano, il sanscrito o il tamil siano ancora lingue vive in cui sappiano dare una formulazione a principi validi per la vita di tutti gli uomini; abbiamo bisogno di traduttori i quali abbiano bene in mente il principio che per tradurre senza tradire bisogna avere sperimentato in se stessi il contenuto di quanto si deve “trasbordare sull’altra sponda”. Abbiamo bisogno di teologi i quali non pensino, o pensino meno in termini di teologia cristiana e più in termini di teologia islamica o indù o taoista; teologi i quali abbiano verificato di persona che, come ha detto Filone, tutti gli uomini, siano essi greci o barbari, in realtà riconoscano e servano l’unico e identico Dio, sotto qualsiasi nome… Dobbiamo però fare attenzione, perché due conseguenze molto, molto diverse, possono derivare dal contatto culturale tra Oriente e Occidente. Si può diventare un miscuglio bizzarro di Oriente e Occidente, fuori posto dappertutto e a casa in nessun luogo; oppure si può, sempre restando se stessi, imparare a sentirsi a posto in qualsiasi luogo e a casa dappertutto.”

shantij

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